Chi si occupa ancora dell’imperialismo francese? Intervista a Claude Serfati

Spesso rimesso in causa, il concetto di imperialismo è essenziale per la nostra comprensione del mondo. Lungi dall’essere una fissazione cospirazionista, o un sinonimo di colonialismo, comporta una dimensione politica, economica e sociale. Per Claude Serfati è necessario intendere l’imperialismo come espressione degli imperativi dell’accumulazione del capitale. Attraverso tale concetto traccia un quadro impressionante della Francia di oggi: un’industria esangue e un debole potenziale di espansione, compensati da una politica ultra-bellicista, neo-coloniale, appoggiata da grandi gruppi strategici (armamenti, nucleare, petrolio). Questa «economia politica della Quinta repubblica» costituisce una proposta teorica marxista innovativa, che consente di articolare stato e capitale in modo risolutamente dialettico.

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Quanto è pertinente oggi il concetto di imperialismo dati i numerosi tentativi di metterlo in causa, tentativi provenienti da parte di non-marxisti ma anche da marxisti di primo piano (Panitch, Teschke, Robinson, ecc.)?

È senz’altro pertinente. Personalmente mi pongo meno interrogativi rispetto ai suoi detrattori, ai quali si può aggiungere Ellen Meiksins Wood per completare la vostra lista, i quali non si interrogano sulla questione dell’attualità del termine «capitalismo» per esempio. Parlo di marxisti che non hanno alcun problema nel qualificare la dominazione del capitalismo, e che al contrario tacciano la nozione di imperialismo di ogni male. Ne contestano la pertinenza perché alla fine del XIX secolo, effettivamente, si è prodotto un cambiamento. Ci ritorneremo in seguito.

Esistono numerose definizioni dell’imperialismo. Se si prendono in considerazione i cinque criteri di Lenin vedrà che non sono poi così desueti. Certo è necessario rivedere la questione della fusione tra capitale industriale e capitale bancario, ma nessuno dei cinque criteri ne esce, a tutt’oggi, ridimensionato. Detto questo, apprezzo, perché feconda per un avanzamento della categoria di imperialismo, la definizione di Rosa Luxemburg secondo la quale l’imperialismo è «la traduzione politica dell’accumulazione del capitale». Senza dubbio conciso e mirato e si badi che traggo la frase da un libro estremamente denso. Ovviamente essa non abbraccia tutta la realtà dell’imperialismo. Non si tratta di affermare che tale definizione copre interamente il concetto, ma mi piace, accanto a quelle dei classici marxisti sul tema, poiché illustra ciò che è accaduto alla fine del XIX secolo, vale a dire, le relazioni tra economia e politica. Marx, nel suo lavoro, non si è concentrato sulla questione perché non era il suo obiettivo (egli aveva previsto di includere la questione dello stato in Il capitale), ma vedremo che ci ha indicato alcune piste da seguire. L’imperialismo è la congiunzione di alcune tendenze profonde inerenti al capitalismo – la creazione del mercato mondiale, la supremazia della forma-denaro del capitale, così come tendenze politiche – il ruolo degli stati. Alcuni ricercatori, per esempio Callinicos, hanno ugualmente sviluppato un simile punto di vista.

Tra i marxisti viene mossa una grande obiezione alla nozione di imperialismo, ossia l’obsolescenza delle guerre inter-imperialistiche. In effetti, se si vuole sostenere che l’imperialismo è cambiato da un secolo a questa parte, sono d’accordo, tuttavia nessuno di questi marxisti ha ridotto l’imperialismo a delle guerre tra paesi capitalisti sviluppati. Quindi, il fatto che una tendenza la quale ha portato a una certa caratterizzazione dell’imperialismo sia oggi superata da certe condizioni non mi pare invalidi la teoria nel suo insieme. Tanto più che sono ormai qualche decina di anni che mi occupo di militarismo, e se non ci sono conflitti diretti che siano la continuazione tramite la guerra di rivalità inter-imperialistiche, vi sono, malgrado tutto, guerre che sono il prodotto dell’imperialismo contemporaneo. Anche in questo caso, i dettatori dovrebbero spiegare in cosa le guerre per le risorse, profondamente integrate al capitalismo dai flussi finanziari sud-nord, e dal fatto per cui gli stai dominanti necessitano di quelli falliti nei quali si dispiegano le guerre, non possono essere esplicate nel quadro dell’imperialismo. Al contrario, sono convinto che esse siano perfettamente spiegabili in tale quadro. Si potrebbe aggiungere la questione della Cina, sarebbe a dire la questione delle rivalità inter-imperialistiche e delle sue possibili conseguenze militari, benché uno scontro militare tra la Cina e l’imperialismo americano sia poco probabile. Analogamente, si può riflettere a proposito dei conflitti tra gli imperialismo occidentali e la Russia, i quali sfociano in conflitti ‘per procura’.

