L’incompiuta rivoluzione irlandese

Il periodo rivoluzionario innescato dalla Rivolta di Pasqua del 1916 ha offerto la prospettiva di un’Irlanda autenticamente democratica.

di Ronan Burtenshaw e Séan Byers

ronan_illo-2

Non vi è consenso tra gli storici dell’Irlanda sugli eventi del 1916-23, se possano essere considerati una rivoluzione o, eventualmente, su come simile rivoluzione debba essere interpretata.

Fianna Fáil, a lungo il partito politico di maggior successo della repubblica, ha favorito una narrazione che usa la rivolta del 1916 al fine di legittimare lo stato contemporaneo. Una narrazione limitata e nazionalista, che lega il suo leader, Pádraig Pearse e i suoi contemporanei al cattolicesimo conservatore del XX secolo.

Il rivale nel campo della borghesia irlandese, Fine Gael, raccoglie numerosi sostenitori del nazionalismo costituzionale del movimento per l’autogoverno. Meno critici rispetto al dominio britannico in Irlanda, tendono a minimizzare se non screditare l’insurrezione del 1916 come una tragica disavventura.

La sinistra dovrebbe rigettare sia la narrazione tradizionale che quella revisionista. In questo momento di rinnovata militanza della classe lavoratrice nell’isola, è necessario un approfondimento  del periodo rivoluzionario irlandese, il quale abbraccia la lotta per l’indipendenza nel contesto della rivoluzione democratica e sociale cui aspiravano molti dei suoi partecipanti.

Quale tipo di rivoluzione?

La rivoluzione irlandese è stata innanzitutto nazionale. Tuttavia interpretarla esclusivamente in questi termini significherebbe trascurarne la complessità. E non semplicemente perché si è trattato di un movimento dal forte carattere operaio e internazionalista. Bensì perché l’economia politica del dominio coloniale, in Irlanda, ha intrecciato gli aspetti nazionale, democratico e sociale.

La rivolta degli Irlandesi Uniti nel 1798, appoggiata dalla Repubblica francese, ha rappresentato una fonte d’ispirazione per la successiva tradizione radicale. Ma laddove gli aspetti politici della ribellione vengono spesso citati, le sue conseguenze sull’economia sono non di rado sottostimate. Dopo aver sedato la sollevazione, il governo britannico limitò severamente l’autonomia irlandese all’interno dell’impero, sciogliendo quello che era noto come “Parlamento di Grattan” nell’Atto di unione del 1800. Nonostante tale misura combinasse i due regni in un’unione più ampia, l’effetto concreto è stato di instaurare un diretto domino coloniale sull’Irlanda.

I risultati furono di portata devastante per l’economia dell’Irlanda del sud. Nel 1800, in quanto sede del governo, centro commerciale e finanziario, nonché fulcro dell’industria tessile, Dublino era la seconda città del più grande impero al mondo. Il dominio diretto, col ritorno dei poteri fiscale e economico a Westminster, cui va aggiunto l’aumento delle tariffe sulle merci irlandesi, causò un esodo di pari irlandesi, e dei loro investimenti, in Gran Bretagna. In sessant’anni Dublino venne relegata a sesta città più popolosa del Regno Unito.

Mentre introduceva tariffe al fine di proteggere la propria industria, il governo britannico adottava l’approccio del laissez-faire rispetto all’interventismo economico nell’ambito del welfare. Un approccio che ha contribuito alla Grande carestia del 1845-52. Le esportazioni dall’Irlanda alla Gran Bretagna proseguirono, nonostante la morte di circa un milione di persone e l’emigrazione di altrettante. Come il Conte di Clarendon, lord luogotenente d’Irlanda, scrisse al primo ministro nel 1857, “Nessuno può arrischiarsi ora a contestare il fatto che l’Irlanda è stata sacrificata ai commercianti di grano londinesi… e che alcuno stento si sarebbe verificato se l’esportazione del grano irlandese fosse stata proibita”.

