Da Naxalbari al Chhattisgarh

Mezzo secolo di maoismo in India

di Sumanta Banerjee

Sumanta Banerjee (suman5ban@yahoo.com), commentatore politico e collaboratore di lunga data di Economic & Political Weekly, è noto soprattutto per il suo libro In the Wake of Naxalbari: a History of the Naxalite Movement in India (1980).

Sebbene il movimento naxalita/maoista continui ad assillare lo stato indiano, il suo futuro non è assicurato, poiché la strategia rivoluzionaria di Mao, concepita per la Cina del periodo 1920-40, non è più applicabile all’India attuale. Il movimento, tuttavia, ha agito involontariamente come catalizzatore di riforme progressiste nell’India rurale. Una strategia rivoluzionaria post-maoista, tuttavia, non sembra essere all’ordine del giorno.

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Nel maggio del 1967 un’insurrezione contadina in un oscuro angolo della punta nordorientale del Bengala occidentale, noto come Naxalbari, innescò un movimento che avrebbe continuato ad ossessionare lo stato indiano nei cinquant’anni successivi. Sebbene la rivolta venisse schiacciata dalla polizia nel giro di pochi mesi, niente sarebbe più stato come prima in India. Le braci ardenti sotto i corpi di coloro che vennero cremati (i manifestanti contadini uccisi dalla polizia, ancor’oggi venerati come martiri nella storiografia del movimento naxalita) hanno esteso l’incendio ad altre aree del paese. Alcuni anni dopo, un poeta hindi, originario dell’India settentrionale, così esprimeva il clima di solidarietà evocato dal nome Naxalbari:

… Questa semplice parola di quattro sillabe

Non è solo il nome di un villaggio,

Bensì il nome dell’intero paese. (1)

Il diffondersi del messaggio da questo villaggio alle altre parti del paese nel corso dell’ultimo mezzo secolo solleva alcune questioni socioeconomiche e politiche basilari:

(i) la lotta armata naxalita/maoista ha costituito il più longevo movimento rivoluzionario nella storia della resistenza contadina in India. Il sostegno di cui gode può essere attribuito alla persistenza delle rivendicazioni dei poveri delle aree rurali, in particolare i dalit ed i cosiddetti tribali, che il Partito comunista d’India (maoista) [PCI (maoista)] è stato in grado di mobilitare in un movimento contro lo stato; (ii) la risposta dello stato indiano alle loro istanze è sempre consistita nel seguire la vecchia politica coloniale, e militarista, di soppressione di qualsiasi protesta da parte dei contadini in ogni parte dell’India – che si tratti della resistenza armata a guida maoista nell’Andhra Pradesh, nello Chhattisgarh o persino delle dimostrazioni nonviolente organizzate da coloro che sono stati espulsi dalle proprie case, in conseguenza di progetti come la diga Sardar Sarovar nel Gujarat, o l’acciaieria POSCO nell’Odisha; (iii) la necessità di un’autoanalisi tra i vertici e i seguaci del PCI (maoista) riguardo la loro strategia e tattica, nonché circa la direzione futura del movimento.

Può essere utile, a tal proposito, ricostruire in breve la traiettoria del movimento naxalita durante gli ultimi cinquant’anni.

Tre fasi del movimento

La prima fase del movimento naxalita (a partire dal 1967, quando si diffuse dallo Srikakulam in altre zone dell’India) terminò nel 1975, nel momento in cui l’imposizione dell’Emergenza, accompagnata da una spietata azione poliziesca, eliminò le piccole sacche occupate dai naxaliti in varie parti del paese. La revoca dello stato d’emergenza e le elezioni generali del 1977, le quali portarono ad un governo del Fronte unito al centro, consentirono il rilascio dei leader ed attivisti naxaliti.