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L’Egitto: marxismo e specificità

di Georges Labica

L’Islam delle formazioni capitaliste periferiche può risolversi nel marxismo? È ciò su cui si interroga Georges Labica in questa dettagliata recensione dell’opera di Anouar Abdel-Malek «Ideologia e rinascita nazionale». Attraverso la magistrale ricostruzione della storia dell’ideologia nazionale in Egitto fornita da Abdel-Malek, tutte le ambiguità delle società post-coloniali a maggioranza musulmana vengono alla luce: l’incertezza tra la nazione e la comunità religiosa, il ruolo economico e militare dello stato centralizzato, la resistenza unitaria alla colonizzazione. Al di là di una storia intellettuale della rinascita egiziana, del suo fallimento e delle origini del nasserismo, Labica si impegna in una discussione sugli intellettuali progressisti del mondo arabo, il loro sradicamento e la loro resilienza. Il confronto con Abdel-Malek si rivela dunque un campo di ricerca fecondo per un marxismo risolutamente anti-eurocentrico.

Con Ideologia e rinascita nazionale (1) Abdel-Malek ci offre una summa di considerevole portata. Preziosa da una duplice prospettiva: in primo luogo apre, in particolare a noi europei – questo è il giusto contesto per ricordare la nostra appartenenza – , il campo poco o mal conosciuto di una civilizzazione geograficamente vicina e, a causa di nodi non del tutto sciolti, a noi prossima storicamente; in secondo luogo, essa si pone l’obbiettivo, esemplare per noi marxisti, di trattare in modo specifico la propria materia d’indagine. Prossimità e distanza, alterità e identità, sono quindi le premesse del nostro approccio, un po’ le sentinelle delle difficoltà che lo caratterizzano. Ma è necessario metterle sotto osservazione, non per uno scrupolo che preverrebbe i nostri passi falsi, invocando in anticipo indulgenza per loro, bensì per stabilire in tutto il suo rigore la problematica alla quale ci introduce l’opera di Abdel-Malek: quella del rapporto tra specificità e universale, o per meglio dire, quella della possibilità di un’analisi marxista concernente una realtà, una formazione economica e sociale, la quale parrebbe, a una prima approssimazione, presentare delle particolarità portatrici di una contraddizione di principio con l’approccio che intende renderne conto. In una parola: l’Egitto è un possibile oggetto di conoscenza scientifica? È passibile di una tale conoscenza, che non solo vuole produrre l’intelligibilità dei fenomeni sociali, ma anche i mezzi e le vie della transizione di ogni società a una forma superiore? A questa questione, notoriamente controversa (2), Anouar Abdel-Malek, che all’autorità dello studioso unisce quella del militante (3), dà una risposta affermativa. Diciamo, senza ulteriori indugi, che tale risposta è ormai tra quelle che contano, impossibili da eludere, e che per la ricchezza di informazioni, il rigore del suo metodo e la sua forza di persuasione, giungerà a tutti coloro in cui è viva la preoccupazione per il nostro mondo.

