L’imperialismo nel XXI secolo

di John Smith

Introduzione

La globalizzazione della produzione e il suo spostamento verso i paesi a basso reddito costituiscono una delle più significative e dinamiche trasformazioni dell’era neoliberista. La sua forza trainante fondamentale consiste in quello che numerosi economisti chiamano “arbitraggio globale del lavoro”: lo sforzo compiuto dalle imprese in Europa, Nord America e Giappone al fine di tagliare i costi e aumentare i profitti rimpiazzando il relativamente ben pagato lavoro domestico con manodopera estera a basso costo, ciò sia attraverso l’emigrazione della produzione (la cosiddetta “esternalizzazione”) sia tramite l’emigrazione dei lavoratori. La riduzione dei dazi e la rimozione delle barriere ai flussi di capitali hanno stimolato la migrazione della produzione in direzione dei paesi a basso reddito, ma la militarizzazione delle frontiere e il crescere della xenofobia hanno creato l’effetto opposto sulla migrazione dei lavoratori provenienti da questi stessi paesi – non fermandoli del tutto, bensì inibendo il loro flusso e aggravando il già vulnerabile status di serie B dei migranti. Di conseguenza, le fabbriche attraversano liberamente il confine USA-Messico e passano agevolmente i muri della fortezza Europa, così come le merci in esse prodotte e i capitalisti  che le possiedono, mentre gli esseri umani che vi lavorano non godono del diritto di passaggio. Si tratta di una parodia di globalizzazione – un mondo senza frontiere per tutto e tutti a esclusione dei lavoratori.

I differenziali salariali globali, in larga misura derivanti dalla soppressione della libertà di movimento del lavoro, forniscono un riflesso distorto delle differenze globali nel tasso di sfruttamento (in parole semplici, la differenza tra il valore generato dai lavoratori e ciò che viene loro pagato). Lo spostamento verso sud della produzione significa che i profitti delle aziende con sede in Europa, Nord America e Giappone, il valore di tutte le tipologie di attività finanziarie provenienti da tali profitti, e i livelli di vita dei cittadini di queste nazioni, sono divenuti fortemente dipendenti dagli alti tassi di sfruttamento dei lavoratori nelle cosiddette “nazioni emergenti”. È necessario, dunque, riconoscere nella globalizzazione neo-liberale una nuova e imperialista fase dello sviluppo capitalistico, laddove “l’imperialismo” è caratterizzato dalla sua essenza economica: lo sfruttamento del lavoro vivo del Sud da parte dei capitalisti del Nord.

Nella prima parte verranno esposti i risultati di un’analisi empirica del trasferimento globale della produzione verso le nazioni a basso reddito, nonché identificata la sua caratteristica fondamentale: il super-sfruttamento imperialista (1); la seconda parte cercherà di spiegare tale fenomeno nei termini della teoria del valore di Marx, innanzitutto ripercorrendo il dibattito degli anni Sessanta e Settanta tra la teoria della dipendenza e i suoi critici marxisti “ortodossi”, successivamente riflettendo sulla teoria dell’imperialismo di Lenin, e per concludere, offrendo una rilettura critica del Capitale di Marx.

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L’incredibile diversità delle forme di famiglia

Una conversazione con Christophe Darmangeat

intervista di Elsa Collonges

Dottore in scienze economiche e docente all’università Paris Diderot, Christophe Darmangeat è autore di importanti studi di antropologia marxista. Nell’epoca del matrimonio per tutti e delle mobilitazioni reazionarie dei suoi oppositori, è utile sollecitare un chiarimento sulle forme assunte dalla famiglia, dal matrimonio e dalla parentela nel corso della storia.

Gli oppositori al matrimonio per tutti presentano la famiglia costituita da un padre, una madre e dai figli come il solo modello possibile. Esistono o sono esistite società funzionanti sulla base di altre organizzazioni della famiglia?