Ciò condusse alla seconda fase del movimento, fase segnata da un dibattito interno circa la strategia e le tattiche da adottare nel futuro. Un dibattito che sollevava questioni come il ruolo del Partito comunista cinese nell’ispirare e sostenere la fase iniziale del movimento (accolta dalla Radio di Pechino come “tuono di primavera”), la sua successiva presa di distanza e, più tardi (nel periodo 1977-79), la proposizione della “teoria dei tre mondi“, sulla base della quale  sosteneva praticamente un’alleanza con gli Stati Uniti al fine di sconfiggere l’Unione Sovietica, in quei giorni ritenuta il “nemico principale”. (2) Per quanto riguarda il dibattito sulla strategia e sulla tattica, tra i vecchi sopravvissuti del movimento ed i nuovi seguaci che vi si erano uniti, esso sfocio in due direzioni differenti (non necessariamente a causa del divario generazionale) – una riteneva prioritaria la partecipazione alle elezioni parlamentari, l’attività sindacale e l’agitazione di massa, l’altra propugnava il ritorno alla vecchia politica (delineata da Charu Mazumdar) della lotta armata, con base nei villaggi, al fine di prendere il potere. Il PCI (marxista-leninista) (Liberazione) può essere considerato il principale sostenitore della tendenza che poneva l’accento sull’agitazione di massa e sulla partecipazione alle elezioni.

Coloro che avevano scelto l’altra via, quella dell’insurrezione armata, affermavano di essere i legittimi eredi del lascito di Naxalbari. Essi erano rappresentati principalmente dal PCI (marxista-leninista) (Guerra popolare) [PCI (ML) (GP)] e dal Centro Comunista maoista (CCM) – i quali confidavano nella vecchia strada della guerriglia con base nel mondo contadino.

Nel corso di questa seconda fase del movimento, è stato il PCI (ML) (GP), durante il decennio che va dal 1990 al 2000, ad essere in grado di riconquistare lo spazio di Naxalbari nello scenario politico indiano. Radicato principalmente nell’Andhra Pradesh, e guidato da un carismatico rivoluzionario comunista, Kondapally Seetharamaiah, il partito ha avuto modo di espandere il proprio controllo ed influenza ad un vasto territorio confinante con l’Odisha e parti del Maharashtra. Qui ha raccolto i fili dei movimenti dello Srikakulam [distretto epicentro di un’insurrezione contadina tra il 1967 e di l 1970, n.d.t.] degli anni Settanta, mobilitando i poveri delle aree rurali intorno a questioni di antica data, come il possesso della terra da parte di chi la lavora ed il salario minimo per i lavoratori agricoli. La guerriglia del PCI (ML) (GP) ha scacciato gli oppressori feudali locali e gli sfruttatori commerciali, introducendo meccanismi alternativi di gestione, i quali hanno assicurato un’equa distribuzione delle risorse e la giustizia sociale tramite la partecipazione popolare.

All’incirca nello stesso periodo, il CCM aveva trovato base nel Bihar, svolgendo attività rivoluzionarie analoghe. Nel 2004, il PCI (ML) (GP) ed  il CCM, insieme ad altri vari gruppi armati naxaliti, sono confluiti in un nuovo partito politico denominato PCI (maoista).

È stata così inaugurata la terza fase del movimento naxalita. Quest’ultimo è stato in grado di abbracciare un vasto territorio che si estende dal Bihar, al Jharkand e all’odisha ad est, attraverso il Chhattisgarh e alcune zone di confine del Maharashtra al centro e ad ovest, sino all’Andhra Pradesh a sud. I loro successi sono stati riconosciuti persino da un comitato nominato dal governo, il quale ha presentato la propria relazione alla Commissione di pianificazione nell’aprile del 2008. Un relazione in cui è  descritto come, lungo diversi anni, i maoisti abbiano organizzato la propria base in aree forestali e collinari inaccessibili e dimenticate, i cui abitanti (prevalentemente tribali) si sono visti negare i diritti basilari come il salario minimo (si pensi, ad esempio, ai raccoglitori di tabacco dell’Andhra Pradesh), oltre ad essere stati esposti alla violenza dei proprietari feudali, degli imprenditori, delle guardie forestali e della polizia. In queste zone, i maoisti hanno realizzato riforme agrarie, istituito scuole e fornito strutture sanitarie, agendo, in tal modo, come una sorta di governo surrogato – da essi definito come janatana sarkar, o governo del popolo. (3) Scrittori come Arundhati Roy e Jan Myrdal, giornalisti ed attivisti sociali come Gautam Navlakha e registi come Soumitra Dastidar, hanno visitato queste aree nell’ultimo decennio, documentando tanto le realizzazioni, quanto i limiti, del movimento maoista nelle zone da esso occupate. (4)