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Ideologia e rinascita nazionale porta a compimento il progetto di Esercito e società in Egitto (4). Questa prima opera trattava in effetti del periodo contemporaneo della storia egiziana e proponeva, partendo dai migliori lavori marxisti autoctoni sulla questione (5), una spiegazione del nasserismo della quale Maxime Rodinson ha illustrato magistralmente tutta l’importanza (6). Si trattava, nell’analizzare la composizione di classe della società egiziana insieme alle correnti di pensiero che la attraversavano, di stabilire, in un primo tempo, la natura e la funzione del gruppo politico degli Ufficiali liberi che prese il potere a seguito del colpo di stato del 1952, e in un secondo tempo, di individuare, secondo le tappe della sua pratica (7), il profilo di tale gruppo insieme a quello della società che si prefiggeva di plasmare. Ci si trovava di fronte, in tal modo, per quanto riguarda il decennio 1952-1962, a un regime segnato da profonde contraddizioni,  tanto sul piano della politica interna che su quello della politica estera (8), e ciononostante in grado di mantenere saldamente il potere e costruire una società indipendente. Queste contraddizioni rivelavano, tuttavia, la necessità di un’ideologia che consentisse al regime di auto giustificarsi e, al contempo, legittimare la propria azione presso le masse, al fine di mobilitarle. L’ambiguità tra il riferimento al socialismo (9) e l’egemonia di fatto lasciata ai sostenitori dell’Islam più reazionario, era a quel punto pronta a esplodere; lo stato militare stesso si bloccava all’interno di frontiere nazionali e nazionalistiche, nel momento stesso in cui affermava, attraverso motivazioni ideologiche nazionaliste, la sua vocazione a superarle. La tesi di Anouar Abdel-Malek tenta precisamente di risalire alle radici di tale situazione, ossia trovare nell’Egitto di ieri e di avantieri (10) la matrice di quello attuale; la preminenza, evidente sin dal titolo, attribuita all’analisi sovrastrutturale, risponde a una duplice preoccupazione: rendere conto della posizione ricoperta dall’ideologia dopo la prima rinascita egiziana e fino ai nostri giorni; sviluppare, in questo modo, un settore di ricerca lungamente trascurato (11). È così tracciata anche la nostra linea di condotta per le pagine che seguiranno: essa consisterà in una riflessione sull’obbiettivo dichiarato (12) del nostro autore, vale a dire, il problema teorico dell’ideologia.

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Mohammed- ‘Ali

È utile, prima di giungere al nocciolo della ricerca, fornire almeno una rassegna delle fasi che vi hanno condotto, trattandosi evidentemente non solo di rispettare la più elementare logica, ma di lasciare al lettore il gusto di sondare una ricchezza della quale troverà qui solo il pallido riflesso. La rinascita nazionale dell’Egitto, tra l’altro «la nazione più antica e compatta della storia» (p. 13), risale agli ultimi anni del XVIII secolo. L’Egitto moderno vede la luce con Mohammad-‘Ali (da noi Mehmet Ali), il cui regno durerà dal 1805 al 1848. «Unico tra i governanti degli stati dell’oriente musulmano dell’epoca, Mohammad-‘Ali considera il fattore economico come fondamento di quello politico – e per ciò che questo astuto ufficiale albanese assurge al rango di statista. Lo stato che si tratta di edificare, nella fattispecie, è concepito in origine, nel 1805, come una formazione etnica, incentrata su di un esercito potente e efficace, poggiantesi su un’economia moderna e autarchica» (p. 24). La storia politica stessa, all’epoca, pone l’economia in primo piano; di conseguenza è opportuno, seguendo l’autore, rintracciare i tratti caratteristici del paese:

> instaurazione del monopolio di stato nel commercio e nell’industria, in aggiunta a quello sulla terra, appannaggio del viceré fino alla legge agraria del 1858

> creazione di un mercato nazionale unificato (grandi opere di d’Ismâ’îl, successore di Mohammad-‘Ali)

> integrazione, dopo l’occupazione britannica, dell’economia egiziana nel circuito dell’economia internazionale per mezzo di prestiti e, soprattutto, della monocoltura del cotone (p. 109),

