L’imperialismo nel XXI secolo

di John Smith

Introduzione

La globalizzazione della produzione e il suo spostamento verso i paesi a basso reddito costituiscono una delle più significative e dinamiche trasformazioni dell’era neoliberista. La sua forza trainante fondamentale consiste in quello che numerosi economisti chiamano “arbitraggio globale del lavoro”: lo sforzo compiuto dalle imprese in Europa, Nord America e Giappone al fine di tagliare i costi e aumentare i profitti rimpiazzando il relativamente ben pagato lavoro domestico con manodopera estera a basso costo, ciò sia attraverso l’emigrazione della produzione (la cosiddetta “esternalizzazione”) sia tramite l’emigrazione dei lavoratori. La riduzione dei dazi e la rimozione delle barriere ai flussi di capitali hanno stimolato la migrazione della produzione in direzione dei paesi a basso reddito, ma la militarizzazione delle frontiere e il crescere della xenofobia hanno creato l’effetto opposto sulla migrazione dei lavoratori provenienti da questi stessi paesi – non fermandoli del tutto, bensì inibendo il loro flusso e aggravando il già vulnerabile status di serie B dei migranti. Di conseguenza, le fabbriche attraversano liberamente il confine USA-Messico e passano agevolmente i muri della fortezza Europa, così come le merci in esse prodotte e i capitalisti  che le possiedono, mentre gli esseri umani che vi lavorano non godono del diritto di passaggio. Si tratta di una parodia di globalizzazione – un mondo senza frontiere per tutto e tutti a esclusione dei lavoratori.

I differenziali salariali globali, in larga misura derivanti dalla soppressione della libertà di movimento del lavoro, forniscono un riflesso distorto delle differenze globali nel tasso di sfruttamento (in parole semplici, la differenza tra il valore generato dai lavoratori e ciò che viene loro pagato). Lo spostamento verso sud della produzione significa che i profitti delle aziende con sede in Europa, Nord America e Giappone, il valore di tutte le tipologie di attività finanziarie provenienti da tali profitti, e i livelli di vita dei cittadini di queste nazioni, sono divenuti fortemente dipendenti dagli alti tassi di sfruttamento dei lavoratori nelle cosiddette “nazioni emergenti”. È necessario, dunque, riconoscere nella globalizzazione neo-liberale una nuova e imperialista fase dello sviluppo capitalistico, laddove “l’imperialismo” è caratterizzato dalla sua essenza economica: lo sfruttamento del lavoro vivo del Sud da parte dei capitalisti del Nord.

Nella prima parte verranno esposti i risultati di un’analisi empirica del trasferimento globale della produzione verso le nazioni a basso reddito, nonché identificata la sua caratteristica fondamentale: il super-sfruttamento imperialista (1); la seconda parte cercherà di spiegare tale fenomeno nei termini della teoria del valore di Marx, innanzitutto ripercorrendo il dibattito degli anni Sessanta e Settanta tra la teoria della dipendenza e i suoi critici marxisti “ortodossi”, successivamente riflettendo sulla teoria dell’imperialismo di Lenin, e per concludere, offrendo una rilettura critica del Capitale di Marx.

Prima parte: globalizzazione e imperialismo

La globalizzazione della produzione e dei produttori

la globalizzazione della produzione si manifesta in un’enorme espansione del potere e della portata delle multinazionali, la stragrande maggioranza delle quali proprietà di capitalisti residenti nei paesi imperialisti. L’UNCTAD (Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo) stima che “circa l’80 per cento del commercio globale… è connesso con le reti internazionali di produzione delle multinazionali”, sia come investimenti diretti all’estero (IDE), sia come relazioni tra le “imprese leader” e i loro formalmente indipendenti fornitori (2).

L’industrializzazione orientata all’export (o, dal punto di vista del Nord, “esternalizzazione”) è la sola opzione capitalista per le nazioni povere non dotate di abbondanti risorse naturali. Sotto la sua egida, la quota delle “nazioni in via di sviluppo” nelle esportazioni globali di beni manifatturieri è passata dal 5 per cento nel periodo pre-globalizzazione a circa il 30 per cento  a cavallo del nuovo millennio (grafico 1), mentre la quota di beni manifatturieri nelle esportazioni del Sud è triplicata in appena dieci anni, stabilizzandosi nei primi anni Novanta a oltre il 60 per cento. Il grafico 2 mostra questa drammatica trasformazione dal punto di vista dei paesi imperialisti. Nel 1970, appena il 10 per cento delle loro importazioni manifatturiere proveniva da quello che allora veniva definito terzo mondo; al passaggio di millennio, tale quota – di un enormemente ampliatosi totale – è quintuplicata (3)

Grafico 1. Quota delle nazioni in via di sviluppo nell’esportazione mondiale di beni manifatturieri

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Fonte: UNCTAD Statisitcal Handboock, http://unctadstat.unctad.org. Il dato 1955-1995 proviene da UNCTAD, “Handbook of Statistics—Archive: Network of Exports by Region and Commodity Group—Historical Series,” http://unctadstat.unctad.org; accessed July 18, 2009, non più in rete (dato in possesso dell’autore).

Grafico 2. Quota delle nazioni in via di sviluppo nell’importazione di beni manifatturieri delle nazioni sviluppate

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Fonte: UNCTAD Statistical Handboock, http://unctadstat.unctad.org. Il dato 1955-1995 proviene da UNCTAD, “Handbook of Statistics—Archive: Network of Exports by Region and Commodity Group—Historical Series,” http://unctadstat.unctad.org; accessed July 18, 2009, non più in rete (dato in possesso dell’autore).