Oltre a dimezzare la popolazione dell’isola, la carestia modificò profondamente l’economia politica dell’Irlanda rurale, liberando enormi distese di terra prima coltivata da piccoli proprietari. Nel 1841 solo il 18 percento delle aziende irlandesi superavano i 15 acri. Dieci anni dopo erano giunte al 51 percento. In questo vuoto emerse una potente classe di fittavoli agricoli.

Decimata dal sottosviluppo e traumatizzata dalla carestia, l’Irlanda era divenuta un terreno fertile per l’ascesa della Chiesa cattolica, il cui clero proveniva in percentuale sproporzionata dagli ambienti dei grandi fittavoli o della borghesia – i settori della società irlandese in grado di permettersi l’educazione dei propri figli.

In molti vedevano nella chiesa, a sua volta repressa dalle autorità imperiali britanniche, un alleato più affidabile del governo, favorendo la partecipazione alle sue istituzioni rispetto a quelle dello stato. Il coinvolgimento della chiesa nelle campagne per l’emancipazione cattolica e per l’abrogazione dell’Atto di unione acuirono tale affinità.

Il potere della chiesa cresceva proprio mentre imboccava una svolta chiaramente antimoderna col Sillabo degli errori moderni di Pio IX pubblicato nel 1864. L’enciclica attaccava direttamente il socialismo e “tale idea di governo sociale, assolutamente falsa”, sottoscrivendo una dottrina sociale che considerava la povertà una questione morale, sulla quale era meglio intervenire attraverso la carità. Seguendo questa filosofia, la chiesa si pose come un potente avversario di qualsiasi riforma progressista.

L’ascesa della Chiesa cattolica ebbe anche conseguenze sulla condizione delle donne. Sebbene non certo emancipate, le donne nell’Irlanda precedente la carestia spesso avevano un ruolo nell’economia, ricorrendo alle loro abilità nella tessitura e nella filatura al fine di raggiungere un certo grado d’indipendenza economica. Col tempo, l’industrializzazione rese simili competenze obsolete, e l’emergere delle grandi aziende agricole ridusse la necessità della manodopera femminile. La Chiesa cattolica stabilì un nuovo ruolo per le donne, come pilastro religioso della famiglia, esortandole a prendere il proprio posto nella casa e a crescere i loro figli nella fede.

All’inizio del XX secolo il declino economico irlandese aveva prodotto un diffuso immiserimento. Gli slum di Dublino erano annoverati tra i peggiori al mondo. Il tasso di mortalità toccava il 27,6 per 1.000 – superando quello di Calcutta. Più di 20.000 persone vivevano in abitazioni popolari formate da una sola stanza, situate spesso in grandi case georgiane appartenute all’ormai scomparsa aristocrazia, persistente ricordo della prosperità che la città aveva ora perso.

I due campi

Nella seconda metà del XIX secolo l’aspirazione a liberare l’Irlanda dal dominio coloniale, e dalla miseria da esso prodotta, diede origine a due tradizioni: i Feniani e gli Home Rulers. Benché le sovrapposizioni fra i due movimenti fossero numerose, e così le cause condivise come la Guerra per la terra, i due gruppi si dividevano circa l’interpretazione della situazione post-1798.

L’obiettivo degli Home Rulers consisteva nel rimediare ai danni del 1798. Guidati inizialmente dalla cosiddetta Ascesa protestante – la classe dirigente anglicana dei proprietari terrieri, il clero e i professionisti – miravano a restaurare il Parlamento di Grattan e il potere politico perso dagli aristocratici e dai capitalisti irlandesi. La Guerra per la terra del tardo XIX secolo portò a rimpiazzare ampiamente l’Ascesa protestante con una classe dirigente cattolica: ossia, i grandi fittavoli, i quali si erano assicurati i diritti di possesso e acquisto. Dopo una breve scissione nel movimento, l’élite cattolica  guadagnò l’egemonia coll’inizio del XX secolo.

