Libri da tradurre: Robert Brenner, Merchants and Revolution: Commercial Change, Political Conflict and London’s Overseas Traders, 1550–1653

La Rivoluzione inglese e la transizione dal feudalesimo al capitalismo

di Brian Manning

Tratto da International Socialism 2:63, estate 1994.

Robert Brenner, Merchants and Revolution: Commercial Change, Political Conflict and London’s Overseas Traders, 1550–1653, Verso, 2003

brenner-cf5674bd25d97b2fd7281f8d78ccf776Il primo grande dibattito sulla transizione dal feudalesimo al capitalismo ha avuto inizio con la pubblicazione, nel 1946, di Studies in the Development of Capitalism di Maurice Dobb [1], mentre il secondo è stato innescato dall’articolo di Robert Brenner, Agrarian Class Structure and Economic Development in Pre-Industrial Europe, pubblicato su Past And Present (1976) [2].  Dibattiti che forniscono ai marxisti un quadro all’interno del quale interpretare il periodo della Rivoluzione inglese, dal 1640 al 1660. In  questo senso, il nuovo importante libro di Robert Brenner costituisce un contributo prezioso. Esso si occupa del ruolo svolto dai mercanti londinesi nella rivoluzione, tuttavia, una postfazione di 78 pagine inquadra il soggetto del volume nel contesto di un’interpretazione più generale della rivoluzione.

Nel 1961, Valerie Pearl ha compiuto il primo dettagliato tentativo per documentare le Posizioni assunte dai mercanti londinesi durante la Rivoluzione inglese. Scoprendo, in tal modo, che buona parte dei principali mercanti delle grandi compagnie impegnate nel commercio oltremare erano realisti, laddove i sostenitori del parlamento erano “mercanti di medio livello”, “… senza dubbio benestanti, ma non certo gli uomini più ricchi della città”, “… mercanti di rilievo ma non ai vertici delle compagnie commerciali” [3]. Brenner ha portato avanti ulteriormente tale ricerca in un articolo del 1973, di fatto l’embrione del presente libro [4].

Un serio problema, nell’analisi degli schieramenti, è rappresentato dal fatto che anche tra i gruppi per i quali si dispone di una buona documentazione, come la gentry e i mercanti, il numero di coloro sui quali non si hanno informazioni, rispetto al loro posizionamento durante la guerra civile, è consistente. Brenner ha esaminato 274 membri dell’élite dei mercanti londinesi, ma per circa la metà di essi non vi sono prove su quale fazione abbiano sostenuto, un fatto da tenere presente quando si traggono delle conclusioni. Dei 130 mercanti riconducibili ai partiti, 78 erano realisti, 43 parlamentaristi e nove tenevano una posizione mutevole. Scremando verticalmente questi dati, Brenner ha riscontrato che i mercanti ai vertici delle compagnie del Levante e delle Indie Orientali, i quali detenevano il controllo della città prima della rivoluzione, erano prevalentemente realisti, mentre i cosiddetti  Merchant Adventurers, oramai in una posizione meno predominante rispetto al XVI secolo, erano grosso modo ugualmente distribuiti [5].

Indipendentemente l’uno dall’altro, Robert Brenner e Keith Lindley hanno analizzato i firmatari londinesi delle petizioni dei partiti nel 1641-2, raggiungendo in linea di massima le stesse conclusioni. L’ampio resoconto di Lindley mostra che i cittadini realisti erano “uomini di ricchezza e condizione superiore, la tradizionale classe dirigente della città… “. I mercanti con l’estero erano tanto fra i realisti quanto tra i parlamentaristi. Il tipico parlamentarista “era il commerciante domestico più modestamente prospero, con la propria casa e bottega, talvolta con qualche proprietà in un’altra città, impegnato nella vendita al dettaglio di tessuti e altri beni”. Egli era un cittadino agiato ma “generalmente meno prospero, ben introdotto e potente” del tipico realista. “Era questo genere di cittadino londinese, il quale lavorava con altri militanti nella propria chiesa, rione e associazione commerciale, e pronto ad esercitare un’influenza radicale sugli affari della città e del regno, a fornire gran parte del dinamismo della Rivoluzione inglese” [6].

Dunque, è ormai assodato che l’élite mercantile di Londra – i cittadini più ricchi e potenti – erano in larga parte realisti durante la guerra civile. Ciò avvalora la tesi marxista, così come esposta da Dobb, secondo la quale i grandi mercanti erano legati alla società feudale, la loro ricchezza e il loro potere derivando dalle concessioni e dai favori reali e aristocratici, e non erano agenti della transizione dal feudalesimo al capitalismo [7]. Brenner osserva che l’abilità di questi mercanti nel fare profitti dipendeva dal comprare a poco per vendere ad un prezzo maggiore, oltreché nella facoltà di impedire un eccesso di traffici nei loro mercati e limitare il numero degli operatori; il che poteva essere ottenuto solo tramite assistenza politica da parte della monarchia e dell’aristocrazia feudali nella forma di concessioni di monopoli, come quelli delle compagnie del Levante e delle Indie Orientali:

Lungi dal trasformare economicamente il vecchio sistema o dal sovvertirlo politicamente, la classe mercantile, in tal modo, tendeva a vivere in simbiosi col vecchio ordine e a costituirne uno dei principali baluardi. Come conclude Marx,  “il commercio […] imprime alla produzione un carattere sempre più orientato verso il valore di scambio”, tuttavia, “il suo sviluppo [e quello del capitale commerciale] preso per se stesso, non è ancora sufficiente […] per assicurare e giustificare il passaggio da un modo di produzione all’altro” [8].