L’industria automobilistica statunitense illustra vividamente questo fatto. Nel 1995 essa ha importato quattro volte tanto in termini di valore aggiunto legato all’automobile sia dal Canada che dal Messico, solo il 10 per cento in più nel 2015, e dal 2009, il Messico è stato la fonte di un valore aggiunto del 48 per cento in più rispetto al Canada (4). La delocalizzazione dei processi di produzione verso i paesi a basso reddito è stata altrettanto importante per le imprese europee e giapponesi. Uno studio sul commercio UE-Cina ha concluso che “la possibilità di delocalizzare le attività produttive a più alta intensità di lavoro, così come quelle di assemblaggio, in Cina, fornisce un’opportunità alle nostre stesse imprese di sopravvivere in un ambiente sempre più competitivo”, mentre “le aziende giapponesi dell’elettronica continuano a prosperare nei mercati americani proprio perché hanno trasferito le proprie linee di assemblaggio in Cina” (5).

Il risultato è una struttura mondiale del mercato estremamente peculiare, nella quale le imprese del Nord competono con altre imprese del Nord, il loro successo imperniato sulla capacità di tagliare i costi delocalizzando la produzione; e le imprese dei paesi a basso reddito competono ferocemente l’una contro l’altra, ognuna cercando di esercitare lo stesso “vantaggio comparato”, vale a dire l’eccesso di lavoratori disoccupati alla disperata ricerca d lavoro. Tuttavia, le imprese del nord generalmente non competono con quelle del sud (6). Questo semplice e spesso trascurato fatto è ovviamente verificabile nei rapporti tra le società madri quelle dal loro interamente controllate (ossia gli IDE), così come in certe forme di relazione sempre più incentivate: per esempio, quella fra la Primark e i suoi fornitori del Bangladesh, e tra la General Motros e le aziende messicane che fabbricano un numero sempre crescente dei suoi componenti, la relazione è complementare, non competitiva, anche se è altamente ineguale. Vi sono importanti eccezioni, e in effetti tale struttura e lacerata da contraddizioni, ma lo schema generale è chiaro: c’è rivalità Nord-Nord, e spietata competizione Sud-Sud la quale assume le proporzioni di una corsa al ribasso, ma vi è una generale assenza di competizione ai vertici Nord-Sud – vale a dire tra le imprese. Invece, i lavoratori si trovano ad affrontare la competizione attraverso il divario salariale globale, la repressione salariale, e un accelerato declino della quota del lavoro nel PIL in ogni paese.

La globalizzazione della produzione non ha solo trasformato la fabbricazione di merci ma i rapporti sociali in generale, specialmente il rapporto sociale che caratterizza il capitalismo: il rapporto capitale-lavoro, il quale è sempre più una relazione tra capitale del Nord e lavoro del Sud. L’enorme crescita della forza lavoro industriale nelle nazioni “in via di sviluppo” è illustrata dal grafico 3, il quale rivela come, nel 2010, il 79 per cento, ovvero 541 milioni, dei lavoratori dell’industria di tutto il mondo vivevano nelle “regioni meno sviluppate”. È salito dal 34 per cento del 1950 e 53 per cento del 1980 – comparato ai 145 milioni di lavoratori dell’industria, dunque il 21 per cento del totale, i quali nel 2010 vivevano nei paesi imperialisti.

Grafico 3. Forza lavoro industriale globale

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Fonte: i dati dal 1995 al 2008 provengono da LABORSTA, http://laborsta.ilo.org, e da Key Indicators of the Labour Market (KILM), 5° e 6° edizione, http://ilo.org. La prima fonte fornisce i dati per la popolazione economicamente attiva totale, la seconda i coefficienti settoriali che consentono il calcolo dl numero di lavoratori industriali; il dato del 2010 è stato ottenuto per estrapolazione. Il dato 1950-1990 proviene dell’ILO, “Population and Economically Active Population,” consultato nel 2004, non più disponibile in rete (dato in possesso dell’autore). Le categorie usate dall’ILO, regioni “più” e “meno” sviluppate corrispondono approssimativamente alle categorie contemporanee di economie “sviluppate” e “in via di sviluppo, rispettivamente.

Ciò nonostante, con la parziale eccezione della Cina – un caso particolare a causa della politica “del figlio unico”, della crescita eccezionalmente rapida, e della tuttora incompleta transizione dal socialismo al capitalismo – nessuna economia del Sud è cresciuta abbastanza velocemente da provvedere posti per milioni di giovani che entrano nel mercato del lavoro e per o milioni che fuggono dalla povertà rurale.

“L’arbitraggio globale del lavoro” – fattore chiave della globalizzazione della produzione

Con lo sradicamento di centinaia di milioni di lavoratori e contadini nelle nazioni del Sud dai loro legami con la terra e dai lavori in industrie nazionali protette, il capitalismo neoliberista ha accelerato l’espansione di un ampio bacino di manodopera iper-sfrutabile. La soppressione della mobilità del lavoro ha interagito con questo enorme aumento dell’offerta producendo un drammatico ampliamento dei differenziali salariali, il quale, secondo i ricercatori della Banca mondiale “supera qualsiasi forma di divario di prezzo indotto dalle frontiere di un ordine di grandezza o più” (7). Il ripido gradiente salariale fornisce ai capitalisti del Nord due diversi modi per incrementare i profitti – attraverso l’emigrazione della produzione verso paesi a basso reddito, o l’immigrazione dei lavoratori da questi stessi paesi. Il Fondo monetario internazionale (FMI) stabilisce molto precisamente tale connessione: “Le economie avanzate possono accedere al bacino globale del lavoro tramite le importazioni e l’immigrazione”, osservando significativamente “Il commercio costituisce il più importante e veloce canale di espansione, in larga parte perché l’immigrazione rimane fortemente ristretta in molti paesi” (8).

