I cronotopi di Allan Sekula: il capitalismo ineguale e combinato

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di Steve Edwards

Allan Sekula è stato uno dei più importanti fotografi, cineasti e saggisti marxisti contemporanei. La sua opera è consistita nel rappresentare la parte nascosta del capitalismo odierno: nell’epoca del trionfo apparente dell’immateriale, della velocità e della deindustrializzazione, Sekula ha posto in primo piano l’infrastruttura logistica (container, porti industriali) e umana degli scambi mondiali. Nel testo seguente, tratto da Ship of Fools/The Docker’s Museum, Steven Edwards ritorna sul percorso estetico di Sekula, segnalando un’ambiguità al cuore del suo approccio. Laddove alcuni suoi saggi sembrerebbero confinare la realtà del capitalismo a quella del taylorismo e della grande industria, in un’altra parte del suo lavoro, la più stimolante secondo Edwards, Sekula è riuscito a inventare una «poetica dello sviluppo ineguale», vale a dire una rappresentazione visiva degli spazi e delle forme di lavoro eterogenee del tardo capitalismo.

Sekula, uno dei maggiori intellettuali marxisti della nostra epoca, dall’avamposto apparentemente marginale della fotografia, ci ha insegnato a dubitare dei numerosi mitemi del tardo capitalismo. La fine del lavoro e la scomparsa delle classi sociali; la dematerializzazione della produzione; il superamento della povertà  e la «convergenza» economica attraverso i meccanismi del mercato; una democrazia post-comunista realizzata tramite il consumo; il cosmopolitismo derivante dalla comunicazione istantanea con la messa in scacco della politica internazionalista – tutta una serie di fantasie demistificate da tale pratica. Attraverso le sue diverse attività, Sekula ha cercato di immaginare i processi invisibili generatori dell’economia contemporanea (1).

La geometria del lavoro

Nei suoi studi critici, Sekula concepisce la fotografia come una sineddoche del capitalismo. Nei saggi che compongono Photography Against the Grain, la fotocamera in quanto macchina capitalista viene presentata come il nucleo attorno al quale orbitano le ideologie della fotografia. In «The Trafic in Photographs» (1981), Sekula scrive: «la forza ideologica della fotografia, nel’arte della società moderna, risiede senza dubbio nell’apparente riconciliazione tra le energie creative umane e un processo di meccanizzazione condotto scientificamente: malgrado la moderna divisione industriale del lavoro e l’industrializzazione del lavoro culturale, a dispetto dell’obsolescenza storica, della marginalizzazione e degradazione dei modi di rappresentazione artigianali e manuali, la categoria alla quale appartiene l’artista continuerebbe a vivere nell’esercizio di una dominazione puramente mentale e immaginaria della fotocamera» (2).

Nelle mani di Sekula, la storia della fotografia consiste nel rintracciare le orme di questa soggetivizzazione romantica della macchina/fotocamera e della sua strumentalizzazione antagonista. La forza del suo approccio proviene dal suo rifiuto di fissare il senso della fotografia in un singolo punto dell’orizzonte semantico, che va dal piacere ottico alla verità oggettiva, dal positivismo alla metafisica, concentrandosi, al contrario, sul movimento e sul processo, rifiutando al contempo di intendere la polisemia come liberazione.