I mercanti erano, d’altro canto, parte della borghesia, la quale, nelle parole di Dobb, “era compromessa con la società feudale”, essi rappresentavano “essenzialmente dei parassiti del vecchio ordine economico”. Allo stesso tempo, i grandi mercanti costituivano l’élite governante a Londra, e difendevano non solo i propri privilegi economici ma anche la causa del re, poiché ciò significava difesa della gerarchia politica e sociale esistenti, gerarchia nella quale essi occupavano i gradini prossimi ai vertici.

Mentre i grandi mercanti coinvolti nel commercio con l’Europa, il Mediterraneo e l’Oriente, attraverso le compagnie monopolistiche, erano prevalentemente realisti, vi erano dei nuovi mercanti con l’estero la cui posizione era differente. Il principale contributo di Brenner è la scoperta dell’influenza della colonizzazioni in Nord America e nei Caraibi nella Rivoluzione inglese:

A differenza del commercio con l’Europa o l’Oriente, i traffici con l’America dipendevano dal precedente sviluppo della produzione coloniale. Senza la produzione delle piantagioni non vi sarebbero potuti essere alcuna esportazione coloniale e mercati. Nelle grandi compagnie colonizzatrici, i fornitori naturali di investimenti per lo sviluppo delle piantagioni erano i grandi mercanti londinesi. Ma l’élite commerciale della città non era disposta a sostenere la spesa in capitale fisso a lungo termine necessario alle piantagioni. La loro partecipazione allo sviluppo coloniale si esaurì nella durante il secondo decennio del XVII secolo… [9]

Il punto cruciale è che i mercanti coloniali erano coinvolti sia nella produzione che nello scambio.

La Virginia (compreso il Maryland) e le isole caraibiche (tra cui Bermuda) divennero i principali centri di produzione dell’America britannica. Prima del 1640 producevano prevalentemente tabacco, il quale veniva spedito in Inghilterra, e da qui nel resto d’Europa e nel Vicino Oriente. “Negli anni tra il 1622 e il 1638, le importazioni di tabacco dalle colonie americane balzavano da circa 61.000 £ a 2.000.000 £ all’anno… “. Gli uomini che fornirono “i capitali e le capacità imprenditoriali fondamentali per lo sviluppo coloniale” non provenivano dalla consolidata élite dei mercanti appartenenti alle compagnie impegnate nel commercio estero. Alcuni di loro avevano esordito emigrando nelle colonie avviandovi delle piantagioni, per poi utilizzare i profitti da esse ricavati per ritornare a Londra come mercanti con l’estero, proseguendo, tuttavia, il proprio impegno nell’economia coloniale. Altri avevano iniziato come mercanti domestici, capitani di navi o negozianti a Londra, estendendo i propri affari tramite l’esportazione di vettovagliamenti nelle colonie e l’importazione di tabacco. Da una massa di piccoli commercianti coinvolti in tali traffici emerse un’élite la quale “garantì la principale fonte di motivazione, capitale e organizzazione per l’intero movimento di colonizzazione… Essi erano dietro ogni avventura coloniale di rilievo del periodo, e controllavano una quota sproporzionata del mercato… Dominavano il rapido sviluppo del commercio del tabacco con la Virginia e le Indie Occidentali, il quale costituiva il cuore dell’economia commerciale americana”. Essi sono i protagonisti principali del libro.

Durante la rivoluzione la piantagione dello zucchero venne introdotta nelle Indie Occidentali, rivelandosi più redditizia del tabacco. Il gruppo d’élite, il quale già dominava le imprese oltre Atlantico, “forniva gran parte delle energie e del capitale” alla base di questo sviluppo “commerciale-industriale”. Il tabacco veniva prodotto  da piccoli agricoltori in appezzamenti ridotti, lo zucchero, invece, in grandi piantagioni da schiavi neri. “In tal modo apriva la strada al declino della produzione su piccola scala, la sostituzione del lavoro del bianco libero con quello dello schiavo nero, nonché la concentrazione della terra e del capitale nelle mani di un gruppo relativamente piccolo di uomini d’affari in grado di investire e innovare”. “La piantagione di zucchero era, di fatto, una fabbrica all’interno di un campo” [10].

Brenner dimostra che i mercanti coloniali, o “nuovi mercanti” come li definisce, erano in larghissima parte parlamentaristi nel corso della guerra civile. Dell’esiguo numero di mercanti delle compagnie del Levante e delle Indie Occidentali che si schierarono col parlamento, la maggioranza erano coinvolti nei traffici coloniali con le Americhe. D’altra parte, pochissimi mercanti realisti erano impegnati nel commercio con le colonie [11].

