Attenzione al golpe giudiziario in Brasile

 di Alfredo Saad-Filho

Il colpo di stato giudiziario contro la presidente  Dilma Rousseff è il culmine della più profonda crisi politica che il Brasile abbia vissuto da cinquant’anni a questa parte.

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Periodicamente il sistema politico borghese precipita verso la crisi. La macchina statale impazzisce e s’inceppa; i veli del consenso vengono ridotti a brandelli e gli strumenti del potere appaiono nudi in modo inquietante. Il Brasile sta vivendo uno di questi momenti: il paese dei balocchi per gli scienziati sociali – un incubo per tutti gli altri.

Dilma Rousseff è stata eletta presidente una prima volta nel 2010 con una maggioranza del 56 per cento  contro il 44 per cento del candidato d’opposizione della destra neo-liberale appartenente al PSDB (Partito della Social Democrazia Brasiliana). È stata rieletta quattro anni dopo con una maggioranza minore, e tuttavia netta, del 52 per cento contro il 48 per cento – un margine di 3,5 milioni di voti.

La seconda vittoria di Dilma ha scatenato il panico nell’opposizione neo-liberale e allineata agli USA. La quarta elezione consecutiva di un presidente affiliato alla formazione di centrosinistra del PT (Partito dei lavoratori) è stata una cattiva notizia per l’opposizione, poiché lasciava intendere che il fondatore del PT Luís Inácio Lula da Silva potesse ripresentarsi nel 2018. Lula è stato presidente dal 2003 al 2010, nel momento in cui ha lasciato l’incarico il suo tasso di approvazione ha raggiunto il 90 per cento, facendone il leader più popolare della storia del Brasile. Dunque una probabile sequenza di eventi che potrebbe escludere l’opposizione dalla presidenza per un’intera generazione. Opposizione la quale ha immediatamente respinto l’esito delle urne. Per quanto nessun reclamo credibile sia stato avanzato poco importa, si è deciso che Dilma Rousseff avrebbe dovuto essere rovesciata con ogni mezzo necessario. Per comprendere ciò che è accaduto in seguito è necessario ritornare al 2011.

Dilma ha ereditato da Lula un’economia in piena espansione. Insieme alla Cina e ad altri paesi a medio reddito si è ripreso con vigore dalla crisi globale. Il PIL si è ampliato del 7,5 per cento nel 2010, il tasso più veloce degli ultimi decenni, e l’ibrido di politiche economiche neoliberiste-neosviluppiste di Lula sembrava aver centrato l’equilibrio perfetto: sufficientemente ortodosso per godere della fiducia di ampi settori della borghesia, e abbastanza eterodossa per dispiegare la più grande redistribuzione del reddito e dei privilegi che la storia del Brasile ricordi, assicurandosi il sostegno della classe lavoratrice formale e informale. Per esempio, il salario minimo è aumentato del 70 per cento e 21 milioni di posti di lavoro (per lo più a bassa retribuzione) sono stati creati negli anni Duemila. Le prestazioni sociali sono aumentate significativamente, compreso il noto programma di trasferimento condizionato di denaro Bolsa Família, il governo, inoltre, ha sostenuto una considerevole espansione dell’istruzione superiore, comprendente le quote per i neri e gli alunni delle scuole statali. Per la prima volta i poveri hanno potuto accedere all’istruzione, nonché a un reddito e a prestiti bancari. Hanno potuto studiare, guadagnare, prendere in prestito, e occupare spazi precedentemente monopolizzati dalle classi medio-alte: aeroporti, centri commerciali, banche, strutture sanitarie private, le strade, intasate da automobili economiche pagate in 72 rate facilitate. La coalizione di governo ha goduto di un’agevole maggioranza in un congresso assai frammentato, e la leggendaria abilità politica di Lula è riuscita a mantenere buona parte dell’élite politica dalla sua parte.

