Tredici a due: i bolscevichi di Pietrogrado discutono le Tesi di aprile

‘Tutto il potere ai Soviet!’, parte quarta

di Lars T. Lih

Si veda anche, in calce a questo stesso post, l’appendice Le Tesi di aprile: i bolscevichi mettono le cose in chiaro’.

Ovunque e in ogni momento, quotidianamente, dobbiamo mostrare alle masse che sin quando il vlast non sarà trasferito nelle mani del Soviet dei deputati degli operai e dei soldati, non vi sarà speranza di una conclusione a breve della guerra, né possibilità alcuna per la realizzazione del loro programma. – Sergei Bagdatev così spiegava le sue apprensioni circa le Tesi di aprile di Lenin nel corso della Conferenza di aprile del partito bolscevico.

In quasi tutti i resoconti delle attività del partito bolscevico, nella primavera del 1917, si troverà una frase che afferma quanto segue: le Tesi di aprile di Lenin risultarono a tal punto scioccanti per i membri del partito che, nel corso di una riunione del Comitato di Pietrogrado tenutasi l’8 aprile, vennero respinte con un voto di tredici a due (e un astenuto). Un episodio al quale viene dedicata niente più che una singola frase, ma una frase che, anche solo presa di per sé, costituisce certamente un pugno nello stomaco. Tredici a due! – I bolscevichi dovevano essere rimasti davvero scandalizzati dal nuovo e radicale approccio di Lenin.

Il potere di una buona storia non dovrebbe essere sottovalutato. L’aneddoto sul voto di tredici a due, dopo il rientro di Lenin, si può collocare a giusto titolo accanto a quello sulla presunta “censura” delle sue Lettere da lontano prima del suo ritorno in Russia. Lo statuto di questi due aneddoti quali fatti indiscussi, probabilmente, conferisce alla consueta narrazione del riarmo più sostegno di qualsiasi seria argomentazione. Precedentemente, in questa serie di testi, prendendo in esame l’episodio delle Lettere di Lenin, ho dimostrato come si tratti di un “documento volubile”, che cambia dunque aspetto laddove messo in questione. Nel caso ora in esame, un aneddoto in precedenza a supporto della narrazione del “riarmo”, secondo cui le Tesi di aprile costituivano una rottura radicale rispetto a una prospettiva bolscevica di lunga data, supporta ora una narrazione per così dire “pienamente armata”.

In questo post, volgeremo la nostra attenzione verso gli altri principali pilastri aneddotici della narrazione del “riarmo”. Di fatto, è possibile affermare che il voto di tredici a due è l’unica solida evidenza fattuale a dimostrazione di un ampio, e totale, rigetto delle Tesi di aprile da parte dei membri del partito. Il problema e che – ad un attento esame – questa solida evidenza si scioglie come neve al sole. La nostra conoscenza del dibattito deriva da un insieme di minute, alquanto confuse, pubblicate per la prima volta nel 1927. Per quanto mi è dato di sapere, tali minute non sono mai state sottoposte, da parte di nessuno, a uno scrutinio dettagliato a seguito della loro prima pubblicazione. Nel momento in cui mi sono imbarcato in una simile impresa, mi sono ben presto accorto che qualcosa non funzionava nel resoconto corrente.

Il voto di tredici a due implica che solo in due supportavano le Tesi – ma quando guardiamo alle osservazioni dei sei che presero la parola durante la discussione del comitato, scopriamo che quattro di loro non avevano altro che elogi per il testo in questione. Gli altri due oratori (uno dei quali presenziava come ospite senza diritto di voto) erano preoccupati dalle possibili implicazioni di alcune delle Tesi, le quali, a loro modo di vedere, avrebbero potuto creare difficoltà nella pratica agitatoria. Persino questi due intervenuti, d’altro canto, riservavano parole calorose riguardo alle Tesi nel loro complesso.

Secondo le minute pubblicate nel 1927, il voto di tredici a due ruotava intorno alla questione dell’accettazione delle Tesi “nel loro complesso” [v tselom vse]. Poiché tutti i partecipanti misero in chiaro il proprio appoggio complessivo alle Tesi, il voto del comitato non può essere interpretato come un rigetto in blocco delle stesse. Semmai, esso indica come le riserve di alcuni membri del compitato impedissero a quest’ultimo di esprimere un sostegno categorico.

Questi aspetti di quella votazione non sono l’unica ragione per cui il dibattito all’interno del Comitato di Pietrogrado indebolisce, anziché puntellare, la tradizionale narrazione del “riarmo”. Sulla base di quest’ultima, la resistenza alle Tesi di aprile viene letta come resistenza all’idea stessa di rovesciare il Governo provvisorio, rimpiazzandolo col potere del soviet. Eppure, il membro del comitato che manifestò maggiore perplessità  circa le Tesi di Lenin fu Sergei Bagdatev, un bolscevico talmente impaziente di conferire il poter al soviet da essere duramente bacchettato, da Lenin stesso e dal Comitato centrale, per aver lanciato lo slogan “abbasso il Governo provvisorio” durante le manifestazioni antigovernative svoltesi alla fine di aprile.

Come illustrato dall’epigrafe a questo articolo, Bagdatev affermava il proprio sostegno al potere del soviet al fine di spiegare i suoi dubbi riguardo alle Tesi. Sia durante la riunione del comitato di Pietrogrado che nel corso delle conferenze del partito, tenutesi sempre in aprile, Bagdatev sottolineò come egli parlasse in veste di praktik, ovverosia, come qualcuno direttamente interessato a cosa funzionava, e cosa invece no, quando ci si rivolgeva alla base bolscevica: “mi reco ai raduni e ascolto attentamente la voce delle masse, sono quindi giunto a una conclusione si ciò che dobbiamo chiedere al Soviet dei deputati degli operai e dei soldati, più precisamente al Governo provvisorio tramite il Soviet dei deputati degli operai e dei soldati” [1].

Almeno uno storico ha notato che Bagdatev non interpretava il ruolo assegnatogli nella narrazione del riarmo. Nella sua biografia di Lenin, Tony Cliff così scrive a proposito di questo episodio:

Bagdatev, l’estremista di sinistra segretario del Comitato bolscevico delle officine Putilov… poteva dire: “Il rapporto di Kamenev, nel complesso, ha anticipato la mia posizione. Ritengo inoltre che la rivoluzione democratica borghese non sia finita e la risoluzione di Kamenev e per me accettabile… penso che il compagno Lenin abbia respinto troppo presto il punto di vista del vecchio bolscevismo”.