Il suo fondamentale saggio «The Body an the Archive» del 1086, sembrerebbe presentare un immagine differente, incentrata sugli archivi disciplinari o biopolitici; tuttavia, Sekula puntualizza di aver letto Michel Foucault attraverso degli studi sulla trasformazione del lavoro nel XX secolo (3). Il resoconto fornito da Sekula del ruolo giocato dalla fotografia nella disciplina imposta ai corpi è radicato in una storia del lavoro. È dunque ovvio prendere le mosse dal suo brillante saggio «Photography Between Labour and Capital» (1983). Questo importante studio sulle rappresentazioni del lavoro e del capitale è nato dall’esplorazione degli archivi di Leslie Shedden, una fotografa commerciale che ha lavorato per vent’anni (1948-1968) in una città mineraria canadese, realizzando fotografie destinate ai minatori e al servizio di pubbliche relazioni della compagnia mineraria. In tal modo, Sekula segue lo sviluppo del «linguaggio delle immagini del capitalismo industriale» (4), dal trattato sulle miniere di Agricola (XVI secolo) De re metaliica, agli studi su tempo e movimento di Frank B. e Lillian M. Gilbreth, passando per le tavole dell’Encyclopédie di Diderot e d’Alembert, Timothy H. O’Sullivan e i rilievi geologici, i lavori sotto terra di Nadar e la politica riformatrice di Lewis Hine (5). Egli si serve di tale storia allo scopo di ridefinire la preistoria della fotografia, la quale, a suo modo di vedere, va rintracciata nelle pratiche del «realismo tecnico», del «realismo funzionale» o del «realismo strumentale» (6).

«Photography Between Labour and Capital» è un ‘estensione della concezione della fotografia, da parte di Sekula, come sineddoche dell’industrializzazione capitalista, in questo caso sotto l’influenza del grande teorico del lavoro Harry Braverman (7). Questo testo s’interessa particolarmente alla trasformazione dei metodi di lavoro nella grande industria, conosciuta come fordismo-taylorismo. Appoggiandosi all’indagine marxiana del processo di lavoro, Breverman afferma che l’analisi del lavoro compiuta da Taylor ha rappresentato, innanzitutto, un tentativo di rottura con le abilità dei lavoratori artigianali, il che ha consentito a uomini esperti e spesso sindacalizzati di controllare l’intensità e i processi della produzione industriale. Il taylorismo ha dato origine a una divisione del lavoro che dissocia l’attività mentale (concezione e pianificazione del lavoro) dall’attività manuale (fabbricazione o esecuzione). L’obiettivo consisteva nello standardizzare le pratiche del lavoro e nel trasferirne il controllo dalle mani dei proletari, con le loro abilità, a quelle di dirigenti e tecnici. La macchina ha ricoperto un ruolo decisivo in tale processo, non perché aumentasse la produttività come pretendevano i suoi profeti, bensì perché il suo funzionamento era essenzialmente predeterminato e disciplinare. Dall’automatizzazione, introdotta nell’industria dell’auto negli anni Quaranta, al controllo numerico delle macchine messo a punto dall’aviazione militare americana, si è giunti rapidamente alla meccanizzazione e proletarizzazione del lavoro d’ufficio descritta da Breverman, nonché a una situazione nella quale la pausa bagno ottimale poteva essere stimata in 1,62 minuti (8).

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Intervista a John Smith, autore di Imperialism in the twenty-first century

Il volume di John Smith sull’imperialismo è un lavoro innovativo che getta una luce inedita sul super-sfruttamento del sud globale. Daphna Whitmore di Redline lo ha intervistato a proposito del suo libro.

imperialismcoverDW: Innnanzitutto, vorrei ringraziarti per aver scritto Imperialism in the twenty-first century. Si tratta di un argomento imponente e il tuo libro prende in considerazione un materiale amplissimo e di grande interesse – quanto tempo ha richiesto un simile lavoro?

JS: Alla fine degli anni Novanta, la globalizzazione della produzione e il suo spostamento, a livello globale, verso i paesi a basso reddito stavano prendendo piede su scala così vasta che era impossibile non notarlo; il che valeva anche per ciò che stava guidando tali processi, vale a dire gli elevati livelli di sfruttamento disponibili in paesi come il Messico, il Bangladesh e la Cina. Era indispensabile una teoria in grado di spiegare tutto questo, ma per rendersi conto di ciò che stava accadendo erano sufficienti un paio di buoni occhi. Era naturale studiare il comportamento delle multinazionali industriali, le TNC [Transnational corporation, n.d.t.] non finanziarie, considerato che si trattava dei principali agenti e beneficiari della globalizzazione – ed è appunto ciò che si stava facendo! Del resto, anche una formazione di base comprendente la teoria marxista del valore ci spingeva a prestare attenzione ai cambiamenti nella sfera della produzione… Per tutte queste ragioni, è stato uno shock scoprire che il marxismo, o meglio i marxisti, avevano ben poco da dire riguardo a questi fatti inediti.