Ciò che Brenner ha da dire circa le origini dei “nuovi mercanti” è di grande interesse, e supporta il punto di vista secondo il quale le “gente di condizione media” costituivano il nucleo dinamico del partito parlamentarista [12]. Ben pochi dei “nuovi mercanti”

erano stati membri delle grandi compagnie commerciali londinesi, o mercanti con l’estero di qualsivoglia genere. Né provenivano dai ranghi superiori della società di Londra o della contea. Originariamente uomini degli “strati intermedi”, erano in prevalenza nati fuori da Londra, in molti casi giovani figli della gentry minore o di piccoli, ma prosperi, proprietari. Alcuni provenivano da famiglie commerciali dei borghi.

Essi avevano iniziato come commercianti domestici, negozianti e capitani di navi, molti combinavano il commercio coloniale con quello domestico dalle loro botteghe di Londra, dunque, “erano strettamente legati a quello strato intermedio, vagamente definito, di negozianti londinesi, capitani di navi e commercianti domestici… “

Le origini sociali dei nuovi mercanti, nonché la loro ininterrotta partecipazione alle attività commerciali domestiche, consentirono loro di stringere forti ed estesi legami con l’ampio strato di negozianti, mariani e artigiani del quale era in larga parte composto il movimento radicale della città. La maggioranza di questi mercanti, nel 1640, poteva di fatto essere considerata come proveniente da tale strato sociale [13].

Questo conduce ad un altro aspetto della rivoluzione sul quale il lavoro di Brenner richiama l’attenzione – il conflitto tra i mercanti domestici e quelli con l’estero:

L’obiettivo delle compagnie non consisteva meramente nell’escludere i mercanti poveri e con scarse connessioni, così da limitare il numero di partecipanti al mercato; bensì consisteva, specialmente, nel prevenire l’ingresso nel commercio con l’estero dei negozianti della città, dei piccoli produttori, dei capitani di navi, quale che fosse la loro ricchezza… Inoltre, molti di questi erano tutt’altro che poveri, e un’importante minoranza… possedeva indubbiamente ricchezze sufficienti a perseguire il commercio con l’estero…

Le compagnie limitavano il commercio con l’estero ai soli “mercanti”, escludendo coloro che continuavano a lavorare come rivenditori al dettaglio o artigiani, questi ultimi ovviamente si opponevano a una simile interdizione:

In effetti, il conflitto tra le compagnie mercantili e i commercianti domestici della città, sopratutto quei negozianti e marinai gravitanti verso il commercio estero, sia legalmente nelle aree libere della Spagna e delle Americhe, sia illegalmente tramite contrabbando, andava a costituire un importante motivo sottostante alle lotte politiche e ideologiche a londra nel corso della guerra civile [14].

Ciò aiuta a comprendere il parlamentarismo e il radicalismo di negozianti e artigiani, e getta luce sulle ragioni dei sentimenti anti-monarchici delle “gente di condizione media”. La composizione sociale di gruppi come i Livellatori è rivelata dalle loro persistenti campagne contro il monopolio delle compagnie, e  a favore l’apertura dei commerci con l’oltremare a chiunque vi volesse prender parte [15].

Le tesi sostenute da Brenner hanno trovato supporto in seguito nel lavoro di David Sacks, il quale le estende alle province. Per circa un secolo, prima della rivoluzione, vi era stata una controversia a Bristol riguardo la pretesa dei grandi mercanti con l’estero della città al diritto esclusivo di commerciare coi mercati esteri da quel porto. La Society of Merchant Venturers di Bristol, attraverso mezzi politici e giuridici, escluse rivenditori al dettaglio e artigiani dal commercio oltremare. Dal 1640 si registrava una lunga storia di antagonismo nei confronti dei  Merchant Venturers tra i rivenditori al dettaglio e gli artigiani di Bristol, il cui fine era che tutti i cittadini fossero liberi di dedicarsi nel commercio con l’estero, laddove lo desiderassero. Essa divenne una delle basi della divisione in partiti durante la guerra civile, quando, come ebbe a riportare un pastore puritano contemporaneo, la causa del re a Bristol era sostenuta “dagli uomini ricchi e potenti… ma disgustava quelli di medio rango… “

… La rapida ascesa dell’impresa coloniale negli anni Quaranta e Sessanta del XVII secolo, aveva aperto nuove strade ai piccoli negozianti e artigiani per entrare nel commercio oltremare. Nei primi anni Cinquanta del secolo, centinaia di abitanti della città si impegnarono liberamente, in relazione con la regione di Chesapeake e le Indie Occidentali, trasportando piccole merci e servi a contratto in cambio di tabacco e zucchero prodotte dai loro clienti oltremare. Un certo numero di queste figure aveva una storia politica di supporto al parlamento e al New Model Army; non pochi erano anche membri delle sette [16]

