Almeno 90 miliardi… perché le richieste di riparazioni di guerra della Grecia alla Germania sono giustificate

di Karl Heinz Roth

Un articolo di Karl Heinz Roth sul debito della Germania nei confronti della Grecia dovuto alle riparazioni di guerra (1939-1945), un debito mai pagato. Lo storico e militante tedesco, già membro della direzione nazionale della Lega tedesca degli studenti socialisti e fondatore della rivista 1989, descrive il saccheggio subito dalla Grecia durante l’occupazione tedesca e propone un calcolo del debito dovuto attualmente dalla Germania, argomentando contemporaneamente sulla legittimità delle richieste di riparazione da parte greca.

image_0.large
Walther von Brauchitsch, comandante in capo della Wermacht, visita l’acropoli nel 1941 nel corso dell’occupazione tedesca

Il 6 aprile del 1941 la Wehrmacht attacca la Yugoslavia e la Grecia. Alla fine dell’ottobre del 1940 l’esercito greco ha respinto l’offensiva italiana partita dall’Albania, a seguito di questi eventi un corpo di spedizione britannico di supporto viene stanziato nel paese. Per i tedeschi questo sviluppo implica una doppia minaccia strategica. Innanzitutto per quanto riguarda i giacimenti petroliferi rumeni ma anche in relazione alla programmata offensiva contro l’Unione sovietica, che ora presenta debolezze sul fianco sud-est. Nel 1941 la Yugoslavia e la Grecia non sono nelle condizioni di resistere all’attacco della 12ª armata della Wehrmacht.

I vertici della Wehrmacht si servono di questa guerra lampo (“Blitzkriegs-Exkurs”) al fine di sperimentare il saccheggio economico totale destinato ad essere replicato in Unione sovietica. La Grecia viene sistematicamente depredata. Tra l’inizio dell’offensiva e i primi del giugno 1941 ingenti quantitativi di minerali e di concentrato di cromo, di zinco, stagno, rame e piombo vengono ammassati nel porto di Salonicco per il trasporto verso la Germania. Inoltre, i dirigenti industriali tedeschi prendono il controllo della produzione annuale di metalli industriali come bauxite, manganese, nickel, molibdeno e pirite, al punto che la somma totale annuale delle esportazioni di materie prime si attesta tra i quarantacinque i cinquanta milioni di Reichsmark (RM). Il carbone, l’olio minerale e i più importanti prodotti agricoli d’esportazione come l’uva passa, l’olio d’oliva, il cotone, lo zucchero, il riso e il baco da seta vengono ugualmente inviati in Germania. Ancora, gli ufficiali incaricati delle questioni economiche confiscano i macchinari del consorzio di armamenti di Bodsakis e gran parte del materiale rotabile delle ferrovie.

Tuttavia, il bottino più considerevole rimane il tabacco. Sotto la direzione del manager della Reemtsma, Otto Lose, tutto il raccolto 1939-1940 è confiscato e trasportato in Germania. Si tratta di circa 85.000 tonnellate di tabacco orientale, ovvero l’equivalente di 175 milioni di Reichsmark. Una quantità sufficiente a rifornire la Germania di sigarette per un anno, e la cui vendita genera entrate fiscali per l’ammontare di 1,4 miliardi di Reichsmark.

In cambio di tali “acquisti” la 12ª armata emette dei certificati di fornitura con promessa di pagamento, o dei “buoni di credito” – il mezzo di pagamento della Wehrmacht –  indicizzati ai prezzi del 1939. Pagamenti o promesse di pagamento da rifinanziare sia con denaro liquido (in dracme), sia in crediti del governo collaborazionista del generale Tsolakoglu, insediato il 30 aprile 1941. Governo costretto a stampare denaro, indebitare lo stato e gonfiare il deficit di bilancio della banca centrale greca. Si tratta del primo passo verso l’iperinflazione, l’altra faccia delle spedizioni di saccheggio. La caduta dell’economia greca è tanto rapida che l’industria di trasformazione perde i suoi approvvigionamenti ed è costretta a ridurre la produzione.

