La guerra di Mitterand

Nella carriera politica di François Mitterrand le atrocità francesi in Algeria hanno rappresentato delle pietre miliari nel corso della scalata al potere.

di Ian Birchall

algerie
François Mitterrand e Chadli Bendjedid durante un incontro in Algeria nel 1981. Photo Vintage France

La storia completa dell’imperialismo francese nel XX secolo sta lentamente venendo alla luce. Ciò che appare particolarmente sconvolgente è a qual punto le organizzazioni e i singoli individui appartenenti alla sinistra ne siano stati complici sino in fondo.

François Mitterand sarà ricordato come il presidente socialista della Francia dal 1981 al 1985, tuttavia egli ha avuto una parte di primo piano nella politica francese già molti anni addietro, culminata nel ruolo giocato nel governo Mollet durante la Guerra d’Algeria. Dopo la fine della Seconda guerra mondiale la Francia è determinata a conservare il proprio impero, specialmente in Indocina e Algeria.

Determinazione che ha condotto a una durissima guerra nel sud-est asiatico, nonché a una selvaggia repressione in Madagascar nel 1947, nel corso della quale ci sono state migliaia di vittime. Mitterand ha espresso pieno sostegno a tale repressione.

Nel 1954 la lotta algerina per l’indipendenza nazionale, guidata dal Fronte di Liberazione Nazionale (FLN), ha inizio. Il governo francese definisce i membri del FLN criminali piuttosto che attivisti politici, inviando sempre più truppe in Algeria al fine di ripristinare “l’ordine”.

Uno degli aspetti più inquietanti della Guerra d’Algeria è come le tradizionali organizzazioni della classe lavoratrice abbiano abbandonato qualsiasi pretesa di internazionalismo.

Guy Mollet, leader della Sezione francese dell’Internazionale operaia (SFIO), è stato responsabile, come primo ministro, dell’escalation bellica, e  il Partito comunista francese (PCF) – con l’obiettivo di rilanciare il “Fronte popolare” – ne ha supportato  la decisione di introdurre i “poteri speciali” allo scopo di schiacciare il movimento di liberazione nel paese nord-africano.

Il ruolo di François Mitterand è stato meno discusso. Dopo l’indipendenza algerina né Mitterand né i suoi sostenitori (alcuni dei quali già esponenti della sinistra) erano interessati a indagare il suo operato durante la guerra; ciò nonostante, un libro del 2010, scritto in collaborazione dallo storico Benjamin Stora e dal giornalista politico François Malye – basato sulle testimonianze dei contemporanei e su di una documentazione in precedenza mai utilizzata – ci fornisce un quadro più chiaro.

Nel momento in cui Mitterand è stato eletto presidente nel 1981, uno dei primi atti della sua amministrazione è stata l’abolizione della pena capitale. Ma il suo atteggiamento nei confronti della pena di morte era assai differente negli anni Cinquanta.

Nel gennaio del 1956 un governo di coalizione guidato da Guy Mollet giungeva la potere. Sotto il sistema multipartitico della Quarta repubblica gran parte dei governi durava al massimo pochi mesi, tuttavia quello Mollet è restato in carica circa sedici mesi – un periodo nel quale la Guerra d’Algeria ha avuto un’intensificazione significativa.

Il secondo in comando di Mollet era Pierre Mendès-France, e Mitterand era garde des sceaux (“guardasigilli”), o ministro della giustizia, dunque il terzo ministro per importanza secondo il protocollo di gabinetto.

Mitterand aveva allora solo trentanove anni, eppure era un veterano avendo preso parte a ben dieci precedenti governi di coalizione. Egli non era un membro della SFIO, ma era a capo di una piccola formazione, l’Unione democratica e socialista della resistenza (USDR), la quale gli garantiva una forte posizione contrattuale nelle complesse manovre fra partiti.

La posizione di Mitterand sull’Algeria – così come su molte altre questioni – è stata segnata dall’ambiguità. Per quanto riguarda la politica coloniale poteva vantare un curriculum generalmente liberale, avendo favorito l’indipendenza tunisina e marocchina. Ma il caso dell’Algeria è del tutto differente.

Allo scoppio dell’insurrezione del FLN nel 1954, Mitterand definiva il negoziato coi ribelli  inconcepibile e sosteneva di volere invece delle riforme sociali. Agli occhi di molti coloni i suoi sentimenti apparivano irresponsabilmente liberali, tuttavia l’impegno di Mitterand a mantenere l’Algeria francese era totale.