L’esclusione di negozianti e artigiani dall’esercizio della professione di mercanti non solo massimizzava i profitti in quest’ultima, ma confermava anche il concetto di gerarchia, il quale, così come separava lo status e la funzione del gentiluomo da quella del plebeo, faceva altrettanto per quelle del mercante rispetto a quelle del bottegaio e dell’artigiano. La sfida alla gerarchia ecclesiastica da parte di radicali di “condizione media” – la richiesta di abolizione dell’episcopato – era correlata a quella rivolta alla gerarchia secolare; i diritti venivano ricondotti alla comunità anziché allo status o funzione di un gruppo particolare, e così come le sette religiose radicali ritenevano la libertà di coscienza un diritto naturale, lo stesso valeva per la libertà di commerciare. I Livellatori affermavano fosse “diritto di nascita” di “ogni inglese” che “possiede beni, oggetti e mercanzie… quello di trasportarle oltremare in qualsiasi luogo ed ivi mercanteggiarle per il proprio profitto”. Sostenevano, inoltre, che era contrario ai diritti innati degli inglesi e alle leggi fondamentali del paese impedire a chiunque di commerciare con determinate zone del mondo, solo perché non appartenente ad una compagnia [17]

Brenner afferma che a Londra il partito parlamentarista

… era dominato da una base di cittadini ordinari nella quale era forte il peso di negozianti, mariani, artigiani e lavoratori specializzati, con i nuovi mercanti a costituirne un elemento cruciale (sebbene solo uno) della leadership… Questi uomini erano in buona parte tagliati fuori dalle fonti del potere commerciale, politico ed ecclesiastico dalle compagnie mercantili privilegiate, le quali controllavano la maggior parte del commercio con l’estero, nonché dall’oligarchia municipale che dominava il governo della città, e infine dalla corona e dalla gerarchia ecclesiastica, la quale esercitava la propria stretta sulle chiese parrocchiali ufficiali di Londra. Di conseguenza, essi erano aperti a vie politico-religioso più attive…

Questi uomini condussero la causa parlamentare, nel 1641-2, verso

una lotta finalizzata a rivoluzionare la costituzione della città e all’abolizione dell’episcopato, quale preludio all’introduzione di un ordinamento presbiteriano o indipendente nella chiesa. Si trattava di un conflitto politico dall’evidente carattere sociale, considerato che le forze dell’ordine costituito traevano forza dalle compagnie mercantili privilegiate di Londra, laddove quelle della rivolta, innanzitutto, da quei cittadini non mercanti al di fuori dei ranghi dei grossisti londinesi [18].

In quale modo le tesi sostenute da Brenner in questo volume si rapportano alla sua interpretazione generale della transizione del feudalesimo al capitalismo e della Rivoluzione inglese? Due punti di tale dibattito appaiono fondamentali: chi sono stati gli agenti di questa transizione e quanto oltre si era spinta nel 1640?

Brenner spiega la transizione dal feudalesimo al capitalismo come il “… sorgere di un’aristocrazia capitalista che si pose alla guida di una rivoluzione agraria” [19]. Sin quando i contadini erano in possesso dei mezzi di produzione – la terra segnatamente – la classe feudale poteva appropriarsi di parte della loro produzione solo tramite il potere giuridico e politico, sostenuto dalla forza. L’indebolirsi di tale potere, risultante della resistenza contadina, fu la causa di una crisi dalla quale la classe feudale si riprese passando dalle pretese di potere sulla gente a quelle sulla terra. Le aziende di dimensioni minori vennero consolidate all’interno di quelle di dimensioni maggiori, le quali venivano coltivato non a fini di sussistenza bensì per il mercato, attraverso il lavoro salariato. I  grandi proprietari terrieri entrarono “in rapporti contrattuali con gli affittuari liberi e dipendenti dal mercato (i quali si servivano sempre più di lavoro salariato)… ” In questo modo, essi giunsero a fare affidamento su mezzi economici – le forze del mercato determinanti il valore della terra e le rendite – anziché su quelli politici e giuridici, al fine di appropriarsi parte della produzione, divenendo di fatto capitalisti:

… il capitalismo si sviluppò in Inghilterra alla fine del periodo medioevale attraverso l’autotrasformazione della vecchia struttura, specificamente quella delle classi proprietarie di terre. Come risultato di ciò, l’ascesa del capitalismo ebbe luogo all’interno del guscio della proprietà terriera e, sul lungo periodo, non in contraddizione o a detrimento, bensì a vantaggio dell’aristocrazia terriera.

Dunque, Brenner esclude un conflitto tra l’aristocrazia e un’emergente classe capitalista. Nel 1640, egli ritiene che la vecchia classe dominante “fosse in larga parte – seppur non uniformemente – capitalista, nel senso di dipendente dal pagamento di rendite competitive da parte degli agricoltori… ” [20].