In seguito tutto ha iniziato a andar storto. Dilma Roussseff è stata scelta da Lula come suo successore. Una manager competente e una buona esecutrice. Oltreché la presidente del Brasile più a sinistra dai tempi di João Goulart, deposto da un colpo di stato militare nel 1964. Tuttavia priva di esperienza politica e, come sarebbe divenuto evidente in seguito, delle qualità essenziali per quel tipo di lavoro.

Una volta eletta, Dilma ha deviato ulteriormente, nel campo della politica economica, dal neoliberismo. Il governo è intervenuto in vari settori al fine di promuovere investimenti e produzione, mettere sotto un’intensa pressione il sistema finanziario così da ridurre i tassi di interesse, abbassando il costo del credito e il servizio del debito del governo, liberando fondi per il consumo e gli investimenti. Un circolo virtuoso di crescita e distribuzione sembrava possibile. Sfortunatamente il governo ha sottovalutato il durevole impatto della crisi globale. Le economie di Stati Uniti e Europa si sono trovate in ristagnano, la crescita della Cina ha iniziato a vacillare e il ciclo positivo delle matterie prime è svanito. Il conto delle partite correnti brasiliano è andato in rovina. Ancora peggio, Stati Uniti, Gran Bretagna, Giappone e l’eurozona hanno introdotto politiche di quantitative easing, le quali hanno condotto a un deflusso di imponenti capitali verso i paesi a reddito medio-basso. Il Brasile ha dovuto fronteggiare un’ondata di valuta estera, che ha sopravalutato la moneta e alimentato la deindustrializzazione. I tassi di crescita economica sono precipitati.

Il governo ha rilanciato la sua scommessa interventista attraverso l’investimento pubblico, i prestiti agevolati e le riduzioni d’imposta, i quali hanno devastato i conti pubblici. Un’interventismo frenetico e apparentemente casuale che ha allarmato la borghesia: i magnati locali si sono contenuti per orientare il governo attraverso il Partito dei lavoratori, ma non sarebbero stati disposti a farsi controllare da un ex prigioniera politica che non ha mai nascosto il disprezzo nei loro confronti. Un disprezzo non limitato ai capitalisti: la presidente ha mostrato scarsa inclinazione a dialogare coi movimenti sociali, le organizzazioni di sinistra, le lobbie, i partiti alleati, i politici, o i suoi stessi ministri. L’economia è in una fase di stallo, le alleanze politiche di Dilma si restringono, ad un ritmo rapido e distruttivo. L’opposizione neoiberista fiuta l’odore del sangue.

Per anni l’opposizione al PT è stata alla deriva. Il PSDB non ha mostrato niente di attraente da offrire, mentre, come da tradizione in Brasile, molti dei partiti mainstream sono rimasti delle gang di banditi dediti all’estorsione nei confronti del governo per puro guadagno egoistico. Una situazione talmente disperata che i media meinstream hanno apertamente raccolto il mantello dell’opposizione, iniziando a dettare l’agenda anti-PT, letteralmente istruendo i politici sul da farsi. Contemporaneamente, la sinistra radicale si è dimostrata esigua e relativamente impotente. Schernita dalle ambizioni egemoniche del PT.

