Edward Hallett Carr, storia e rivoluzione

di Matthijs Krul

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Edward Hallett Carr

Quella che segue è la trascrizione di un’intervista al celebre storico britannico E. H. Carr come pubblicata dalla New Left Review nel 1978, col titolo “La sinistra oggi”. Carr, uno dei primi seri specialisti della storia russa e sovietica (forse un po’ datato ma ancora utile e leggibile), all’epoca aveva ottantasei anni. Pur non essendo mai stato comunista, egli si identificava chiaramente con la sinistra politica, dedicando gran parte dei suoi sforzi accademici a combattere la storiografia conservatrice e liberale (Whig). Ciò nonostante, per una significativa parte della sua carriera non fu un accademico, lavorando presso il Foreign Office, ed in seguito come vicedirettore del Times, due organi non certo noti per la loro vicinanza alla sinistra. Questo gli consentì di avere una prospettiva ampia e non settaria sugli eventi.

Il discorso di Carr tocca questioni ancor’oggi rilevanti per il comunismo, a dispetto del fatto che l’articolo qui riprodotto abbia ormai più di trent’anni. Per molti versi, esso è rappresentativo della disillusione della sinistra post-stalinista. Disillusione allora talmente profonda in alcuni comunisti, e frutto dello scontro tra la realtà e le loro aspettative, da spingerli a trarre conclusioni opposte e divenire rabbiosi esponenti della destra. Carr, d’altra parte, non seguì tale percorso, conservando una prospettiva più distante e dunque maggiormente obiettiva, nonché meno isterica. Ancor più importante, egli non solo fu in grado di separare il grano dal loglio nell’esperienza comunista, e ciò nonostante l’enorme pressione accademica e politica esercitata contro di lui (persino Orwell lo considerava pericoloso), ma ebbe anche la capacità in età avanzata di analizzare correttamente gli sviluppi politici ricorrendo al metodo di Marx. Meglio di tanti comunisti, in particolare i cosiddetti “eurocomunisti”, esaminò  gli sviluppi nelle relazioni economiche che avevano avuto luogo dopo la morte di Marx e, in particolare, dopo la Seconda guerra mondiale, indicando, inoltre, la sempre più aristocratica e compromessa condizione della classe operaia nelle nazioni più sviluppate, se comparata con quella dei paesi caratterizzati da un’industria, e dunque, un proletariato sottosviluppati. Senza timore di trarre le conclusioni necessarie, diede un forte impulso ad una migliore comprensione storica di tale fenomeno, il quale a posteriori diverrà generalmente accettato come una delle decisive rotture storiche del XX secolo.

La fama di Carr non è legata esclusivamente alla sua eccellente analisi della storia economica sovietica, campo nel quale è stato un pioniere insieme a R. W. Davies, bensì è dovuta in egual misura al suo lavoro storiografico Sei lezioni sulla storia. Un libro generalmente considerato come l’espressione maggiore della scrittura storiografica moderna, una presa di distanza dalla vecchia storia Whig, così come da un certo positivismo sterile e conservatore (à la Namier). In esso viene inaugurata un’epoca in cui il mestiere dello storico, in maniera crescente, è stato visto come un particolare modo di selezionare e disporre gli elementi storici, che si vogliano o meno definire questi ultimi “fatti storici”; e nel fare ciò, ha aperto la strada, sostenendole, a quelle modalità di scrittura storiografica che hanno enfatizzato inediti trattamenti di materiali esistenti e ignorati, allo scopo di condurre alla ribalta segmenti sino ad allora oscuri della storia, quali la storia sociale, quella delle donne, del quotidiano e così via. Il clima generale instaurato dall’ascesa della New Left e dall’influenza del gruppo degli storici vicini al PCGB, particolarmente in Gran Bretagna, ha senz’altro avuto un ruolo. Altro aspetto importante del contributo fornito da Carr alla storiografia, nel libro in questione come in altri, è la sua rivendicazione dell’idea di progresso nella storia, come prerequisito necessario al fine di rendere la disciplina storica un’impresa, in primo luogo, comprensibile ed utile. Il tutto senza invocare il deus ex machina del Geist o concezioni analoghe, cosa di per sé degna di nota, per quanto anche un prodotto della peculiare avversione britannica nei confronti della filosofia della storia. Gran parte di questa intervista e da vedersi sotto questa luce, compresi i riferimenti al lavoro succitato. Poiché è essenziale difendere l’idea di progresso nella storia senza cadere nella trappola del progressismo o idealismo whig, Edward Hallett Carr è stato un grande storico anche solo per quest’unico motivo.

Ormai ha completato la sua “Storia della Russia sovietica”, la quale copre gli anni dal 1917 al 1929 in quattordici volumi, e domina l’intero campo di studi della prima esperienza dell’URSS. A partire da un ampio sguardo retrospettivo, come giudica il significato della Rivoluzione di ottobre – tanto per la Russia, quanto per il resto del mondo?