In contrasto con l’attenzione rivolta da Brenner sull’autotrasformazione degli aristocratici da signori feudali a proprietari terrieri capitalisti, Dobb si concentra sui piccoli produttori in ascesa in procinto di divenire capitalisti. Egli segue rigorosamente il capitolo del primo volume del Capitale di Marx sulla Cosiddetta accumulazione originaria, nel quale il primo stadio dello sviluppo del capitalismo consiste nell’emergere di ricchi contadini che espandevano i propri possedimenti e impiegavano lavoro salariato, cosicché “Nessuna meraviglia… che l’Inghilterra alla fine del secolo XVI possedesse una classe di «fittavoli capitalisti»… “. Inoltre, “… molti piccoli mastri artigiani e un numero ancora maggiore di piccoli artigiani indipendenti o anche operai salariati si sono trasformati in piccoli capitalisti, e poi, mediante uno sfruttamento a poco a poco sempre più esteso del lavoro salariato e la corrispondente accumulazione, in capitalisti sans phrase“.

Dobb si è soffermato sul processo di differenziazione nell’Inghilterra del medioevo, il quale aveva condotto alla formazione di uno strato di contadini ricchi  e uno di contadini poveri. Egli sottolinea “la formazione nel villaggio di uno strato di coltivatori autonomi relativamente benestanti”, i quali, traendo vantaggio dal commercio e dai mercati locali, accumularono piccole quantità di capitale, migliorando le proprie terre e allargando le proprie aziende, nonché assumendo i vicini poveri. Il XVI secolo

… vede un considerevole sviluppo di fattorie contadine autonome, condotte da fittavoli che si assicurano terre recinte, al di fuori del sistema del campo aperto: da questi poi emerse un notevole strato di contadini benestanti, gli yeoman, che crescendo in prosperità ampliavano le loro aziende con nuove affittanze o acquisti di terra… e già alla fine del secolo formavano una classe di grossi fittavoli, che reclutavano la mano d’opera agricola salariata tra le vittime delle recinzioni e i cotters più poveri. Questa classe, a quanto sembra, fu all’avanguardia dei progressi più importanti dei metodi di coltivazione.

Dobb  ha individuato il punto di transizione nel momento in cui “aumentando le risorse dello yeoman o dell’artigiano, egli giungerà a poter ricavare il suo reddito principale dal lavoro salariato anziché da quello proprio e della sua famiglia, e comincerà a calcolare i guadagni in rapporto al capitale investito anziché agli sforzi da compiere… “. In tal modo nasceva una classe di capitalisti “dalla sfera stessa della produzione”.

Lo stesso, secondo Dobb, avveniva nell’industria, in quanto successivo e vitale stadio della transizione al capitalismo. “… ma la generalizzazione del mutamento, lo sbocco in uno stadio più avanzato del processo produttivo non sembra sia potuta avvenire, come già Marx indicava, che in rapporto all’emergere dai ranghi dei produttori stessi di un elemento capitalistico , per metà fabbricante e per metà commerciante, che cominciò a organizzare alle sue dipendenze quel medesimo strato di produttori dal quale si era appena rialzato”. “Alla soglia del XVII secolo si assiste all’inizio di un importantissimo spostamento del centro di gravità… ” – “colla nascente classe di artigiani ricchi, capitalisti, desiderosi di investire il loro capitale nell’impiego di altri lavoratori e di assumere essi stessi il ruolo di imprenditori-mercanti… ” [21].

Vi è un conflitto fra l’idea del capitalismo che si sviluppa dal basso, così come nel resoconto di Dobb, e quella di un capitalismo sprigionantesi dall’alto, come lo descrive Brenner. Tuttavia, dovevano realizzarsi gli sviluppi riportati da Dobb perché vi fossero quelli descritti da Brenner, era necessario emergessero, prima che l’aristocrazia potesse trasformarsi, coltivatori ricchi in grado di affittare le fattorie più grandi, e  in possesso del capitale da investire in lavoro salariato e nel miglioramento della produzione. “L’ascesa dal basso degli yeoman sulla base della piccola accumulazione capitalistica”, come affermato da Colin Mooers, “è stata una fase cruciale nel successivo sviluppo della coltivazione capitalista su larga scala” [22]. I grandi proprietari terrieri rispondevano a cambiamenti che stavano verificandosi all’interno della classe dei contadini. Patricia Croot e David Parker commentano che “quella brenneriana è una concezione restrittiva dei rapporti capitalistici, essa non può rendere giustizia al ruolo, forse decisivo, svolto dal piccolo agricoltore capitalista, quantomeno a partire dagli inizi del secolo XVI fini alla metà del XVII” [23].

L’inserzione di una fase di ridotta accumulazione capitalistica prima e durante la trasformazione degli aristocratici in capitalisti può salvare, parzialmente, la tesi di Brenner, ma permane una difficoltà circa il suo punto di vista in base al quale durante la Rivoluzione inglese la classe dominante era “… in larga parte – sebbene non uniformemente – capitalista… “. Ma questo deve ancora essere dimostrato, e sono necessarie altre ricerche al fine di stabilire quanti grandi proprietari dipendevano da “agricoltori in grado di pagare affitti competitivi” e che impiegavano lavoratori salariati prima del 1640 [24].