Tutte le società hanno avuto la tendenza a legittimare le proprie istituzioni sostenendo come fossero le uniche conformi alle leggi imperative della Natura e di Dio. In realtà, quando si osservano le differenti tipologie di famiglia presenti sul pianeta, colpisce soprattutto l’incredibile varietà di forme che gli esseri umani hanno potuto immaginare al fine di vivere insieme a allevare i figli. L’unica costante, sino all’avvento del capitalismo, è una profonda divisione sessuale del lavoro. Gli uomini e le donne occupano ruoli economici complementari – il che non significa per forza uguali – ovunque la forma corrente di famiglia includa persone dei due sessi. Ma a partire da ciò, l’immaginazione umana è stata di una fertilità senza limiti, sia per quanto concerne le relazioni sessuali sia per quanto riguarda i legami di filiazione. Ad esempio, per i loro primogeniti, i Samo del Burkina dissociavano la paternità biologica da quella sociale. Il padre sociale, marito della madre, non era il procreatore. Questo fatto era noto a tutti; semplicemente si evitava di nominarlo in presenza del marito, salvo che per recargli offesa. E ancora, in India, presso i Toda, i quali praticavano la poliandria (1), il padre ufficiale di un bambino era colui che per ultimo aveva compiuto la cerimonia appropriata, e ciò anche quand’era  ormai deceduto da anni. L’etnologia, dunque, pullula di esempi l’uno più sorprendente dell’altro. Gli antropologi benpensanti hanno sempre cercato di negare tale diversità sostenendo che si trattasse di variazioni dell’eterna famiglia nucleare. Si tratta di una frode. Come tutto ciò che è umano, la famiglia – assieme ad alcuni sentimenti ad essa spesso associati, come la gelosia – non è «naturale». È una costruzione sociale, eminentemente variabile.

Il matrimonio è un’istituzione comune all’insieme di tutte le società?

Il matrimonio è un’istituzione pressoché universale… ma non proprio del tutto. Un popolo della Cina, spesso presentato a torto come matriarcale, i Na, ignorava tanto il concetto di matrimonio quanto quello di paternità. Le donne avevano degli amanti cosiddetti «visitatori» i quali passavano con loro solo la notte. I bambini venivano allevati dalla madre e dagli zii materni. Altrove il matrimonio ha potuto rivestire tutte le forme possibili. Famiglie monogame, poligame, poliandriche, ristrette, allargate (2), divorzio facile o interdetto, adulterio ammesso o punito con la morte, si trova assolutamente di tutto! Talvolta, il matrimonio non riguardava che due individui, talvolta era questione di complesse strategie. A volte si svolgeva senza troppe formalità, altre volte era condizionato a ingenti pagamenti, o della donna all’uomo (dote) o dell’uomo ai parenti della sua futura sposa («il prezzo della sposa»). In breve, se ci poniamo sulla scala dell’intera umanità, non è chiaramente esistito «uno», bensì numerosi significati sociali attribuiti al matrimonio. Nella nostra società, coloro che convivono liberamente hanno dimostrato da tempo come per vivere insieme tra adulti consenzienti (quale che ne sia il sesso) si possa fare a meno del sindaco e del prete senza che il cielo cada in testa a nessuno.

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Il marxismo giapponese

Elena Louisa Lange

Il marxismo giapponese è pressoché ignorato nel mondo francofono e europeo più in generale. Eppure Marx è oggetto di dibattito in Giappone sin dagli anni Venti. Elena Louisa Lange, filosofa e specialista del marxismo giapponese, ci introduce alle fasi principali della ricezione giapponese della teoria marxista: le discussioni circa la natura del capitalismo giapponese, la rielaborazione delle nozioni tratte dal «marxismo occidentale» (reificazione, alienazione, ecc.), e ancora, l’interpretazione del capitale. In tal modo viene richiamata la nostra attenzione sui rischi di una teoria strettamente economicistica e sulla ricchezza delle nuove letture di Marx.

Il marxismo giapponese è poco conosciuto in ambito francofono e europeo. Malgrado alcune importanti eccezioni, come lo studio di Jacques Bidet Kozo Uno et son école. Une théorie pure du capitalisme contenuto nel Dictionnaire Marx Contemporain, un numero speciale della rivista Actuel Marx (Le marxisme au Japon, n°2, 1987) e pochi altri testi, tale tradizione risulta assente dai dibattiti contemporanei. Al fine di colmare questa lacuna, potresti esporci le principali correnti e figure di questa tradizione?