Ciò che l’FMI chiama “accedere al bacino globale del lavoro” da altri è stato definito “arbitraggio globale del lavoro”, la cui caratteristica essenziale, secondo Stephen Roach, consiste nella sostituzione “di lavoratori ad alto salario qui, con lavoratori a basso salario all’estero” (9). Roach, all’epoca alla testa delle operazioni in Asia do Morgan Stanley, ha sostenuto che “un unica e potente confluenza di tre grandi tendenze sta guidando l’arbitraggio globale”. Esse sono “la maturazione delle piattaforme di esternalizzazione offshore… la connettività E-based… [e] il controllo dei costi” (10). Di questi, “il controllo dei costi” – altrimenti detto, bassi salari – rappresenta “il catalizzatore che tiene l’arbitraggio globale del lavoro in vita”. Proseguendo in proposito, Roach spiega:

In un’era di eccesso dell’offerta, alle aziende manca la leva dei prezzi come mai prima d’ora. Per tanto, le imprese devono essere implacabili nella ricerca di nuovi livelli di efficienza. Non a caso, l’obiettivo primario di tali sforzi è il lavoro, il quale rappresenta la gran parte dei costi di produzione nel mondo sviluppato… Di conseguenza, l’esternalizzazione offshore per estrarre il prodotto da lavoratori relativamente a basso salario nel mondo in via di sviluppo è divenuta una sempre più urgente tattica di sopravvivenza per le aziende nelle economie sviluppate (11).

Si tratta di una descrizione della forza guida della globalizzazione neo-liberale assai più ricca di quella offerta dai tecnocrati dell’FMI. Potremmo chiederci, però, perché Roach dica “estrarre il prodotto” invece di “estrarre il valore” – i capitalisti, dopo tutto, non sono interessati al prodotto del lavoro bensì al valore contenuto in esso. La risposta, sospettiamo, è che “estrarre valore” renderebbe ancora più esplicito come questi lavoratori a basso salario creino più ricchezza di quanta non ne ricevano in forma di salario, in altre parole che siano sfruttati – una nozione eretica per un economista mainstream. L’osservazione di Roach pone anche la questione – come fanno esattamente “le imprese nelle economie più sviluppate” “a estrarre il prodotto” dai lavoratori del Bangladesh, della Cina o altrove? L’unico contributo visibile di questi lavoratori al risultato finale delle aziende nelle “economie sviluppate” è il flusso di profitti rimpatriati dagli IDE, ma non un solo penny dei profitti di H&M o General Motors può esser fatto risalire ai loro fornitori indipendenti in Bangladesh o Messico; il tutto appare come valore aggiunto delle loro stesse attività. Un tale enigma, inspiegabile per la teoria economica mainstream e quindi ignorato, può essere sciolto soltanto ridefinendo valore aggiunto come valore prelevato; in altri termini, il “valore aggiunto” di un’impresa non rappresenta il valore da essa prodotto, bensì la porzione del valore totale, al livello economico, che riesce a prelevare attraverso lo scambio, incluso il valore estratto dal lavoro vivo in paesi lontani. Non solo il prelevamento del valore non è identico alla sua creazione, come sostiene la teoria mainstream, non vi è alcuna correlazione tra loro – le banche, per esempio, non generano valore ma prelevano una gran quantità di esso. Dal momento che il PIL di un paese non è altro che la somma del valore aggiunto delle sue imprese, le statistiche sul PIL sottovalutano sistematicamente il contributo reale delle nazioni del Sud alla ricchezza globale ed esagerano quello dei paesi “sviluppati”, velando, in tal modo, il carattere sempre più parassitario, di sfruttamento e imperialista della loro rapporto. Ttto ciò può essere definito illusione del PIL (12).

Seconda parte: teorie dello sfruttamento

La teoria della dipendenza e i suoi critici

Il primo e ultimo duraturo tentativo di fondare la teoria dell’imperialismo sulla teoria del valore di Marx è stato il dibattito sulla dipendenza negli anni Sessanta e Settanta. L’ascesa della “teoria della dipendenza”, la quale cercava di spiegare il persistere dello sfruttamento imperialista seguita allo smantellamento degli imperi territoriali, trovava ispirazione nelle lotte anticoloniali e antimperialiste che attraversavano l’Africa, Asia e l’America latina dopo la Seconda guerra mondiale.

La teoria della dipendenza ha abbracciato un ampio spettro, da socialdemocratici e nazionalisti borghesi come Arghiri Emmanuel e Fernando Henrique Cardoso (in seguito presidente brasiliano neoliberista), espressione della volontà di rimuovere gli ostacoli allo sviluppo indipendente del capitalismo nel Sud, a marxisti come Samir Amin e Ruy Mauro Marini, i quali hanno sostenuto, in diversi modi, come il capitalismo, essendo intrinsecamente imperialista, sia esso stesso un ostacolo – sino ad alcuni, in particolare Fidel Castro e Che Guevara, sono andati oltre la critica teorica conducendo lotte rivoluzionarie contro l’imperialismo e i suoi lacchè domestici. Ciò che tale eterogenea compagine di riformisti e rivoluzionari aveva in comune consisteva, innanzitutto, nel riconoscere che lo “scambio ineguale” tra nazioni imperialiste sviluppate e quello allora definito terzo mondo (Unione Sovietica e suoi alleati costituivano il secondo mondo) si traduce in un trasferimento in larga scala di ricchezza da quest’ultimo al primo; e in secondo luogo, queste vaste e crescenti differenze di reddito e tenore di vita tra i lavoratori delle nazioni imperialiste e di quelle dominate riflettono un’ampia divergenza, a livello internazionale, nel tasso di sfruttamento (il contributo teorico di Marini è particolarmente importante riguardo questo secondo punto).