A seguito di un tale saccheggio economico pianificato le condizioni economiche si degradano drammaticamente. La dracma subisce due svalutazioni. Nell’agosto 1941 un primo pagamento mensile di tre miliardi di dracme viene imposto alla banca centrale greca per rimborsare i costi dell’occupazione. Una politica che abbatte le difese economiche del paese. Ormai la Wehrmacht considera la Grecia come un trampolino di lancio per le sue operazioni verso il nord Africa e il canale di Suez, i costi di approvvigionamento e logistica lievitano vertiginosamente e sono compresi nei costi di occupazione. A seguito dell’iperinflazione i costi dei generi alimentari aumentano rapidamente: raddoppiano alla fine del 1941, si moltiplicano per quattro e per cinque fra il 1942 e l’inizio del 1944. L’attività del settore agro-alimentare si riduce drasticamente. Fa la sua comparsa la carestia.

Nelle città grandi e medie circa centomila persone muoiono di fame o di malattie legate all’inedia nel corso dell’inverno 1941/42. La maggior parte delle vittime sono bambini e anziani appartenenti alle classi popolari. Coloro che ne hanno la possibilità si rifugiano nelle aree di campagna affidandosi all’economia di sussistenza. Una massiccia migrazione interna che va a sostenere la resistenza, la quale, nel frattempo, va organizzandosi rapidamente.

Continua a leggere “Almeno 90 miliardi… perché le richieste di riparazioni di guerra della Grecia alla Germania sono giustificate”

Il paradosso del riformismo

di Robert Brenner 

Robert Brenner
Robert Brenner è professore di storia e direttore del Center for Social Theory and Comparative History dell’UCLA

La differenza tra riforma e rivoluzione non è una questione di programmi. In realtà il riformismo è incapace di ottenere autonomamente le riforme. In questo testo del 1993, destinato ai quadri dell’organizzazione Solidarity, Robert Brenner espone le ragioni sociologiche di questo paradosso, traendone le conseguenze strategiche riguardo al caso degli Stati Uniti. Il riformismo è l’ideologia spontanea di un determinato ceto sociale: i funzionari sindacali e i politici socialdemocratici. Brenner sostiene che la socialdemocrazia è una vera e propria “forma di vita”, la cui riuscita non dipende dalle sconfitte o dalle vittorie della lotta di classe, bensì dalle negoziazioni sindacali o dai risultati elettorali. Il compito dei rivoluzionari non è combattere i “programmi riformisti” quanto opporsi a un orientamento, interno alle lotte, che rende inevitabile la difesa dell’ordine stabilito.

Mi è stato chiesto di parlare delle lezioni storiche da trarre dalle rivoluzioni del XX secolo. Ma poiché il nostro principale interesse si rivolge a insegnamenti che possano essere rilevanti per il XI secolo, ho ritenuto più opportuno soffermarmi sulle esperienze delle riforme e del riformismo. “Il riformismo”, infatti, è ben presente tra di noi, sebbene raramente compaia sotto quest’etichetta, preferendo mostrarsi sotto una luce più favorevole. Resta il fatto che si tratta del nostro principale concorrente politico, è quindi necessario comprenderlo meglio. Per iniziare, è chiaro che il tratto distintivo del riformismo non consiste nel suo obbiettivo di attuare delle riforme. Rivoluzionari e riformisti mirano entrambi a delle riforme. In effetti, la lotta per ottenere delle riforme rimane la principale preoccupazione dei primi. I riformisti condividono, in buona parte, il nostro programma, o perlomeno è ciò che affermano. Anch’essi sono a favore di salari più alti, per la piena occupazione, uno stato sociale migliore, sindacati più forti e  una qualche forma di partito operaio.

Ora, se puntiamo a guadagnare i riformisti alla nostra politica non vi perverremo giocando al rialzo rispetto alle proposte del loro programma. Noi non possiamo portare dalla nostra parte i riformisti che tramite la nostra teoria (la nostra comprensione del mondo) e, ancora più importante, il nostro metodo e la nostra pratica. Ciò che distingue il riformismo, nell’azione quotidiana, è il suo metodo politico e la sua teoria, non il programma. Schematicamente, i riformisti ritengono che anche se l’economia capitalista porta in sé la tendenza verso la crisi, l’intervento dello stato può aiutare il capitalismo a raggiungere la stabilità e la crescita a lungo termine. D’altra parte, lo stato rappresenta per loro uno strumento che può essere utilizzato da qualsiasi gruppo, compresa la classe operaia, per servire i propri interessi.

