Finanza, economia e politica

di Tony Norfield

City-of-London-birds-eye-view

Il sistema finanziario accentua tutte le assurdità del capitalismo, ma lo fa tramite modalità che possono far apparire la finanza come separata dall’economia capitalista, piuttosto che una sua inevitabile estensione. Pressoché ogni osservatore del capitalismo stabilisce una distinzione tra l’economia “reale” e quella “finanziaria”. Persino coloro che si proclamano anticapitalisti, talvolta, invocano politiche finalizzate a salvare l’economia capitalista dagli imprevisti dei mercati finanziari in perturbazione.

Una simile divisione tra economia “reale” e “finanziaria” potrebbe sembrare aver senso, in particolare considerando gli stravaganti premi percepiti dai finanzieri, i quali parrebbero non svolgere altra funzione al di fuori dell’espandere i propri redditi e ricchezze. Uno sguardo più ravvicinato al funzionamento dell’economia capitalista, tuttavia, getta una luce assai differente su quanto sta accadendo. È necessario, infatti, riconoscere che l’economia globale è dominata da un ridotto numero di paesi e dalle loro multinazionali – e che il sistema finanziario è un mezzo attraverso il quale mantengono la loro condizione privilegiata nel mondo.

Differenze fuorvianti

Il problema insito nel tracciare una distinzione fondamentale tra l’economia “reale” ed il resto dell’attività capitalistica può essere chiarificato individuando alcuni fatti basilari. In primo luogo, il capitalismo dipende dalla realizzazione di profitti e non di “cose”, reali – fisiche – o d’altra natura. In secondo luogo, qualsiasi impresa capitalista è impegnata in affari finanziari. Le aziende effettuano scambi esteri con le banche al fine di ottenere la valuta di cui necessitano per acquisire importazioni, o di cambiare i ricavi delle esportazioni ottenuti in un’altra valuta. Esse prendono in prestito fondi a breve termine dalle banche allo scopo di agevolare il loro flusso di cassa, prima di essere pagate per la loro produzione, o fondi a lungo termine così da sostenere il finanziamento dei loro investimenti. Inoltre, emettono obbligazioni o azioni sul mercato finanziario in modo da ottenere denaro dagli investitori. Ancora, ricorrono a derivati al fine di assicurarsi contro mutamenti avversi dei tassi di interesse o di cambio, i quali potrebbero minacciarne la redditività.

Sopratutto, le aziende operano in un mercato in cui competere efficacemente non dipende esclusivamente dal produrre più “cose”, e più a buon mercato, rispetto ai propri rivali. Ciò emerge chiaramente dai casi di fusione e acquisizione: un’azienda in una posizione finanziaria superiore, generalmente, ha la meglio nel corso di tali processi, e non si tratta necessariamente di quella che vanta la produzione maggiore. In ogni caso, molte grandi società che sembrano produrre cose che i consumatori vogliono acquistare, di fatto, si limitano  a comprare i beni da altre aziende, in altri paesi, che spesso dominano tramite acquisti su larga scala e forza finanziaria. La Apple è famigerata in proposito, con le fabbriche della Foxconn dislocate in Cina impegnate nell’assemblaggio dei gran parte dei prodotti, dagli iPod agli iPhone, costituiti prevalentemente da componenti prodotti da altre aziende negli Stati Uniti, in Sud Corea, Germania, Olanda ecc.

Spesso, inoltre, si creano sovrapposizioni tra industria ed operazioni commerciali e finanziarie all’interno della stessa multinazionale, per cui le operazioni finanziarie assumono un ruolo chiave per aziende e organizzazioni non associate, in genere, con simili attività. Si prendano due esempi: Associated British Fodds e Facebook. La prima non ha un vero e proprio marchio, e tuttavia questa multinazionale della trasformazione e vendita al dettaglio di alimenti possiede Primark, fornitore di abbigliamento a buon mercato realizzato in Cina a vantaggio degli europei. Inoltre, vende il tè Twinings e Ryvita, e fornisce la maggior parte del pane e dello zucchero venduti nei supermarket britannici. ABF è parte dell’indice azionario FTSE100. Per il 55 percento è proprietà di Wittington Investments, la quale, a sua volta, è per un 80 percento proprietà di un fondo di benenficienza in possesso anche dei grandi magazzini Fortune and Mason e Heals. ABF ha effettuato in borsa numerose acquisizioni e vendite di altre società.

