Globalizzazione, nient’altro che un termine contemporaneo per indicare il colonialismo finanziario

di Mark Karlin, Truthout  | Intervista

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I resti della fabbrica di indumenti Rana Plaza, crollata nei pressi di Dacca, Bangladesh, il 30 giugno del 2013. La polizia del paese asiatico, il 1 giugno 2015, ha accusato formalmente del reato di omicidio 41 persone coinvolte nel crollo dell’edificio, il quale ospitava diverse fabbriche di vestiario, crollo che ha causato oltre 1.100 vittime in quello che può essere considerato il più grave disastro nella storia dell’industria dell’abbigliamento. (Foto: Khaled Hasan / The new York Times)

Quali sembianze assumono, oggi, l’imperialismo ed il colonialismo? In Imperialism in the Twenty-First Century, John Smith afferma che le nazioni capitaliste del centro non si affidano più alla forza militare ed al controllo politico diretto degli altri paesi. Invece, esse mantengono una morsa finanziaria sull’emisfero sud, sfruttando il lavoro di tali paesi al fine di incrementare i propri profitti. 

Le nazioni “abbienti” aumentano i profitti delle proprie aziende a spese di lavoratori pesantemente sottopagati dei paesi in via di sviluppo. Le prime definiscono tale stato di cose col termine globalizzazione; è quanto sostiene John Smith, nel suo libro Imperialism in the Twenty-First Century: Globalization, Super-Exploitation, and Capitalism’s Final Crisis. Nell’intervista che segue, rilasciata a Truthout, Smith discute la sua tesi per cui la globalizzazione non sarebbe altro che neocolonialismo sotto un altro nome.

Mark karlin: Perché hai scelto di aprire il tuo libro con il crollo del Rana Plaza, avvenuto a Dacca nel 2013, il quale ha causato la morte di oltre mille operai tessili?

John Smith: Sono tre le ragioni principali. Primo, il disastro del Rana Plaza – un crimine atroce, e non un incidente – ha suscitato le simpatie e la solidarietà di centinaia di milioni di persone in tutto il mondo, e ha ricordato a tutti noi quanto siamo strettamente connessi alle donne ed agli uomini che producono le nostre T-shirt, i nostri pantaloni e la nostra biancheria. Si tratta di una vicenda che incarna le pericolose condizioni di sfruttamento ed oppressione subite da centinaia di milioni di lavoratori nei paesi a basso salario, il lavoro dei quali  fornisce alle imprese dei paesi imperialisti buona parte delle materie prime e dei componenti intermedi, nonché beni di consumo ai lavoratori. Ho voluto portare alla ribalta queste legioni di lavoratori a basso salario sin dall’inizio, al fine di mettere i lettori di fronte al fatto della nostra mutua interdipendenza, oltreché alle grandi differenze nei salari, nelle condizioni di vita e nelle opportunità di cui siamo a conoscenza, ma che troppo spesso scegliamo di ignorare.

Tutto ciò mi porta alla seconda ragione alla base della mia scelta. Fidel Castro, il più grande rivoluzionario dei nostri tempi, ha spiegato la solidarietà internazionale, senza precedenti, di Cuba come un pagamento del suo debito con l’umanità. Noi che viviamo nei paesi imperialisti abbiamo un enorme debito di solidarietà nei confronti delle nostre sorelle e fratelli di nazioni che sono stati, e sono tutt’ora, saccheggiati dai nostri governi e multinazionali! Abbiamo bisogno di ridefinire – o meglio, riscoprire – il reale significato del termine socialismo: la fase di transizione della società tra capitalismo e comunismo, nella quale ogni forma di oppressione e discriminazione che viola l’uguaglianza e l’unità dei lavoratori vengono progressivamente, e coscientemente, superate. È indiscutibile che le principali violazioni di tale uguaglianza, nonché maggiore ostacolo alla nostra unità, derivano dalla divisione tra un pugno di paesi oppressori ed il resto del mondo; i lavoratori dei paesi imperialisti devono prendere il potere politico ed assumere il controllo dei mezzi di produzione al fine di sanare questa mutilante divisione. Ecco ciò che ha determinato la mia decisione di aprire Imperialism in the Twenty-First Century col disastro del Rana Plaza.