Il confluire di numerose insoddisfazioni è divenuta una forza irresistibile nel 2013. I media mainstream accanitamente neoliberisti sono stati spietati; l’equivalente di Fox News e dei suoi cloni che dominano i media statunitensi, comprese le catene televisive e i giornali. Le classi medio-alte hanno rappresentato il loro compiacente target di riferimento, considerato che i membri di tali classi avevano, e hanno, ragioni economiche, sociali e politiche per essere poco allegre. Con i loro posti di lavoro in declino, 4,3 milioni di posti garanti del pagamento di una porzione tra il 5 e il 10 dei salari minimi svanita negli anni duemila. Allo stesso tempo, la borghesia ha continuato a cavarsela bene, e i poveri a avanzare rapidamente: anche i domestici hanno ottenuto dei diritti. Le classi medio-alte si sono sentite sia spremute che escluse dai loro spazi  privilegiati, come già detto in precedenza. Sono state anche in parte sloggiate dallo stato. Dal momento dell’elezione di Lula la burocrazia statale si è popolata di migliaia di quadri nominati dal PT e dalla sinistra, a scapito dei “più istruiti”, bianchi, e presumibilmente più meritevoli concorrenti provenienti dalle classi medio-alte. Le manifestazioni di massa sono esplose per la prima volta nel giugno del 2013, innescate dall’opposizione di sinistra contro un aumento delle tariffe dei bus a San Paolo. Manifestazioni strumentalizzate dai media, e prese in ostaggio dalle classi medio-alte e dalla destra, che hanno scioccato il governo. Dimostrazioni riprese due anni dopo e in seguito nel 2016.

CdCXhvOXIAAmaFlDopo la decimazione degli apparati di stato delle amministrazioni neoliberiste pre-Lula, il PT ha tentato di ricostruire determinati settori della burocrazia. Tra queste, per ragioni che Lula potrebbe presto avere parecchio tempo per riesaminare, la Polizia federale e la Procura federale (FPO). Inoltre, per ragioni ostentatamente “democratiche”, ma certamente più legate al corporativismo e alla capacità di fare rumore dei media amici, alla Polizia federale e alla FPO è stata concessa un’autonomia eccessiva, la secondo diventando il quarto potere nella Repubblica, separato  da quello esecutivo, legislativo e giudiziario. L’abbondanza di lavoratori qualificati alla ricerca di un impiego è sfociata nella colonizzazione di questi posti di lavoro, ben remunerati,  da parte di quadri delle classi medio-alte. Questi si sono trovati in una posizione costituzionalmente sicura, posizione la quale ha permesso loro di azzannare la stessa mano che li aveva nutriti, chiedendo nel mentre a gran voce, attraverso i media, risorse addizionali, così da poter attaccare il resto del corpo del PT.

La corruzione ha rappresentato il pretesto ideale. Sin dal momento in cui ha perso le prime elezioni presidenziali democratiche, nel 1989, il PT si è spostato con costanza verso il centro politico. Allo scopo di attirare le classi medio-alte e la borghesia ha neutralizzato o espulso l’ala sinistra del partito, sguarnito sindacati e movimenti sociali, sottoscritto le politiche economiche neoliberiste perseguite dalle precedenti amministrazioni, imponendo un rigido conformismo che ha soffocato qualsiasi leadership alternativa. Solo la stella di Lula ha potuto brillare nel partito; tutti gli altri sono stati inceneriti. Una strategia alla fine coronata dal successo e, nel 2002, “Piccolo Lula pace e amore” e stato eletto presidente (non è uno scherzo, questo è stato davvero uno degli slogan della sua campagna elettorale).

Per anni il PT è cresciuto all’opposizione come il solo partito onesto del Brasile. Una strategia efficace, contenente però una contraddizione letale: al fine di vincere elezione estremamente costose, gestire l’esecutivo e costruire una maggioranza funzionante, il PT avrebbe dovuto sporcarsi le mani. Non c’è altro modo per “fare” politica nel Brasile democratico.

È necessario soltanto un altro elemento per rendere una simile mistura infiammabile. Petrobras costituisce la più grande società brasiliana e una delle maggiori compagnie petrolifere al mondo. Un’azienda dalle notevoli capacità tecniche e economiche, responsabile della scoperta, nel 2006, di giganteschi giacimenti petroliferi a centinaia di miglia dalla costa brasiliana. Dilma Rousseff, nel ruolo di Ministro delle miniere e dell’energia di Lula, è stata la responsabile dell’imposizione di contratti di esplorazione in queste aree, includenti ampi privilegi per Petrobras. Una normativa vigorosamente contrastata dal PSDB, dai media, dai giganti petroliferi e dal governo USA.