Il metodo politico e la strategia del riformismo sono conseguenza diretta di tali premesse. I lavoratori, le lavoratrici, gli oppressi, possono, e dovrebbero, impegnarsi nella battaglia elettorale, al fine di conquistare il controllo dello stato e assicurasi una legislazione che regoli il capitalismo, e su questa base migliorare le proprie condizioni di lavoro e, più in generale, il loro livello di vita.

Continua a leggere “Il paradosso del riformismo”

Le origini dello slogan “socialismo o barbarie” di Rosa Luxemburg

Una traduzione in italiano di un articolo di Ian Angus, curatore del sito Climate & Capitalism, nel quale si fa un tentativo di tracciare l’origine dello slogan di Rosa Luxemburg “socialismo o barbarie”

Gli storici hanno fornito svariate spiegazioni, nessuna delle quali realmente convincente.

Sulle tracce di un importante slogan socialista fino alla sua inaspettata fonte.

di Ian Angus

Sono convinto di aver risolto un piccolo enigma della storia socialista.

Il motto di Climate & capitalism, “eco-socialismo o barbarie: non esiste una terza via”, è basato sullo slogan “socialismo o barbarie” promosso con grande impatto da Rosa Luxemburg durante la Prima guerra mondiale e la successiva rivoluzione tedesca, in seguito adottato da moti socialisti.

Rosa Luxemburg

L’enigma è questo: da dove viene tale concetto?
Il resoconto della stessa Luxemburg non è soddisfacente, così come non lo sono i tentativi compiuti dagli studiosi di sinistra di spiegare (o giustificare) la confusione della sua spiegazione.

L’idea dell’umanità posta difronte alla scelta fra la vittoria del socialismo e la fine della civiltà venne lanciata dalla Luxemburg, per la prima volta volta, in un vigoroso pamphlet contro la guerra scritto in prigione nel 1915. La crisi della socialdemocrazia, meglio conosciuto come Juniusbroschüre, dallo pseudonimo Junius cui ricorreva la rivoluzionaria tedesca per evitare conseguenze giudiziarie, giocò un ruolo chiave nell’educare ed organizzare l’opposizione rivoluzionaria di sinistra ai vertici del Partito socialdemocratico tedesco schierati a favore della guerra.

La Luxemburg attribuisce il concetto a uno dei fondatori del socialismo moderno:

“Friedrich Engels una volta disse: `La società borghese si trova ad un bivio, o la transizione al socialismo o la regressione alla barbarie.´… Finora tutti, probabilmente, abbiamo lette e ripetute queste parole senza rifletterci, non sospettando la loro spaventosa serietà. … Oggi ci troviamo di fronte la scelta preconizzata con esattezza da Engels nella precedente generazione: o il trionfo dell’imperialismo e il collasso di ogni civilizzazione come nell’antica Roma, e dunque spopolamento, desolazione, degenerazione – un enorme cimitero. Oppure la vittoria del socialismo, il che significa la cosciente e attiva lotta del proletariato internazionale contro l’imperialismo ed i suoi metodi di guerra.”

Qui sta il problema: nonostante accurate ricerche tra i suoi scritti, sia pubblicati che inediti, nessuno ha trovato le parole che si suppone Engels abbia usato. Allora che cosa è accaduto?

Friedrich Engels

Per prima cosa dobbiamo notare che la traduzione inglese pone inesattamente tra virgolette la frase che la Luxemburg attribuisce a Engels. Queste virgolette non compaiono nel testo in tedesco, cosa che indica che non si tratta di una citazione diretta, dunque non possiamo aspettarci di ritrovare queste esatte parole in Engels. Ciò è ancor più vero se si tiene conto del fatto che la Luxemburg scriveva in carcere, quindi con un accesso limitato a testi socialisti, per cui vanno messi in conto gli errori di memoria.

Tenendo a mente questi fatti diamo un occhiata alle ipotesi avanzate da tre studiosi circa i passaggi che la Luxemburg avrebbe potuto avere in mente nell’attribuire a Engels la frase “La società borghese si trova ad un bivio, o la transizione al socialismo o la regressione alla barbarie.”

Continua a leggere “Le origini dello slogan “socialismo o barbarie” di Rosa Luxemburg”