Infine, la vicenda del Rana Plaza, e in generale l’industria dell’abbigliamento in Bangladesh, rappresentano un caso di studio estremamente utile, esemplificanti di caratteristiche condivise con altre nazioni manifatturiere a basso salario ed esportatrici. Caratteristiche comprendenti salari bassissimi, predilezione da parte dei padroni per il lavoro femminile e la crescente preferenza delle imprese, con sede nei paesi imperialisti, per il rapporto coi loro fornitori a basso costo, invece degli investimenti diretti esteri. Inoltre, l’analisi dell’industria dell’abbigliamento del Bangladesh pone una serie di questioni e paradossi irrisolvibile per l’economia mainstream e che gli economisti marxisti hanno appena iniziato ad affrontare. Innanzitutto vi è la dottrina mainstream secondo la quale i salari riflettono la produttività, per cui se sono così bassi in Bangladesh ciò significa che la produttività dei suoi lavoratori è corrispondentemente bassa – tuttavia, come si può ritenere veritiero questo considerando l’intensità dei loro ritmi di lavoro e la lunghezza dell’orario? In secondo luogo: qual è il rapporto tra lo spostamento della produzione verso i paesi a basso salario e la crisi economica globale, ancora nelle sue fasi iniziali? Si tratta di un interrogativo assente nei resoconti mainstream, e in buona part di quelli marxisti, della crisi, rendendoli, a mio modo di vedere, del tutto ridondanti. Lo studio del disastro del Rana Plaza e dell’industria dell’abbigliamento del Bangladesh genera dunque una serie di questioni e paradossi che forniscono i temi per i successivi capitoli, in funzione dell’organizzazione complessiva del libro.

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John Smith. (Foto: Monthly Review Press)

Il cosiddetto uber-capitalismo, stabilito a livello globale dalle nazioni sviluppate, ha rimpiazzato la necessità di controllare i paesi colonizzati attraverso il potere politico diretto?

Uber-capitalismo significa supremazia della legge del valore, la quale oggi regna uber alles, per così dire. In altre parole, i mercati – in particolare, quelli dei capitali ed i capitalisti che tramite essi esercitano il proprio potere sociale – dominano il mondo in misura ben maggiore rispetto al passato. Ciò non significa che non esiste nient’altro – le società pre-capitalistiche comunitarie e le economie di sussistenza sopravvivono ancora in parti dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina, così come i rapporti economici post-capitalistici manifestatisi nello stato sociale dei paesi imperialisti (un’importante concessione conquistata dai lavoratori di queste nazioni, finanziata in larga parte dai proventi del suppersfruttamento in quelle a baso salario), quelli analoghi di Cuba difesi dal potere rivoluzionario dei suoi lavoratori, nonché i resti della rivoluzione socialista in Cina, i quali devono ancora essere ribaltati dalla corrente transizione al capitalismo del paese asiatico. Tuttavia, dal momento in cui i rapporti sociali capitalistici hanno esteso la loro presa sulle nazioni oppresse del Sud globale,  e col ritorno dei paesi ex-socialisti al capitalismo, questi ultimi avamposti non-capitalisti si sono ridotti, e permangono oggi in una condizione estrema di contraddizione antagonistica con le dilaganti “forze del mercato”, un eufemismo per definire il potere capitalistico.

Il potere sociale del capitale viene rafforzato attraverso il cosiddetto stato di diritto, il quale esalta la sacralità della proprietà privata negando quella della vita umana. Chiunque osi sfidare le leggi a protezione della proprietà capitalistica, sia non rimborsando i debiti o espropriando asset, è soggetto alle più severe penalità economiche, e laddove ciò non fosse sufficiente, viene minacciato con l’eversione, il terrorismo e l’invasione. La transizione dal colonialismo del passato al neocolonialismo odierno è analoga a quella dalla schiavitù alla schiavitù salariata, è significa meramente che il capitalismo ha in gran parte rinunciato a forme di dominazione e sfruttamento arcaiche e pre-capitalistiche, avendo cura di preservare il proprio monopolio della forza militare, al quale ricorrere in caso di sfida rivoluzionaria al suo dominio.

Cosa si intende per “illusione del PIL”.