Nel 2014, Sergio Moro, un misconosciuto giudice di Curitiba, capitale di uno stato del sud, ha aperto un’indagine su un commerciante di valuta sospettato di evasione fiscale. Un caso trasformatosi infine in una minaccia mortale per il governo di Dilma Rousseff. Il giudice Moro è di bell’aspetto, ottimamente istruito, bianco e ben pagato. Nonché molto vicino al PSDB. La sua operazione Lavajato (autolavaggio) ha svelato una straordinaria narrazione a base di corruzione su vasta scala, saccheggio di beni pubblici e finanziamenti a tutti i principali partiti politici, incentrata sulla relazione tra Petrobras e alcuni dei suoi principali fornitori – più precisamente i capisaldi del PT nelle industrie del petrolio, delle costruzioni navali e dell’edilizia. La combinazione perfetta al momento giusto. La causa del giudice Moro è stata abbracciata dai media, e lui l’ha cortesemente orientata in modo tale da infliggere il massimo danno al PT minimizzando il ruolo degli altri partiti. Politici legati al PT e alcuni degli uomini d’affari più ricchi del Brasile sono stati sommariamente imprigionati, rimanendo rinchiudi fino a quando non hanno concordato un patteggiamento e implicato altri. Una nuova fase del Lavajato li avrebbe intrappolati, e così via. L’operazione è ormai giunta alla sua venticinquesima fase; molti hanno collaborato, coloro che si sono rifiutati si sono visti comminare lunghe pene detentive, così da indurli a rivedere la loro linea, mentre i loro appelli sono in corso. I media hanno trasformato Moro in un eroe; egli non può sbagliare, qualsiasi tentativo di contestare i suoi poteri tentacolari sono accolti con scherno, se non peggio. Oggi è la persona più potente della Repubblica, al di sopra di Dilma, Lula, dei portavoce della Camera dei deputati e del Senato (entrambi sommersi da scandali e corruzione) e dei Ministri della corte suprema, i quali sono stati messi a tacere o sostenono silenziosamente la crociata di Moro.

Petrobras è rimasta paralizzata a seguito dello scandalo, trascinando verso il basso l’intera catena del petrolio. Gli investimenti privati sono collassati per via dell’incertezza politica e di  un attacco degli investitori contro il governo di Dilma. Il Congresso si è rivoltato contro il governo, e il potere giudiziario è prevalentemente ostile. Dopo anni di cecchinaggio, i media sono stati deliziati dal vedere Lula risucchiato nel Lavajato, anche se le accuse sembrano stiracchiate: possiede realmente un appartamento sulla spiaggia che la sua famiglia non usa, la piccola fattoria e sua, chi ha pagato per il lago e le antenne di telefonia mobile nelle vicinanze, e quei pedalò? Poco importa: Moro ha trattenuto Lula per interrogarlo il 4 marzo. Portato all’aeroporto di San Paolo, da qui sarebbe dovuto partire per Curitiba, tuttavia il piano del giudice si è arrestato per timore delle ricadute politiche. Lula è stato interrogato in aeroporto e rilasciato. Il suo aspetto era livido.

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In modo da puntellare la sua fatiscente amministrazione e proteggere Lula da procedimenti giudiziari, Dilma Rousseff ha nominato Lula come proprio Capo dello Staff (una figura che ha uno status ministeriale e può essere perseguita solo dalla Corte suprema). La cospirazione della destra è andata su di giri. Moro ha pubblicato (illegalmente) la registrazione (illegale) di una conversazione tra la presidente Dilma e Lula riguardante l’investitura di quest’ultimo. Una volta opportunamente male interpretato, il dialogo è stato presentato come la “prova” della cospirazione atta a proteggere Lula dalla tenace determinazione di Moro a imprigionarlo. Larghe masse delle classi medio-alte di destra si sono furiosamente riversate nelle strade il 13 marzo. Cinque giorni dopo la sinistra ha risposto con grandi – anche se non abbastanza – dimostrazioni contro l’incombente colpo di stato. Ne l frattempo, la nomina di Lula è stata sospesa da una misura giudiziaria, poi ripristinata, e ancora sospesa. Il caso ora è finito alla Corte suprema. Al momento non è ministro e la sua testa e ben disposta sul ceppo. Moro può arrestarlo con poco preavviso.