Soprattutto Mitterand era ambizioso. Essendosi già dimesso dal governo di Joseph Laniel, riguardo alla questione del Marocco, era ben consapevole che un’altra dimissione avrebbe potuto danneggiare fatalmente la sua reputazione.

Egli nutriva reali speranze di poter succedere a Mollet come primo ministro in tempi brevi; niente – di certo non considerazioni di natura umanitaria, né gli interessi di lungo termine dell’imperialismo francese – era più importante della sua carriera.

Lo sforzo bellico del governo Mollet si intensificava articolandosi in cinque tappe:

  • Col voto a favore del conferimento dei “poteri speciali” si concedeva all’esecutivo di governare tramite decreto, veniva trasferito il potere sostanziale al ministro residente, Robert lacoste, si sostituivano i tribunali civili con quelli militari. (Avendo una formazione giuridica, Mitterand era senza dubbio consapevole che i poteri speciali violavano la costituzione, eppure li accettò).
  • Venivano sequestrati Ahmed Ben Bella e altri leader del FLN. (Una mossa inizialmente elogiata da Mitterand. Per quanto in seguito si sia reso conto di come tale azione illegale abbia avuto conseguenze dannose, non si oppose ala decisione del gabinetto di tenere i prigionieri in custodia).
  • Si dispiegavano altre duecentomila truppe in Algeria. (Mendès-France a seguito di ciò rassegnò le dimissioni dal governo, Mitterand accenno qualche protesta ma senza opporsi alla decisione).
  • Il paese veniva coinvolto nell’invasione dell’Egitto del 1956. (In quell’ocasione Mitterand dichiarò al gabinetto, “Nasser deve essere liquidato. Si tratta di un duello all’ultimo sangue”).
  • Infine, durante la Battaglia di Algeri veniva garantita al generale Massu la piena autorità per schiacciare l’organizzazione del FLN nella capitale. (Mitterand si trovava in regolare contatto telefonico con Algeri, dunque doveva essere al corrente di metodi illegali di Massu, tortura compresa).

In ognuno di questi casi, Mitternad sosteneva pubblicamente la politica del governo del quale era membro, talvolta con un entusiasmo che andava ben oltre la solidarietà ministeriale.

Per quanto sembri aver nutrito riserve su alcuni punti, egli rimase in silenzio. In un’intervista dopo il collasso del governo Mollet, rimarcò la propria approvazione alle linee principali della politica governativa allo scopo di “ripristinare l’ordine” e di assicurare l’Algeria alla Francia.

Mitterand si posizionava chiaramente alla destra della politica già assai moderata del suo partito, il quale al congresso del 1956 votava all’unanimità a favore di una soluzione federale per l’Algeria. Non prima del marzo 1957, appena due mesi prima della caduta del governo, Mitterand indirizzava una lettera a Mollet nella quale, molto timidamente, esprimeva le proprie riserve su come si stava agendo in Algeria.

Molto di ciò che accadeva in Algeria era al di fuori del controllo del governo francese, avendo l’esercito, di fatto, assunto il controllo. La tortura era sistematica, e molti algerini prigionieri vennero uccisi al di fuori di qualsiasi procedimento giudiziario. (Questo aveniva spesso nella forma delle cosiddette corvées de bois, quando i prigioniero venivano inviati con una squadra a raccogliere legna per poi essere eliminati nel corso di presunti “tentativi di fuga”).

Naturalmente vi era una logica alla base di tale brutalità. Il sistema giudiziario sarebbe crollato sotto il peso di un simile numero di prigionieri in attesa di processo.

Oltretutto, non essendovi ufficialmente una “guerra”, non potevano esservi prigionieri di guerra . Gli ufficiali dell’esercito e i politici – Mitterand compreso – erano del tutto consapevoli di ciò e lo accettavano tacitamente.

È certo difficile accertare di quanto fosse al corrente Mitterand, tuttavia sembrerebbe chiaro che aveva un quadro abbastanza preciso di quanto stava accadendo.  In realtà, egli era molto più informato circa l’Algeria di molti suoi colleghi ministri, incluso lo stesso Mollet, e manteneva contatti costanti con gli informatori. Quando l’avocato Gisèle Halimi gli comunicò nel 1956 delle torture subite dai suoi clienti, Mitterand l’accusò di esagerare.

Mitterand nominò Jean Reliquet come procuratore generale algerino. Quest’ultimo a quanto pare era un onesto liberale, rispettoso delle procedure legali, ma era effettivamente privo di poteri. Per un certo periodo Lacoste rifiutò di incontrarlo, e di fatto anche le autorità militari lo ignoravano.