D’altra parte, tutti conoscono Facebook, ed oltre un miliardo di persone in tutto il mondo hanno un account Facebook. Ciò nonostante, non sono molti ad essere consapevoli delle operazioni finanziarie di Facebook. Nel 2012, le sue azioni sono state lanciate sul mercato azionario – ma si è trattato solo delle azioni senza diritto di voto. Così, il fondatore principale, Mark Zukerberg, ha finito per possedere meno di un quinto delle azioni totali della società, mantenendo però quasi il 60 percento dei diritti di voto, conservando dunque il controllo della società. Il collocamento delle azioni ha portato la valutazione di Facebook ad oltre 200 miliardi di dollari, regalando a Zukerberg e pochi altri miliardi di dollari in ricchezza finanziaria. La quotazione del 2012 ha consentito a Facebook, nel 2014, di acquisire WhatsApp per 22 miliardi di dollari, dei quali “soli” 4 in attività liquide: il restante in cambio di azioni Facebook.

Questi casi non rappresentano un’eccezione. Aziende che possono sembrare ben lontane dal regno della finanza sono strettamente legate ad essa. Non saranno forse i perfidi “banchieri” del folclore contemporaneo, ma non esiterebbero certamente a servirsi del sistema finanziario al fine di aumentare il proprio potere economico e prendere il controllo delle risorse della società.

Le banche ed altre società finanziare, tuttavia, si differenziano da quelle maggiormente concentrate nella produzione e nel commercio per due aspetti. Primo, vi è differenza tra il produrre e/o comprare/vendere, da un lato, e l’agevolare le operazioni finanziarie connesse, dall’altro. Anche considerando che alcune aziende potrebbero svolgere più di una di queste funzioni, esse rimangono nondimeno economicamente distinte.

Inoltre è raro per una società concentrata nella finanza essere coinvolta nella produzione o nel commercio. La società specificamente finanziaria, solitamente, sta al di fuori di qualsiasi operazione produttiva o commerciale, facilitando in tal modo l’attività di questo genere di società nei mercati finanziari. Essa ottiene la sua fetta da tale attività, come le commissioni, o riceve gli interessi sui prestiti. Persino le cosiddette “private equity”, che rilevano aziende affermando di ripristinarne la redditività capitalistica, sono unicamente interessate alla realizzazione di un profitto attraverso la rivendita. Esse sfruttano la posizione di debolezza di una società allo scopo di forzarne l’acquisizione, spesso con incentivi finanziari per i manager in carica. Successivamente si avvantaggiano delle legislazioni fiscali favorevoli e di altri cavilli per concludere una transazione basata sul comprare basso/vendere alto.

Secondo, le società finanziarie capitalistiche sono in una posizione differente rispetto alle altre riguardo allo sfruttamento dei lavoratori. Nella spiegazione marxista, le aziende che producono merci per la vendita sfruttano direttamente i lavoratori, pagando loro un salario inferiore al valore da essi prodotto. Questa è la fonte del loro profitto. Le società commerciali, coinvolte nella compravendita di tali merci, svolgono una funzione necessaria al fine di consentire al circuito della produzione di continuare, partecipando ai profitti prodotti. Le società industriali e commerciali tendenzialmente guadagnano un profitto correlato al capitale da esse anticipato. Ma le società finanziarie sono al di fuori di questo circuito industriale-commerciale di produzione di merci. Sebbene anch’esse ottengano i propri ricavi dal plus-lavoro dei lavoratori produttivi, ciò avviene tramite modalità che hanno un esile rapporto diretto con tale circuito, e otterranno interessi ed altre entrate dalle loro operazioni finanziarie. Ogni sorta di impresa capitalistica dipende dallo sfruttamento dei lavoratori produttivi, ma esse ottengono i profitti derivanti da questo processo in modi differenti.