Allo stesso tempo [Bagdatev] mostrava il proprio radicalismo affermando: “Ovunque e in ogni momento, quotidianamente, dobbiamo mostrare alle masse che sin quando il potere non sarà trasferito nelle mani del Soviet dei deputati degli operai e dei soldati, non vi sarà speranza di una conclusione a breve della guerra, né possibilità alcuna per la realizzazione del loro programma”.

Un pensiero decisamente confuso! [2]

A Cliff va reso merito di aver notato un’anomalia, ossia l’esistenza della prova che l’interpretazione consueta è difficile da accettare. Sfortunatamente, invece di considerare la possibilità che tale narrazione sia confusa, Cliff semplicemente dà per scontato che sia l’attivista bolscevico di lunga data a essere confuso. Come avremo modo di vedere, Bagdatev era tutt’altro che confuso: le sue perplessità circa le Tesi di aprile erano accorte e puntuali.

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Lettera da lontano, correzioni da vicino: censura o rimaneggiamento?

‘Tutto il potere ai Soviet!’, parte terza

di Lars T. Lih

L’interpretazione corrente del bolscevismo nel 1917 basata sul concetto di “riarmo del partito” è una narrazione avvincente e altamente drammatica, che può essere riassunta, grosso modo, nel modo seguente: il vecchio bolscevismo era stato reso irrilevante dalla Rivoluzione di febbraio, i bolscevichi in Russia si trovarono in affanno sino al ritorno di Lenin, il quale provvedette al riarmo del partito, e quest’ultimo, successivamente, si divise riguardo a questioni fondamentali nel corso di tutto quell’anno. L’unità del partito venne infine restaurata – quantomeno in una certa misura – dopo che gli altri principali esponenti bolscevichi cedettero alla superiore forza di volontà di Lenin. Solo in tal modo il partito intraprese quel riarmo che lo dotò di una nuova strategia, una strategia che proclamava il carattere socialista della rivoluzione – una condizione essenziale della vittoria bolscevica in ottobre.

Osservatori con punti di vista politici significativamente contrastanti avevano tutti le loro ragioni per sostenere una qualche versione della narrazione del riarmo [1]. Questa sembrò trovare duplice conferma quando, negli anni Cinquanta, divenne noto che la versione della prima lettera da lontano di Lenin, pubblicata dalla Pravda nel marzo 1917, era stata pesantemente emendata, con la rimozione di circa un quarto del testo. Fatto divenuto la base di un vivido e persuasivo aneddoto su come i bolscevichi di Pietrogrado, esterrefatti e impauriti, avrebbero censurato Lenin, il loro stesso vozhd [guida, leader, n.d.t.].

Ecco come viene generalmente raccontata questa storia: ai primi del marzo 1917, subito dopo la caduta dello zar, Lenin esponeva la propria reazione agli sconvolgimenti russi in quattro cosiddette Lettere da lontano, servendosi delle succinte notizie di cui disponeva in Svizzera. Ma i bolscevichi di Pietrogrado si mostrarono assai scandalizzati da quanto espresso nelle Lettere di Lenin, e questo a causa di audaci innovazioni in fondamentale rottura col vecchio bolscevismo. Il turbamento suscitato dall’audacia di Lenin nei redattori della Pravda fu tale che questi rifiutarono di pubblicare tre delle Lettere da lontano, e anche la sola che venne effettivamente diffusa subì pesanti censure, con tagli che ne sfiguravano l’essenza del messaggio.

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Nel marzo 1917 Aleksandra Kollontai, all’epoca risiedente a Oslo, faceva da collegamento tra Lenin, ancora in Svizzera, e i bolscevichi in Russia

Alcuni anni fa, mentre esaminavo una raccolta di documenti  di epoca sovietica, mi sono imbattuto in un telegramma indirizzato a Lenin da parte di sua sorella Maria, spedito da quest’ultima subito dopo la pubblicazione sulla Pravda della prima lettera (alla quale, d’ora in poi, farò riferimento semplicemente come Lettera). Maria Ulyanova era una componente di quella redazione della Pravda che aveva, presumibilmente, sfigurato il testo di Lenin, eppure gli scriveva dicendo che la Lettera aveva incontrato “piena solidarietà” e sollecitando altri articoli. Questo telegramma, di certo, non collimava con la suddetta narrazione! Mi sono ben presto reso conto che né io né, a quanto pare, nessun’altro potevamo vantare una reale comprensione di ciò che era stato tagliato, e aggiunto, nella versione pubblicata. È così ho intrapreso per un anno intero un’avventurosa indagine, durante la quale ho attentamente investigato sul servizio postale tra Zurigo e Oslo, la politica interna dei bolscevichi a Pietrogrado e la complicata storia successiva del testo della Lettera.

Le mie scoperte sono state pubblicate un anno e mezzo fa dalla rivista Kritika col titolo “Letter from Afar, Corrections from Up Close: The Bolshevik Consensus of March 1917 [2]. Ho mostrato come l’aneddoto dell’articolo censurato sulla Pravda fosse una “narrazione volubile”, ovvero, una storia che sottoposta ad esame cambiava aspetto: invece di servire da pilastro della narrazione corrente, diveniva una considerevole sfida ad essa. I redattori della Pravda non rifiutarono di pubblicare nessuna delle Lettere da lontano, poiché solo la prima giunse a Pietrogrado in tempo. Lungi dall’essere scandalizzati dal messaggio politico della Lettera di Lenin, i bolscevichi di Pietrogrado lo approvavano entusiasticamente. Le modifiche apportate al suo testo avevano specifici e limitati obiettivi: non miravano a censurarne o deformarne l’argomentazione, né avevano quell’esito.

Come appare da questo resoconto delle mie conclusioni, il mio obiettivo in quel momento era essenzialmente negativo: volevo screditare una narrazione che semplicemente non coincideva coi fatti. Riprendendo gli stessi materiali, un anno e mezzo dopo e da una prospettiva più ampia, vorrei ora far emergere l’aspetto maggiormente positivo di questo episodio. I redattori della Pravda non rimossero semplicemente alcuni travisamenti fattuali da parte di Lenin – ma rimaneggiarono attivamente l’articolo di Lenin, sulla scorta della loro comprensione di prima mano della situazione politica russa. Come ogni rimaneggiamento riuscito (ad esempio, conferendo ulteriore isolamento a un vecchio edificio), i tagli e le aggiunte dei redattori della Pravda non interferirono sull’efficienza della struttura originale – al contrario, il messaggio fondamentale di Lenin giungeva con meno distorsioni e più forza.

Le caratteristiche inaspettate della situazione del dopo febbraio potevano essere colte solo attraverso l’esperienza diretta a Pietrogrado, nel vortice della politica nazionale. Kamenev e Stalin dovettero adattarsi a queste realtà nel momento in cui rientrarono dalla Siberia a metà marzo, così come Lenin e Zinoviev quando giunsero dalla Svizzera all’inizio di aprile.