Dobb ritiene che prima della rivoluzione la classe dominante fosse in buona parte ancora feudale, assumendo che “la maggior parte dei piccoli fittavoli, pur pagando un affitto in denaro (che peraltro costituiva più spesso un pagamento consuetudinario che un «affitto economico»), era ancora in vari modi legata al maniero feudale e sottoposto alla sua autorità” e che i braccianti spesso avevano ancora qualche terra e diritti comunitari, dunque, non dipendevano esclusivamente dal salario: “Nelle campagne, i rapporti sociali tra i produttori e i loro signori e padroni conservarono gran parte del loro carattere medievale, e molto almeno del tessuto connettivo dell’ordine feudale continuò a esistere” [25]. Al principio del dibattito sulla transizione Hilton e Hill hanno concordato con Dobb, il primo affermando che “… per quanto importanti siano stati i cambiamenti che hanno garantito campo libero ai produttori di merci agricole e industriali, non vie è stata trasformazione dei rapporti fondamentali costituenti il modo di produzione feudale”, mentre il secondo ha sostenuto che “… la parziale emancipazione del piccolo modo di produzione non ha di per sé modificato la base economica della società (e ancor meno la sovrastruttura politica), sebbene abbia preparato le condizioni per lo sviluppo del capitalismo”. Dobb, tuttavia, ha aggiunto che “… in molte aree l’involucro feudale si stava significativamente logorando”, e nonostante la forma di sfruttamento del piccolo modo di produzione non avesse perso la sua forma feudale, quest’ultima stava “rapidamente degenerando e disintegrandosi” [26].

Si tratta di semplici asserzioni, e che l’attenzione sia concentrata sugli aristocratici o sugli yeoman, vie è il problema di stabilire sin dove fosse avanzato il capitalismo nel 1640, e se il modo di produzione era effettivamente cambiato. Non è solo questione di quanti contadini e artigiani erano divenuti piccoli capitalisti, o di quanti grandi proprietari terrieri si erano trasformati in grandi capitalisti, bensì sino a che punto i contadini e gli artigiani poveri erano stati ridotti a proletariato. “… il capitalismo presuppone l’esistenza di un proletariato… “, ha scritto Dobb [27], sottolineando quanto detto da Marx circa “La cosiddetta accumulazione originaria”:

… la cosiddetta accumulazione originaria non è altro che il processo storico di separazione del produttore dai mezzi di produzione. Esso appare «originario» perché costituisce la preistoria del capitale e del modo di produzione ad esso corrispondente.

“L’espropriazione dei produttori rurali, dei contadini e la loro espulsione dalle terre costituisce il fondamento di tutto il processo”. Si tratta del “punto di partenza che genera tanto l’operaio salariato che il capitalista… “… l’espropriazione della gran massa della popolazione, che vien privata della terra, dei mezzi di sussistenza e degli strumenti di lavoro… costituisce la preistoria del capitale”. La transizione al capitalismo non è solo la storia della ricchezza di pochi, ma anche quella della povertà di molti [28].

Prima del 1640, tuttavia, la piccola azienda contadina era ancora vitale e predominante in diverse aree, e gli artigiani spesso possedevano piccoli appezzamenti. Il grado di dipendenza della manodopera dai salari era limitato dal possesso di piccole terre e dal diritto di pascolo per alcuni animali sui terreni comuni, nonché da quello di rifornirsi di combustibile e materiale da costruzione. L’espropriazione delle masse – i contadini poveri dalla terra, gli artigiani poveri dalla proprietà delle materie prime, degli strumenti e del prodotto finito – avvennero in gran parte dopo la rivoluzione. Come scrive Donald Woodward:

La società inglese durante il XVI secolo e i primi del XVII non era ancora prevalentemente costituita da salariati… Era una società povera e non pochi nei suoi strati inferiori cadevano pericolosamente vicini a livelli di sussistenza, specialmente in anni di scarso raccolto. Ma era innanzitutto una società nella quale la piccola unità di produzione e di proprietà e controllo ancora prevaleva in molti settori [29].

Nel suo resoconto della transizione, Brenner tralascia gli sviluppi industriali, ma se quelli agricoli stavano trasformando le strutture economiche e sociali in alcune zone, altrettanto facevano quelli industriali in altre. Ciò viene dimostrato in due libri recenti, uno di David Levine e Keith Wrightson sull’impatto dell’estrazione di carbone su una comunità agricola, l’altro di David Rollison circa l’influenza della manifattura tessile su un distretto rurale prima della rivoluzione [30]. È una visione unilaterale quella che si concentra esclusivamente sui mutamenti agrari nel XVI secolo e nei primi del XVII, escludendo la ristrutturazione contemporanea della società rurale in diverse regioni – dai punti di vista economico, sociale e intellettuale – grazie allo sviluppo della manifattura tessile, della lavorazione dei metalli e dell’estrazione mineraria. L’attenzione dedicata da Brenner ai grandi proprietari terrieri e, in misura minore, ai mercanti, gli precludei una spiegazione adeguata sia della transizione al capitalismo che della Rivoluzione inglese.