L’implicazione – ossia che il campo della lotta per il socialismo si fosse, almeno temporaneamente, spostato dalle aree centrali imperialiste alle nazioni assoggettate – suscitava le resistenze dei marxisti “ortodossi” in Europa e Nord America, a detta di quali la ricchezza estratta dalla periferia era di marginale importanza, negando peraltro che i lavoratori e i contadini fossero sfruttati più intensamente nel Sud rispetto al Nord. Così, nel corso di uno scambio con Amin nel 1979, John Weeks e Elizabeth Dore sostenevano “dato che è nei paesi capitalisti più sviluppati che la produttività è più alta, non è ovvio che un elevato tenore di vita dei lavoratori di questi paesi implica che il valore di scambio dei beni componenti tale livello di vita è anche più alto” (13). Charles Bettelheim era meno circospetto nella sua critica a Lo scambio ineguale di Emmanuel affermando “più le forze produttive sono sviluppate, più i proletari sono sfruttati” (14). Nigel Harris argomentava analogamente “a parità di altri fattori, maggiore la produttività del lavoro, maggiore il salario corrisposto al lavoratore (essendo più alti i suoi costi di riproduzione), e più lui o lei sono sfruttati – ossia, cresce la proporzione della produzione dei lavoratori di cui si appropria il datore di lavoro” (15).

La teoria della dipendenza ha avuto la propria ascesa e caduta nel periodo precedente l’era neoliberista, un’epoca nella quale “i paesi in via di sviluppo” esportavano materie prime e manufatti e la globalizzazione della produzione era ancor in embrione. Ironicamente, le origini di quest’ultima – il rapido sviluppo industriale orientato alle esportazioni della Sud Corea e di Taiwan negli anni Settanta – spiega in parte perché, secondo le parole di Gary Howe, “la teoria della dipendenza stessa ha iniziato ad indebolirsi”, considerato che tali primi casi di decollo industriale sembravano confutare la sua insistenza sulla dominazione industriale quale blocco allo sviluppo industriale del Sud (16).

Tuttavia, la teoria della dipendenza resta un punto di riferimento essenziale per gli sforzi finalizzati a sviluppare una teoria contemporanea dell’imperialismo. Le trasformazioni dell’era neoliberista hanno fatalmente minato le argomentazioni euro-marxiste. Non si può seriamente sostenere che lo spostamento globale della produzione verso i paesi a basso reddito abbia un’importanza marginale, così la risposta degli euro-marxisti è consistita nell’ignorare completamente tale fatto, lasciando lo studio delle catene globali del valore e delle reti di produzione agli scienziati sociali borghesi. Nel frattempo, la loro argomentazione per cui l’alta produttività nel Nord significa che salari più alti sono coerenti con alti tassi di sfruttamento è stata negata da un semplice fatto: i beni consumati dai lavoratori del Nord sono, in misura sempre maggiore, prodotti da lavoratori a basso salario del Sud. Sono la loro produttività, i loro salari a determinare sostanzialmente i livelli di consumo e il tasso di sfruttamento nei paesi imperialisti.

Ciò nonostante, simili argomenti euro-marxisti vengono avanzati tutt’oggi. Così, Alex Calinicos afferma che “l’errore critico della teoria della dipendenza non consiste nel prendere in considerazione l’importanza di alti livelli di produttività del lavoro nelle economie avanzate”, mentre Joseph Choonara è convinto “che sia un fraintendimento l’idea che i lavoratori in paesi come l’India o la Cina siano più sfruttati rispetto a quelli di paesi come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna” (17).

Eppure i tassi di sfruttamento estremi nelle fabbriche di abbigliamento del Bangladesh, nelle linee di produzione cinesi e nelle miniere di platino  sudafricane sono un fatto palpabile, direttamente osservabile, sperimentato ogni giorno nella carne di centinaia di milioni di lavoratori nei paesi a basso reddito. “Il comunismo non è una dottrina ma un movimento; non muove da principi ma da fatti” (18). Le ampie differenze internazionali nel tasso di sfruttamento, il grande trasferimento globale della produzione dove questo tasso è più alto, e l’impressionante spostamento al Sud del centro di gravità della classe lavoratrice industriale, rappresentano in nuovi ed enormi fatti dai quali dobbiamo procedere. Sono  queste le trasformazioni caratterizzanti l’era neoliberista, e sono la chiave per comprendere la natura e la dinamica della crisi globale. Invece di utilizzare i commenti di Marx circa la produzione del XIX secolo allo scopo di negare la realtà del supper-sfruttamento nel XXI secolo (e dell’ordine imperialista su di esso poggiante), dovremmo testare la teoria di Marx su tali nuovi fatti, usandola e sviluppandola criticamente al fine di comprendere questa nuova fase dello sviluppo imperialista del capitalismo.