La risposta dello stato

Lo stato indiano – sia sotto il controllo del Congresso che dell’attuale Bharatya Janata Party (BJP) – ha perseguito costantemente una belligerante politica di repressione militarista contro il movimento naxalita, e ciò malgrado i continui avvertimenti, da parte delle sue stesse agenzie, circa la necessità di rimediare alle iniquità economiche e sociali. Nel 1969, nel momento in cui il movimento naxalita si stava diffondendo rapidamente, la divisione ricerca e divulgazione del Ministero dell’interno dell’Unione pubblicava un rapporto nel quale si ammetteva che:

La causa principale dei disordini, vale a dire, la manchevole applicazione delle leggi adottate al fine di proteggere gli interessi dei tribali, permane; senza porvi rimedio, si rivelerà impossibile guadagnare la fiducia dei tribali, la cui leadership è stata assunta dagli estremisti. (5)

Circa quarant’anni dopo una squadra di esperti designata dal governo ha reso noto una relazione alla Commissione di pianificazione, già menzionato in precedenza, che ha ribadito, più meno nei medesimi termini descrittivi del rapporto del 1969, come le condizioni socioeconomiche dei poveri delle zone rurali, in particolare i dalit e i tribali, non siano migliorate nel corso degli ultimi tre decenni. Motivo per il quale hanno continuato a gravitare nell’orbita dei maoisti, avendo questi ultimi offerto loro forme parallele di amministrazione decentralizzata quale alternativa alle strutture di potere gerarchico dominate da polizia, politici e imprenditori.

Anziché prestare ascolto a tali consigli ed avvertimenti, risolvendo i problemi socioeconomici delle popolazioni tribali e di altri settori poveri delle aree rurali, lo stato indiano ha optato per la repressione militare. Una storia vergognosa documentata accuratamente da organizzazioni per diritti umani, tanto in India che all’estero, oltreché armai ben nota in tutto il mondo.

L’economia politica della strategia anti-maoista

Un’ulteriore forma di repressione poliziesca attraverso l’accerchiamento delle basi maoiste, e l’eliminazione di leader e quadri del movimento, nell’area di Dandakaranya, è stata alimentata dalla necessità per lo stato indiano di liberare questo territorio da qualsiasi resistenza popolare al suo modello di “sviluppo” neoliberista. Modello sulla scorta del quale, gli attuali governanti stanno aprendo il ventre della terra indiana – le sue risorse minerali ed i suoi beni forestali – alla rapacità delle multinazionali e delle aziende domestiche. Esse hanno bisogno di luoghi come Dandakaranya, dai quali possono estrarre minerai ed altre risorse naturali allo scopo di sostenere le proprie industrie. Un simile piano di “sviluppo” richiede lo sradicamento delle famiglie rurali dalle proprie case, oltre a privarli delle loro magre forme di guadagno, tramite l’appropriazione dei loro terreni comuni nelle foreste.

Si può affermare che è stata questa distorta politica economica dello stato indiano – sostenuta da un apparato di sicurezza militarista – a destare lo spirito di resistenza, rivitalizzando il cinquantenario movimento naxalita. I maoisti stanno articolando la rivendicazione delle popolazioni indigene tribali di avere voce riguardo le politiche sull’uso delle loro risorse naturali. Dunque, la posta in gioco, sia per i maoisti che per lo stato indiano, è assai elevata in un  tale contesto.