In particolare, negli Stati Uniti ed in Gran Bretagna, l’attività delle società è focalizzata sul commercio e la finanza. Le loro cosiddette attività a “valore aggiunto” scremano il valore prodotto da altri: perché aziende apparentemente “produttive” lasciano ai lavoratori a basso salario di altri paesi gran parte della produzione reale, i risultati della quale sono da esse comprati e venduti; e poiché Stati Uniti e Gran Bretagna, in quanto principali centri dell’attività finanziaria, guadagnano enormi ricavi dalle transazioni finanziarie in tutto il mondo.

Con ciò non si vuole negare che molte attività produttive abbiano luogo anche in tali paesi. Il punto è, tuttavia, che Stati Uniti e Gran Bretagna possono utilizzare i propri privilegi economici, nell’ambito della finanza, per trarre significativi benefici da ciò che altri paesi hanno prodotto.

Operazioni finanziarie e leggi del mercato

I mercati finanziari sono così potenti perché sono una versione pompata dei “normali” mercati capitalisti. Chiunque abbia studiato economia conosce le sacre “leggi della domanda e dell’offerta”. Se un produttore non dà al mercato ciò che questo richiede, allora il fallimento si profila. Solo il più adatto sopravvive garantendo l’evoluzione della specie. Ciò che non viene menzionato nell’economia mainstream, tuttavia, è che l’esito di questa tendenza consiste nella monopolizzazione dell’attività economica da parte di un pugno di grandi società. Il che potrebbe rivelarsi problematico per gli entusiasti del “libero mercato”. Ancor meno si tiene conto di quanto simili leggi darwiniane subiscano modifiche a causa degli sviluppi dell’economia mondiale.

Questi mutamenti possono risultare difficili da individuare, perciò conviene spiegarli in due fasi. Innanzitutto, analizzando il ruolo delle operazioni finanziarie, in particolare la creazione di credito e valori mobiliari; e, successivamente, collocandole nel contesto di rapporti di potere all’interno dell’economia mondiale.

Non pochi concorderebbero nell’affermare che le banche non producono niente – al massimo prestano denaro ad altri soggetti perché possano produrre – ma questo non impedisce alle stesse di “fare soldi”. E fanno ciò in modo ancor più letterale di quanto generalmente non si intenda. Le banche non si limitano ad usare il denaro dei depositi per prestarlo, sia che ciò avvenga a favore di individui o società: esse creano effettivamente nuovi fondi all’interno del sistema bancario garantendo prestiti, i quali vengono utilizzati per acquistare qualcosa.

I prestiti bancari possono avvenire come prelievi in denaro dagli sportelli, ma i maggiori volumi di fondi si muovono come trasferimenti da un conto bancario (il beneficiario del prestito) ad un altro (appartenente al venditore di ciò che è stato acquistato) attraverso il sistema dei prestiti interbancari. Dei milioni di trasferimenti giornalieri, per una singola banca, la maggior parte tende ad essere compensata. Vale a dire che il denaro trasferito all’altro istituto sarà più o meno coperto dai trasferimenti in arrivo. Se una singola banca si trova in una situazione di carenza di fondi (uscite superiori alle entrate), allora di solito vi sono banche in possesso di un surplus e disposte a prestarlo. In caso contrario, ovvero se la banca si dovesse ancora trovare in una condizione di scarsità di fondi, essa può generalmente accedere a ciò di cui necessita dalla banca centrale competente – la Banca d’Inghilterra, la Federal Reserve, ecc.