Iniziamo dal suo significato per la Russia stessa. Non richiede un grande sforzo oggi soffermarsi sulle conseguenze negative della Rivoluzione. Per diversi anni, e sopratutto negli ultimi mesi, esse hanno costituito un tema ossessivo nei libri pubblicati sull’argomento, nei giornali, nella radio e nella televisione. Il pericolo non sarebbe dunque quello di stendere un velo sulle enormi macchie del bilancio della Rivoluzione, sui costi umani e sulle sofferenze, sui crimini commessi in suo nome. Il pericolo, semmai, sarebbe quello di dimenticare tutto, e di passare sotto silenzio le sue immense conquiste. Mi riferisco in parte alla determinazione, all’impegno, all’organizzazione  e al duro lavoro che negli ultimi sessant’anni hanno trasformato la Russia in un grande paese industriale e in una superpotenza. Chi, prima del 1917, avrebbe potuto predire tutto ciò? Ma oltre a questo, mi riferisco alla trasformazione, avvenuta a partire dal 1917, nella vita della gente comune: la trasformazione della Russia da paese nel quale oltre l’ottanta percento della popolazione era composta da analfabeti o semianalfabeti in uno la cui popolazione urbana supera il sessanta percento, oltre ad essere totalmente alfabetizzata e in rapida acquisizione degli elementi della cultura urbana. La maggior parte dei membri di questa nuova società sono nipoti di contadini; alcuni pronipoti di servi. Costoro non possono che essere consapevoli di ciò che la Rivoluzione ha fatto per loro. E queste cose sono state realizzate  rigettando i principali criteri della produzione capitalistica – i profitti e la legge del mercato – sostituendovi un piano economico complessivo volto a promuovere il bene comune. Per quanto molto di quanto realizzato possa essere rimasto al di sotto delle promesse, ciò che è stato fatto in URSS negli ultimi sessant’anni, nonostante le spaventose interruzioni dall’esterno, rappresenta un notevole progresso verso la realizzazione del programma economico del socialismo. Naturalmente, sono consapevole che chiunque parli delle conquiste della rivoluzione può essere bollato come stalinista. Ma non sono disposto a prestarmi a un simile ricatto morale. Dopo tutto, uno storico inglese può lodare i risultati del regno di Enrico VIII senza che ciò implichi tollerare la decapitazione delle mogli.

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Ripensare l’oppressione femminile

di Johanna Brenner e Maria Ramas

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L’oppressione femminile potrebbe non essere il risultato del «patriarcato», e nemmeno degli interessi fondamentali del capitalismo. È questa il presupposto da cui partono la Brenner e la Ramas, al pari dell’obiettivo della loro potente critica, Michèle Barrett. Secondo quest’ultima, l’oppressione femminile è il prodotto di un’ideologia borghese, la quale plasma la soggettività delle classi popolari e favorisce la divisione salariale tra uomini e donne. Per le autrici del testo che segue, una simile spiegazione non regge. Ma è necessario compiere una deviazione al fine di spiegare l’oppressione femminile: comprendere come la riproduzione biologica ed il lavoro industriale hanno degradato i rapporti di forza tra uomini e donne a beneficio dei primi. La sfida teorica rappresentata dal tema dell’oppressione femminile richiede una risposta dialettica, una risposta che sia agli antipodi rispetto al funzionalismo. Un tale approccio consente di identificare lo Stato-provvidenza e la lotta per la socializzazione della cura delle persone a carico come il nodo del problema e, pertanto, della battaglia femminista.

Nell’ultimo decennio si è assistito ad un’espansione straordinaria delle analisi e dei dibattiti marxisti-femministi. La recente opera di Michèle Barrett, Women’s Oppression Today, costituisce un tentativo ambizioso di presentare e sintetizzare queste ricerche. Attraverso un dialogo con le correnti più influenti del pensiero socialista-femminista, la Barrett cerca di elaborare, senza alcun riduzionismo o idealismo, un’analisi marxista del rapporto tra oppressione femminile e sfruttamento di classe in seno al capitalismo. In questo senso, il progetto della Barrett si integra non solo a quello del femminismo marxista, ma anche alle rivalutazioni contemporanee dell’insieme della teoria marxista, nelle quali hanno una rinnovata importanza l’ideologia, lo stato e la lotta di classe. Due interrogativi teorici, in particolare, si sono ritrovati al cuore dei dibattiti marxisti-femministi dell’ultimo decennio.

  1. In quale misura l’oppressione femminile si costituisce indipendentemente dalle più generali operazione della produzione capitalista?
  2. In quale misura l’oppressione femminile si colloca al livello dell’ideologia? Barrett, nell’identificare il dilemma centrale che la sua analisi mira a superare, sostiene che gli approcci marxisti-femministi tendono verso il riduzionismo poiché presuppongono, come le teorie del lavoro domestico, che l’oppressione femminile, in quanto parte integrante del capitalismo, non può avere determinazioni indipendenti. È impossibile mostrare in maniera convincente che la riproduzione privatizzata, fondata sul lavoro domestico, sia in grado di fornire al capitale i mezzi per riprodurre la forza lavoro ad un costo più basso. Inoltre, il fatto di vedere in tale sistema di riproduzione un effetto, o una condizione, dei rapporti di classe capitalistici non consente di spiegare perché siano proprio le donne a rimanere in casa, né tiene conto del dominio maschile sulle donne all’interno della classe operaia. Le teorie marxiste, sfociano naturalmente in una strategia politica che dissolve la lotta per l’emancipazione femminile nella lotta di classe: la posizione sociale delle donne esprime il loro sfruttamento da parte del capitale, anziché una relazione di dipendenza e impotenza rispetto ai loro mariti e padri.