Lo stato indiano sta seguendo una duplice strategia militare al fine di distruggere il movimento maoista – innanzitutto, catturando ed uccidendo i suoi quadri, e in secondo luogo, rimuovendo i suoi ideologi dai vertici. L’arresto di Kobad Ghandy (un noto intellettuale maoista) e l’uccisione di Azad nell’Andhra Pradesh hanno inflitto un duro colpo al movimento maoista. Privati dei loro leader politici – uccisi, arrestati o costretti alla resa – i ben armati quadri maoisti sono ora ridotti a bande di predoni ed estorsori. L’enfasi sul militarismo a discapito dell’insegnamento ideologico ha condotto alcuni dei quadri ad attività antisociali. Ciò aliena i simpatizzanti nella società civile e fra gli attivisti per i diritti umani.

Il futuro del movimento naxalita/maoista

Nella sua strategia, il PCI (maoista) continua ad aderire al programma di rivoluzione agraria di Mao perseguito a suo tempo in Cina. È un programma applicabile all’India di oggi?

In quanto classe dirigente borghese ben più soffisticata del Guomindang cinese, lo stato indiano ha adottato una politica del bastone e della carota. Esso ha schiacciato la ribellione dei tribali naxaliti in Srikakulam, nello stato dell’Andhra Pradesh, prendendo successivamente, nel 1972, misure migliorative, come la costituzione della Girijan Cooperative Corporation, la quale ha garantito prestiti agli agricoltori tribali finalizzati a migliorie agricole. Nel Bengala occidentale stesso, laddove il movimento maoista ha avuto origine nel 1967, la sua base è stata neutralizzata con l’introduzione di riforme agrarie da parte del Fronte di sinistra nei tardi anni Settanta, le quali hanno favorito, in qualche misura, i contadini poveri.

L’erosione dell’originaria base maoista a Naxalbari e nello Srikakulam solleva un’importante questione. I contadini sostenitori del programma maoista, erano all’epoca impegnati ideologicamente in direzione dell’obiettivo di rovesciare lo stato indiano e rimpiazzarlo con un sistema socialista, oppure erano maggiormente preoccupati dalle loro immediate necessità economiche – la proprietà dei loro piccoli appezzamenti, i salari minimi per i lavoratori agricoli, tra le altre varie rivendicazione? Ogniqualvolta tali richieste sono state soddisfatte da un amministrazione accomodante, all’interno della struttura dello stato indiano, i sostenitori del movimento maoista, nel periodo 1960-70,  a Naxalbari e nello Srikakulam, si sono ritirati nei propri bozzoli di un esistenza sicura e sostenibile.

Qual è il futuro delle roccaforti maoiste (nel 2017), descritte pittorescamente come Corridoio rosso dai media? Queste basi della guerriglia sono sotto assedio da tutti i lati da parte delle forze armate dello stato indiano. Le continue incursioni e invasioni delle forze di sicurezza stanno riducendo le dimensioni del “Corridoio rosso” e l’efficacia della resistenza armata maoista. Altro fatto inquietante, inoltre, è la resa di alcuni importanti dirigenti del PCI (maoista) che erano stati ideologicamente impegnati  a favore della causa per anni. L’esempio più notevole è quello di G V K Prasad (conosciuto come Gudsa Usendi), a lungo portavoce del Comitato del partito per la zona speciale di Dandakaranya, il quale, insieme alla compagna Santoshi Markam, si è arreso l’8 gennaio del 2014. Nello spiegare le ragioni che l’hanno portato ad abbandonare il partito, ha sostenuto che la leadership ha ignorato le sue ripetute obiezioni a atti come la distruzione di edifici scolastici, oltreché l’indiscriminata uccisione di adivasi in nome della distruzione della rete di spie. Egli ha aggiunto, tuttavia, come anche i suoi problemi di salute siano stati uno dei motivi della sua scelta di arrendersi. (6)