Questa creazione di credito può aumentare la spesa, dando origine a nuova domanda da parte di consumatori ed investitori, espandendo l’economia, i redditi ed il lavoro. Potrebbe apparire come una creazione di valore dal nulla, e per un certo lasso di tempo è proprio così. Se si prendono in prestito 100.000 sterline da una banca, ci si trova ad avere effettivamente tale somma da spendere. Ma quando i prestiti bancari ed altre forme di credito vanno oltre la capacità dei debitori di restituire, essi passano dall’essere attività da cui le banche ricevono un interesse all’essere delle perdite, le quali minacciano profitti e redditività degli istituti. E stato questo il caso di Northern Rock, Royal Bank of Scotland ed altre, trovatesi al collasso, al punto da dover essere salvate dallo stato britannico, in una situazione simile a quella di altre grandi banche in altri paesi capitalisti.

I valori mobiliari – obbligazioni, azioni societarie, ecc. – costituiscono un’altra dimensione della finanza, attraverso la quale si stende il rapporto tra ciò che un’economia produce e il modo in cui la ricchezza si mostra. Il prezzo di tali valori è un indice di ciò che il proprietario può potenzialmente “monetizzare”, vendendoli oppure utilizzandoli come mezzi di pagamento per qualcos’altro. Ma questo prezzo non rappresenta un ammontare di denaro investito da nessuna parte, o il valore reale di nessuna attività. Invece, il prezzo dei valori mobiliari è determinato da fattori ben differenti.

Nel caso delle obbligazioni, per esempio, il prezzo viene determinato da quanto il mercato ritiene allettanti i ritorni futuri promessi dalla cedola, nonché dalla valutazione del rischio di non recuperare il valore nominale alla scadenza dell’obbligazione. Il prezzo potrebbe essere influenzato dai livelli dei tassi d’interesse, oltreché dalla mutevole considerazione in termini di solvibilità della società o governo che ha emesso l’obbligazione. Se i tassi d’interesse diminuiscono, ciò tenderà a far salire il prezzo dell’obbligazione, poiché i pagamenti futuri sono attualizzati ad un tasso d’interesse minore,  e dunque valgono di più ora, e vice versa se i tassi d’interesse salgono. Non vi è stato quindi alcun improvviso investimento di più o meno capitale in alcun luogo.

Nel caso delle azioni societarie i mutamenti nei tassi d’interesse hanno effetto analogo sui prezzi: una delle ragioni dell’aumento dei mercati azionari, dopo i minimi della crisi del 2008, è stata una drastica riduzione, a livelli prossimi allo zero, nei tassi d’interesse da parte delle banche centrali (al momento, in alcuni paesi europei, persino tassi a breve termine negativi). Bassi tassi d’interesse rendono le azioni delle società finanziarie più allettanti agli occhi dei capitalisti, rispetto al mettere semplicemente il denaro in un conto bancario. I probabili profitti attesi svolgono anch’essi un ruolo nella determinazione dei prezzi delle azioni: i profitti hanno un impatto sul pagamento futuro di dividendi. Un’altra peculiarità dei valori mobiliari: essi hanno, al presente, un prezzo basato su di un’attività economica che non ha ancora avuto luogo, nonché su profitti che ancora non esistono – e potrebbero non esistere mai.

Le attività finanziarie possono dare l’impressione di rompere il legame tra valore prodotto e denaro o ricchezza disponibili, in particolare a coloro che possiedono strumenti finanziari. Il che accentua le idiozie del mercato capitalista, portando al boom economico e al fallimento. Ma spingono anche molti a credere che l’acceso ai fondi (tramite prestiti bancari o spesa statale) sia semplicemente una scelta delle banche, o determinata dalle politiche di regolamentazione e spesa del governo, e non riguardante invece ciò che l’economia può effettivamente produrre.

La capacità delle banche di creare nuovi prestiti dal nulla sostiene tale sistema di credenze. Negli anni precedenti il 2008, le banche hanno notevolmente ampliato i loro prestiti  rispetto al capitale in esse investito. Un tasso “normale” di prestito in rapporto al capitale sarebbe di circa 20: in altre parole, quando i prestiti sono 20 volte il capitale investito nella banca. Proprio alla viglia della crisi, questo tasso è aumentato sino a 100 per le banche con maggior grado di leva finanziaria. I loro prestiti erano così in eccesso rispetto ai loro patrimoni che persino una perdita dell’uno o due percento avrebbe spazzato via il capitale degli istituti, portandoli al fallimento.