Lenin e l’imperialismo

La sistematica violazione dell’eguaglianza tra proletari, derivante dalla sistematica ineguaglianza tra nazioni, è stata una preoccupazione centrale di Lenin, il quale affermava “la divisione delle nazioni in dominanti e oppresse rappresenta l’essenza dell’imperialismo” (19). L’imperialismo, fase suprema del capitalismo, scritto da Lenin nel corso della Prima guerra mondiale, costituiva una guida per l’azione, un tentativo di mettere a nudo le ragioni della capitolazione dei partiti socialisti di massa alla vigilia della guerra, così da mostrare come la guerra stessa non fosse un’aberrazione o un incidente e provasse l’obiettiva necessità della rivoluzione sociale mondiale e della transizione al modo di produzione comunista. Lenin identificava le caratteristiche essenziali della fase imperialista del capitalismo, già evidenti alla sua nascita, in particolare la concentrazione della ricchezza e l’ascesa del capitale finanziario, l’oppressione e la predazione delle nazioni deboli, nonché il militarismo rampante. Lenin potrebbe non aver incluso una concezione di come il valore venga prodotto nei processi di produzione globalizzati perché questi sarebbero emersi in una fase successiva dello sviluppo capitalista. Il risultato è un’inevitabile disconnessione, ad oggi persistente, tra la teoria dell’imperialismo di Lenin e la teoria del valore di Marx. Riconnetterle è un compito considerevole, e qui abbiamo spazio solo per una breve nota su quelle che Lenin considerava le due caratteristiche della fase imperialista del capitalismo: i monopoli e l’esportazione di capitali.

I marxisti nei paesi imperialisti hanno spesso ignorato l’insistenza di Lenin sulla centralità economica e politica della divisione del mondo in nazioni oppresse e dominanti, soffermandosi invece sulle sue argomentazioni riguardanti la rivalità inter-imperialista e secondo le quali “l’imperialismo, per la sua natura economica, sia capitalismo monopolistico” (20). Il concetto di monopolio è usato in modo abbastanza promiscuo sia nella letteratura borghese che marxista per descrivere fenomeni relativi alla produzione, distribuzione, fedeltà al marchio, finanza, concentrazione del capitale, potere politico e militare, e molto altro ancora. Gran parte di tutto ciò riguarda la distribuzione del valore, non la sua produzione. Una teoria del valore dell’imperialismo dovrebbe distinguere tra le due cose, e per di più riconoscere che la fonte dei profitti imperialisti non risiede in nessuna forma di monopolio – per quanto grande possa essere il ruolo giocato dalle imprese monopolistiche nell’aiutare a generare tali condizioni – bensì nel super-sfruttamento, il che ci riconduce all’oppressione delle nazioni.

In L’imperialismo, fase suprema del capitalismo Lenin sostiene “L’esportazione di capitali, uno degli essenziali fondamenti economici dell’imperialismo… dà un’impronta di parassitismo a tutto il paese, che vive dello sfruttamento di pochi paesi e colonie d’oltre oceano” (21). Questo riecheggia potentemente il capitalismo globale contemporaneo, nel quale le multinazionali imperialiste si spartiscono il bottino del super-sfruttamento con una miriade di fornitori di servizi e i loro stessi dipendenti, e in cui la fetta più grossa è presa dallo stato. Vi è, tuttavia, un evidente problema nell’applicazione delle intuizioni di Lenin all’imperialismo contemporaneo. Aziende come la Apple e H&M non esportano capitale in Bangladesh e Cina – i loro iPhone e capi d’abbigliamento sono frutto dei processi di produzione indipendenti (22).

L’enigma può essere risolto concentrandosi sull’essenza della materia, non sulla forma (l’esportazione di capitali essendo la forma). Gli imperialisti, ha sostenuto Lenin, sono costretti a esportare parte parte dei loro capitali al fine di sfruttare l’attività dei lavoratori all’estero, e questo perché la ricchezza accumulata dagli imperialisti ha raggiunto proporzioni tali che la gigantesca massa di plusvalore richiesta per convertirla in capitale, dunque ricchezza che si auto-espande, supera di gran lunga la quantità di plusvalore estraibile dalla forza lavoro domestica. Come affermato da Andy Higginbottom, l’esportazione di capitali è intimamente connessa all’oppressione delle nazioni: “L’esportazione dei capitali significa che ci deve essere una nuova tipologia di rapporto capitale-lavoro, tra capitale del Nord e lavoro del Sud, significa esportazione dei capitali in termini di oppressione nazionale” (23) Di inedito vi è che l’evoluzione del capitalismo, specialmente dal 1980, ha fornito alle multinazionali delle vie per catturare il plusvalore estratto dai lavoratori dei paesi a basso reddito, senza la necessità di “esportare” i loro capitali in tali paesi.

Per concludere questa fin troppo breve discussione del contributo di Lenin alla teoria dell’imperialismo, il rimarchevole compito consiste nel plasmare un concetto che unisca la sua “natura economica” (il capitalismo monopolistico) e la sua essenza politica (la divisione del mondo tra nazioni dominanti e oppresse). Il tutto espresso nei termini della legge del valore sviluppata da Karl Marx nel Capitale. Questo è il percorso da intraprendere al fine di giungere quella che Higginbottom ha definito una nuova sintesi tra la teoria del valore di Marx e quella dell’imperialismo di Lenin. Per arrivare al necessario punto di partenza di una simile sintesi dobbiamo viaggiare a ritroso di un altro mezzo secolo, così da stabilire una connessione sicura col capolavoro di Marx.

