Marx, il marxismo e gli storici della Rivoluzione francese nel XX secolo (1)

di Julien Louvrier

L’autore del saggio che segue adotta un approccio rigorosamente diacronico. Partendo dalle analisi di Marx sulla Rivoluzione francese, egli dimostra come gli scritti di quest’ultimo, spesso associato a Engels riguardo a tale soggetto, siano sempre precisamente contestualizzati e legati al tentativo di comprendere il presente. È Jean Jaures, con la sua Storia socialista della Rivoluzione francese, a fornire per primo una lettura globale degli eventi rivoluzionari basata sulla griglia interpretativa proposta da Marx. Una forma di banalizzazione di questa lettura si produce in seguito, attraverso lo sviluppo della storia economica e sociale, ad opera di storici che, senza aver letto troppo Marx, conservano del suo pensiero l’idea dell’importanza determinante della realtà economica. Nel contesto della Guerra fredda, tale interpretazione «sociale» della Rivoluzione è oggetto di vigorosi attacchi e condanne, in quanto espressione di un marxismo riduttivistico. Una rimessa in causa che prende le mosse da letture privilegianti il fattore politico, le quali, tuttavia, si aprono nuovamente, dopo alcuni anni, a ricerche che ripropongono la questione delle appartenenze sociali.

Pensare il rapporto tra il marxismo e la storiografia della Rivoluzione francese comporta l’affermazione di un’ovvietà e di un paradosso. Lo storico della rivoluzione francese, che sia marxista o meno, non può fare a meno di Marx. Per descrivere le lotte sociali caratteristiche della società di Ancien Régime, comparare l’economia francese della fine del XVIII secolo con quella di altre potenze europee, formulare delle ipotesi circa le origini della Rivoluzione, appare difficile sottrarsi al lessico e alle analisi sviluppati dal filosofo di Treviri in tutta la sua opera.

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Luigi XVI compare davanti alla Convenzione nel dicembre del 1792

Tuttavia, sebbene abbia accarezzato il progetto di scrivere una storia della Convenzione, Marx non ha elaborato nel corso della sua vita nessuna opera che presentasse una visione sintetica e definitiva della storia della Rivoluzione francese. Inoltre, i giudizi di Marx o di Engels riguardo la Rivoluzione non sono mai stati rigorosamente coerenti, convergenti, né mai hanno preteso di coprire tutte le problematiche poste dall’irruzione della rivoluzione nella Francia della fine del XVIII secolo. Infine, per quanto numerose, le riflessioni di Marx sulla Rivoluzione del 1789 non costituiscono un corpus paragonabile alle grandi sintesi storiche scritte nel corso del XIX secolo, ad opera di storici liberali e romantici quali Guizot, Tocqueville o Michelet, l’apporto dei quali alla storiografia rivoluzionaria è considerevole. Se Marx, dunque, non può aspirare al titolo di storico della Rivoluzione francese, perché mai i ricercatori impegnati a lavorare sulla storia rivoluzionaria hanno attribuito così tanta importanza al suo pensiero? Quale genere di relazione si è stabilita tra l’analisi dello sviluppo delle società fornita da Marx e la comprensione del corso della Rivoluzione francese, e del suo significato, nella storia del mondo occidentale? Per essere più precisi: perché è stata posta, e lo è tutt’ora, la questione del marxismo presso gli storici della Rivoluzione francese (2), e assai più raramente quella – per esempio – del marxismo negli storici specialisti della Guerra dei cent’anni?