Questo segmento della società irlandese era massicciamente rappresentato nel mondo degli affari e delle professioni, e mandava i propri figli in scuole esclusive, spesso gestite dai gesuiti, e debitrici più all’Ascesa protestante che interessate al revival della cultura gaelica. John redmond – il leader del Partito parlamentare irlandese, il quale vantava un pedigree da piccola nobiltà cattolica – ne costituiva il paradigma.

Sotto la guida di Redmond il Partito per l’autogoverno prese a essere dominato da una consorteria di imperialisti nutrita di fantasiose nozioni su un Irlanda come possibile partner minore in un Impero britannico ripensato. Il membro del parlamento Thomas Kettle riassunse al meglio i loro sogni imperiali, affermando che l’autogoverno era “un bipede tra le idee… in marcia verso il trionfo su un piede irlandese e  uno imperiale”.

Gli obiettivi dei Feniani erano differenti. Essi puntavano a realizzare la missione del 1798 di una repubblica indipendente, dichiarando nel 1868 “il suolo d’Irlanda, al momento in possesso di un’oligarchia, appartiene a noi, popolo d’Irlanda, e a noi deve ritornare”.

Costituito in larga parte da comuni artigiani e lavoratori urbani, il movimento dei Feniani era radicalmente democratico, anti-aristocratico, non di rado anticlericale, internazionalista in virtù delle sue connessioni transatlantiche, e possedeva, inoltre, una prospettiva rivoluzionaria riguardo alla questione della terra.

Il fenianismo, come ha scritto in seguito James Connoly, è stato “un palpito reattivo nel cuore irlandese a quelle pulsioni in seno alla classe lavoratrice europea che altrove hanno prodotto l’Associazione internazionale dei lavoratori”. In effetti, i Feniani guardavano ai Cartisti e ai socialisti europei loro contemporanei come fonte d’ispirazione ideologica, nonché come supporto istituzionale.

Nel loro stranamente misconosciuto Proclama del 1867, i Feniani si presentavano come esplicitamente secolari, evitando appelli alla solidarietà religiosa in favore della “completa separazione tra chiesa e stato”. Rifugiavano, inoltre, dall’idea che la loro lotta  fosse tra irlandesi e inglesi, riservando le critiche più aspre alle “locuste aristocratiche, inglesi o irlandesi” e affermando una causa comune con la classe lavoratrice inglese: “Quanto a voi, lavoratori d’Inghilterra, non è solo il vostro cuore che vogliamo, ma anche le vostre braccia”.

Ma il contesto per la realizzazione di tale programma non era favorevole. Le due condizione che avrebbero potuto aiutare i Feniani a crescere in un movimento di massa – un’avanzata classe lavoratrice irlandese e una seria influenza socialista su quella britannica – erano entrambe assenti.

Conseguentemente, nel momento in cui la loro rivolta, nel 1867, fallì e la successiva campagna di attentati si rivelò impopolare, i feniani avevano finito per rafforzare i loro avversari anziché fomentare la rivoluzione sociale. La loro azione violenta fornì martiri alla causa nazionale, e allo stesso tempo concentrò le menti britanniche sulla necessità di riforme che ponessero rimedio a storiche ingiustizie, in particolare sulla questione della terra. Avendo ridefinito le più pressanti questioni della politica irlandese, i feniani vennero gradualmente marginalizzati o cooptati da l’ascendente Partito per l’autogoverno.

Sul finire del XIX secolo la maggioranza dei nazionalisti supportava la via parlamentare all’autogoverno. Persino col fallimento di due progetti di legge in proposito, nel 1886 e nel 1893, l’Irlanda nazionalista conservava la fede sulla possibilità che il Partito parlamentare irlandese avrebbe persuaso Westminster a concedere l’autogoverno. Una serie di leggi sulla terra, miranti a garantire la sicurezza e la proprietà a un largo numero di fittavoli cattolici, accelerando il declino dell’Ascesa protestante, sembrava dimostrare che il nazionalismo costituzionale era capace di venire in contro alle aspirazioni di importanti settori dell’elettorato.