Il PIL – prodotto interno lordo – misura il valore monetario di tutti i beni e servizi, prodotti ai fini della vendita, all’interno di un’economia nazionale. È spesso oggetto di critiche a causa di ciò che esclude – beni e servizi prodotti non per la vendita, come quelli frutto del lavoro domestico e quelli forniti gratuitamente dallo stato; ancora, le cosiddette “esternalità”, ovvero, i costi sociali ed ambientali che non compaiono nei bilanci delle imprese private, come l’inquinamento, i danni alla salute dei lavoratori, ecc. Tuttavia, non è mai stato criticato, che io sappia, per quanto comprende. Il problema può essere illustrato prendendo in considerazione il mark-up di una T-shirt realizzata in Bangladesh ed utilizzata negli USA. Lasciando da parte, per semplicità, i costi di trasporto e delle materie prime impiegate nella produzione, sino a 19 dei 20 dollari di prezzo di vendita finale compariranno nel PIL degli Stati Uniti, il paese in cui tale merce è stata consumata, laddove il PIL del Bangladesh si espanderà solo di 1 dollaro, costituito dai profitti del proprietario della fabbrica, dalle imposte riscosse dallo stato e dai pochi centesimi pagati ai lavoratori che hanno effettivamente prodotto la T-shirt. Questo mark-up di 19 dollari può essere suddiviso in “valore aggiunto” da grossisti e dettaglianti, nonché da addetti alla pubblicità , proprietari di immobili commerciali, ecc., che forniscono dei servizi ai primi. Questo suggerisce fermamente che molto, la maggior parte, se non tutto, del valore aggiunto acquisito da grossisti e rivenditori USA è stato in realtà generato in Bangladesh, non negli Stati Uniti.

Il PIL è semplicemente l’aggregato di tutto il valore aggiunto di tutte le imprese di un economia nazionale. Le tasse ed i servizi pubblici con esse finanziati, vengono contabilizzati assumendo che il valore di tali servizi sia esattamente pari alle imposte usate per pagarli – e dunque il PIL può essere calcolato sommando il reddito delle imprese prima della deduzione delle tasse.

Il punto critico, perciò, è la natura del cosiddetto “valore aggiunto”. Per quanto riguarda una singola impresa,  esso viene ottenuto sottraendo il costo degli input dal valore monetario dei suoi output. A questo punto, l’economia mainstream e la pratica contabile standard procedono con una cruciale, e del tutto arbitraria, assunzione: il valore aggiunto di un’impresa equivale al nuovo valore creato nel processo di produzione all’interno dell’impresa medesima e non include alcun valore generato altrove e acquisito da essa nella circolazione, vale a dire, nei mercati, dove titoli di valore circolano, ma nessuno vi è generato. Tale fusione del valore generato nella produzione di una merce ed il prezzo ottenuto è alla base della dottrina economica dominante in tutte le sue forme. D’altra parte, il riconoscimento che il valore generato nella produzione e quello catturato sul mercato son due quantità completamente differenti, le quali non hanno alcuna relazione necessaria tra loro, costituisce il punto di partenza della teoria del valore marxista, un’implicazione della quale è che determinate attività , come pubblicità, servizi di sicurezza e operazioni bancarie, non producono alcun valore e rappresentano invece costi generali, forme di consumo sociale di valori generati in settori produttivi dell’economia – molti dei quali sono stati trasferiti in paesi a basso salario come il Bangladesh.

Questo, dunque, è ciò che definisco illusione del PIL, per cui il valore generato dal lavoro a basso salario nei paesi poveri risulta come creato nei paesi ricchi. In tal modo, il rapporto parassitario e di sfruttamento tra i paesi imperialisti e quelli a basso salario è velato da crudi, e apparentemente obiettivi, dati economici, considerati come tali anche da numerosi marxisti e da altri critici radicali del sistema.

Come definiresti l'”arbitraggio globale del lavoro”?

Questa espressione è stata popolarizzata nei primi anni Duemila da Stephen Roach, un economista di Morgan Stanley, che ha descritto l’arbitraggio globale del lavoro come il rimpiazzo “dei nostri lavoratori a salario alto con lavoratori a basso salario all’estero”, aggiungendo che “estrarre prodotti da lavoratori relativamente a basso salario del mondo in via di sviluppo è divenuta una tattica di sopravvivenza sempre più urgente per le imprese delle economie sviluppate”. Tuttavia, questo ci fornisce una descrizione superficiale del fenomeno, mentre la teoria mainstream, sottoscritta da Roach, non lo spiega adeguatamente. Prima di dare la mia definizione di arbitraggio globale del lavoro, vorrei prima spiegare il suo significato in termini di teoria economica mainstream. Semplicemente, significa spostare la produzione laddove il costo del lavoro è inferiore. Con “costo del lavoro” non si fa riferimento esclusivamente ai salari – dal punto di vista capitalistico, ciò che conta nel senso di costo del lavoro (ossia, il  salario) è il valore monetario dei beni o servizi prodotti da questo lavoro – in altre parole, il costo del lavoro per unità, definito come costo del lavoro richiesto per produrre un’unità extra di output. Secondo la teoria mainstream, mercati efficienti e privi di ostacoli equiparano i salari dei lavoratori col lor “prodotto marginale”, ovvero, il loro contributo all’output totale, da ciò derivano sue importanti conseguenze. Primo, i lavoratori non sono sfruttati – essi ricevono in salari niente di meno niente di più rispetto a quanto contribuiscono. Secondo, mercati liberi equiparano i costi unitari per prodotto tra industrie e paesi – se i salari di alcuni lavoratori sono più alti, ciò significa che essi sono più produttivi.