Perché si tratta di un colpo di stato? Perché nonostante aggressivi controlli, nessun crimine da parte presidenziale, tale da giustificare l’impeachment, è emerso. Tuttavia, la destra politica ha riservato la sue attenzioni a Dilma Rousseff. Rigettando l’esito delle elezioni del 2014 e appellandosi contro le sue presunte violazioni finanziarie in campagna elettorale, per rimuovere dal potere Dilma e il vicepresidente – ora capo-cospiratore – Michel Temer (stranamente il suo caso si è arenato). Simultaneamente, la destra ha dato inizio alle procedure per l’impeachment al Congresso. I media hanno attaccato ferocemente il governo per anni, gli economisti neoliberisti invocano una nuova amministrazione per “restaurare la fiducia dei mercati”, e la destra è pronta a ricorrere alla violenza nelle strade, qualora diventasse necessario. Per finire, la farsa giudiziaria contro il PT ha rotto tutte le regole della legalità, eppure viene acclamata dai media, dalla destra, e perfino dai giudici della Corte suprema.

Eppure… il colpo di grazia sta impiegando molto tempo a concretizzarsi. In altri tempi i militari si sarebbero già mossi. Oggi, i militari brasiliani sono definiti più dal loro nazionalismo (un pericolo per l’assalto neoliberista) che dalla loro fede di destra, e in ogni caso, l’Unione Sovietica non c’è più. Sotto il neoliberismo i colpi di stato si affidano alle sottigliezze legali, come ben dimostrato dall’Honduras nel 2009 e dal Paraguay nel 2012.

Il Brasile rischia di unirsi al club, ma non in questo momento. Ampi settori del capitale sono ansiosi di restaurare l’egemonia neoliberista; quelli che hanno sostenuto la strategia di sviluppo nazionale del PT si sono allineati; i media urlano in modo tale che è divenuto impossibile pensare chiaramente; e buona parte delle classi medio-alte hanno degenerato in un odio fascista per il PT, la sinistra, i poveri e i neri. Un odio talmente disordinato e intenso che anche i politici del PSDB vengono fischiati nelle manifestazioni antigovernative. E nonostante l’attacco implacabile, la sinistra rimane abbastanza forte, come dimostrato il 18 marzo. La destra e le élite sono potenti e spietate – ma sono anche spaventate dalle conseguenze della loro avventatezza.

Non esiste una soluzione semplice alla crisi politica, economica e sociale del Brasile. Dilma Rousseff ha perso supporto politico e la fiducia del capitale, inoltre rischia di essere rimossa dal proprio incarico nei prossimi giorni. Tuttavia, i tentativi di incarcerare Lula potrebbero avere implicazioni imprevedibili, e anche se Dilma e Lula dovessero essere cancellati dalla geografia politica brasiliana, una rinnovata egemonia neoliberista non ripristinerebbe automaticamente la stabilità politica o la crescita economica, o garantirebbe alle classi medio-alte la prominenza sociale da esse reclamata. A dispetto del forte sostegno dei media al colpo di stato incombente, il PT, altri partiti di sinistra, e non pochi movimenti sociali radicali restano forti. Un ulteriore escalation è inevitabile. È necessario salvaguardare questo spazio.

Alfredo Saad-Filho, Department of Development Studies, SOAS University of London

Link all’articolo originale in inglese MRZine

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