L’unionismo nell’Ulster

In contrapposizione a entrambi i progetti del nazionalismo irlandese esisteva una tradizione unionista, opposta a ogni forma di autogoverno per l’Irlanda, concentrata prevalentemente nel nord-est. Nel corso del XIX secolo le frontiere tra nazionalismo e unionismo, le quali in precedenza avevano attraversato i confini settari,  divennero sempre più allineate su base confessionale.

La ribellione del 1798 era stata condotta da repubblicani protestanti come Wolfe Tone, e si era appellata all’unità di “cattolici, protestanti e dissidenti”. A dispetto di ciò, ispirò una reazione da parte dei difensori dell’Ascesa protestante nelle aree a forte presenza cattolica.

Le società orangiste iniziarono a sorgere a Armagh diffondendosi nelle contee settentrionali, riunendo proprietari anglicani e fittavoli, fino allora in conflitto, in un progetto mirante a difendere  il privilegio confessionale dall’usurpazione cattolica. Con un atto prefigurante i successivi conflitti, lo stato britannico assorbì l’Ordine di Orange nella riserva del suo esercito per sopprimere la ribellione e gli ideali dei suoi progenitori.

L’Atto di unione e lo svilupparsi del nazionalismo cattolico, uniti alla volontà delle élite britanniche di usare le paure dei protestanti al fine di controbilanciare la rivolta cattolica e promuovere gli interessi imperiali, inaugurarono un periodo di intense divisioni tra il nord-est e il resto dell’Irlanda.

Lo scisma era d’altra parte anche di natura economica. Laddove l’economia del sud languiva, un triangolo industriale Bellfast-Glasgow-Liverpool vincolava le sorti economiche del nord-est a quelle dell’impero.

L’emergere di una borghesia industriale protestante smentiva l’opinione di James Connoly, espressa in seguito nel 1911, secondo la quale “non vi è classe economica in Irlanda i cui interessi in quanto tale siano legati con l’Unione”.

Vedendo nell’orangismo una declinante espressione del latifondismo, Connoly ignorava le fondamenta materiali dell’unionismo dell’Ulster, oltreché il successo della borghesia industriale nell’asserire il controllo politico su un movimento colmo di contraddizioni di classe, geografiche e ideologiche. La condivisa avversione al potenziamento di una classe dirigente cattolica o dublinese forniva la base per un’identità britannica interclasse nell’Ulster, la quale sarebbe divenuta l’elemento fondamentale dell’unionismo irlandese.

L’istituzione nel 1905 del Consiglio unionista dell’Ulster – incoraggiato dall’Ordine di Orange, con le sue connessioni con i Tories – confermava il decadimento organizzativo dell’unionismo irlandese del sud e conferiva espressione politica formale a un’identità britannica nell’Ulster che oltrepassava i confini di classe.

Il che condusse allo sviluppo di una distinta e settaria politica etnica, giunta alla ribalta quando oltre 237.000 uomini e 234.000 donne firmarono, nel 1912, l’Ulster Covenant in opposizione all’autogoverno. Nel 1913 gli unionisti dell’Ulster, spalleggiati da prominenti figure militari britanniche e dal leader dell’opposizione Tory Andrew Bonar Law, istituirono un’unità paramilitare, i Volontari dell’Ulster, al fine di coordinare la resistenza armata.

I nazionalisti favorevoli all’autogoverno risposero l’anno seguente con la loro dimostrazione di forza, istituendo i Volontari irlandesi. Entro la metà del 1914 poteva vantare circa duecentomila membri, spingendo Redmond a intervenire e prendere il controllo effettivo del suo comitato provvisorio.