Gli approcci marxisti-femministi che hanno utilizzato il concetto di patriarcato come strumento analitico si sono giustamente preoccupati di integrare il fatto del potere maschile in un’analisi di classe. L’interesse di questo concetto deriva dal suo riconoscere il fatto che gli uomini, in quanto tali, possiedono determinati privilegi ed esercitano quindi un potere sule donne, anche in seno alla classe operaia. La difficoltà è consistita, tuttavia, nel districare il rapporto tra le gerarchie di classe e quelle di genere. Stiamo parlando di due sistemi, uno governante la «produzione» e la’altro la «riproduzione», o di uno solo? La Barrett rimarca che i tentativi di costruire un sistema semplice tendono verso il riduzionismo e il funzionalismo, nel loro voler dimostrare che il patriarcato si mantiene a beneficio della classe detentrice del capitale. Le analisi dualiste, d’altra parte, non hanno ancora stabilito in maniera soddisfacente la relazione tra i due tipi di gerarchia. Sono queste in conflitto o si accomodano l’un l’altra? E ancor più importante, tramite quale processo un simile accomodamento può realizzarsi?

La critica della Barrett in dettaglio

Secondo la Barrett, il principale difetto delle teorie dualiste risiede nel loro limitare inutilmente la portata della teoria marxista cercando una compensazione nel concetto di patriarcato, al fine di colmare le presunte insufficienze delle categorie marxiste, ritenute «avulse rispetto al genere». In fin dei conti, l’introduzione di tale concetto non risolve niente, quantomeno dal punto di vista marxista-femminista, poiché allontana da  intuizioni fondamentali del quadro teorico marxista, conducendo fermamente sul terreno della sociologia empirica. Per la Barrett, il progetto marxista-femminista deve invece ratificare e sviluppare la teoria marxista affinché essa possa abbracciare diverse strutture sociali e demistificarne i rapporti reciproci. Confinando la teoria marxista al dominio della produzione, le teorie dualiste impediscono di costruire sulla base delle fondamenta gettate da una concezione materialista della società – vale a dire il rapporto determinante esistente tra i diversi livelli dell’esperienza e dell’organizzazione umana.

L’ultimo approccio marxista-femminista valutato dalla Barrett si concentra sulla creazione delle soggettività maschile e femminile, così come sulla rappresentazione delle differenze tra i generi nella produzione culturale. Questo approccio è stato influenzato considerevolmente dallo spostamento del pensiero marxista sul tema del’ideologia, in particolare grazia a l’impulso fornito da Althusser. Il rigetto dell’economicismo e la rivalutazione dell’ideologia hanno aperto la porta al marxismo-femminismo mirante a situare i rapporti tra generi al centro dell’analisi marxista., evitando al contempo i problemi del riduzionismo e dell’empirismo che affliggono gli approcci organizzati attorno ai concetti di riproduzione e patriarcato.

La Barrett identifica in questo punto di vista due problemi interdipendenti, il primo consistente in una forte tendenza astorica, causata da una massiccia mobilitazione del pensiero psicanalitico. Tale approccio non è ancora pervenuto a fornire un’analisi dell’ideologia e della soggettività di genere in grado di mostrare come questi ultimi si sono evoluti nel tempo, o come hanno potuto connettersi a formazioni sociali specifiche nel corso della storia. In secondo luogo, si tratta di un approccio che tende a  dimenticare l’affermazione di Althusser, senza dubbio nebulosa ma essenziale, secondo la quale «in ultima istanza» la priorità va alla dimensione economica, al fine di difendere più efficacemente l’autonomia assoluta dell’ideologia – una tendenza che si rivela con maggiore chiarezza nelle teorie del discorso, qui estesamente criticate. Per la Barrett, l’ideologia non possiede alcuna utilità analitica laddove è separata dalla realtà materiale, poiché diviene impossibile proporre una teoria della determinazione – ossia del mutamento storico, fondata sul principio di contraddizione. Simili approcci, come le teorie dualiste, portano in fin dei conti ad una teoria borghese della determinazione frammentata in diversi fattori – politico, ideologico, economico e via dicendo.

Dopo aver identificato i problemi principali dell’attuale riflessione teorica, la Barrett tenta di risolverli tramite un’analisi che riconosca l’importanza degli elementi ideologici – la costruzione della soggettività di genere, le sue determinazioni e conseguenze – senza strappare l’ideologia al suo ancoraggio ai rapporti materiali. Allo stesso tempo, propone di utilizzare un’analisi di tipo storico allo scopo di navigare tra la Scilla del riduzionismo e la Cariddi dell’empirismo.

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