L’impotenza amministrativa di Reliquet va inserita nel contesto delle continue esecuzioni – una materia rispetto alla quale Mitterand aveva una speciale responsabilità. Delle 222 esecuzioni eseguite nel corso della guerra, le prime quarantacinque si svolsero sotto il governo Mollet.

Il boia di algeri, Fernand Meyssonnier, una figura non certo dal cuore tenero, ha paragonato l’ondata di esecuzioni al Terrore degli anni Novanta del XVIII secolo.

In termini di vittime totali della guerra , si tratta senza dubbio di un numero esiguo, tuttavia le implicazioni politiche del ricorso alla pena capitale erano significative. Il governo francese rifiutava fermamente di riconoscere che vi fosse una guerra, criminalizzando in tal modo l’intero movimento di indipendenza nazionale.

Lacoste negava perfino l’esistenza del FLN, sostenendo che fosse meramente una gang di teppisti e un mito creato dagli avocati parigini. Così, i prigionieri abbastanza fortunati da ottenere un processo venivano trattati non come combattenti bensì come criminali, e in alcuni casi non avevano il permesso di vedere i propri legali. (Le autorità di occupazione tedesche, come molti ricorderanno, assunsero lo stesso atteggiamento nei confronti della resistenza francese).

Agli occhi del FLN la ghigliottina, piuttosto che la fucilazione, appariva come un’espressione di disprezzo. Avrebbero infatti preferito affrontare il plotone d’esecuzione che subire l’umiliazione della decapitazione.

Per i difensori ella dominazione francese, la pena capitale assumeva un significato differente. Era noto a tutti che prima o poi, in un modo o nell’altro, la guerra sarebbe finita, e ai combattenti sarebbe stata garantita l’amnistia. Per cui l’esecuzione diveniva l’unico mezzo di punizione.

Alcuni dei militanti del FLN giustiziati erano colpevoli dell’uccisione di poliziotti o civili. Alla luce della finzione legale secondo la quale non vi era alcuna guerra, erano accusati di omicidio.

Ma alcuni vennero giustiziati per reati minori: Mohamed Belkhiria aveva lanciato una granata disarmata in un bar di Constantine. Nessuno venne ucciso o ferito, eppure egli venne condannato a morte (con l’approvazione di Mitterand).

Quando il governo Mollet giunse al potere nel 1956, 253 sentenze di morte erano state comminate ai nazionalisti algerini (163 in contumacia), ma nessuna ancora eseguita; c’erano novanta prigionieri nel braccio della morte.

Una decisione da parte del governo andava presa sull’effettuare o meno le esecuzioni. Non esistono verbali di incontri ufficiali, ma un resoconto non ufficiale tenuto da uno dei ministri mostra come Mitterand abbia votato a favore delle esecuzioni.

Provvedimenti di clemenza vennero presi dal presidente della repubblica, René Coty, a seguito di considerazioni fatte da dodici membri del Consigli superiore della magistratura.

Coty era un umo anziano, spesso stanco, e in un’occasione confuse due casi separati. Un altro membro del comitato, un avocato, dormiva nel corso delle sezioni. L’influenza di Mitterand quale vicepresidente dell’organismo era dunque di estrema importanza.

Dall’alto della sua posizione Mitternad sostenne misure per accelerare le esecuzioni, in tal modo nel febbraio del 1956 ebbero luogo diciassette esecuzioni (Mitterand si oppose alle sentenze solo in due casi). Inoltre, ridusse il periodo di tempo utile alle richieste di clemenza.

In questo modo le procedure in uso in Algeria contrastavano nettamente rispetto a quelle francesi. Emile Buisson, un gangster parigino e un serial killer, venne anch’egli ghigliottinato nel febbraio 1956. Ma la sua esecuzione ebbe luogo ben tre anni dopo l’arresto, dopo che gli era stato dato il tempo di ottenere numerose perizie psichiatriche a supporto del suo appello.

Dunque Mitterand si schierava per la linea dura per quanto riguarda la questione della pena di morte. Delle quarantacinque esecuzioni eseguite nel periodo in cui era in carica, egli si oppose alla clemenza in almeno trentadue casi.

I rimanenti, e incompleti verbali, mostrano che egli votò a favore della clemenza anche meno di Lacoste, generalmente considerato uomo di destra, difensore dei coloni europei e degli ufficiali dell’esercito.