A questo punto intervenne lo scoppio della Prima guerra mondiale, proiettando le due tradizioni nazionaliste nell’Europa continentale a contendersi le attenzioni dell’impero: gli Home Rulers nella speranza di guadagnare supporto per un limitato autogoverno; gli unionisti nella speranza di prevenirlo. Questo lasciava spazio alle tradizioni più radicali per trarre beneficio dalla crescente impopolarità della guerra.

La rivolta

I rimanenti Volontari irlandesi aderirono a un repubblicanesimo più prossimo al movimento feniano del XIX secolo. Essi includevano sezioni di una nuova piccola borghesia istruita – primo fra i quali il maestro di scuola cattolico,  poeta e attivista a favore della lingua irlandese Pádraig Pearse.

I vertici di tale contingente separatista erano favorevoli a un’insurrezione armata contro il domino britannico in Irlanda. La divisione circa quest’ultima questione passava tra un campo “passivo”, guidato da Bulmer Hobson e Eoin MacNeill, sostenitori dell’insurrezione solo nel caso vi fosse un tentativo di disarmare i Volontari o di imporre la coscrizione; e un campo “attivo”, con a capo il veterano feniano Tom Clarke e l’organizzatore della Fratellanza repubblicana irlandese, Seán MacDiarmada, determinati a istigare l’insurrezione mentre l’Inghilterra era in guerra.

Il loro impegno per l’indipendenza irlandese venne chiarito dalla loro separazione dalla tendenza di maggioranza: la partecipazione alle guerre imperiali britanniche. Seguendo una tradizione risalente al pamphlet di Wolfe Tone, del 1790,  sulla Guerra anglo-spagnola, coloro che rifiutavano di combattere aprivano lo spazio politico per un movimento a favore della completa rottura con la Gran Bretagna.

Una tradizione che ospitava anche forme radicali di repubblicanesimo. Tra le sue fila vi erano militanti ispirati da idee socialiste, come Thomas Ashe, insegnante nativo di Kerry divenuto preside di una scuola di Dublino nord. A capo del battaglione dei Volontari a Fingal, nel 1912, il suo supporto al sindacato dei lavoratori agricoli locali lo mise in conflitto diretto col membro del parlamento, e sostenitore dell’autogoverno, Thomas Kettle, proprietario di terre in quella zona.

Come la tradizione nazionalista non ufficiale precedente la guerra, il repubblicanesimo subiva meno l’influenza della chiesa. Sebbene il cattolicesimo fosse centrale nel pensiero politico di Pearse, la feniana Fratellanza repubblicana irlandese era retta da una costituzione secolare, e fra i suoi ranghi vi erano liberali, atei, protestanti e ebrei. Non solo, dove il nazionalismo cattolico esisteva, era più probabile che fosse questione privata – ossia confessionale – anziché clericale, tanto più che il clero si era opposto con veemenza al Fenianismo e ai suoi metodi di lotta.

Questa relativa libertà dall’influenza clericale significava posizioni molto più progressiste sulle donne impegnate nelle lotte. Laddove gli Home Rulers si opponevano al suffragio femminile, il repubblicanesimo includeva tra le sue fila attiviste per il suffragio femminile come Hanna Sheehy-Skeffington e Mary MacSwiney. La stragrande maggioranza dell’appena costituito esercito delle donne, Cumann na mBan, respinse l’appello alle armi lanciato da Redmond nel 1914.

L’altra tradizione radicale emersa nello spazio lasciato vuoto dagli Home Rulers era quella del lavoro. Maturato nel corso della temporanea sconfitta nella serrata di Dublino del 1913 – quando ventimila lavoratori fronteggiarono trecento datori di lavoro guidati dallo Home Ruler William Martin Murphy – il mondo dl lavoro ora aveva una propria milizia, l’Irish Citizen Army (ICA), incaricata di difendere i lavoratori in sciopero.

Aveva inoltre un leader formidabile in James Connoly, il quale era riuscito a sintetizzare le questioni nazionale-democratica, sociale e economica in un’ideologia repubblicano-socialista, segnalandosi come uno dei più importanti teorici del marxismo della Seconda internazionale. Attraverso i suoi scritti e la fondazione del Partito laburista (Irlanda), Connoly si impegno per modellare l’emergente coscienza di classe in Irlanda.

