L’imperialismo e la trasformazione dei valori in prezzi

di Torkil Lauesen e Zak Cope

Introduzione

Con questo articolo, ci proponiamo di dimostrare che i bassi prezzi dei beni prodotti nel Sud globale, ed il concomitante modesto contributo delle sue esportazioni al prodotto interno lordo del Nord, occultano la reale dipendenza delle economie di quest’ultimo dal lavoro a basso costo del Sud. Dunque, sosteniamo che la delocalizzazione  dell’industria nel Sud globale, nel corso dei tre decenni passati, ha condotto ad un massiccio incremento del valore trasferito al Nord. I principali meccanismi di tale processo consistono nel rimpatrio del plusvalore tramite investimenti diretti esteri, lo scambio ineguale di prodotti incorporanti differenti quantità di valore e l’estorsione per mezzo del servizio del debito.

L’assorbimento di enormi economie del Sud all’interno del sistema capitalistico mondiale, dominato da multinazionali e istituzioni finanziarie con base nel Nord globale, ha posto le prime nella condizione di dipendenze socialmente disarticolate votate all’esportazione. I miseramente bassi livelli dei salari di tali economie trovano fondamento (1) nella pressione imposta dalle loro esportazioni al fine di competere per limitate porzioni del mercato, in larga parte metropolitano, dei consumatori; (2) il drenaggio di valore e risorse naturali, che altrimenti potrebbero essere utilizzati per costruire le forze produttive necessarie all’economia nazionale; (3) l’irrisolta questione agraria sfociante in una sovra offerta di lavoro; (4) governi compradori repressivi, i quali accettano, traendone beneficio, l’ordine neoliberista e sono quindi incapaci e non disposti a concedere aumenti salariali, per timore di stimolare rivendicazioni di maggior potere politico da parte dei lavoratori; e infine (5) frontiere militarizzate così da prevenire la circolazione dei lavoratori verso il Nord globale, e di conseguenza, un equalizzazione dei rendimenti da lavoro.

La globalizzazione imperialista della produzione

Il dibattito circa il trasferimento di valore e lo scambio ineguale non è certo nuovo. Oggi, tuttavia, la produzione di sempre più crescenti porzioni dei beni consumati nel mondo avviene nel Sud globale. La produzione non è, come negli anni Settanta, limitata a semplici e primari beni industriali, come petrolio, minerali, caffè o giocattoli. Piuttosto, malgrado un relativamente basso “valore aggiunto” manifatturiero, praticamente ogni tipo di input e output industriali vengono prodotti nel Sud globale: questi includono prodotti chimici, beni in metallo lavorati, macchinari, prodotti elettronici, mobili e attrezzature di trasporto per tessili, scarpe, indumenti, tabacco e carburanti [1]. Ma perché, e come, è avvenuto un simile cambiamento nella dislocazione della produzione?

Il mutamento nella divisione internazionale del lavoro è il prodotto dell perenne ricerca di maggiori profitti da parte dei capitali, e si basa, in primo luogo, sull’enorme crescita nel numero di proletari integrati nel sistema capitalistico globale, in secondo luogo, sulla sostanziale industrializzazione  del Sud nei tre decenni passati. Ciò è stato reso possibile dalla dissoluzione delle economie del “socialismo realmente esistente” nell’Europa sovietica e dell’est, dall’apertura della Cina al capitalismo globale e dall’esternalizzazione della produzione in India, Indonesia, Vietnam, Brasile, Messico e altri paesi di recente industrializzazione. Il risultato è consistito in un incremento pari ad almeno un miliardo di proletari a basso salario all’interno del capitalismo globale. Oggi oltre l’80 percento dei lavoratori industriali del mondo si trovano nel Sud globale, mentre la proporzione scende costantemente nel Nord (figura 1). Si potrebbe anche parlare di società post-industriale per quanto riguarda il Nord, ma il mondo nel suo complesso è più industriale che mai.