Elena Louisa Lange: Da un punto di vista generale, è difficile trovare nel Giappone del dopoguerra un intellettuale che non abbia, prima o poi, “flirtato” col marxismo. La rielaborazione della tradizione marxista in Giappone, dopo la Prima guerra mondiale, è stata a tal punto influente, che perfino figure di stampo decisamente conservatore si sentivano in obbligo di citare il nome di Marx per essere prese sul serio nei dibattiti. Tuttavia, tale accoglienza, come ovvio, ha incontrato una certa resistenza, ed è stata anche oggetto di repressione ai suoi esordi durante l’era Meiji (1868-1912), l’era Taishō (1912-1926) e soprattutto all’inizio dell’era Shōwa (1926-1945). Nel momento in cui, ai primordi dell’era Meiji, ha luogo un periodo di «occidentalizzazione e massiccia importazione della filosofia occidentale (il quale consisterà principalmente in vasti progetti di traduzione per i quali il governo imperiale istituisce un ministero speciale), si tratta in generale, da parte delle autorità ufficiali, di difendere la cosiddetta «filosofia borghese»; vale a dire, l’idealismo tedesco, il razionalismo e l’empirismo britannici e la filosofia vitalistica francese (Bergson). Certo, Il manifesto del partito comunista viene tradotto in giapponese ad opera di un militante politico, Kōtoku Shūsui. Ma nell’insieme, il movimento socialista dell’inizio dell’era Meiji è costantemente perseguitato. Solo a partire dal 1920 si afferma una dinamica di pubblicazione attorno alla teoria marxista, compresa la traduzione del primo libro del Capitale nel 1920, seguita rapidamente dai libri II e III nel 1924. Ma  bisognerà  attendere la resa del Giappone all’esercito americano per assistere all’ampliamento di tale fenomeno – ironicamente, sarà proprio questo a promuovere gli studi marxisti nelle scuole e nelle università. Tuttavia Marx, all’epoca, non è solo un semplice tema accademico. La forte presenza del marxismo nei dibattiti pubblici del Giappone del dopoguerra ha largamente contribuito alla sua influenza sulla società giapponese. Dibattiti i quali assumono la forma di tavole rotonde su riviste e grandi quotidiani come «Ashai Shinbun» (un giornale comparabile a Le Monde), e che contribuiscono a lungo alla vivacità della tradizione intellettuale giapponese. Più in generale, sembrerebbe che una ricezione così forte, peraltro assai elaborata se si pensa alla raffinatezza metodologica delle discussioni marxologiche, presenta lo stesso vigore di quella di Hegel e Darwin alla fine dl XIX secolo.

Nakano Shigeharu
Nakano Shigeharu (1902-1979)

Per quanto concerne le differenti correnti del marxismo giapponese, ovviamente è doveroso menzionare il ruolo fondamentale del Partito comunista giapponese, dei suoi membri, dei suoi dissidenti e delle sue polemiche, ad esempio il celebre dibattito sulla natura del capitalismo giapponese svoltosi negli anni Trenta. Non mi dilungherò su questo punto, avendo Jacques Bidet già abbordato i principali aspetti di questa discussione in alcuni dei suoi studi. Viceversa, preferisco soffermarmi sulle principali correnti «eterodosse», introducendole brevemente. Innanzitutto, una delle più influenti è sicuramente quella di un marxismo orientato verso le questioni letterarie, filosofiche e alla critica culturale (cultural critic), la quale, insieme a un marxismo incentrato sull’economia politica, è stata la più presente nei dibattiti accademici. Possiamo qui evocare alcune grandi figure del campo letterario, in particolare il movimento della letteratura proletaria del decennio 1920-1930, con autori quali Nakano Shigeharu (1902-1979), o ancora Yoshimoto Takaaki (1924-2012), padre della famosa scrittrice Banana Yoshimoto, autore di rilievo del movimento di contestazione studentesco degli anni Sessanta.

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La guerra di Mitterand

Nella carriera politica di François Mitterrand le atrocità francesi in Algeria hanno rappresentato delle pietre miliari nel corso della scalata al potere.

di Ian Birchall

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François Mitterrand e Chadli Bendjedid durante un incontro in Algeria nel 1981. Photo Vintage France

La storia completa dell’imperialismo francese nel XX secolo sta lentamente venendo alla luce. Ciò che appare particolarmente sconvolgente è a qual punto le organizzazioni e i singoli individui appartenenti alla sinistra ne siano stati complici sino in fondo.

François Mitterand sarà ricordato come il presidente socialista della Francia dal 1981 al 1985, tuttavia egli ha avuto una parte di primo piano nella politica francese già molti anni addietro, culminata nel ruolo giocato nel governo Mollet durante la Guerra d’Algeria. Dopo la fine della Seconda guerra mondiale la Francia è determinata a conservare il proprio impero, specialmente in Indocina e Algeria.