Non che tali inaspettate realtà invalidassero la strategia di base bolscevica dell'”egemonia” (come delineata nei testi precedenti di questa serie) – tutt’altro! Ma degli adattamenti andavano fatti, adattamenti evidenti e logici, ma nient’affatto automatici, e riassumibili in una formula generale: i bolscevichi dovevano tirarsi fuori dall’ormai atrofizzante ambiente dell’agitazione clandestina, così da trasferirsi nel dominio dell’autentica politica di massa, su scala nazionale, come seri pretendenti al potere.

Quando Lenin scrisse la sua Lettera, il 7 marzo, le sue informazioni manchevoli lo condussero ad imporre un quadro datato alle politiche successive a febbraio. Nel momento in cui i bolscevichi di Pietrogrado ricevettero, due settimane dopo, la sua Lettera, essi vantavano necessariamente una conoscenza maggiore, e dunque riformularono il testo di Lenin su tali basi. Un volta rientrato, a distanza di due settimane, Lenin aveva già compiuto alcuni degli adattamenti necessari al suo impianto generale, ed era in procinto di apportarne altri in seguito alla sua immersione nel turbinio della politica pietrogradese. Non è esagerato parlare persino di una ratifica de facto, da parte di Lenin, alle modifiche redazionali effettuate sulla sua bozza originale.

Ecco quindi l’ironia: la Lettera di Lenin viene, solitamente, descritta come un tentativo fallito di spronare i bolscevichi di Pietrogrado nel senso delle Tesi di aprile. È semmai il contrario! – Dovremmo ribaltare questo punto di vista e affermare che i bolscevichi orientarono la Lettera di Lenin nel senso delle Tesi di aprile.

Per questo motivo, l’esame dettagliato di modifiche redazionali, apparentemente minori, ci fornisce un’immagine dinamica e senza precedenti degli adattamenti bolscevichi in azione. Vediamo con esattezza quali sfaccettature della situazione erano nuove e inaspettate, tanto per Lenin in Svizzera che per i bolscevichi a Pietrogrado. Vediamo, inoltre, i contorni fondamentali di questo adeguamento, prima da parte di importanti bolscevichi come Kamenev e Stalin e, in seguito, da parte degli emigrati come Lenin e Zinoviev. Invece che a una forma di censura, ci troviamo di fronte a un lavoro di squadra – lavoro di squadra possibile solo in ragione della condivisa comprensione dei compiti di base.

Il recente volume di China Miéville, Ottobre, è la prima esposizione, basata su fonti secondarie, a contenere un accurato resoconto circa la Lettera da lontano (è ciò è indicativo di conoscenza ampia e accurata, da parte di Miéville, della migliore ricerca attuale). Questi, nondimeno, si mostra riluttante nell’abbandonare completamente la tradizionale enfasi posta sulla rottura e sul conflitto:

Eppure mentre questo conflitto [la Lettera da lontano] in particolare era in gran parte una narrazione a posteriori, innegabilmente ottenne plausibilità grazie al modo in cui le formulazioni di Lenin, compresa la sua polemica senza controllo, lasciavano intuire una tendenza irremovibile, una caratteristica logica politica che effettivamente sarebbe stata la chiave per altri dibattiti reali all’interno del partito.Non ad ogni costo inevitabile, ma che si scontava con la moderazione e la coalizione bolscevica. Le “Lettere da lontano” erano dunque un bolscevismo di “continuità”, eppure contenevano i semi di una posizione distinta e più incisiva. Una posizione che si sarebbe chiarita con il ritorno di Lenin [3].

Un presentazione accurata ed eloquente, ma che, a mio modo di vedere, ci porta nella direzione sbagliata. Nel momento in cui dovessimo osservare il nocciolo degli effettivi cambiamenti, avremo non poche difficoltà a rintracciare persino i germi del successivo conflitto in tale episodio. Saremo meno tentati dall’insistere sull’idea che deve esserci stata una sorta di linea di confine tra Lenin e gli altri bolscevichi. Ovviamente, come dimostrato in gran dettaglio da Alexander Rabinowitch, vi furono conflitti in abbondanza tra i ranghi dei bolscevichi durante il 1917 (come, del resto, in precedenza e in seguito) – ma si trattava di conflitti interni a un sentire condiviso, conflitti tattici che produssero differenti raggruppamenti in merito a differenti questioni.

La sezione seguente espone conclusioni fattuali che di per sé invalidano il consueto resoconto sulla Lettera (per argomenti a supporto, precisazioni , riferimenti, ecc., si veda il già citato articolo su Kritika). Il resto del saggio esamina il processo redazionale nei dettagli. Pur basandosi sulle mie scoperte precedenti, la presente discussione ricorre a un nuovo e più inclusivo impianto, il quale pone maggiore enfasi sulla rifinitura creativa attuata dalla squadra della Pravda.

A supplemento della mia analisi, due appendici [qui poste in calce a differenza dell’originale inglese, n.d.t.], nelle quali se ne presenta la fonte originale:

  • Appendice 1: La Lettera da lontano di Lenin, così come stampata dalla Pravda, 21 e 22 marzo 1917.
  • Appendice 2: Passi espunti dalla Lettera di Lenin.

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Il proletariato e il suo alleato: la logica dell’‘egemonia bolscevica’

‘Tutto il potere ai soviet!’, parte seconda

di Lars T. Lih

I bolscevichi erano essenzialmente preparati, sulla base dei loro precedenti punti di vista, ad affrontare le sfide del 1917? Per rispondere a questo interrogativo è necessario, innanzitutto, giungere ad una piena comprensione della strategia politica del vecchio bolscevismo. Una strategia politica che, per ritenersi coerente, doveva rispondere a due quesiti fondamentali:

  1. Quali sono le forze motrici della rivoluzione in Russia – vale a dire, quali classi della società russa sarebbero in grado di determinare il corso della rivoluzione, quali sono i loro interessi e grado di organizzazione, in che modo queste classi si scontrerebbero e interagirebbero?
  2. Quali sono le prospettive dell’imminente rivoluzione – ovvero, in quali risultati progressisti possono ragionevolmente sperare i socialisti e quali, invece, è improbabile si ottengano?
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Karl Kautsky