Il capitale di Marx e la teoria dell’imperialismo

I critici marcisti della teoria della dipendenza sono stati chiamati “ortodossi” poiché hanno basato il loro rigetto dei concetti di super-sfruttamento e “scambio ineguale” da alcuni passaggi del Capitale di Marx, i quali, a una lettura superficiale, parrebbero supportare il loro punto di vista. Marx dedica un breve capitolo del Capitale alla “Differenza nazionale dei salari”, nel quale si conclude che sebbene i lavoratori inglesi ricevano salari più alti rispetto alla Germania o alla Russia, essi potrebbero essere soggetti a un più alto tasso di sfruttamento: “si troverà spesso che il salario giornaliero, settimanale, ecc.,è più alto nella prima nazione che non nella seconda, mentre il prezzo relativo del lavoro, ossia il prezzo del lavoro in rapporto sia con il plusvalore sia con il valore del prodotto, è più alto nella seconda nazione che non nella prima” (24).  È esattamente l’argomento utilizzato da Weaks, Dore, Choonara e altri, tuttavia vi sono tre ragioni per le quali l’argomentazione di Marx non si applica alle relazioni Nord-Sud contemporanee.

Primo, ognuna delle nazioni citate da Marx nella sua comparazione – Inghilterra, Germania e Russia erano nazioni dominanti rivali, tutte impegnate ad acquisire propri imperi coloniali. Le nazioni formalmente libere del Sud globale odierno non possono essere meramente considerate come nazioni capitaliste “meno sviluppate”, analoghe alla Germania e alla Russia del XIX secolo. Secondo, il commercio del tardo XX secolo tra nazioni imperialiste e “in via di sviluppo” è qualitativamente differente dal commercio del tardo XIX secolo tra Inghilterra, Germania e Russia. All’epoca non solo ogni lavoratore consumava beni di produzione interna, ogni capitalista consumava forza lavoro interna – si trattava di un epoca precedente alle “catene del valore” subappaltate, esternalizzate ecc. Terzo, l’esempio portato da Marx presuppone che i capitalisti in paesi come la Germania e l’Inghilterra competessero nella produzione di beni simili, laddove, come già detto, ciò non vale per il commercio Nord-Sud contemporaneo. L’importanza di quest’ultimo punto verrà discussa più sotto.

Il capitale di Marx ha come obiettivo la comprensione della forma capitalista del valore, al fine di rivelare l’origine e la natura del plusvalore, mentre il nostro compito teorico è quello di comprenderne l’attuale fase di sviluppo imperialista. Il livello di astrazione richiesto dal progetto di Marx risulta evidente dalla sua affermazione “E se il livellamento dei salari e delle giornate lavorative, e quindi del saggio del plusvalore, tra le diverse sfere di produzione e perfino tra i diversi investimenti di capitale nella stessa sfera di produzione viene ostacolato da molteplici attriti locali, pure si viene sempre più attuando col progresso della produzione capitalistica e con la subordinazione a essa di tutti i rapporti economici” (25). Marx tratta le divergenze tra salari come risultanti di fattori temporanei o contingenti, i quali verrebbero erosi nel tempo dall’incessante mobilità del capitale e del lavoro, e dunque venire esclusi agevolmente dall’analisi: Benché l’esame di tali attriti sia importante ai fini di uno studio particolare sui salari, essi devono essere messi d parte come incidentali e accessori in sede di indagine generale della produzione capitalistica” (26).

Un simile livello di astrazione è chiaramente inappropriato per il nostro compito; nel mondo terribilmente diviso di oggi, la premessa dell’eguaglianza tra i lavoratori presupposta da Marx appare profondamente violata e non può essere sbrigativamente attribuita ad “attriti locali”.

“La terza forma dell’aumento del plusvalore” (27)

Nel primo volume del Capitale, Marx esamina a fondo due modalità attraverso le quali i capitalisti tentano di aumentare il tasso di sfruttamento: allungando la giornata lavorativa, incrementando così il “plusvalore assoluto”; e riducendo il tempo di lavoro necessario grazie all’aumento della produttività dei lavoratori che producono beni di consumo, incrementando n tal modo il “plusvalore relativo”. In diversi passaggi allude a una terza modalità: il pluslavoro può anche essere esteso “comprimendo il salario dell’operaio al di sotto del valore della forza-lavoro dell’operaio”, ma aggiunge, “Malgrado che questo metodo rappresenti una parte importante nel movimento reale del salario, esso qui viene escluso per il presupposto che le merci, e quindi anche la forza-lavoro, vengano comprate e vendute al loro pieno valore” (28).

“Comprimendo il salario dell’operaio al di sotto del valore della forza-lavoro dell’operaio”, ricorre anche due capitoli dopo nel contesto della discussione delle conseguenze per i lavoratori quando “la macchina prende a poco per volta un campo di produzione” col risultato che “Quella parte della classe operaia che viene così trasformata dalle macchine in popolazione superflua… fa traboccare il mercato del lavoro e fa scendere quindi il prezzo della forza-lavoro al di sotto del suo valore” (29). La rilevanza contemporanea di tutto ciò non ha bisogno di essere ribadita. Un’enorme parte della classe lavoratrice nel Sud globale è divenuta “popolazione superflua”, a causa dell’incapacità dei metodi di produzione moderni ad assorbire abbastanza lavoro in modo da prevenire l’aumento della disoccupazione, e questo di per sé, ancor prima di prendere in considerazione la maggior durezza dei regimi di lavoro prevalenti nei paesi a basso reddito, esercita una potente forza  affinché  “il prezzo della forza-lavoro [scenda] al di sotto del suo valore”.

Nel terzo volume del Capitale, nel corso dell’analisi delle “cause antagonistiche” che inibiscono la caduta tendenziale del saggio di profitto, Marx fa un’altro breve riferimento a questa terza modalità di aumento del plusvalore. Uno di questi fattori, la “riduzione del salario al di sotto del suo valore”, viene trattato in due brevi frasi: “unitamente a moti altri che dovrebbero essere qui menzionati, non ha nulla a che vedere con l’analisi generale del capitale, ma appartiene allo studio della concorrenza, di cui non ci occupiamo in questa opera. Esso rappresenta per altro una delle cause più importanti che frenano la tendenza alla caduta del saggio di profitto” (30).