Crisi della strategia politica maoista e delle sue tattiche militari

Questi sviluppi ci persuadono ad esaminare i fattori intrinseci al movimento maoista che hanno condotto, in qualche misura, alla sua crisi attuale. Cosa è andato storto? Si può dire che tanto la strategia politica, quanto le tattiche militari da essa derivanti, erano fallacci sin dall’inizio. per quanto riguarda la strategia politica basata sul paradigma della Rivoluzione cinese, ciò che sarebbe stato valido per la Cina nel periodo 1920-40, non era universalmente applicabile in India, con la sue diversificate società ed economia agrarie, fratturate sulla base di valori e pratiche socioculturali, guidate da lealtà di casta e tribali. Malgrado il loro coraggio individuale e spirito di sacrificio, i maoisti indiani sono rimasti paralizzati a causa di una limitata comprensione di tali complessità presenti nella vasta ed eterogenea società indiana.

In capacitati a formulare una strategia adeguata a questi diversi strati della nostra società, i maoisti ha concentrato la propria attenzione prevalentemente su quelli più sfruttati – i tribali poveri stanziati nelle aree forestali e collinari più inaccessibili della regione di Dandakaranya, nell’India centrale, e nel Jharkhand ad est. Qui hanno trovato terreno fertile per sperimentare il loro programma. Si tratta di popolazioni rientranti nella categoria maoista di classe dei contadini poveri. Popolazioni affette da forme estreme di sfruttamento economico e sociale da pare di grandi proprietari terrieri, dallo sradicamento dalle loro terre imposto da imprese multinazionali – due nemici che potrebbero essere descritti, in termini teorici maoisti, come “semi-feudali” e “semi-coloniali”.

Un altro fattore che avvantaggia i maoisti è rappresentato dalla tradizione militante di jacquerie contadine che ha segnato la storia di queste genti tribali, sin dal periodo coloniale britannico. I maoisti hanno potuto ravvivare questo spirito nel tentativo di mobilitarli contro i loro oppressori, richiamando le gesta eroiche degli eroi del passato, come Sidhu, Kanu e Birsa Munda.

Così, nel corso di tutti questi decenni, la strategia politica maoista di una rivoluzione agraria attraverso la guerriglia è rimasta circoscritta, e messa alla prova, soltanto nei confini di una società tribale. Nonostante i suoi successi in queste aree, il PCI (maoista) non è stato in grado di costruire un’analoga resistenza armata contro l’oppressione feudale nelle zone pianeggianti del resto dell’India. Eppure, i lavoratori agricoli dalit, quotidianamente terrorizzati dai proprietari terrieri e commercianti appartenenti alle caste più alte, in vaste zone del paese, rientrano nella tradizionale categoria maoista dei “contadini poveri”. L’insieme delle strategie e tattiche maoiste, pertanto, si adattano forse esclusivamente ad un particolare terreno favorevole?

Un agente catalizzatore

Malgrado controllino solo una limitata porzione di territorio, l’articolazione, da parte dei maoisti, delle rivendicazioni dei poveri rurali ha avuto un eco in tutto il paese, forzando spesso lo stato indiano a prestare ascolto a tali richieste. Il ruolo svolto dal movimento maoista può essere descritto come quello di un positivo – sebbene involontario – agente catalizzatore per il miglioramento della società rurale nell’India post-indipendenza. Sin dalle sue prime manifestazioni, con l’insurrezione di Naxalbari nel 1967, seguendo i suoi sviluppi nei decenni seguenti,  e sotto la sua pressione, uno stato indiano recalcitrante è stato costretto ad adottare una serie di riforme legislative relative ai diritti forestali dei tribali, ai salari minimi dei lavoratori agricoli e alla creazione di lavoro nell’agricoltura, tra le altre misure migliorative simili. Nonostante tali riforme siano state disattese nella pratica – drenando fondi verso le casse private dell’asse formato d politici e commercianti locali, appaltatori stradali e mafie edilizie, e negando regolari salari ai lavoratori – esse hanno fornito degli utili strumenti a gruppi della società civile e agli attivisti per i diritti umani, in alcune parti del paese, per approcciare la magistratura, la quale talvolta esercita pressione sulle amministrazioni affinché aderiscano all’impegno del governo per andare incontro alle necessità dei poveri.