Alla fine del 1906, Karl Kautsky pubblicava un articolo col quale rispondeva proprio a tali interrogativi, come evidente sin dal titolo: “Le forze motrici e le prospettive della rivoluzione russa”. Un’analisi, quella di Kautsky, accolta  dall’ala sinistra della socialdemocrazia russa con grande entusiasmo e approvazione senza riserve. Lenin e Trotsky si fecero carico entrambi di una traduzione russa, oltre a dedicargli commenti lusinghieri, così come fece Iosif Stalin per un’edizione georgiana. A proposito dell’articolo di Kautsky, Lenin scriveva: “è la più brillante conferma del principio fondamentale del bolscevismo… L’analisi di Kautsky ci soddisfa pienamente”. Nel suo commento, Trotsky equiparava fermamente il punto di vista di Kautsky con quello che egli stesso aveva espresso in Bilanci e prospettive, la sua classica esposizione del concetto di “rivoluzione permanente”: “Non ho ragione alcuna per respingere anche una sola delle posizioni formulate nell’articolo di Kautsky che ho tradotto, poiché lo svilupparsi del nostro pensiero in questi due testi e identico”. Ancora, in una lettera privata a Kautsky del 1908, a proposito dell’articolo di quest’ultimo, così si esprimeva Trotsky: “è la migliore esposizione teorica dei miei punti di vista, ed è per me fonte di grandi soddisfazioni”.

Persino dopo il 1917, l’articolo di kautsky del 1906 veniva ricordato come una classica esposizione della tattica bolscevica, sebbene ormai più con sdegno che dispiacere per la sua apparente rinuncia a tali punti di vista. Nel suo La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky, scritto nel tardo 1918, Lenin accusava Kautsky di occultare il suo precedente sostegno alle tattiche bolsceviche. Trotsky, senza dubbio, aveva in mente questo stesso articolo quando, nel 1922, scriveva che Kautsky aveva, a suo tempo, pubblicato “un’impietosa confutazione del menscevismo e, dunque, una piena difesa teorica delle susseguenti tattiche politiche dei bolscevichi”. Ancora, Stalin scelse il commento da lui scritto all’articolo di Kautsky come testo di apertura del secondo volume delle proprie opere complete, e il suo orgoglio per l’appoggio al bolscevismo espresso da una simile ed eminente autorità non manca di farsi notare [1].

In questa seconda puntata della mia serie “Tutto il potere ai soviet!” mi propongo di documentare la strategia politica del vecchio bolscevismo utilizzando l’articolo di Kautsky, nonché i commenti su di esso forniti dai “socialdemocratici rivoluzionari” russi. Ho inoltre provveduto ad una recente traduzione della parte finale dell’articolo in questione [la traduzione italiana viene qui proposta in calce, n.d.t.], nel quale (come notato da Trotsky) “Kautsky espone le conclusioni tattiche basilari derivanti dalla sua analisi”.

Kautsky intitolò questa sezione finale “Il proletariato e il suo alleato”. Lenin prese in prestito le stesse parole per il titolo di uno dei suoi due commenti e io, a mia volta, le ho prese in prestito dal leader bolscevico. Parole che rivelano il nocciolo della strategia politica del vecchio bolscevismo: il rapporto tra il proletariato russo socialista e i contadini. Dopo a rivoluzione del 1905, i bolscevichi riassumevano la propria strategia politica classificandola come “egemonia”, termine col quale intendevano il ruolo di guida assegnato al proletariato e al suo partito, nel contesto della comune lotta rivoluzionaria di operai e contadini.

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Lenin, disegno di Isaak Brodsky

Dato che il termine “egemonia” assume svariati significati a seconda dei diversi contesti, il testo di Kautsky ha il vantaggio di aiutarci a cogliere la logica sottostante allo scenario dell’egemonia, al riparo da particolari formulazioni polemiche. Sia Lenin che Stalin stabilirono una connessione diretta tra l’articolo in questione ed il precedente libro del primo Due tattiche della socialdemocrazia; entrambi affermavano che la formula leniniana della “dittatura democratica rivoluzionaria del proletariato e dei contadini” seguiva la logica dell’argomentazione di Kautsky. Lenin, tuttavia, sottolineava che “per noi, è ovvio, non è importante questa o quella formulazione data dai bolscevichi alla loro tattica, ma la sostanza di questa tattica, confermata interamente da Kautsky”. Da parte sua, Trotsky evidenziava nel suo commento che mentre Kautsky “parla assai raramente di materialismo dialettico, egli ne usa il metodo in modo eccellente laddove analizza i rapporti sociali”.

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Leon Trotsky

Kautsky scrisse il suo articolo nel 1906 in risposta a interrogativi posti da Georgy Plekhanov riguardanti dispute tattiche all’interno della socialdemocrazia russa. Le risposte del primo vennero immediatamente colte dall’ala sinistra del partito russo come una schiacciante difesa della sua strategia. Questi commenti da parte russa aumentano il valore di questo serie di materiali. La questione per noi, circa il 1917, non è, in primo luogo, “come Lenin stesso intendeva il vecchio bolscevismo”, bensì “come lo intendevano altri attivisti bolscevichi di spicco”. Lo stesso Stalin è una figura chiave nelle controversie sull’impatto delle Tesi di aprile, visto e considerato il suo ruolo ai vertici dei bolscevichi di Pietrogrado nel marzo 1917. Le discussioni riguardo tali questioni, inoltre, danno per scontata l”esistenza di un abisso tra il vecchio bolscevismo e la “rivoluzione permanente” di Trotsky, eppure sia quest’ultimo che Lenin aderivano, senza cavilli di sorta, alla posizione di Kautsky. Sostegno reciproco che ci consente di concentrarci sulla vistosa sovrapposizione tra punti di vista di Lenin e Trotsky, anziché sulle differenze relativamente minori.

In definitiva, lo scritto di Kautsky “Le forze motrici” e i commenti russi ad esso formano un insieme di materiali relativamente compatto, in buona parte reperibile (anche se è deplorevole la mancanza di una versione del fondamentale articolo di Kautsky facilmente accessibile online) [2]. Qui Esporrò il dipanarsi dell’argomentazione di Kautsky in modo tale da farne emergere la logica sottostante (laddove non specificato tutte le citazioni sono tratte dal testo in questione e dai commenti russi). In chiusura del saggio, un breve sguardo di insieme al 1917 e oltre.

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‘Tutto il potere ai soviet’, una storia in sette parti, di Lars T. Lih

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“Il potere ai soviet degli operai, dei soldati e dei contadini”; “Abbasso il governo dei capitalisti”

Il seguente articolo è il primo di una serie di sette. Un’appendice a questo stesso articolo, “Mandato per le elezioni al soviet”, pubblicata separatamente nel caso dell’originale inglese, viene qui pubblicata in calce.