Non solo Marx lascia da parte la riduzione dei salari al di sotto dl loro valore, ma s’impegna in un’ulteriore astrazione la quale, benché necessaria alla sua “analisi generale del capitale”, deve essere attenuata se vogliamo esaminare l’attuale fase dello sviluppo capitalistico: “La distinzione del saggio del plusvalore nei diversi paesi e quindi del loro grado di sfruttamento del lavoro non viene considerata nella presente indagine” (31). Eppure è proprio questo a dover costituire il punto di partenza di una teoria dell’imperialismo contemporaneo. La globalizzazione della produzione guidata dall’arbitraggio del salario non corrisponde al plusvalore assoluto. Orari estremamente lunghi sono endemici nei paesi a basso reddito, tuttavia la lunghezza della giornata lavorativa non è la primaria attrazione per le aziende dell’esternalizzazione. Né corrisponde al plusvalore relativo. il lavoro necessario non viene, nel complesso, ridotto attraverso l’applicazione di nuove tecnologie. Tutt’altro, l’esternalizzazione è spesso vista quale alternativa all’investimento in nuove tecnologie. Il punto, invece, è costituito dal super-sfruttamento. Come argomentato da Higginbottom, “Il super-sfruttamento è… l’essenza comune e nascosta caratterizzante l’imperialismo… Ciò non significa che la classe lavoratrice del Sud produca meno valore, ma che essa è maggiormente oppressa e sfruttata” (32).

Conclusione

L’analisi empirica della globalizzazione neoliberista rivela l’arbitraggio globale del lavoro, derivante dal più elevato grado di sfruttamento prevalente nei paesi a basso reddito, come sua forza trainante fondamentale. La conclusione centrale della nostra rilettura del Capitale di Marx è che ciò corrisponde alla terza forma di aumento del plusvalore, la cui importanza è stata sottolineata da Marx, il quale tuttavia l’ha esclusa dalla sua teoria generale. Qui risiede l’unica solida fondazione per una rinascita del marxismo su scala globale. Tale conclusione ci consente inoltre di individuare il posto dell’era neoliberista nella storia. Nei Grundrisse Marx così commenta,

Finché il capitale è debole, esso stesso ricerca  ancora le grucce di modi di produzione tramontati… Ma non appena si sente forte, esso getta via le grucce e si muove in accordo con le sue proprie leggi. Non appena comincia a percepirsi come ostacolo allo sviluppo e a essere vissuto come tale, esso cerca rifugio in forme che, mentre sembrano perfezionare il dominio del capitale imbrigliando la libera concorrenza, annunciano al tempo stesso la dissoluzione sua e del modo di produzione su esso fondato. (33).

Tutto ciò è sorprendentemente simile all’affermazione di Lenin  secondo la quale “il capitalismo divenne imperialismo capitalistico soltanto a un determinato e assai alto grado del suo sviluppo, allorché alcune qualità fondamentali del capitalismo  cominciarono a mutarsi nel loro opposto, quando pienamente si affermarono e si rivelarono i sintomi del trapasso a un più elevato ordinamento economico e sociale”. (34). L’ascesa del capitalismo è dipesa dalle più barbariche forme di “accumulazione primitiva”, quali il trasporto di milioni di schiavi africani, il saccheggio coloniale e il traffico di oppio. Nel momento in cui il capitalismo ha raggiunto il suo stadio adulto e preso controllo del processo di produzione, la concorrenza ha iniziato a fiorire e le leggi interne del capitale hanno potuto esprimersi pienamente. Infine, nell’epoca della sua decadenza, il capitalismo si basa sempre più su forme diverse dalla concorrenza – ossia, monopolio, notevole incremento dell’intervento dello stato in ogni aspetto della vita economica, “accumulazione per espropriazione”, imperialismo – allo scopo di sopravvivere,  ma a costo di distorcere l’operatività delle sue leggi e di erigere nuove barriere all’espansione delle forze produttive.

In quale modo una simile cronologia è in relazione con le tre forme dell’incremento del plusvalore discusse in questo articolo? Nel capitalismo non ancora maturo, l’aumento del plusvalore assoluto – tramite l’estensione della giornata lavorativa ai limiti fisici e oltre – era predominante. Un a volta che il capitale ha preso il controllo del processo di produzione, il plusvalore relativo – tramite l’innovazione tecnologica finalizzata a ridurre il tempo necessario alla produzione dei beni di consumo dei lavoratori – diviene la forma prevalente, sebbene in ogni momento questa dipenda anche dalla persistenza di forme più brutali e arcaiche di dominazione, specialmente nelle nazioni assoggettate. nell’era neoliberista la forma sempre più predominante di relazione capitale-lavoro consiste nell’arbitraggio globale del lavoro, vale a dire, un mezzo di appropriazione attraverso il quale il capitalismo è in grado, tramite l’oppressione nazionale, di forzare verso il basso il valore della forza-lavoro nelle “nazioni emergenti”. In ciò consiste la terza forma di incremento del plusvalore, quella oggi sempre più dominante nel rapporto capitale-lavoro. I proletari dei paesi semi-coloniali ne sono le prime vittime, ma anche le grandi masse di lavoratori dei paesi imperialisti si trovano a fronteggiare la povertà. L’espandersi del super-sfruttamento di una nuova, giovane, e spesso femminile, popolazione di proletari dei paesi a basso reddito, ha salvato il capitalismo dal buco nero nel quale è venuto a trovarsi negli anni Settanta. Ora, insieme ai lavoratori dei paesi imperialisti, la loro missione consiste nello scavare un’altra fossa nella quale seppellire il capitalismo e con ciò assicurare il futuro della civiltà umana.