Figura 1. La forza lavoro industriale globale, 1950-2010

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Fonte: John Smith “Imperialism and the Law of Value” Global Discourse 2, no. 1 (2011): 20, https://globaldiscourse.files.wordpress.com. Il dato del 2010 sulla forza industriale è stato estrapolato dalla distribuzione settoriale della forza lavoro, per il 2008, nel Key Indicators of the Labor Market (KILM) dell’International Labor Organization (ILO), 6° edizione (ILO, 2010); popolazione economicamente attiva (EAP), dal database dell’ILO Laborsta, http://laborsta.ilo.org/default.html; le proiezioni circa la forza lavoro industriale nelle “regioni più sviluppate” includono le stime dell’ILO riguardo il declino dovuto alla recessione. Le categorie dell’ILO di regioni “più” o “meno” sviluppate corrispondono, rispettivamente e approssimativamente, a quelle di economie “sviluppate” e “in via di sviluppo”.

L’industrializzazione del Sud non è stata prevista dalla teoria della dipendenza negli anni Sessanta e Settanta. In essa si riteneva che il centro capitalista avrebbe bloccato qualsiasi sviluppo industriale avanzato nella cosiddetta periferia, lasciando quest’ultima nella condizione di fornitrice di materie prime, prodotti agricoli tropicali e semplici produzioni industriali ad alta intensità di lavoro, da scambiare con i più avanzati prodotti industriali del centro stesso. Pochi analisti hanno previsto l’industrializzazione del Sud come guidata dal commercio col capitalismo metropolitano, nonché dagli investimenti di quest’ultimo.

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Il comunismo nella storia cinese: riflessioni su passato e futuro della Repubblica popolare cinese

di Maurice Meisner

I. Introduzione

I critici di Mao Zedong paragonano spesso gli ultimi anni del Presidente a quelli di Qin Shihuangdi, il primo Imperatore che nell’anno 221 a.C. unificò i vari regni feudali dell’antica Cina in un impero centralizzato sotto la dinastia Qin, la prima in una serie lunga 2000 anni di regimi imperiali. Nella tradizionale storiografia confuciana, il Primo imperatore viene ritratto come l’epitome del governante malvagio e tirannico – non da ultimo perché mise al rogo tanto i libri quanto gli studiosi di tale tradizione. Mao Zedong, negli ultimi anni del suo stesso regno (i Sessanta e i primi Settanta), abbracciò con entusiasmo l’analogia storica, lodando il Primo imperatore e il suo ministro legista Li Si per aver promosso il progresso storico nell’antica Cina, sgravata delle antiquate tradizioni del passato. Mao, inoltre, difese la durezza del governo del Primo imperatore (e implicitamente il proprio governo) quale modello di vigilanza rivoluzionaria necessaria alla soppressione dei reazionari e all’accelerazione del movimento progressivo della storia.

L’immedesimazione di Mao Zedong col Primo imperatore ha rinsaldato una forte tendenza diffusa tra gli storici occidentali ad ipotizzare un’essenziale continuità fra il lungo passato imperiale cinese ed il suo presente comunista. La Repubblica popolare, secondo tale punto di vista, appare come l’ennesima dinastia in una lunga serie che ha caratterizzato la Cina, con Mao Zedong esponente di un’altrettanto lunga serie di imperatori cinesi; la burocrazia comunista quale reincarnazione di quella imperiale; ed il marxismo/pensiero di Mao Zedong, come ideologia ufficiale dello stato, in un ruolo funzionalmente simile a quello del confucianesimo imperiale sotto il vecchio regime (1).