‘Tutto il potere ai soviet!’, parte prima: biografia di uno slogan

di Lars T. Lih (primavera 2017)

“Tutto il potere ai soviet!”, senza alcun dubbio uno dei più celebri slogan nella storia delle rivoluzioni. A giusto titolo a fianco di “Liberté, égalité, fraternité” quale simbolo di un’intera epoca rivoluzionaria. Nel presente saggio, e in altri che seguiranno, prenderò in esame la genesi di questo slogan nel suo contesto originario, quello della Russia del 1917.

Il nostro slogan consiste di tre parole: вся власть советам, vsya vlast’ sovetam. “Vsya” = “tutto”, “vlast’“potere” e “sovetam” = “ai soviet”. La parola russa sovet significa semplicemente “consiglio” (anche nel senso di suggerimento) e, da questo, “consiglio” (nel senso di assemblea). Oramai siamo ben abituati a questo termine russo, poiché evoca tutta una serie di significati specifici derivanti dall’esperienza rivoluzionaria del 1917.

In questa serie di articoli, ricorrerò spesso all’originale russo di una delle parole presenti nello slogan in questione, vlast’ (che d’ora in poi verrà traslitterata senza segnalare il cosiddetto jer molle [Ь] con l’apostrofo). “Potere” non ne dà una traduzione del tutto adeguata; difatti, nel tentativo di coglierne le sfumature, vlast viene spesso tradotto con la locuzione “il potere” (ad esempio da John Reed in I dieci giorni che sconvolsero il mondo). Il russo vlast riguarda un ambito più specifico rispetto al termine “potere”, ovvero quello dell’autorità sovrana di un particolare paese. Perché un soggetto sia ritenuto in possesso del vlast, deve avere il diritto di assumere decisioni definitive, essere dunque in grado di prenderle e vederle eseguite. Il vlast, per essere effettivo, richiede un fermo controllo delle forze armate, un forte senso della legittimità e missione assunte, nonché una base sociale. L’espressione di Max Weber sul “monopolio della violenza legittima” va dritto al cuore della questione.

Quando, perché e come i bolscevichi giunsero ad adottare tale slogan nella primavera del 1917? La consueta risposta a questi interrogativi è quella secondo cui il partito, per approdare a questa parola d’ordine, doveva procedere al proprio riarmo tramite le Tesi di aprile di Lenin. La metafora del riarmo venne utilizzata per la prima volta da Lev Trotsky nei primi anni Venti, ma oggi è tutt’altro che confinata a chi si richiama alla tradizione trotskista. In effetti, la narrazione del riarmo costituisce il cuore di un ampio consenso circa i bolscevichi nel 1917, consenso dovuto tanto ad attivisti quanto a storici accademici.

Alcune argomentazioni di base della narrazione sul riarmo sono le seguenti:

  • Le Tesi di aprile di Lenin contenevano una radicale innovazione politica e ideologica. L’esatta natura di quest’ultima rimane vaga, con scarso accordo tra i vari autori, ma di norma ha qualcosa a che fare con la rivoluzione sociale in Russia.
  • Le Tesi di aprile, di fatto, rappresentavano l’accettazione da parte di Lenin del punto di vista della “rivoluzione permanente” di Trotsky.
  • Le Tesi di aprile ebbero “l’effetto dell’esplosione di una bomba” tra i bolscevichi; questo ultimi ne rimasero scioccati e scandalizzati, a causa del rigetto del vecchio bolscevismo, quando non addirittura dei principi basilari del marxismo.
  • Le Tesi di aprile costituivano un netto cambiamento di linea politica rispetto all’operato “semi-menscevico” sino ad allora perseguito dai bolscevichi di Pietrogrado, i quali, in precedenza, avevano mostrato la propria confusione e sgomento censurando le Lettere da lontano di Lenin.
  • Lenin conquistò il partito ai sui punti di vista nel corso di una dura lotta, sebbene una parte significativa dello stesso, nonché dei suoi vertici, non ne rimasero convinti.
  • Le Tesi di aprile furono una condizione necessaria alla vittoria bolscevica dell’ottobre.

Ritengo tutte queste proposizioni inesatte o, nel migliore dei casi, gravemente fuorvianti. Come sfida rispetto ad esse, sostengo quella che potrei definire un’interpretazione “pienamente armata” della politica bolscevica nella primavera del 1917. In contrasto con la narrazione del riarmo, che separa il bolscevismo dal suo passato, sottolineo la continuità col vecchio bolscevismo. I bolscevichi non rimasero sconcertati dalla Rivoluzione di febbraio; essi fronteggiarono la situazione post-febbraio con una strategia vincente, saldamente fondata sullo scenario di classe prefigurato dal vecchio bolscevismo. Il ritorno di Lenin e altri leader emigrati, agli inizi di aprile, segnò un mutamento nella tattica – ma tale mutamento non fu dovuto alle controverse Tesi di aprile. I praktiki bolscevichi che espressero timori circa quest’ultimo testo lo fecero perché condividevano l’obiettivo del potere ai soviet. Il canonico slogan in tre parole, “Tutto il potere ai soviet!”, non venne adottato quale parola d’ordine del partito sino ai primi di maggio – dopo che il dibattito sulle Tesi di aprile era stato impostato nelle conferenze del Partito bolscevico.

La mia contro-narrazione ha incontrato non poca resistenza e, senza dubbio, continuerà a farlo. Una delle cause principali è che sembrerebbe volare al di sopra di fatti ben acclarati. Che dire a proposito del “sostegno critico” al Governo provvisorio borghese espresso da bolscevichi come Lev Kamenev e Stalin? Che dire della famigerata censura sulle Lettere da lontano  di Lenin da parte dei redattori della Pravda? Le Tesi di aprile non suscitarono forse enorme scandalo tra i bolscevichi? – Per esempio, una votazione nel comitato del partito di Pietrogrado respinse in toto le Tesi con uno sbilanciato esito contrario di tredici a due. Gli scritti di Trotsky del 1917 non illustrano la narrazione del riarmo? E così via.

Sono tutti validi interrogativi, e l’obiettivo della presente serie di testi consiste nel rispondervi dettagliatamente. Entro la fine della serie prevista, il tavolo risulterà ribaltato, e i difensori della narrazione dl riarmo avranno una montagna di nuove prove da considerare. Nel frattempo, sono rincuorato da fatto che studiosi impegnati in ricerche empiriche su questi temi, dopo la prima esposizione della mia ipotesi ormai un certo numero di anni fa, hanno convalidato parti essenziali della mia argomentazione, come illustrato dai recenti post di Eric Blanc.

Il saggio che apre la serie, “Biografia di uno slogan”, esporrà la mia interpretazione “pienamente armata” riducendo la polemica al minimo. Un ringraziamento di cuore per l’incoraggiamento e il supporto va a John Riddell, il quale ha generosamente fornito uno spazio a questa ampia serie di testi.