Innanzitutto, una banalità: non è in campo storico che gli scritti di Marx hanno conosciuto le loro prime ripercussioni. Infatti, prima di suscitare l’interesse degli storici e di penetrare, gradualmente, la storiografia rivoluzionaria a partire dalla fine del XIX secolo, il pensiero di Marx (3) ha inizialmente, e principalmente, occupato l’ambito filosofico, la sfera politica e il dibattito ideologico. A tal proposito, che si applichi specificamente alla rivoluzione francese, alla critica della filosofia hegeliana o all’analisi dei conflitti di classe nelle società moderne e contemporanee, il pensiero di Marx ha avuto, sin dalle sue prime formulazioni, degli avversari risoluti. Benché non siano senza rapporto, sarebbe comunque affrettato associare le riserve espresse sul marxismo dagli storici della Rivoluzione francese alle critiche lanciate a Marx dai suoi contemporanei. Queste riserve, in effetti, sono legate più alla strumentalizzazione di cui è stata oggetto l’opera di Marxiana nel XX secolo tramite la rivoluzione russa, e l’esperienza sovietica, che ai dibattiti filosofici che agitavano la sinistra intellettuale negli anni 1848-1870. Occorre ricordare che Lenin vedeva nel marxismo «una guida per l’azione rivoluzionaria», e che l’Unione Sovietica di Stalin fece delle teorie marxiste una dottrina di stato erigendola al rango di scienza? Tali circostanze spiegano naturalmente il fatto che siano state messe in dubbio delle letture della rivoluzione francese che si richiamavano ad un marxismo rigoroso, e che alcuni storici si siano interrogati circa l’opportunità di accordare al punto di vista del filosofo tedesco un’autorità scientifica incontestabile, in particolare quando si trattava di interpretare le rivoluzioni (4). Ciononostante, ultimo paradosso, pochi storici presentati come «marxisti» hanno rivendicato l’etichetta di «storici marxisti». Al contrario, da Georges Lefebvre a Michel Vovelle, passando per Albert Soboul, hanno tutti, in misura diversa, affermato la propria vicinanza ad un «metodo marxista», più che alla filosofia e alla storia elaborate da Marx e conosciute come «materialismo dialettico» (5). Si può dire che questi storici, tutti autori di contributi notevoli all’approfondimento e al rinnovamento delle nostre conoscenze storiche sulla Rivoluzione, hanno manifestato un maggiore attaccamento allo spirito dell’opera che alla lettera. Questo partito preso nei confronti di Marx va inteso come volontà di tenersi a distanza dalla vulgata marxista-leninista, così come professata nelle Repubbliche socialiste nonché nelle scuole dei partiti comunisti occidentali, rivendicando al contempo il diritto dello storico della Rivoluzione francese di ispirarsi al lavoro del filosofo servendosi delle sue teorie e concetti.

Sarebbe dunque inconcepibile parlare di una storiografia marxista della Rivoluzione francese, o di un’interpretazione marxista della Rivoluzione francese, considerata l’oggettiva differenza nel rapporto degli storici con Marx. Questi rapporti sono ovviamente funzione delle circostanze sociali e politiche del momento, e dipendendo strettamente dalla struttura stessa del campo storiografico. Esse determinano delle modalità attraverso le quali pensare la Rivoluzione con Marx, le quali vanno ricollegate allo stato della diffusione materiale dei suoi testi, nonché della loro conoscenza da parte degli storici. Se è dunque legittimo mettere in discussione il marxismo degli storici della Rivoluzione, ciò dovrebbe riguardare il carattere storico, vale a dire costantemente rinnovato e circostanziato, del rapporto tra la storiografia rivoluzionaria e Marx. Nel seguito di questo saggio, tenteremo di ritornare, in particolare, sulle principali tappe che hanno strutturato la relazione storica tra marxismo e storiografia della Rivoluzione francese. Questa storia, lunga pressapoco un secolo e mezzo, è composta di diverse fasi, a partire dall’elaborazione lenta e costantemente rinnovata di un’interpretazione del fenomeno rivoluzionario da parte di Marx stesso. Dopo aver ricostruito l’evoluzione dei punti di vista di Marx circa la Rivoluzione francese, dai suoi primi testi rivolti contro la filosofia hegeliana sino agli scritti della maturità, concentreremo la nostra attenzione sugli snodi e le mediazioni che hanno consentito l’incontro tra il marxismo e la storiografia rivoluzionaria. Richiameremo, dunque, il ruolo decisivo giocato da Jaures nello sviluppo di una lunga tradizione di studi sulla Rivoluzione francese ispirata a Marx, prima di rivolgere il nostro sguardo alle critiche di cui il «marxismo» di tale tradizione è stato oggetto.