Così, influenzato dalle teorie della dipendenza e dello scambio ineguale (o più esattamente, insoddisfatto da quelli che ho definito tentativi euro-marxisti di confutarle), ho iniziato, nel 1995, il lavoro che sarebbe sfociato nel libro, circa il periodo in cui ho abbandonato la Communist League, correlativo dello SWP [Socialist Workers Party, n.d.t.] degli Stati Uniti in Gran Bretagna (venne chiusa la sezione di Sheffield, io restai…). Nel 1997 ho scritto un primo abbozzo – un pamphlet/saggio intitolato, ‘Imperialism and the law of value’. Un ulteriore impegno in questo senso è stato interrotto, a partire dal 1998, dalla campagna contro le sanzioni e la guerra all’Iraq, fino a quando ho lasciato il mio lavoro nelle telecomunicazioni nel 2004, e dato il via alle ricerche per ‘Imperialism and the globalisation of production’, la mia tesi di dottorato portata a termine nel 2010. I contenuti del libro sono più ampi rispetto alla tesi, ma l’argomento di fondo si trova già tutto lì, e ha iniziato a circolare – è stata scaricata più di tremila volte, dunque più della prima tiratura del volume.

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Black like Mao. Cina rossa e rivoluzione nera

Robin D. G. Kelly e Betsy Esch

Questa è l’epoca di Mao Tze-Tung, l’epoca della rivoluzione mondiale, e la lotta degli afroamericani per la liberazione è parte di un invincibile movimento globale. Il Presidente Mao è stato il primo leader mondiale  a portare la lotta del nostro popolo alla ribalta della rivoluzione mondiale

Robert Williams 1967 (1)

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“Il Presidente Mao è il grande liberatore del popolo rivoluzionario mondiale”

Sembrerebbe che il Presidente Mao, quantomeno dal punto di vista simbolico, sia oggetto di una rinnovata popolarità tra i giovani. Le sue immagini e idee ritornano costantemente in una miriade di contesti culturali e politici. The Coup, un celebre gruppo hip-hop della San Francisco Bay Area, ha posto Mao Zedong nel panteon degli eroi radicali neri, inscrivendo in tal modo le lotte per la libertà dei neri in un contesto internazionale. In un pezzo intitolato semplicemente “Dig It” (1993), The Coup si riferisce ai propri membri definendoli “i dannati della terra”, invita gli ascoltatori a leggere il Manifesto del partito comunista, ed evoca figure come Mao Zedong, Ho Chi Min, Kwame Nkrumah, H. Rap Brown, il movimento keniano dei Mau Mau e Geronimo Ji Jaga Pratt. In manira tipicamente maoista, il gruppo fa propria, parafrasandola, una delle più note citazioni di Mao “siamo coscienti che il potere sta sulla punta della pistola”(2). Anche considerando che i componenti di The Coup non erano neanche nati all’apogeo del maoismo nero, “Dig It” coglie lo spirito di Mao in relazione al mondo coloniale in generale – un mondo che comprendeva gli afroamericani. Nella Harlem di fine anni Sessanta inizio anni Settanta, si sarebbe detto che tutti possedevano una copia delle Citazioni dalle opere del presidente Mao Tze-Tung (3), meglio noto come Libretto rosso. Di tanto in tanto, era possibile vedere i sostenitori del Black Panter Party venderlo agli angoli delle strade al fine di raccogliere fondi per il partito. Non di rado i giovani radicali neri si aggiravano per le strade vestiti come contadini cinesi, fatta eccezione, ovviamente, per il taglio afro e gli occhiali da sole.