Fautore dell’insurrezione rivoluzionaria, aveva scritto ampiamente sulle tradizioni radicali del Fenianismo, Connoly si trovava nella posizione ideale per condurre il lavoro a una collaborazione con quelle parti del movimento nazionale irlandese che si erano rifiutate di prender parte alle avventure imperiali britanniche nel continente.

Nel tentativo di creare lo spazio per una simile confluenza Connoly fece alcune concessioni importanti, la più importante delle quali consistette in un ammorbidimento della sua posizione sull’imperialismo tedesco. Il che lo mise in contrasto con altri nell’orbita del socialismo internazionale.

In ogni caso, Connoly è stato in grado di influenzare figure di spicco come  Pádraig Pearse e organizzazioni come la Fratellanza repubblicana irlandese, infondendo nella Rivolta di Pasqua uno spirito plebeo che la separava nettamente dal nazionalismo conservatore.

Descrivendo l’insurrezione del 1916, lo scrittore irlandese AE (pseudonimo di George William Russell) ha scritto “è stato il lavoro a fornire l’elemento più appassionato nella rivolta, portatore di una rabbia reale. L’elemento culturale, poeti, gaelici ecc. non hanno mai sollevato più dell’uno percento di un paese. È solo quando un’immensa ingiustizia scuote i lavoratori che questi uniscono le loro rivendicazioni con tutte le altre”

Sebbene situato alla destra del Fabianesimo e del Fenianismo radicale, il Proclama del 1916 lasciava presagire un’Irlanda indipendente maggiormente aperta alla partecipazione femminile, all’uguaglianza sociale e alla sovranità popolare. Difendendo la Rivolta da coloro che la criticavano a causa dell’alleanza tra piccola borghesia e lavoratori, Lenin ha affermato “Colui che attende una rivoluzione sociale “pura”, non la vedrà mai”.

Egli ha correttamente osservato che la partecipazione di circa 210 volontari dell’ICA durante la settimana di Pasqua, insieme all’esecuzione di Connoly e del suo vice Michael Mallin, avrebbe potuto acquisire al  movimento dei lavoratori un posto più influente nell’ordine post-insurrezionale.

La rivoluzione

La rivolta in un primo momento non riscosse un ampio consenso popolare. Ma due anni dopo la sua repressione, la visione della quale era stata portatrice era egemonica nella politica irlandese.

La minaccia della coscrizione scatenò il più grande sciopero della storia irlandese nell’aprile del 1918, bloccando quasi del tutto il paese. In dicembre lo Sinn Féin – la rappresentanza politica del movimento nazionalista in gran parte a causa delle circostanze – stava travolgendo il Partito parlamentare irlandese, vincendo settantatré seggi a fronte dei sei del Partito per l’autogoverno nelle elezioni generali.

Le simpatie manifestate da Lenin nei confronti dell’Irlanda vennero ricambiate nell’inverno del 1918, quando una manifestazione, forte di migliaia di partecipanti, in supporto della Rivoluzione bolscevica ebbe luogo presso la Mansion House a Dublino. Vi presero parte oratori come Constance Markiecicz del Sinn Féin, la quale sarebbe presto divenuta la prima donna ministro di un governo nel  mondo occidentale; Tom Johnston del Partito laburista; e William O’Brien del Sindacato generale irlandese dei lavoratori dei trasporti. Il raduno, al quale partecipò anche un rappresentante dei Soviet, venne chiuso da un’esecuzione  di “Bandiera rossa“, scritta dal socialista irlandese Jim Connell.