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Libri da tradurre: Robert Brenner, Merchants and Revolution: Commercial Change, Political Conflict and London’s Overseas Traders, 1550–1653

La Rivoluzione inglese e la transizione dal feudalesimo al capitalismo

di Brian Manning

Tratto da International Socialism 2:63, estate 1994.

Robert Brenner, Merchants and Revolution: Commercial Change, Political Conflict and London’s Overseas Traders, 1550–1653, Verso, 2003

brenner-cf5674bd25d97b2fd7281f8d78ccf776Il primo grande dibattito sulla transizione dal feudalesimo al capitalismo ha avuto inizio con la pubblicazione, nel 1946, di Studies in the Development of Capitalism di Maurice Dobb [1], mentre il secondo è stato innescato dall’articolo di Robert Brenner, Agrarian Class Structure and Economic Development in Pre-Industrial Europe, pubblicato su Past And Present (1976) [2].  Dibattiti che forniscono ai marxisti un quadro all’interno del quale interpretare il periodo della Rivoluzione inglese, dal 1640 al 1660. In  questo senso, il nuovo importante libro di Robert Brenner costituisce un contributo prezioso. Esso si occupa del ruolo svolto dai mercanti londinesi nella rivoluzione, tuttavia, una postfazione di 78 pagine inquadra il soggetto del volume nel contesto di un’interpretazione più generale della rivoluzione.

Nel 1961, Valerie Pearl ha compiuto il primo dettagliato tentativo per documentare le Posizioni assunte dai mercanti londinesi durante la Rivoluzione inglese. Scoprendo, in tal modo, che buona parte dei principali mercanti delle grandi compagnie impegnate nel commercio oltremare erano realisti, laddove i sostenitori del parlamento erano “mercanti di medio livello”, “… senza dubbio benestanti, ma non certo gli uomini più ricchi della città”, “… mercanti di rilievo ma non ai vertici delle compagnie commerciali” [3]. Brenner ha portato avanti ulteriormente tale ricerca in un articolo del 1973, di fatto l’embrione del presente libro [4].

Un serio problema, nell’analisi degli schieramenti, è rappresentato dal fatto che anche tra i gruppi per i quali si dispone di una buona documentazione, come la gentry e i mercanti, il numero di coloro sui quali non si hanno informazioni, rispetto al loro posizionamento durante la guerra civile, è consistente. Brenner ha esaminato 274 membri dell’élite dei mercanti londinesi, ma per circa la metà di essi non vi sono prove su quale fazione abbiano sostenuto, un fatto da tenere presente quando si traggono delle conclusioni. Dei 130 mercanti riconducibili ai partiti, 78 erano realisti, 43 parlamentaristi e nove tenevano una posizione mutevole. Scremando verticalmente questi dati, Brenner ha riscontrato che i mercanti ai vertici delle compagnie del Levante e delle Indie Orientali, i quali detenevano il controllo della città prima della rivoluzione, erano prevalentemente realisti, mentre i cosiddetti  Merchant Adventurers, oramai in una posizione meno predominante rispetto al XVI secolo, erano grosso modo ugualmente distribuiti [5].

Indipendentemente l’uno dall’altro, Robert Brenner e Keith Lindley hanno analizzato i firmatari londinesi delle petizioni dei partiti nel 1641-2, raggiungendo in linea di massima le stesse conclusioni. L’ampio resoconto di Lindley mostra che i cittadini realisti erano “uomini di ricchezza e condizione superiore, la tradizionale classe dirigente della città… “. I mercanti con l’estero erano tanto fra i realisti quanto tra i parlamentaristi. Il tipico parlamentarista “era il commerciante domestico più modestamente prospero, con la propria casa e bottega, talvolta con qualche proprietà in un’altra città, impegnato nella vendita al dettaglio di tessuti e altri beni”. Egli era un cittadino agiato ma “generalmente meno prospero, ben introdotto e potente” del tipico realista. “Era questo genere di cittadino londinese, il quale lavorava con altri militanti nella propria chiesa, rione e associazione commerciale, e pronto ad esercitare un’influenza radicale sugli affari della città e del regno, a fornire gran parte del dinamismo della Rivoluzione inglese” [6].

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