Come l’Africa, la Cina era in movimento, ed era impressione condivisa che supportasse le lotte dei neri. In realtà era qualcosa di più che un’impressione: parte della comunità nera faceva realmente appello alla rivoluzione richiamandosi a Mao, così come a Marx e Lenin. Numerosi neri radicali, all’epoca, guardavano alla Cina, nonché a Cuba, al Ghana e persino a Parigi, come la terra nella quale una vera libertà era possibile. Certo, la Cina non era perfetta, ma pur sempre meglio che vivere nel ventre della bestia. Quando la dirigente delle Pantere nere, Elaine Brown, visitò Pecchino, nell’autunno del 1970, rimase favorevolmente sorpresa dalle realizzazioni della Rivoluzione cinese nel migliorare le condizioni di vita del popolo. “Anziani e giovani potrebbero dare testimonianze emozionanti, come battisti convertiti, delle glorie del socialismo” (4).

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Huey P. Newton e Zhou Enlai

Un anno dopo, vi ritornò, accompagnata da uno dei fondatori delle Pantere, Huey Newton, che descrisse così la propria esperienza in Cina, “una sensazione di libertà – come se la mia anima fosse stata alleggerita da un grande peso e io fossi in grado di essere me stesso, senza dovermi difendere per ciò, senza necessità o pretesa di dovermi spiegare. Mi sono sentito per la prima volta assolutamente libero – completamente libero tra i miei simili” (5). 

Più di un decennio prima che la Brown e Newton mettessero piede sul suolo cinese, W.E.B. Du Bois considerava la Cina come l’altro gigante addormentato, pronto a guidare le razze di colore nella lotta mondiale contro l’imperialismo. Egli vi si era recato per la prima volta nel 1936 – prima della guerra e della rivoluzione – nel corso di un lungo soggiorno in Unione Sovietica. Ritornandovi nel 1959, quando era illegale viaggiare in Cina, Du Bois scopriva un paese del tutto nuovo. Colpito dalla trasformazione intrapresa dai cinesi, in particolare da quella che percepiva come emancipazione della donna, ripartì convinto che la Cina avrebbe guidato le nazioni sottosviluppate verso il socialismo. “Dopo lunghi secoli, la Cina”, come ebbe a riferire a un uditorio di comunisti cinesi in occasione del suo novantunesimo compleanno, “si è sollevata sulle proprie gambe ed è balzata in avanti. Africa sollevati, sta dritta in piedi, parla e pensa! Agisci! Volta le spalle all’Occidente, alla schiavitù e umiliazione degli ultimi cinquecento anni e guarda al sole che sorge” (6).

La storia di come i radicali neri sono giunti a vedere nella Cina il faro della rivoluzione, e il pensiero di Mao quale sua linea guida, è complicata e affascinante, coinvolge letteralmente dozzine di organizzazioni e abbraccia gran parte del mondo – dai ghetti del nord america alle campagne africane. Di conseguenza il resoconto che segue non pretende di essere esaustivo (7). Nondimeno, abbiamo tentato in questo articolo di esplorare l’impatto del pensiero maoista, e della Repubblica popolare cinese più in generale, sul movimento radicale nero dagli anni Cinquanta sino ad almeno la metà degli anni Settanta. Indagheremo anche come il nazionalismo nero ha dato forma a dibattiti all’interno delle organizzazioni maoiste o “antirevisioniste” negli Stati Uniti. È nostra convinzione che la Cina abbia fornito ai radicali neri un esempio marxista “di colore”, o terzomondista, il quale ha permesso loro di sfidare una visione bianca e occidentale della lotta di classe – un modello che essi hanno modellato e rimodellato al fine di adattarlo alle loro realtà culturali e politiche. Sebbene il ruolo della Cina sia stato contraddittorio e problematico sotto diversi aspetti, il fatto che i contadini cinesi, contrariamente al proletariato europeo, abbiano fatto una rivoluzione socialista, e acquisito una posizione nella politica mondiale distinta dal campo sovietico e da quello statunitense, ha dotato i radicali neri di un profondo senso dell’importanza della rivoluzione e del potere. Infine, Mao non solo ha dimostrato ai neri del mondo intero che non dovevano attendere il maturare di “condizioni oggettive” per fare la rivoluzione, ma coll’importanza conferita alla lotta culturale ha profondamente orientato il dibattito circa la politica e l’arte nera.

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