> costituzione di strutture sociali: due fatti importanti, in particolare, emergono: nelle campagne  «il processo giuridico di costituzione della proprietà privata della terra» (p. 81), nella seconda metà del secolo, fa emergere la classe dei grandi proprietari terrieri, a fianco della quale si distinguono altri tre gruppi sociali, quello dei proprietari che hanno ricevuto terre incolte, quello dei piccoli proprietari terrieri e, infine, quello dei contadini senza terra, rispetto ai quali si dispone di rare informazioni (p. 88); in città, l’epoca di Mohammad-‘Ali vede la formazione di una classe operaia dalla quale emergerà, al volgere del secolo, un proletariato industriale (nel 1899, al Cairo, viene fondato il primo sindacato, quello dei lavoratori del tabacco); gli altri ceti urbani si scompongono in classi superiori (pascià, grandi proprietari redditieri, alti funzionari, gerarchi religiosi, capi militari, quadri superiori dell’economia), classi medie e, in fondo alla scala sociale, una sorta di lumpen-prolétariat nel quale vagabondi e prostitute hanno un posto di rilievo.

Precisiamo: questa distribuzione non è statica, essa evolve in rapporto diretto con lo sviluppo del settore capitalistico (13). Questi tratti sono espressivi della specificità che segna la rinascita della formazione nazionale egiziana: uno stato centralizzato, dotato di un potente apparato, che da impulso alla vita economica e mantiene, anche sotto l’occupazione straniera, un margine di autonomia sufficiente per l’insorgere del movimento nazionale; l’esistenza di un settore capitalistico (14) nazionale e contemporaneamente integrato nel mercato economico mondiale; a tutto ciò vanno aggiunte, per completezza, alcune distorsioni interne, come la disparità di sviluppo tra alto e basso Egitto, e un rapporto città-campagna differente, per l’epoca, da quello delle altre nazioni dominate (p. 111). Ma questa specificità non ha niente di irriducibile. Se da un lato fa giustizia dell’interpretazione che vedeva nell’Egitto, secondo alcuni fino al 1952, una formazione di tipo «feudale» (15), essa riconosce non meno che «l’Egitto condivide il destino di tutti i paesi soggetti all’imperialismo, del quale J.-A. Hobson, e in seguito Lenin e Rosa Luxemburg hanno fornito il quadro d’insieme» (p. 109). Tale è l’analisi che costituisce il punto di partenza dell’inchiesta condotta da Anouar Abdel-Malek. Su questo sfondo, che rappresenta il fallimento della prima rinascita egiziana sotto l’impatto dell’occupazione britannica, l’autore va a circoscrivere l’oggetto del suo lavoro la sociologia della cultura (p. 93), alla quale chiede di produrre le condizioni ideologiche del rinnovamento nazionale contemporaneo. Quattro passaggi successivi (dalla terza ala quarta parte) e due fasi storiche successive (1805-1879 e 1879-1892) illustrano il suo scopo; ne tracceremo le linee generali, riservandoci di insistere più particolareggiatamente sull’ultimo periodo (trattato nella quinta parte, 1879-1892), introduttivo al dibattito di fondo.

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L’abolizione del lavoro nell’insegnamento di Marx

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Pieter Bruegel il Vecchio, Paese della cuccagna, 1567.

“la rivoluzione comunista… sopprime il lavoro”

“i proletari invece, per affermarsi personalmente, devono abolire… il lavoro”

“non si tratta di liberare il lavoro, ma di abolirlo”

Karl Marx

LE VICISSITUDINI DELL’IDEA DELL’ABOLIZIONE DEL LAVORO NELL’INSEGNAMENTO DI MARX – UN’IDEA CHE PUÒ ESSERE RIVITALIZZATA?                                                              

di Uri Zilbersheid

INTRODUZIONE

Una delle più importanti idee di Karl Marx è quella dell’abolizione del lavoro. Nonostante la centralità di tale concetto nei primi scritti marxiani e, in una certa misura, anche negli ultimi, esso non è stato oggetto di molte discussioni nella letteratura marxista. In effetti, numerosi studiosi occidentali del pensiero marxiano hanno riconosciuto il carattere umanistico dell’insegnamento di Marx, identificando il desiderio di superare l’alienazione, all’interno e all’esterno della produzione, come loro motivo fondamentale. Ciononostante, la radicale visione marxiana – l’abolizione dl lavoro – non ha ottenuto il dovuto riconoscimento. Il pensiero marxiano è votato alla liberazione dell’uomo da ogni forma di asservimento, e l’abolizione del lavoro costituisce un aspetto rilevante di questa liberazione.