Nel gennaio del 1919, gli appena eletti membri del parlamento del Sinn Féin, i quali avevano rifiutato di prendere posto nel Parlamento britannico, si riunirono a Dublino per formalizzare tale indipendenza. Essi dichiararono la propria fedeltà al Proclama del 1916 stabilendo un Dáil (parlamento) per l’Irlanda, annunciando alle “nazioni libere del mondo” che “Irlanda e Inghilterra erano attualmente in stato di guerra”. Le milizie del movimento vennero ricostituite come Irish Republican Army (IRA). La Guerra d’indipendenza era iniziata.

Nonostante il Partito laburista si fosse tenuto fuori dalle elezioni del 1918 per consentire al Sinn Féin di rivendicarle come un referendum sull’indipendenza, fu il suo leader Tom Johnston a scrivere il programma del Dáil indipendente. Rispecchiando le rivoluzioni democratica e sociale che avevano spinto la rivoluzione nazionale, esso proclamava “la sovranità della nazione si estende non solo a tutti gli uomini e donne che la compongono, ma a tutti i suoi possessi materiali, il suolo della nazione e tutte le sue risorse, tutta la ricchezza e ogni processo di produzione di essa all’interno della nazione”. Il programma sostiene inoltre che “ogni diritto alla proprietà privata deve essere subordinato alla giustizia e al benessere pubblici”.

Un mese più tardi, il sindacalista Peadar O’Donnell issò la bandiera rossa sopra un manicomio a Monaghan dichiarando uno dei primi soviet al di fuori della Russia. Le rivendicazioni dei lavoratori – accolte dal panico delle autorità – consistevano nella riduzione della settimana lavorativa e nella paga uguale per uomini e donne.

l’agitazione era solo all’inizio. Nell’aprile 1919 la quarta città più grande dell’isola passò sotto il controllo dei lavoratori con la formazione del Soviet di Limerick. A seguito del tentativo da parte dell’IRA di liberare un volontario e sindacalista in sciopero della fame, tentativo conclusosi con la morte di un poliziotto, i britannici imposero la legge marziale nella città. Non piegato, il Limerick United Trades and Labour Council proclamò lo scioperò generale iniziando a coordinarsi per gestire la vita della città, dalla distribuzione del cibo all’emissione della moneta.

Questi metodi di lotta non erano limitati alle aree nazionaliste. Nel gennaio del 1919, la parte nordest di Belfast fu al centro di un movimento generale per ridurre l’orario che interesso le maggiori città industriali britanniche. Pochi giorni dopo ventimila lavoratori dei cantieri navali manifestarono per la settimana di quarantaquattro ore, un comitato di lavoratori assunse i poteri della città per i rifornimenti stabilendo restrizioni per i trasporti e il commercio.

Lo sciopero si concluse con un accordo parziale, ma per quelle poche settimane la città aveva preso molte delle caratteristiche di un soviet, e la vista di un centinaio di migliaia di persone in marcia, il Primo maggio di quell’anno, mostrò che i lavoratori di Belfast non erano immuni all’ondata rivoluzionaria che attraversava l’Europa.

Agevolate da uno stato centrale a tal punto incapace da non riuscire a riscuotere le imposte su reddito, così come dall’esistenza di un esercito popolare in grado di contestare l’autorità con la forza, le organizzazioni dei lavoratori in breve fiorirono. In totale, oltre un centinaio di soviet vennero proclamati in tutta l’isola nel corso di quegli anni – dagli impianti del gas di Tipperary alle miniere di Leitrim, dalle fonderie di Dublino ai mulini di Cork.

Anche nell’Irlanda rurale le agitazioni raggiunsero nuove vette, catalizzate dall’aspirazione di piccoli agricoltori e affittuari alla redistribuzione della terra, nonché quella dei braccianti per migliori condizioni di lavoro.

nel giugno del 1919, i grandi agricoltori nelle contee di Meath e Kildare estrometterono circa trecento lavoratori. La Battaglia di Fenor, come divenne nota, si trasformò in un confronto armato che alla fine richiese quattrocento soldati britannici al fine di assicurare il trasporto del bestiame. Scontri analoghi a  Castletownroche nella contea sudoccidentale di Cork l’anno successivo, spingendo le autorità britanniche a denunciare l’influenza dei “rossi” nell’industria agricola.