Determinazione che ha condotto a una durissima guerra nel sud-est asiatico, nonché a una selvaggia repressione in Madagascar nel 1947, nel corso della quale ci sono state migliaia di vittime. Mitterand ha espresso pieno sostegno a tale repressione.

Nel 1954 la lotta algerina per l’indipendenza nazionale, guidata dal Fronte di Liberazione Nazionale (FLN), ha inizio. Il governo francese definisce i membri del FLN criminali piuttosto che attivisti politici, inviando sempre più truppe in Algeria al fine di ripristinare “l’ordine”.

Uno degli aspetti più inquietanti della Guerra d’Algeria è come le tradizionali organizzazioni della classe lavoratrice abbiano abbandonato qualsiasi pretesa di internazionalismo.

Guy Mollet, leader della Sezione francese dell’Internazionale operaia (SFIO), è stato responsabile, come primo ministro, dell’escalation bellica, e  il Partito comunista francese (PCF) – con l’obiettivo di rilanciare il “Fronte popolare” – ne ha supportato  la decisione di introdurre i “poteri speciali” allo scopo di schiacciare il movimento di liberazione nel paese nord-africano.

Il ruolo di François Mitterand è stato meno discusso. Dopo l’indipendenza algerina né Mitterand né i suoi sostenitori (alcuni dei quali già esponenti della sinistra) erano interessati a indagare il suo operato durante la guerra; ciò nonostante, un libro del 2010, scritto in collaborazione dallo storico Benjamin Stora e dal giornalista politico François Malye – basato sulle testimonianze dei contemporanei e su di una documentazione in precedenza mai utilizzata – ci fornisce un quadro più chiaro.

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L’emergere della critica di Marx all’agricoltura moderna

Le intuizioni sull’ecologia nei quaderni di estratti

di Kohei Saito

Introduzione

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Karl Marx nel 1861

Durante la preparazione in vista della sua critica dell’economia politica, Marx ha compilato un’enorme quantità di quaderni di appunti e estratti. Spesso accompagnati da commenti, consistono in larga parte di citazioni dirette tratte da numerosi libri, riviste e giornali che avevano attratto la sua attenzione. Sebbene a lungo trascurati dagli studiosi marxisti e mai pubblicati in alcuna lingua (1), tali quaderni, al pari dei manoscritti e delle lettere, costituiscono una preziosa e originale fonte per la comprensione del processo alla base del pensiero di Marx. Di fatto, con l’inizio della loro pubblicazione nella quarta sezione della nuova Marx-Engels Gesamtausgabe (MEGA2), l’importanza di questi quaderni sta divenendo sempre più evidente (2). I taccuini di Marx sono la testimonianza di uno sforzo incessante finalizzato a cogliere la totalità del capitalismo e, considerata l’incompiutezza del Capitale, forniscono indicazioni di grande utilità sulla direzione che avrebbe potuto prendere il progetto marxiano di critica dell’economia politica.

Nel tentativo di comprendere lo sviluppo della teoria di Marx, questo saggio analizza i suoi estratti dai volumi di due chimici agrari, Justus von Liebeg e James F.W. johnston, così da far luce sul significativo mutamento nell’approccio di Marx riguardo alla pratica della moderna agricoltura, il quale lo ha condotto, negli ultimi anni della sua vita, a intensificare lo studio delle scienze naturali (3). Marx lesse accuratamente i lavori dei due chimici, prima negli anni Cinquanta, agli esordi delle ricerche sull’economia politica, e successivamente negli anni Sessanta, mentre era impegnato nella preparazione dei manoscritti del Capitale (4). A un esame approfondito dei suoi estratti, ci si rende conto di come egli abbia raggiunto una comprensione critica e ecologica della moderna agricoltura, una comprensione, che alla metà degli anni Sessanta, si spinge ben oltre il paradigma ricardiano della rendita differenziale. Nonostante l’iniziale ottimismo di Marx circa gli effetti della moderna agricoltura basata sull’applicazione delle scienze naturali e della tecnologia, in seguito egli non ha mancato di sottolinearne le conseguenze negative, in regime capitalistico, derivanti proprio da tale applicazione, illustrando come essa conduca, inevitabilmente, a delle forti disarmonie nel “ricambio organico” (Stoffwechsel) transtorico tra gli esseri umani e la natura.

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