Tuttavia, se mettiamo da parte queste indirette ricadute benefiche del movimento maoista, dobbiamo chiederci se la strategia e tattica maoiste di conquistare il potere statale sia applicabile alle vaste aree delle pianure rurali (e alle metropoli) dell’India, i cui abitanti fronteggiano differenti tipi di problemi derivanti dai diversi strati del sistema socioeconomico.

Cambiamenti nell’economia agraria

Questo ci introduce all’altro problema cui i maoisti devono far fronte – i cambiamenti dell’economia nel settore rurale, fulcro principale della rivoluzione maoista. Mutamenti che sfidano la tradizionale teoria maoista dei rapporti sociali agrari. I dati più recenti suggeriscono che l’economia rurale indiana sta subendo cambiamenti radicali – trasformando la natura della proprietà terriera, il carattere delle classi sociali agricole, dando vita ad una classe lavoratrice errante tra i contadini poveri, costretti a lavorare nei settori non agricoli come lavoratori a contratto. (7)

Dalle evidenze disponibili, si può evincere che le tendenze attuali delle campagne indiane non si conformano alla convenzionale analisi teorica maoista di una società rurale suddivisa in quattro classi, ovvero, grandi proprietari terrieri, contadini ricchi, contadini medi e contadini poveri. Queste nette divisioni di classe vengono sfumate dall’intrusione degli interessi industriali globali e neoliberisti nell’economia rurale.

Potenti interessi che stanno disgregando il vecchio ordine economico feudale, e dividendo la popolazione rurale lungo linee differenti. La struttura di potere socioeconomica rurale governata da una classe di agricoltori divenuti proprietari grandi terrieri (conosciuti come jotedars, identificati quale nemico di classe principale dai maoisti) è ormai nelle mani di una varietà i interessi; questo vanno da una progenie di vecchi proprietari terrieri che sono stati capaci di diversificare la propria attività in occupazioni non agricole come il commercio, i servizi, ecc., sino a forze estranee come case industriali, imprenditori edili, agenzie per la costruzione di strade, proprietari di autobus e di camion per trasposto merci, tra tanti altri. Essi offrono opportunità di impiego ai disoccupati delle aree rurali che hanno, in qualche modo, allentato la loro dipendenza dall’agricoltura e indebolito i tradizionali legami semi-feudali. Poveri che hanno sviluppato interessi nell’economia a seconda delle loro rispettive occupazioni.

Troviamo così una nuova generazione di popolazione rurale indiana, le cui richieste ed esigenze sono assai differenti rispetto a quelle alle quali si rivolgevano i leader e attivisti naxaliti nel periodo 1960-70. È pertanto difficile per i maoisti, oggi, mobilitare questi diversi segmenti dei poveri rurali come una classe omogenea di contadini sfruttati, col solo bersaglio di un amorfo sistema “semi-feudale” quale nemico.

Un pluriarticolato sistema di rapporti semi-capitalistici, contrassegnato simultaneamente da sfruttamento e concessioni, sta emergendo nelle campagne indiane. Lo sfruttamento (al di fuori del sistema di fabbrica) sta assumendo forme diverse – usurpazione dei terreni agricoli e delle foreste da parte delle compagnie industriali e minerarie; reclutamento dei contadini senza terra scacciati da queste aree come lavoratori a contratto in progetti edili; traffico delle loro donne nei distretti nei quartieri a luci rosse delle città. Le concessioni promanano dalle stesse forze responsabili dello sfruttamento, tramite progetti patrocinati dallo stato come programmi per l’occupazione, o ancora, reti di sicurezza per contrastare gli effetti negativi della disoccupazione, conseguenza delle loro politiche industriali.