Così, se nel mondo reale, il costo del lavoro (per unità) è effettivamente più basso in alcuni paesi rispetto ad altri, ciò significa che i lavoratori di tali paesi ricevono salari inferiori al loro prodotto marginale – in altre parole, anche secondo la teoria economica mainstream, essi sono sfruttati. E, secondariamente, significa che il funzionamento del mercato del lavoro è ostacolato da fattori extra-economici che comprimono i salari, in particolare restrizioni alla libertà di movimento del lavoro attraverso le frontiere. Nell’ambito della teoria economica mainstream, “arbitraggio” significa trarre vantaggio dalle imperfezioni del mercato, imperfezioni risultanti in una stessa merce che assume un differente prezzo in luoghi diversi. Nessun mercato soffre di imperfezioni, quantomeno non della stessa scala, come quelle incontrate da  coloro che vendono il lavoro vivo, creando enormi opportunità per le corporation di fare profitti a loro spese.

Sebbene niente di tutto ciò possa essere contestato dagli economisti mainstream, la norma consiste nell’offuscare simili questioni per ragioni che si potrebbero definire di pubbliche relazioni, e dunque va reso merito a Stephen Roach di averne parlato così apertamente. Ma la spiegazione fornita dal mainstream è inadeguata, per varie ragioni. In primo luogo, I lavoratori non rimpiazzano solo i propri salarli; il lo lavoro non pagato costituisce la fonte di tutti i profitti capitalisti, ed inoltre pagano per attività economiche che niente aggiungono alla ricchezza sociale, come le attività pubblicitarie, la sicurezza, la finanza, ecc. Detto in altri termini, lo sfruttamento del lavoro vivo è fondamentale per il capitalismo e non dipende dalle imperfezioni del mercato. In secondo luogo, la soppressione della libertà di movimento del lavoro non può essere intesa come fenomeno accidentale, come un fattore esogeno; tutt’altro, abbiamo bisogno di una concettualizzazione che lo riconosca come parte integrante del capitalismo globale contemporaneo. Lo stesso vale per la costrizione menzionata da Stephen Roach, la quale ha obbligato i capitalisti nei paesi imperialisti, pena l’estinzione, a spostare la produzione nei paesi a basso salario.

La mia definizione del cosiddetto arbitraggio globale del lavoro, può dunque essere così espressa: la divisione del mondo tra un pugno di paesi oppressori ed una gran numero di nazioni oppresse, “l’essenza dell’imperialismo”, per riprendere le parole di Lenin, è attualmente una proprietà intrinseca del rapporto capitale/lavoro e si manifesta in una forza lavoro globale razzialmente – e nazionalmente – stratificata; inoltre, il suppersfruttamento reso possibile da ciò rappresenta un fattore centrale contrastante la tendenza alla caduta del saggio di profitto, posticipando, in tal modo, l’eruzione di crisi sistemiche sino al primo decennio del XXI secolo.

Qual è il rapporto tra l’imperialismo, nel suo dispiegarsi odierno, e le migrazioni di massa?

La decolonizzazione ha emancipato le borghesie nazionali dei paesi oppressi, garantendo loro lo spazio per infilare il muso ne trogolo, ma i lavoratori degli stessi paesi, le cui dure lotte hanno consentito di ottenere la decolonizzazione, attendono ancora il giorno della loro liberazione. La divisione del mondo tra una manciata di paesi oppressori e la maggioranza delle nazioni oppresse si manifesta al giorno d’oggi nella gerarchia razziale e nazionale che costituisce la classe operaia globale; mantenere tali divisioni è cruciale, sia politicamente che economicamente, per la sopravvivenza del capitalismo. La soppressione violenta della libertà di movimento del lavoro tra le frontiere, specialmente quelle tra le nazioni imperialiste e quelle a basso salario, è un fattore chiave che produce e perpetua ampi differenziali salariali internazionali; ciò a sua volta dà impulso sia alla migrazione dei processi di produzione verso i paesi a basso salario, che a quella di lavoratori a basso salario verso i paesi imperialisti, le quali rappresentano dunque due facce della stessa medaglia.