Gli espropri di unità di bestiame e terre nell’ovest del paese si diffusero “con la furia di un incendio nella prateria, nelle parole dello storico Desmond Graves, raggiungendo Galway, Mayo e Roscommon. In totale, circa settanta “magioni” vennero date alle fiamme durante questo periodo, col crescere dell’odio nei confronti di proprietari terrieri e grandi fittavoli.

L’intensificarsi dei conflitti industriali coincise della campagna condotta dall’IRA, e leader repubblicani come Mick Fitzgerald, del Sindacato generale irlandese dei lavoratori dei trasporti locale, che incoraggiavano l’azione diretta nelle terre e le lotte salariali.

Sviluppandosi parallelamente, benché senza una strategia politica finalizzata a coordinarli, il movimento per l’indipendenza e le lotte dei lavoratori giunsero a una forte convergenza negli scioperi del 1919 e del 1920 – il primo decretato per l’unità internazionale della classe  lavoratrice e per l’autodeterminazione, il secondo per il rilascio dei prigionieri politici.

La Guerra d’indipendenza non fece niente per attenuare la sfida della classe lavoratrice all’ordine sociale. Nel gennaio 1920 alle elezioni locali il Partito laburista ottenne 324 seggi, rispetto ai 422 del Sinn Féin, ai 297 degli Unionisti e ai 23 del Partito nazionalista. Per un breve momento in Irlanda, con l’intersecarsi di nazione e classe, si ebbe la possibilità non solo dell’indipendenza ma della rivoluzione sociale.

Una storia dimenticata

Cento anni dopo il 1916, molti degli eventi più radicali che hanno fatto della rivoluzione irlandese una profonda sfida all’ordine sociale non verranno commemorati. Il dibattito sulla Rivolta di Pasqua rimane prevalentemente limitato a un’angusta disputa tra nazionalismo e revisionismo pro-imperiale.

Eppure gli spettri del passato rivoluzionario irlandese continuano a tormentare i suoi governanti. Quando il Taoiseach (primo ministro) Enda Kenny, riferendosi agli attivisti delle lotte per l’acqua, usa il termine “mob”, nel 2014, ricorre alla stessa terminologia antisocialista con cui il polemista padre Robert kane si scagliava contro la classe lavoratrice nel 1910.

In risposta a Kane, James Connoly, intercettando lo spirito rivoluzionario dell’epoca, non si affidava certo alla rispettabilità. Egli difese  “le conquiste politiche e sociali delle folle e delle masse nel corso della storia contro quelle delle altre classi”

Nella sua marcia ascendente la folla ha trasformato e umanizzato il mondo… con un sol colpo della sua sporca e logora mano ha spazzato via la gogna, la schiacciadita, la ruota, lo stivale spagnolo e il torturatore, nell’oblio della storia… in quest’opera civilizzatrice e umanizzante la folla ha dovuto, in ogni momento, affrontare e superare l’odio e l’opposizione di re e nobili..

Nella rivoluzione nazionale irlandese, come in tante altre, i possidenti in condizione di trarre beneficio dall’indipendenza ebbero chi si  impegnò in questa battaglia anche per loro. Un secolo dopo, la rivoluzione sociale contro questa classe è  ancora tutta da combattere.

Nel preparare tale sfida dovremmo ricordare la tradizione irlandese di lotte dal basso e le parole di James Connoly scritte in sua difesa: “Onore, dunque, alla folla, incarnazione del progresso!”

Ronan Burtenshaw, giornalista e ex vicepresidente dell’Irish Congress of Trade Unions Youth.

Seán Byers, ricercatore presso Trademark Belfast e biografo di Seán Murray, fondatore del Partito comunista d’Irlanda.

Link all’articolo originale in inglese jacobinmag.com

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...