Sebbene tenga come punto fermo che la classe dominante era capitalista prima della rivoluzione, Brenner non ripiega nella spiegazione convenzionale del conflitto in termini di scontro interno alla classe dominante stessa circa la costituzione o la religione, o entrambe:

… è un errore vedere la divisione all’interno del parlamento come risultante di differenze fondamentali in seno alla classe dominante riguardo a principi o obiettivi politici o religiosi. La classe possidente era, da una prospettiva trans-europea, abbastanza omogenea in termini socioeconomici, avendo i suoi membri pressappoco i medesimi interessi e condividendo grossomodo la stessa esperienza di vita. Di conseguenza, essi adottavano, in buona parte, una comune visione ideologica, sia religiosamente che politicamente. L’unità sociale e ideologica delle classi parlamentari trovò espressione nel sorprendente livello di convergenza tra i membri del parlamento sull’ampio programma di politica religiosa approvato nell’estate del 1641. La scissione,  dunque, non può essere spiegata meramente in termini di dinamiche interne al parlamento o alle classi parlamentari; dev’essere bensì spiegata in termini di forze esterne al parlamento e agenti su di esso, nonché sulle classi possidenti [31].

Questa forza esterna era costituita dal “movimento di massa londinese” la cui leadership includeva i mercanti coloniali o cosiddetti “nuovi” mercanti. Brenner corrobora la mia tesi, secondo la quale la divisione nella classe dominante venne causata dall’intervento delle masse londinesi. Una frazione della classe dominante era pronta ad allearsi con i radicali che controllavano il movimento di massa di Londra, come unico mezzo per assicurarsi il programma di riforme contro a fronte della resistenza del re; laddove un’altra trovava tutto ciò pericoloso e il prezzo da pagare ai radicali troppo alto, temendo “… che un ulteriore perseguimento delle riforme avrebbe inevitabilmente incoraggiato il protagonismo popolare e radicale nell’arena politica e nelle questioni religiose”, e che l’alleanza coi cittadinanza radicale di Londra avrebbe potuto “aprire la strada a quella che molti vedevano come una seria sfida alla gerarchia e all’ordine sociali”.

L’obiettivo dei capi radicali del movimento popolare londinese era quello di “rovesciare l’oligarchia sociopolitica a Londra così da democratizzare significativamente il governo municipale”, nonché abbattere l’episcopato rimpiazzandolo con una “chiesa presbiteriana o indipendente, sottoposta ad un maggiore controllo locale e popolare”. Il movimento popolare era composto da bottegai, marinai, piccoli commercianti domestici e artigiani [32]. Brenner, tuttavia, non si sofferma ulteriormente su questo aspetto, non riuscendo in tal modo a collocare il movimento radicale e popolare nel contesto della sfida lanciata dalla “gente di media condizione” all’ordine esistente, tanto nelle province quanto a Londra. Questo è conseguenza della sua lettura della transizione dal feudalesimo al capitalismo in termini di grandi proprietari, invece che produttori. La sua teoria della transizione, al contrario di quella di Dobb, non riesce a spiegare la rivoluzione.

La tesi di Dobb, in base alla quale il capitalismo nella sua forma rivoluzionaria si è sviluppato dai ranghi dei piccoli produttori, lo conduce a sostenere che la gentry e gli yeoman in ascesa “costituivano l’effettiva massa di punta della rivoluzione… “. Il suo punto di vista sulla transizione aiuta a comprendere il ruolo cruciale della “gente di media condizione” nel partito parlamentarista, e nel portare avanti la rivoluzione. La teoria di Brenner, d’altra parte, ignora lo sviluppo industriale prima del 1640 non riuscendo, in tal modo, a spiegare perché i distretti industriali – non tutti – hanno fornito una delle basi principali dei partiti parlamentarista e rivoluzionario. Dobb, invece, ha evidenziato lo sviluppo del capitalismo industriale prima del 1640, e il sostegno al parlamentarismo garantito dai distretti industriali nel corso della guerra civile [33]. Tutto ciò trova supporto nella ricerca moderna, per esempio, Rollinson afferma che senza i distretti manifatturieri non vi sarebbe stato, in effetti, un  partito parlamentarista nel Gloucestershire:

La manifattura, come sostenuto da Marx, ha costituito l’elemento dinamico delle forze in campo. Esso da solo ha reso possibile il genere di guerra civile che ha avuto luogo a partire dal 1640. In questo senso gli sviluppi a lungo termine sono stati decisivi [34]

Tuttavia, vi è ancora molto lavoro da fare al fine di individuare le forze rivoluzionarie nei distretti industriali, così come i rapporti tra diversi elementi in questi stessi distretti – la gentry, i coltivatori yeoman, i mercanti e gli artigiani possessori di terra o privi di essa, i proto-capitalisti e i proto-proletari.