Non vi è dubbio che il comunismo cinese, se non vettore di una qualche tradizionale “essenza” cinese, sia intriso quantomeno di alcuni aspetti e frammenti del pensiero e della cultura tradizionali. Quando Mao Zedong si interrogava sulla “sinizzazione del marxismo” nel 1938, suggeriva qualcosa di più che rivestirlo in abiti cinesi così da renderlo maggiormente attraente agli occhi dei suoi connazionali. Infatti, intendeva anche rendere il contenuto del marxismo rilevante per le condizioni storiche cinesi, consentendogli di incorporare ed ereditare quanto vi era di valido nel passato cinese. In una certa misura, dunque, il marxismo cinese era effettivamente “cinese”, almeno in parte. Ed è inoltre probabile che Mao si sia ulteriormente avvicinato, nei suoi ultimi anni, alla tradizione, come sostenuto da molti studiosi (2). In varie fasi della sua vita intellettuale e politica, Mao ha mostrato interesse per numerose personalità eroiche della storia tradizionale cinese. Proprio come il giovane Mao prendeva quale eroe di riferimento lo statista confuciano conservatore Zeng Guofan, vissuto alla metà del XIX secolo, ed il Mao rivoluzionario guardava alla tradizione eterodossa del ribelle-bandito della letteratura cinese, così il Mao governante volgeva lo sguardo ai potenti imperatori del passato, specialmente Qin Shihuangdi, il Primo imperatore, predecessore di Mao come uno dei due grandi unificatori della storia cinese.

Eppure tali affinità comuniste con la storia e la cultura tradizionali, per quanto reali, emergono in quella che è essenzialmente un’epoca post-tradizionale. Al fine di stimare dove si colloca il comunismo nel lungo divenire della storia cinese, è necessario tenere conto di due fondamentali rotture con la tradizione, le quali hanno luogo nella prima metà del XX secolo, una precedente all’ascesa del comunismo cinese, l’altra coincidente con la vittoria comunista del 1949. Entrambe devono essere tenute a mente nel considerare il posto della Repubblica popolare cinese nella storia della Cina.

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Raduno di studenti a Pechino durante il Movimento del 4 maggio

Innanzitutto, vi fu la rottura cruciale con la tradizione intellettuale confuciana, un processo relativamente graduale di alienazione rispetto ai valori tradizionali, iniziato alla metà del XIX secolo con le Guerre dell’oppio e col crescente impatto dell’imperialismo occidentale. Si trattò dell’inizio di una rottura con la tradizione che si manifestò con l’emergere di un moderno senso nazionalista negli anni Novanta dell’Ottocento (in particolare, dopo l’umiliante disfatta cinese nella guerra sino-giapponese del 1894-95), il quale trovò in seguito espressione nel nazionalismo politico militante durante il Movimento del 4 maggio (circa 1919). Fu un nazionalismo paradossalmente accompagnato da potenti correnti di iconoclastia culturale, un nazionalismo tendente più a scartare la cultura tradizionale che a celebrarla. Negli anni Novanta del XIX secolo, giovani membri della classe dirigente, costituita da piccola nobiltà-letterati-proprietari, iniziò a perdere fiducia nell’utilità degli antichi valori confuciani. Essi iniziarono ad interrogarsi sulla capacità delle credenze tradizionali di salvare la Cina dalla crescente minaccia dell’imperialismo straniero, e di riscattarla da quella che sempre più veniva riconosciuta come la terribile arretratezza del paese. Ancor più importante, ciò che emerse da questo processo di alienazione di valori tradizionali fu un nuovo metro di giudizio per misurare il valore delle questioni sia materiali che spirituali. Tale nuovo standard di misura nazionalista era rappresentato dalla ricchezza e dal potere della Cina, in quanto nazione, in un mondo social darwiniano di avidi stati-nazione. Ormai ciò che era considerato rilevante non consisteva più nella preservazione di una qualche antica essenza culturale cinese (ti), tradizionalmente concepita in termini di principi morali confuciani, bensì nella conservazione e rafforzamento della nazione cinese, con o senza la moralità confuciana. Il metro di giudizio era drammaticamente mutato.

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