Simili concessioni assumono anche forme minacciose – come il comprare intere sezioni di poveri sfruttati quali agenti pagati da impiegare nella repressione violenta del dissenso popolare. L’esempio più noto è rappresentato dalla formazione, sponsorizzata dallo stato, del gruppo di vigilanti armati Salwa Judum, i cui ranghi sono costituiti da tribali poveri del Chhattisgarh, o il reclutamento di giovani tribali disoccupati nelle forze di polizia del Jangalmahal voluto dal governo del Trinamool Congress nel Bengala occidentale al fine di contrastare l’influenza di maoisti – seminando in questo modo le divisioni all’interno delle comunità tribali.

La necessità di una strategia rivoluzionaria post-maoista

Di fronte alla triplice sfida, costituita da sfruttamento, repressione e concessioni, lanciata dallo stato e dai suoi agenti, i rivoluzionari comunisti indiani devono ancora formulare una strategia a più livelli. Una strategia che vada incontro alle necessità e urgenze dei numerosi strati poveri del mondo agricolo, stanziati in questo complesso e sfaccettato spazio distribuito nella vaste campagne indiane – così come per altre sezioni di popolazione povera urbana.

A un livello operativo immediato, è necessario riorganizzare tutta la struttura organizzativa purgando i nuclei della guerriglia da mercenari e estorsori. Ma ad un livello più profondo, è necessario sfuggire alla rete temporale in cui i maoisti sono rimasti intrappolati. Una trappola nella quale la leadership immagina una situazione in cui la strategia di Mao, quella di una rivoluzione realizzata in determinate condizioni storiche in Cina, nel XX secolo, avrà successo nell’India del XXI secolo.

I rivoluzionari comunisti indiani dovranno rendersi conto che stanno combattendo una guerra diversa (e su un terreno diverso) rispetto a quella intrapresa dai loro compagni cinesi dagli anni Venti agli anni Quaranta in Cina. Dovranno forgiare una nuova strategia per far fronte al carattere capitalista e neoliberista che segna oggi l’economia rurale, oltreché la società indiana più in generale.

Inoltre, vi è un’altra minaccia da combattere, quella del fondamentalismo religioso (rappresentata principalmente da organizzazioni armate di orientamento Hindutva, come il Bajrang Dal, patrocinate da un centro a guida BJP). Nel corso del suo nono congresso, il PCI (maoista) ha riconosciuto tale minaccia adottando una risoluzione, “Contro il fascismo indù”, nella quale si impegna “a fare quanto necessario al fine di difendere quegli strati della popolazione presi di mira dai fascisti indù”, aggiungendo che “vi è la volontà di unirsi in un fronte più ampio insieme a tutte le forze autenticamente democratiche disposte a contrastare l’offensiva del fascismo indù…”. Dieci anni sono ormai passati, eppure ben poco è stato fatto per schierare i suoi gruppi armati nella lotta contro le squadracce del Sangh Parivar , responsabili di seminare il terrore tra i dalit ed i mussulmani in tutta l’India.

Allo scopo di resistere al fascismo Hindutva, gli attuali vertici del movimento maoista dovrebbero andare oltre una politica su basse esclusivamente classista, formulando tattiche opportune per “difendere quegli strati della popolazione presi di mira dai fascisti indù”, come affermato nella loro risoluzione del 2007. Andrebbe anche riconosciuta l’importanza di nuove forme di protesta popolare contro l’economia neoliberista, che vanno dalle agitazioni nonviolente di massa come il movimento Narmada Bachao contro le grandi dighe, alle sporadiche esplosioni di violenza degli abitanti dei villaggi che resistono ai progetti delle multinazionali come la POSCO, nell’Odisha, nonché le dimostrazioni popolari contro le zone economiche speciali o le centrali nucleari.