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Panafricanismo e comunismo: intervista ad Hakim Adi

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Lamine Senghor al congresso della Lega contro l’imperialismo e l’oppressione coloniale, Bruxelles 1927

Parallelamente alla storia dominante dei partiti comunisti europei, incentrata sulla classe operaia metropolitana, è possibile rintracciare la traiettoria sotterranea di quei militanti comunisti e panafricani, minoritari nei loro partiti, ma sostenuti da Mosca nel periodo tra le due guerre. Si tratta di un epoca nella quale i giovani partiti comunisti sono dominati, per quanto riguarda la metropoli, da Bianchi e, nelle colonie, da coloni. Al fine di combattere l’opportunismo e lo sciovinismo, più o meno espliciti, di questi militanti, l’Internazionale comunista procedette alla strutturazione di una serie di organizzazioni transnazionali, incaricate di coordinare l’attività rivoluzionaria circa la «questione nera»: Sudafrica, colonie dell’Africa nera, segregazione negli Stati Uniti, ecc. Hakim Adi racconta in questa intervista una storia inedita, ovvero quella di un originale incontro tra comunismo, nazionalismo nero e panafricanismo.

Come definiresti il panafricanismo?

Il panafricanismo può essere considerato, al contempo, come un’ideologia e come un movimento sfociante dalle lotte comuni degli afro-discendenti, tanto in Africa quanto nella diaspora africana, contro lo schiavismo, il colonialismo così come contro il razzismo anti-africano e le diverse forme di eurocentrismo che lo accompagnano. I termini «panafricano» e «panafricanismo» non sono emersi fino alla fine del XIX e l’inizio del XX secolo, ma era già presente una forma embrionale di panafricanismo nel XVIII secolo,  in organizzazioni abolizioniste come la British-based Sons of Africa, gestita da ex-schiavi africani quali Olaudah Equiano e Ottobah Cugoano, che riconoscevano la necessità per gli africani di unirsi al fine di difendere interessi comuni.

Il panafricanismo ha assunto differenti forme in diverse epoche, ma la sua caratteristica fondamentale è consistita nel riconoscimento del fatto che gli africani, quelli del continente come quelli della diaspora, devono far fronte a forme comuni di oppressione, sono impegnati in una lotta comune per la liberazione e, dunque, condividono un destino comune. Il panafricanismo, quindi, riconosce la necessità dell’unità tra africani al fine di liberarsi, ma anche il desiderio di unità del continente africano. In generale, difende l’idea secondo la quale gli africani della diaspora condividono un’origine comune con quelli del continente, riconoscendo ai primi il diritto al ritorno nella loro patria d’origine.

In Pan-Africanism and Communism, non mi sono occupato principalmente all’epoca in cui il movimento panafricano era guidato da personalità come Garvey o Du Bois. Da parte del Comintern tale panafricanismo era percepito in maniera critica, come essenzialmente riformista e incapace di condurre alla liberazione africana. Ciò nondimeno, il Comintern, sotto l’influenza dei comunisti neri, adotto aspetti del panafricanismo, in particolare l’idea per cui gli africani condividevano forme di oppressione ed erano impegnati in una lotta comune. Ugualmente, difendeva l’idea di Stati Uniti socialisti d’Africa. È inoltre doveroso ricordare che, nel periodo tra le due guerre mondiali, alcuni leader panafricani erano anche, si pensi a George Padmore, membri dell’Internazionale comunista.

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Fotografia e marxismo [un percorso di lettura]

di Steve Edwards

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«[…] nell’intera ideologia gli uomini e i loro rapporti appaiono capovolti come in una camera oscura […]» (Marx ed Engels, L’ideologia tedesca). In questa celebre metafora è possibile individuare, retrospettivamente, gli esordi di una tradizione ininterrotta di problematizzazione marxista del medium fotografico. Di fatto iniziata all’indomani della Rivoluzione del 1917 sulla scia dell’avanguardismo russo, prima di arricchirsi grazie al contributo del marxismo eterodosso proveniente dalla Germania, ha proseguito negli anni Settanta col rinnovarsi della fotografia operaia e il conseguente sviluppo degli studi teorici e storici, ricevendo infine nuovo slancio all’inizio del XXI secolo, nel quadro di una riflessione più generale circa gli intrecci tra storia dell’arte e del modo di produzione capitalistico. Rodtchenko, Tretiakov, Brecht, Benjamin, Kracauer, Berger, Spence, Rouillé, Nesbit, Sekula, Ribalta, ecco alcuni dei nomi, tra i tanti, che si incontreranno in questo ampio percorso di lettura firmato da Steve Edwards, a testimonianza della vitalità e irriducibile eterogeneità insite nella teoria e pratica materialiste della fotografia.

La fotografia costituisce un oggetto di studio particolarmente instabile [1], collocandosi all’incrocio tra pittura, cinema, arte, scienza e lavoro. Inoltre, i concetti marxisti – merce, classe e ideologia – hanno plasmato gran parte della storiografia universitaria, il che, tuttavia, non riconduce necessariamente gli studi prodotti in tale ambito ad un approccio marxista consapevole. Ad esempio, come caratterizzare un’opera importante come Immagini malgrado tutto di Georges Didi-Huberman (2005) o, ancora, A.A.E. Disdéri and the Cartes de Visite Portrait Photograph (1985) di Elizabeth Anne McCauley, cosi come il suo Industrial Madness: Commercial Photography in Paris, 1848-71 (1996)? Sarebbe impossibile esporre l’insieme di elementi compresi nel quadro di una bibliografia marxista del soggetto  in questione, per tanto mi sono limitato agli autori che si identificano come marxisti o che, nel momento in cui elaboravano i propri studi, si consideravano tali. Ciò detto, quanto segue è senza dubbio meno rigido di quanto possa sembrare.

Come punti di riferimento generali, si possono raccomandare quattro opere in particolare. Vi sono due ampi studi sulla storia della fotografia, presa in considerazione mettendo da parte le controversie e partendo dalla storia sociale:  Jean-Claude Lemagny e André Rouillé (a cura di) Storia della fotografia (1988), e Michel Frizot, Nouvelle histoire de la photographie (1994). Lavori entrambi incentrati sulla Francia, i cui progetti hanno visto il coinvolgimento di numerosi autori. La prima parte dl volume di Lemagny e Rouillé è ben più solida della seconda. Nel 2006, ho pubblicato Photography: A Very Short Introduction. L’esplicito riferimento teorico a Marx e al marxismo è meno rilevante in quest’ultimo libro rispetto a tutto ciò che ho scritto, ma ha il vantaggio dell’accessibilità ed è disponibile in cinque lingue. L’altro volume è Rethinking Photography: Histories, Theories and Education (2016) di Peter Smith e Carolyn Lefley.