Naturalmente, il concetto marxiano dell’abolizione del lavoro è stato preso in considerazione da pensatori di primo piano come Herbert Marcuse [1] e Erich Fromm, [2] i quali cercano di integrarlo nel loro insegnamento, sopratutto nella loro prospettiva socialista. È stato anche discusso, in Israele, da Ygal Wagner [3] e Michael Strauss, [4] non esitando nell’attribuirgli grande importanza. Robert Tucker e Robert steigerwald andrebbero citati tra gli studiosi che si sono occupati del concetto. Tucker sostiene correttamente che la rivoluzione comunista, come paventata da Marx, dovrebbe costituire “un modo di produzione radicalmente nuovo che abolisce e trascende… il ‘lavoro’ stesso nel senso in cui l’umanità lo ha sempre conosciuto”. [5] L’atteggiamento di Steigerwald nei confronti dell’idea marxiana di abolizione del lavoro, d’altra parte, è negativo. nel suo libro su Herbert Marcuse, egli rimprovera a quest’ultimo l’aver adottato la “più estrema e ‘escatologica’ delle conclusioni di Marx, da lui in seguito ulteriormente esasperata… ‘l’ida dell’abolizione del lavoro'”. [6] Alcuni aspetti di quest’idea sono stati discussi da Benedito Rodiguesde, Moraes Neto e Bruno Gulli nel corso della conferenza “Marxism 2000” (Amherst, massachusetts, 21-24 settembre 2000). [7] Per quanto mi riguarda, basandomi sulla mia interpretazione degli insegnamenti di Marx, appartengo al filone stabilito da Fromm e, in particolare, da Marcuse.

Né i marxisti né gli studiosi più in generale che hanno trattato il concetto di lavoro di Marx possono essere biasimati per non aver tenuto in debito conto l’abolizione del lavoro, dal momento che, come nota Steigerwald, lo stesso Marx sembrerebbe aver abbandonato una simile idea nei suoi ultimi scritti. Un abbandono dalle conseguenze fatali e di lungo termine per la piena realizzazione della libertà umana. Esso suggerisce, infatti, che non solo la produzione non può essere trasformata in un’attività libera, ma anche che le relazioni sociali di sfruttamento non possono essere abolite.

Al cuore della fase culminante della società comunista, come descritta da Marx nei primi scritti, vi è l’abolizione del lavoro. La più nota abolizione della proprietà privata, dello stato e quella meno conosciuta della divisione del lavoro, sono tutte condizionate all’abolizione del lavoro stesso. In seguito sarà ulteriormente chiarito che abolizione del lavoro non è abolizione della produzione, bensì trasformazione del prevalente modo di produzione in uno del tutto nuovo non più definibile come “lavoro”.

Per Marx la trasformazione dell’attività umana, specificamente l’attività produttiva, in una forma nuova e non alienata è essenziale per il cambiamento della società. Se non modifichiamo la nostra attività, ogni sforzo al fine di creare nuovi rapporti socialisti, e dunque senza sfruttamento, è destinato necessariamente a una regressione allo stato precedente. Naturalmente, una tale regressione non significa inevitabilmente, per fare un esempio, un immediato risorgere del capitalismo. Significa che lo sfruttamento può assumere molteplici forme, anche di tipo “socialista”. Il ripristino del capitalismo può, prima o poi, seguire lo sviluppo di forme di sfruttamento “socialiste”, se gli esperimenti socialisti avvengono in un contesto capitalista. Così ogni ritirata rispetto all’idea dell’abolizione del lavoro è un fattore critico, poiché segna l’inevitabile impossibilità di sopprimere i rapporti di sfruttamento. Sebbene Marx non ha mai effettivamente ammesso l’abbandono della convinzione circa la possibilità di abolire i rapporti di sfruttamento, una simile conclusione, come cercherò di dimostrare, è ineluttabile.