La posizione di Lacoste non era semplicemente fondata su ragioni umanitarie. Pur essendo il FLN agli esordi una piccola organizzazione, la repressione spinse larghi strati della popolazione nelle sue fila.

Le esecuzioni fornivano al FLN dei martiri. La sua vendetta assunse la forma di una violenta ondata di attacchi a Algeri, espandendo una guerra originariamente confinata in buna parte alle campagne.

A seguito della prima esecuzione il  FLN ordinò ai propri sostenitori di sparare a qualsiasi maschio europeo di età compresa tra i diciotto e i quarantaquattro anni. Il che a sua volta portò i coloni a dare vita a dei linciaggi razzisti, polarizzando ulteriormente la situazione.

Uno dei casi più attirarono l’attenzione fu quello di Fernand Iveton, l’unico civile europeo giustiziato nel corso della guerra. Iveton, membro del Partito comunista algerino, apparteneva all’ala del partito che voleva impegnarsi in una solidarietà attiva con la rivoluzione algerina.

Egli decise di piazzare un bomba di piccole dimensioni nel suo posto di lavoro, la fabbrica del gas di Algeri. L’ordigno era programmato in modo da funzionare nel momento in cui la fabbrica sarebbe stata vuota, così da provocare danni alla proprietà senza causare lesioni alle persone. Alla fine la bomba venne prima di esplodere.

Iveton venne arrestato, torturato condannato a morte. La prospettiva di un significativo numero di coloni schierati col FLN era estremamente allarmante, e il governo francese era convinto della necessità di un’azione decisiva a riguardo.

Il fatto che Iveton fosse comunista rendeva facile denunciare una presunta influenza comunista  sul FLN, il tutto nell’atmosfera ferocemente anticomunista seguita all’invasione russa dell’Ungheria.

Il processo ebbe luogo poche settimane dopo l’arresto. Il 6 febbraio del 1957 il Consiglio superiore della magistratura ascoltò il suo appello. I suoi legali ebbero poco tempo per preparare il caso e ancor meno per presentarlo; il consiglio esaminò ventuno appelli in circa novanta minuti. Mitterand votò per il rigetto dell’appello di Iveton.

Generalmente solo gli attivisti della base venivano processati e giustiziati. Le figure di spicco viceversa affrontavano la morte senza processo.

Nel febbraio del 1957 le forze francesi catturarono Larbi Ben M’Hidi, uno dei sei fondatori del FLN. I vertici dell’esercito erano determinati a impedire che Ben M’Hidi utilizzasse un processo pubblico come piattaforma internazionale.

Otto giorni dopo, il comandante Paul Aussaresses (che lo ammise nelle sue memorie quarant’anni dopo) e i suoi uomini impiccarono Ben M’Hidi, presentando la sua more come un suicidio.

Quando l’ufficio di Mitterand cercò di ottenere maggiori informazioni, l’esercito eresse un muro di silenzio, affermando che poiché si trattava di suicidio non c’era nient’altro da dire. Quanto sapesse Mitterand è difficile da stabilire.

Nel momento in cui il governo Mollet collassò nel 1957a causa delle divisioni e tensioni interne causate dalla guerra, venne rimpiazzato da un governo sotto la guida di Maurice Bourgès–Manoury, un falco riguardo alla questione algerina nonché rivale di Mitterand. Quest’ultimo non faceva parte del nuovo gabinetto e non occuperà altre cariche governative fino all’elezione presidenziale del 1981.

Senza nessun’altra alternativa, Mitterand si spostò a sinistra. Quando i membri della SFIO in rotta col partito sulla sua politica algerina e il supporto a de Gaulle formarono il Partito socialista unificato (PSU) nel 1960, Mitterand fece domanda di adesione.

La sua richiesta venne rifiutata tre volte – il suo operato mentre era in carica rappresentò senza dubbio un fattore importante.

La SFIO, indebolita dalla questione dell’Algeria e dallo sciopero generale del 1968, si trovava ormai vicina al collasso. Mitterand, mao stato suo membro, ricostruì il nuovo Partito socialista sulle rovine, attraendo non pochi esponenti del PSU e alleandosi col PCF.

Questo ha costituito il suo trampolino di lancio verso il potere. La sua condotta durante la Guerra d’Algeria non è ritornata a tormentarlo, ed egli è riuscito a creare il proprio mito assicurandosi che buona parte del passato riammesse nascosto, a testimonianza della sua scaltrezza.

Ian Birchall è autore, tra tanti altri libri, di Tony Cliff: A Marxist for His Time.

Link all’articolo originale in inglese jacobinmag.com

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