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Le realtà imperialiste e i miti di David Harvey

di John Smith

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John Smith

Quando David Harvey afferma “Lo storico drenaggio di ricchezza dall’oriente verso l’Occidente, protrattosi per oltre due secoli, ad esempio, è stato in larga parte invertito negli ultimi trent’anni”, i suoi lettori supporranno ragionevolmente che egli si riferisca ad un tratto caratteristico dell’imperialismo, vale a dire il saccheggio del lavoro vivo, nonché delle ricchezze naturali, nelle colonie e semicolonie da parte delle potenze capitaliste in ascesa in Nord America ed Europa. In effetti, egli non lascia dubbi in merito, dato che fa precedere a queste parole il riferimento alle “vecchie categorie dell’imperialismo”. Ma qui incontriamo il primo di tanti offuscamenti. Per oltre due secoli, l’Europa ed il Nord America imperialisti hanno drenato anche ricchezze dall’America Latina e dall’Africa, così come da tutte le parti dell’Asia… eccetto il Giappone, il quale a sua volta è emerso come potenza imperialista durante il XIX secolo. “Oriente-Occidente”, dunque, costituisce un sostituto imperfetto per “Nord-Sud”, ed è per questo che ho osato adeguare i punti della bussola di Harvey, attirandomi una risposta petulante.

Come David Harvey ben sa, tutte le parti coinvolte nel dibattito su imperialismo, modernizzazione e sviluppo capitalistico riconoscono una divisione primaria tra paesi definiti, variamente, come “sviluppati e in via di sviluppo”, “imperialisti e oppressi”, “del centro e della periferia”, ecc., persino laddove non vi è accordo su come tale divisione si stia evolvendo. Inoltre, i criteri per determinare l’appartenenza a questi gruppi di paesi possono validamente includere politica, economia, storia, cultura e molto altro, ma non la collocazione geografica – “Nord-Sud” non essendo altro che una scorciatoia descrittiva per altri criteri, come indicato dal fatto, generalmente riconosciuto, che il “Nord” comprende Australia e Nuova Zelanda. Eppure, nella sua replica alla mia critica, Harvey eleva la geografia al di sopra di tutto, gettando la Cina, il cui PIL pro capite nel 2017 era situato tra Thailandia e Repubblica Dominicana, nello stesso calderone di Corea del Sud, Taiwan e Giappone imperialista, all’interno di uno specifico “potente blocco [sic] nel contesto dell’economia globale”, relativo all’Asia orientale. Considerato lo stato moribondo dell’economa giapponese, con un PIL cresciuto in media meno dell’1% all’anno dal 1990, e nella consapevolezza dell’esplosiva rivalità economica, politica e militare del Giappone con la Cina, interrogarsi se tale “blocco” stia ora drenando ricchezza da Europa e Nord America capitalisti significa porsi la domanda sbagliata.

Per giudicare dell’affermazione di Harvey, secondo la quale i flussi di ricchezza associati con l’imperialismo si sono invertiti dovremmo porci un interrogativo più pertinente: i paesi capitalisti sviluppati dell’Europa, del Nord America e il Giappone continuano a drenare ricchezza dalla Cina a da altri “paesi emergenti” in Asia, Africa e America Latina? A meno che Harvey non ritenga i flussi di ricchezza dall’Africa e dall’America Latina verso “Occidente” grandi abbastanza da compensare il presunto flusso da Occidente verso il “blocco dell’Asia orientale”, la sua risposta dovrebbe essere no, non è più così.

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Le realtà sul terreno: replica di David Harvey a John Smith

di David Harvey

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David Harvey

John Smith si è perso nel deserto, prossimo a morire di sete. Il suo fidato GPS gli segnala la presenza d’acqua dieci miglia ad Est. Dato che ritiene si debba leggere “dal Sud al Nord globali” al posto di “dall’Oriente verso l’Occidente”, si incammina verso Sud per non essere più visto. Questa, ahimè, è la qualità dei rilievi che mi rivolge.

L’Oriente di cui parlo quando osservo che la ricchezza si è spostata, in tempi recenti, da Occidente verso Oriente è costituito dalla Cina, oramai la seconda economia più grande al mondo (laddove si consideri l’Europa un’unica economia) seguita al terzo posto dal Giappone. Si aggiunga Corea del Sud, Taiwan e (con una certa licenza geografica) Singapore e ci si trova di fronte ad un potente blocco nel contesto dell’economia globale (talvolta identificato come modello di sviluppo capitalistico delle “oche volanti”), il quale rappresenta, al momento, circa un terzo del PIL globale (rispetto al Nord America, che conta ora solo per poco più di un quarto). Se guardiamo indietro a come era configurato il mondo, diciamo per esempio nel 1960, allora l’incedibile crescita dell’Asia orientale come centro di potere dell’accumulazione globale di capitale appare in tutta la sua evidenza.

Cinesi e Giapponesi posseggono ormai enormi fette del sempre crescente debito USA. Vi è stata anche un’interessante sequenza, in cui ogni economia nazionale dell’Asia orientale si è attivata alla ricerca di un fix spaziale per le massicce quantità di capitale eccedente, accumulate all’interno dei rispettivi confini. Il Giappone ha iniziato a esportare capitale alla fine degli anni Sessanta, la Corea del Sud alla fine dei Settanta e Taiwan nei primi Ottanta. Non poco di tale investimento è andato verso il Nord America e l’Europa.

Adesso è il turno della Cina. Un mappa degli investimenti esteri cinesi nel 2000 appariva vuota. Ora la loro ondata sta attraversando non solo la “Nuova via della seta”, lungo l’Asia centrale in direzione dell’Europa, ma anche l’Africa orientale, in particolare, e sino all’America Latina (più della metà degli investimenti esteri in Ecuador proviene dalla Cina). Quando la Cina ha invitato leader da tutto il mondo a partecipare, nel maggio del 2017, alla conferenza della Nuova via della seta, oltre quaranta fra loro sono venuti ad ascoltare il presidente Xi enunciare quello che molti hanno visto come l’esordio un nuovo ordine mondiale, nel quale la Cina dovrebbe essere una (se non la) potenza egemone. Questo significa che la Cina è la nuova potenza imperialista?