In che modo la discriminazione di genere si struttura all’interno della forza lavoro capitalista?

Il capitalismo ricorre a ogni forma di divisione fra lavoratori al fine di trarre super-profitti da quei settori doppiamente oppressi e spingere verso il basso i salari di tutti i lavoratori. Dal momento che la fame di manodopera a basso costo è la forza trainante dello spostamento globale della produzione, nono sorprende si manifesti come preferenza per i lavoro a buon mercato in questi paesi, specialmente quello delle donne (e dei bambini); e, come dimostrato dal Bangladesh, ciò non è meno vero per i paesi nei quali la cultura patriarcale ha sinora escluso le donne dalla vita e dal lavoro al di fuori delle mura domestiche. Ponendo giovani donne nella condizione di salariate e capifamiglia e concentrandole in gran numero all’interno delle fabbriche si tende a trasformare il loro status sociale e l’immagine che hanno di sé, ma mai quanto il combattere per strada contro poliziotti armati di bastoni e sgherri aziendali. Al fine di temperare le conseguenze sovversive della loro avidità, i politici capitalisti fomentano ideologie oscurantiste, e patriarcali miranti ad impedire il crescere di una coscienza di classe militante presso questi strati della classe operaia doppiamente oppressi, svolgendo in questo modo una funzione analoga alla promozione dell’industria culturale delle celebrità, dei cosmetici e della moda in altre parti del mondo.

Parlando più in generale, il divario di ricchezza fra uomini e donne è di gran lunga più ampio rispetto a quello di reddito, riflettendo il risultato cumulativo di secoli e millenni di società di classe patriarcale. Il patriarcato, come l’imperialismo, ha preceduto il capitalismo ed è stato una condizione per la sua ascesa. Frederick Engels ha spiegato, in L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello stato, come l’oppressione femminile abbia avuto origine nella transizione dal comunismo primitivo alla società di classe, quando uno strato della popolazione maschile ha usato la propria superiore forza fisica e aggressività al fine di impossessarsi del surplus sociale, e vivere quindi a spese del resto della società. Allo scopo di trasferire la ricchezza lungo la linea maschile, ha assunto il controllo della fertilità femminile, provocando quella che Engels definisce “la grande disfatta storica del sesso femminile”. Tutto questo implica che la rivoluzione sociale, aprendo le porte all’abolizione delle divisioni di classe, rappresenta un presupposto per sradicare l’oppressione femminile, obiettivo che può essere raggiunto solo costruendo una società che ponga gli esseri umani ed i bambini al suo centro, al posto del profitto e dell’accumulazione privata di ricchezze.

MARK KARLIN

Mark Karlin è direttore di BuzzFlash presso Truthout. Ha lavorato come redattore ed editore di BuzzFlash per dieci anni prima di unirsi a Truthout nel 2010. BuzzFlash ha vinto quattro Project Censored Awards. Karlin scrive un commento ogni cinque giorni sempre per BuzzFlash, oltreché articoli per Truthout (su tematiche che vanno dalla fallita “guerra alla droga” sino a recensioni sull’arte politica). Inoltre realizza interviste ad autori e registi le cui opere sono presenti nella rubrica Truthout’s Progressive Picks of the Week. Prima di collaborare con Truthout, Karlin ha condotto, per dieci anni, interviste a personaggi del mondo della cultura e sostenitori dell’innovazione e del progresso politico. È stato anche autore di molti articoli riguardanti le menzogne diffuse al fine di lanciare la Guerra in Iraq.

Link all’articolo originale in inglese truthout

La traduzione di un saggio di John Smith pubblicato sul sito della Monthly Review, nel quale sono sintetizzate le tesi del libro, è disponibile su questo stesso blog, Traduzioni marxiste, L’imperialismo nel XXI secolo

Un’altra intervista a John Smith, rilasciata a Redline, e reperibile sempre su questo blog, Intervista a John Smith, autore di Imperialism in the twenty-first century

 

 

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