Brenner ha dato un contributo inestimabile alla comprensione della Rivoluzione inglese, documentando il ruolo dei mercanti coloniali e della colonizzazione, il tutto sulla base di una vastissima ricerca. Tutto ciò necessiterebbe di essere accompagnato da studi analoghi che diano lo stesso risalto allo sviluppo e alle classi industriali. Brenner trova il proprio fondamento nel ruolo primario assegnato da Marx alla colonizzazione nel processo di accumulazione originaria, ma lo stesso Marx non ha mancato di connetterla alla proletarizzazione delle masse: “… la schiavitù velata degli operai salariati in Europa aveva bisogno del piedistallo della schiavitù sans phrase nel nuovo mondo”.

Note

  1. Science and Society (primavera 1950, autunno 1953, primavera 1953, autunno 1953) ristampato con saggi aggiuntivi in R. Hilton (a cura di), The Transition from Feudalism to Capitalism (Londra 1976).
  2. T.H. Aston and C.H.E. Philpin (a cura di), Il dibattito Brenner: agricoltura e sviluppo economico nell’Europa preindustriale (Torino 1989).
  3. V. Pearl, London and the Outbreak of the Puritan Revolution (Oxford 1961), pp. 243–244, 276–277, 282–284.
  4. R. Brenner, The Civil War Politics of London’s Merchant Community, Past & Present, No. 58 (1973).
  5. R. Brenner, Merchants and Revolution, pp. 375–388.
  6. K. Lindley, London’s Citizenry in the English Revolution, in R.C. Richardson (a cura di), Town and Countryside in the English Revolution (Manchester 1992).
  7. M. Dobb, Problemi di storia del capitalismo (Roma 1974).
  8. R. Brenner, Bourgeois Revolution and Transition to Capitalism, in A.L. Beier, D. Cannadine and J.M. Rosenheim (a cura di), The First Modern Society (Cambridge 1989), pp. 291–292; Merchants and Revolution, pp. 668–670.
  9. R. Brenner, The Civil War Politics of London’s Merchant Community, op. cit., p. 65.
  10. R. Brenner, Merchants and Revolution, pp. 113–115, 154–162.
  11. Ibid., pp. 375–388.
  12. B. Manning, Popolo e rivoluzione in Inghilterra (1640-1649) (Bologna 1977).
  13. R. Brenner, Merchants and Revolution, pp. 114, 159, 184, 395.
  14. Ibid., pp. 83–89.
  15. B. Manning, op. cit.
  16. D.H. Sacks, Bristol’s Wars of Religion, in R.C. Richardson (a cura di), op. cit.
  17. B. Manning, op. cit., p. 505.
  18. R. Brenner, Merchants and Revolution, p. 693.
  19. T.H. Aston and C.H.E. Philpin (a cura di), op. cit., p. p. 317.
  20. R. Brenner, Merchants and Revolution, pp. 642, 649–651.
  21. M. Dobb, op. cit., pp. 94, 161-162, 165, 170-171.
  22. C. Mooers, The Making of Bourgeois Europe: Absolutism, Revolution, and the Rise of Capitalism in England, France and Germany (Londra 1991), pp. 36–37.
  23. T.H. Aston and C.H.E. Philpin (a cura di), op. cit., p. 97.
  24. R.B. Outhwaite, Progress and Backwardness in English Agriculture, 1500–1650, Economic History Review, seconda serie, vol. XXXIX (1986).
  25. M. Dobb, op. cit., p. 53.
  26. R. Hilton (a cura di), op. cit., pp. 25–26, 63, 118–121.
  27. M Dobb, op. cit., p. 260.
  28. C. Lis and H. Soly, Poverty and Capitalism in Pre-Industrial Europe (Atlantic Highlands, New Jersey 1979).
  29. R.B. Outhwaite, op. cit.; R.W. Hoyle, Tenure and the Land Market in Early Modern England: or a late contribution to the Brenner debate, Economic History Review, 2nd series, Vol. XLLIII (1990); J.R. Wordie The Chronology of the English Enclosures, 1500–1914, Economic History Review, seconda serie, Vol. XXXVI (1983); J.M. Neeson, The Opponents of Enclosure in Eighteenth-Century Northamptonshire, Past & Present, N. 105 (1984); D. Woodward, Wage Rates and Living Standards in Pre-Industrial England, Past & Present, No. 1 (1981).
  30. D. Levine and K. Wrightson, The Making of an Industrial Society: Whickham 1560–1765 (Oxford, 1991); D. Rollison, The Local Origins of Modern Society: Gloucestershire 1500–1800(Londra 1992).
  31. R. Brenner, Merchants and Revolution, pp. 688–689; Bourgeois Revolution and Transition to Capitalism, op. cit., pp. 303–304.
  32. R. Brenner, Merchants and Revolution, pp. 689–699; B. Manning, op. cit.
  33. M. Dobb, op. cit., p. 206.
  34. B. Manning, op. cit.; D. Underdown, Revel, Riot, and Rebellion: Popular Politics and Culture in England 1603–1660 (Oxford, 1985), pp. 170, 276, 192–207; J.R. Dias, Lead, Society and Politics in Derbyshire before the Civil War, Midland History, Vol. VI (1981); D. Rollison, op. cit., Introduzione e capit. 1, 2, 6.

Link all’articolo in inglese Marxist Internet Archive

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