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Come David Harvey nega l’imperialismo

di John Smith

phpThumb_generated_thumbnailDavid Harvey, autore di La guerra perpetua: analisi del nuovo imperialismo e di altri acclamati volumi sul capitalismo e l’economia politica marxista, non solo crede che l’epoca dell’imperialismo sia conclusa, ma è anche convinto si sia ribaltata. Nel suo commento su A Theory of Imperialism di Prabhat e Utsa Patnaik, egli afferma:

Coloro fra di noi convinti che le vecchie categorie di imperialismo, al giorno d’oggi, non funzionino adeguatamente, non negano in alcun modo i complessi flussi di valore che espandono l’accumulazione di ricchezza e potere in una parte del mondo a scapito di un’altra. Semplicemente, riteniamo che tali flussi siano molto più complicati e cambino continuamente direzione. Lo storico drenaggio di ricchezza dall’Oriente verso l’Occidente, protrattosi per oltre due secoli, ad esempio, è stato in larga parte invertito negli ultimi trent’anni (enfasi mia, qui e nel prosieguo – JS, p. 169).

Invece di “dall’Oriente verso l’Occidente” si legga “dal Sud al Nord globali”, ovvero, paesi a basso salario e quelli che alcuni, incluso l’autore in questione, definiscono paesi imperialisti. Per riprendere la sorprendente affermazione di Harvey: durante l’epoca neoliberista, vale a dire, gli ultimi trent’anni, Nord America, Europa e Giappone non solo hanno cessato il loro secolare saccheggio di ricchezza da Africa , Asia e America Latina, ma il flusso è stato addirittura invertito: “i paesi in via di sviluppo” stanno ora drenando ricchezza dai centri imperialisti. Questa asserzione, fatta senza portare alcuna evidenza a suo sostegno o una qualsivoglia stima di grandezza, riprende affermazioni analoghe contenute nelle precedenti opere di Harvey. In Diciassette contraddizione e la fine del capitalismo, ad esempio, agli sostiene:

Le disparità nella distribuzione globale di ricchezza e reddito fra paesi si sono molto ridotte, con la crescita del reddito pro capite in molte parti del mondo in via di sviluppo. Il drenaggio netto di ricchezza, che per oltre due secoli è stato prevalentemente dall’Est verso l’Ovest, ora ha invertito la sua direzione, da quando l’Asia orientale in particolare è salita alla ribalta come grande potenza nell’economia globale (p. 173).

La prima frase della citazione esagera enormemente la convergenza globale: una volta rimossa la Cina dal quadro, e dato conto delle accresciute diseguaglianze di reddito in molte nazioni del sud, nessun progresso reale è stato compiuto nel superare l’enorme divario in termini di salari reali e livello di vita tra “Occidente” e resto del mondo.

La seconda frase è confutata da un rapido esame della più importante trasformazione verificatasi nell’epoca neoliberista – lo spostamento dei processi produttivi verso i paesi a basso salario. Le imprese multinazionali con sede in Europa, Nord America e Giappone hanno guidato questo processo, tagliando i costi di produzione e aumentando i margini di profitto, tramite il rimpiazzo della relativamente ben pagata manodopera domestica con quella estera più a buon mercato. Nel suo  Outsourcing, Protecionism, and the Global Labor Arbitrage Stephen Roach, già economista presso Monrgan Stanley, nonché suo responsabile per le operazioni in Asia, ne ha spiegato il motivo:

In un’epoca di eccesso d’offerta, le aziende sono quantomai prive di potere contrattuale relativo ai prezzi. Come tali, si trovano a dover essere inesorabili nella ricerca di nuove forme di efficienza. Non sorprende dunque che il centro di simili sforzi sia il lavoro, il quale rappresenta la maggior parte dei costi di produzione nel mondo sviluppato… I tassi salariali in Cina e India vanno dal 10 al 25% di quelli di lavoratori comparabili negli USA e resto del mondo sviluppato. Conseguentemente, la delocalizzazione che estrae prodotto da lavoratori a salario relativamente basso, nel mondo in via di sviluppo, è divenuta una sempre più urgente tattica di sopravvivenza per le aziende delle economie sviluppate.

La vasta scala raggiunta dalla delocalizzazione della produzione verso i paesi a basso salario, sia attraverso investimenti diretti esteri che tramite rapporti più indiretti, significa uno sfruttamento di gran lunga superiore della manodopera del Sud da parte delle imprese multinazionali di USA, Europa e Giappone, dunque legioni di lavoratori soggetti ad un maggiore tasso di sfruttamento. Talvolta, David Harvey, sembra riconoscere tale realtà. Nella sua critica ai Patnaik, ad esempio, appena due paragrafi prima dell’affermazione secondo la quale l’Oriente sta ormai drenando ricchezza dall’Occidente, osserva che “Foxconn, che produce i computer Apple in un regime lavorativo di supersfruttamento per i lavoratori migranti nel sud della Cina, registra un 3% di profitto, laddove Apple, la quale vende i PC nei paesi metropolitani, realizza il 27%”. Eppure, tutto ciò, nonché il quadro più ampio di cui fornisce un’eloquente illustrazione, implicano nuovi e sempre maggiori flussi di valore e plusvalore per le imprese multinazionali di USA, Europa e Giappone provenienti da lavoratori a basso salario cinesi, bangladesi, messicani e di altre aree, oltreché ragione di individuare in una simile trasformazione il segno di un nuovo stadio nello sviluppo dell’imperialismo. David Harvey, a dispetto delle evidenze, e tuttavia riflettendo un diffuso punto di vista fra i marxisti nei paesi imperialisti, ritiene sia vero il contrario.

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L’Unione europea come progetto di classe e strategia imperialista

di Panagiotis Sotiris e Spyros Sakellaropoulos

Eurocrats

Gli interrogativi circa il carattere dell’Unione europea, intesa come progetto di classe, non hanno ricevuto la dovuta attenzione nei dibatti marxisti, e ciò malgrado alcuni importanti interventi, proprio da parte parte marxista, miranti a una teorizzazione dell'”integrazione europea” [1]. In contrasto rispetto alla tendenza a concepire teoricamente tale processo quale evoluzione di una federazione o confederazione, ci concentreremo sulle strategie di classe in esso inscritte. Un simile approccio dimostrerà come non ci si trovi di fronte ad una forma statale sovranazionale, bensì ad un’avanzata forma assunta dalla coordinazione e integrazione gerarchiche (e necessariamente contraddittorie) del progetto delle classi e stati capitalisti europei, in cui la riduzione della sovranità statale consente una strategia di intensificato sfruttamento capitalistico. Un approccio dal quale scaturiscono conseguenze di natura non solo analitica, ma anche politica, additando la continua rilevanza, per le classi subalterne, di una strategia finalizzata alla rottura del processo di integrazione europea.

Tenteremo dunque di analizzare il carattere di classe dell’Unione europea nella sua evoluzione storica, e le modalità della sua incorporazione all’interno del sistema imperialista. Su queste basi, cercheremo di valutare le dinamiche di integrazione e l’attuale crisi del “progetto europeo”.

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