Note

  1. Ai fini di questo articolo “super-sfruttamento” denota quei tassi di sfruttamento più alti rispetto alla media globale. Tassi, come si vuole sostenere nel presente articolo, prevalenti nelle nazioni a basso reddito.
  2. UNCTAD, World Investment Report 2013World Investment Report 2013Switzerland: United Nations, 2013), http://unctad.org/en.
  3. Per l’Europa si è proceduto sottraendo le importazioni intra-UE di prodotti manifatturieri dal totale UE, quindi si parte dal 1995 poiché i dati sono costanti solo a partire dall’allargamento dell’UE di quell’anno.
  4. Dati tratti dal database dell’OCSE Trade in Value Added, http://stats.oecd.org, il quale riporta il valore delle esportazioni al netto dei fattori produttivi importati.
  5. Ari Van Assche, Chang Hong, and Veerle Slootmaekers, “China’s International Competitiveness: Reassessing the Evidence“, LICOS Discussion Paper Series, Discussion Paper 205/2008, 15,http://feb.kuleuven.be; “The Great Unbundling“, Economist, 18 gennaio 2007, http://economist.com.
  6. A riprova di ciò, si veda Ricardo Hausmann, César Hidalgo, et al., The Atlas of Economic Complexity, 2011, http://atlas.media.mit.edu.
  7. Michael Clemens, Claudio Montenegro, e Lant Pritchett, The Place Premium: Wage Differences for Identical Workers across the US BorderPolicy Research Working Paper 4671 (New York: World Bank, 2008), 33, http://siteresources.worldbank.org.
  8. Fondo monetario internazionale, World Economic Outlook, April 2007, (Washington, DC: IMF, 2007),http://imf.org.
  9. Stephen Roach, “More Jobs, Worse Work“, New York Times, 22 giugno 2004, http://nytimes.com.
  10. Stephen Roach, “Outsourcing, Protectionism, and the Global Labor Arbitrage, Morgan Stanley Special Economic Study“, 2003, http://neogroup.com, 6.
  11. Ibid, enfasi aggiunta.
  12. John Smith, “The GDP Illusion“, Monthly Review 64, no. 3 (2012): 86–102.
  13. John Weeks e Elizabeth Dore, “International Exchange and the Causes of Backwardness,”Latin American Perspectives 6, no. 2 (1979): 71.
  14. Charles Bettelheim, “Some Theoretical Comments,” in appendice a Arghiri Emmanuel, Unequal Exchange: A Study in the Imperialism of Trade (London: NLB, 1972), 302, trad. it. Torino, Einaudi, 1972.
  15. Nigel Harris, “Theories of Unequal Exchange,”International Socialism2, no. 33 (1986): 119–20.
  16. Gary Howe, “Dependency Theory, Imperialism, and the Production of Surplus Value on a World Scale,”Latin American Perspectives 8, nos. 3/4 (1981): 88.
  17. Alex Callinicos,Imperialism and Global Political Economy(Cambridge: Polity Press, 2009) 179–80; Joseph Choonara,Unravelling Capitalism(Londra: Bookmarks Publications, 2009), 34.
  18. Karl Marx and Frederick Engels,Collected Works (New York: International Publishers, 1975), vol. 6, 303
  19. Lenin,  “The Revolutionary Proletariat and the Right of Nations to Self-Determination,” inCollected Works, vol. 21 (Mosca: Progress Publishers, 1964; originally 1915), 407, trad. it. Il proletariato rivoluzionario e il diritto dei popoli all’autodeterminazione
  20. Lenin, “L’imperialismo, fase suprema del capitalismo”, in Opere scelte, Mosca, Edizioni «Progress», 262.
  21. ibid, 244.
  22. L’esportazione di capitali avviene in tre forme principali: IDE, investimenti di portafoglio (in azioni e titoli finanziari, i quali, a differenza degli IDE, non conferiscono al’investitore un potere di controllo), e prestiti.
  23. Andy Higginbottom, “The System of Accumulation in South Africa: Theories of Imperialism and Capital,”Économies et Sociétés 45, no. 2 (2011): 268.
  24. Karl Marx, Il capitale, volume I, Torino, Einaudi, 1975, 687.
  25. Karl Marx, Il capitale, volume III, Torino, Einaudi, 1975, 208.
  26. Ibid.
  27. La riscoperta di questa terza forma di plusvalore costituisce un importante progresso, il cui merito va attribuito a Andy Higginbottom, “The Third Form of Surplus Value Increase,” paper per Historical Materialism conference, Londra, 27-29 novembre, 2009.
  28. Marx, Il capitale, volume I, 383.
  29. Ibid, 527.
  30. Marx, Il capitale, volume III, 331-332, enfasi aggiunta.
  31. Ibid, 208.
  32. Higginbottom, “”The System of Accumulation in South Africa,” 284.
  33. Karl Marx, Grundrisse, Torino, Einaudi, 1977, 658. Ringrazio Walter Daum per aver sottolineato la rilevanza di tale passaggio.
  34. Lenin, “L’imperialismo, fase suprema del capitalismo”, 233.

John Smith insegna politica economica internazionale alla Kingston University di Londra. Il presente saggio è un estratto dal suo libro Imperialism in the Twenty-First Century, Monthly Review Press, 2016.

Link all’articolo originale in inglese Monthly Review

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