La strategia politica post-maoista dovrebbe includere simili preoccupazioni popolari e formare legami con questi movimenti sociali. Ciò potrebbe aiutare i rivoluzionari comunisti, finora isolati, a prendere parte alla corrente principale della resistenza popolare, ad interagire dialetticamente con vari movimenti, influenzandoli e apprendendo al contempo da essi, in modo tale da andare oltre il loro obiettivo di costituire uno stato democratico del popolo.

Note

  1. Kumar Vikal, “The Name of a Village,” tradotto dall’Hindi, in Thema Book of Naxalite Poetry, a cura di Sumanta Banerjee (Kolkata: Thema, 2009).
  2. di fatto, il Partito comunista cinese (PCC) ha sempre giocato un ruolo opportunistico, cogliendo ogni occasione per colpire il governo indiano, al fine di perseguire i suoi immediati interessi nazionali. Solo pochi mesi prima dell’insurrezione di Naxalbari (in seguito descritta come “la zampa anteriore della lotta rivoluzionaria armata”), accoglieva positivamente i violenti disordini scoppiati a Delhi il 7 novembre 1966, provocati da bande di fanatici indù che invocavano un bando alla macellazione delle vacche! Supportando questi teppisti, l’organo ufficiale del PCC,  Jen-min Jinpao (People’s Daily), nel numero del 12 novembre 1966, parlava di “una violenta eruzione dei sentimenti repressi del popolo indiano contro il governo… un segnale dell’acuirsi delle contraddizioni di classe in India”. Pertanto, il sostegno del PCC al movimento naxalita (durato un breve periodo dal 1967 al 1970) appare più come un tentativo di nuocere il più possibile all’India. Un dettagliato resoconto dei complessi rapporti tra il PCC e i maoisti indiani, nel contesto delle mutevoli priorità dell’interesse nazionale cinese, è reperibile nel libro dell’autore del presente testo, In The Wake of Naxalbari (Kolkata: Sahitya Samsad, 2008). Il volume è stato pubblicato per la prima volta dalla casa editrice di Kolkata, Subarnarekha, nel 1980.
  3. Report of the Expert Group Set Up by the Government of India to Examine Development Challenges in Extremist Affected Areas (Nuova Delhi: Planning Commission), capitolo III, aprile 2008.
  4. Arundhati Roy, Con gli insorti naxaliti nel cuore della foresta indiana, Torino, Centro di documentazione “Porfido”, 2010; Gautam Navlakha, Days and Nights in the Heartland of Rebellion (Nuova Delhi: Penguin Books, 2012); Jan Myrdal, Stella rossa sull’India. Quando i dannati della terra si sollevano. Impressioni, riflessioni e considerazioni preliminari, Zambon Editore, 2011; il documentario di Soumitra Dastidar, che copre oltre un decennio di lotta armata nella cintura maoista, deve ancora uscire. Il suo libro in lingua bengali, in cui documenta la propria esperienza, intitolato Maobadi Deray Ajana Kahini, è stato pubblicato da Offbeat Publications, Calcutta, nel 2012.
  5. “The Causes and Nature of Current Agrarian Tensions”, monografia inedita preparata dalla Divisione ricerca e divulgazione del Ministero dell’interno, Nuova Delhi, 1969, p. 9.
  6. Indian Express, 24 gennaio 2014.
  7. Per una documentata analisi teorica di tali mutamenti, richiamo l’attenzione su due importanti articoli: (i) “Does ‘Landlordism’ Still Matter? Reflections on Agrarian Change in India” di John Harriss; e (ii) “Maoist Movement in India: Some Political Economy Considerations” di Deepankar Basu e Debarshi Das. Entrambi i testi sono stati pubblicati in Journal of Agrarian Change, Vol 13, N. 3, luglio 2013.

Link all’articolo in inglese Economic&PoliticalWEEKLY

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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