Cosa è, in effetti, l’abolizione del lavoro? Come possiamo comprendere la relazione tra essa e l’abolizione dei rapporti di sfruttamento? Quali sono le possibili ragioni alla base dell’accantonamento da parte di Marx di tale idea? È possibile rivitalizzarla, tenendo conto dei nuovi sviluppi nella tecnologia? Questi sono i quesiti che verranno discussi in questo articolo.

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Attenzione al golpe giudiziario in Brasile

 di Alfredo Saad-Filho

Il colpo di stato giudiziario contro la presidente  Dilma Rousseff è il culmine della più profonda crisi politica che il Brasile abbia vissuto da cinquant’anni a questa parte.

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Periodicamente il sistema politico borghese precipita verso la crisi. La macchina statale impazzisce e s’inceppa; i veli del consenso vengono ridotti a brandelli e gli strumenti del potere appaiono nudi in modo inquietante. Il Brasile sta vivendo uno di questi momenti: il paese dei balocchi per gli scienziati sociali – un incubo per tutti gli altri.

Dilma Rousseff è stata eletta presidente una prima volta nel 2010 con una maggioranza del 56 per cento  contro il 44 per cento del candidato d’opposizione della destra neo-liberale appartenente al PSDB (Partito della Social Democrazia Brasiliana). È stata rieletta quattro anni dopo con una maggioranza minore, e tuttavia netta, del 52 per cento contro il 48 per cento – un margine di 3,5 milioni di voti.

La seconda vittoria di Dilma ha scatenato il panico nell’opposizione neo-liberale e allineata agli USA. La quarta elezione consecutiva di un presidente affiliato alla formazione di centrosinistra del PT (Partito dei lavoratori) è stata una cattiva notizia per l’opposizione, poiché lasciava intendere che il fondatore del PT Luís Inácio Lula da Silva potesse ripresentarsi nel 2018. Lula è stato presidente dal 2003 al 2010, nel momento in cui ha lasciato l’incarico il suo tasso di approvazione ha raggiunto il 90 per cento, facendone il leader più popolare della storia del Brasile. Dunque una probabile sequenza di eventi che potrebbe escludere l’opposizione dalla presidenza per un’intera generazione. Opposizione la quale ha immediatamente respinto l’esito delle urne. Per quanto nessun reclamo credibile sia stato avanzato poco importa, si è deciso che Dilma Rousseff avrebbe dovuto essere rovesciata con ogni mezzo necessario. Per comprendere ciò che è accaduto in seguito è necessario ritornare al 2011.

Dilma ha ereditato da Lula un’economia in piena espansione. Insieme alla Cina e ad altri paesi a medio reddito si è ripreso con vigore dalla crisi globale. Il PIL si è ampliato del 7,5 per cento nel 2010, il tasso più veloce degli ultimi decenni, e l’ibrido di politiche economiche neoliberiste-neosviluppiste di Lula sembrava aver centrato l’equilibrio perfetto: sufficientemente ortodosso per godere della fiducia di ampi settori della borghesia, e abbastanza eterodossa per dispiegare la più grande redistribuzione del reddito e dei privilegi che la storia del Brasile ricordi, assicurandosi il sostegno della classe lavoratrice formale e informale. Per esempio, il salario minimo è aumentato del 70 per cento e 21 milioni di posti di lavoro (per lo più a bassa retribuzione) sono stati creati negli anni Duemila. Le prestazioni sociali sono aumentate significativamente, compreso il noto programma di trasferimento condizionato di denaro Bolsa Família, il governo, inoltre, ha sostenuto una considerevole espansione dell’istruzione superiore, comprendente le quote per i neri e gli alunni delle scuole statali. Per la prima volta i poveri hanno potuto accedere all’istruzione, nonché a un reddito e a prestiti bancari. Hanno potuto studiare, guadagnare, prendere in prestito, e occupare spazi precedentemente monopolizzati dalle classi medio-alte: aeroporti, centri commerciali, banche, strutture sanitarie private, le strade, intasate da automobili economiche pagate in 72 rate facilitate. La coalizione di governo ha goduto di un’agevole maggioranza in un congresso assai frammentato, e la leggendaria abilità politica di Lula è riuscita a mantenere buona parte dell’élite politica dalla sua parte.

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