Questo incremento del credito è stato favorito da diversi fattori, inclusi anni e anni di quella che sembrava una crescita economica continua, in cui le cose potevano andare solo meglio, con tassi d’inflazione costantemente bassi, grazie alle importazioni a buon mercato nei paesi ricchi, specialmente dall’Asia, e ancora bassi livelli dei tassi d’interesse delle banche centrali a seguito dell’abbassamento dell’inflazione. Bassi tassi che hanno contribuito a ridurre gli interessi attivi delle banche, incoraggiando il passaggio ad’operazioni di natura molto più speculativa e innescando un boom delle transazioni finanziarie.

Il boom finanziario ha promosso l’attività economica, maggiore crescita, compresi redditi e occupazione. Ma, a partire dal 2008, si sono dovuti fare i conti con quella che Marx chiamava “legge del valore” – i rapporti fondamentale sottostanti il mercato capitalista. Le precedenti promesse economiche non possono essere mantenute, e la fiducia nella sicurezza economica è ora in frantumi.

Le origini dell’espansione della finanza

Le operazioni finanziarie sono cresciute sensibilmente fin dagli anni Settanta, ma ciò è da correlarsi con la rottura delle istituzioni economiche post-1945, piuttosto che ad un improvviso desiderio dei capitalisti di trasformarsi in finanzieri. La mutevole forza economica delle grandi potenze sino alla fine degli anni Sessanta aveva minato il sistema. L’accelerazione nella crescita della produttività e l’aumento della competitività in Germania e Giappone garantivano loro maggiori avanzi commerciali, esercitando pressioni al rialzo sul marco tedesco e lo yen, mentre la declinante competitività di Gran Bretagna e Francia conducevano alla svalutazione delle rispettive valute. Nel 1971, gli Stati Uniti piantavano l’ultimo chiodo sulla bara del sistema di Bretton Woods, sospendendo la convertibilità in oro del dollaro. Di conseguenza, i valori di tutte le valute iniziavano a fluttuare bruscamente sul mercato, anziché essere gestite, come in precedenza, da un sistema di cambi relativamente fisso.

A questo punto i mercati finanziari entravano in una situazione di subbuglio. Alimentata, quest’ultima, non solo dagli squilibri economici, dalla volatilità dei tassi d’interesse e dall’aumento dell’inflazione in tutti i paesi, bensì anche dalle vaste somme di capitale investite in tutto il mondo. Ciò che viene spesso trascurato è che anche prima della riduzione dei controlli sui movimenti di capitali, attuata da molti governi dagli anni Settanta, vi era già stato un boom negli investimenti esteri, laddove i capitalisti cercavano sbocchi maggiormente redditizi all’estero. Parallelamente a questo boom, i mercati bancari internazionali crescevano così da soddisfare le necessità finanziarie delle grandi società. Il che ha condotto alla crescita dei cosiddetti euromarket per il prestito bancario internazionale e l’emissione di obbligazioni. Mercati che hanno fornito un mezzo di finanziamento posto al di fuori delle regolamentazioni nazionali. Essi hanno offerto alle grandi società l’accesso a vaste somme di capitale, nella scala di cui avevano necessità, ma che non potevano permettersi facilmente all’interno dei confini dei loro paesi di origine – e non di rado ad un costo inferiore

Le turbolenze nei mercati hanno anche causato, a partire dagli anni Settanta, lo sviluppo esplosivo delle operazioni basate sui derivati finanziari. I derivati non sono semplicemente strumenti per speculatori, poco diversi dalle scommesse su quale cavallo vincerà la corsa, o su quanti calci d’angolo ci saranno in una partita di calcio. Al contrario, vi è una robusta logica economica dietro l’uso dei derivati finanziari – contratto correlati ai tassi d’interesse del mercato monetario, rendimenti obbligazionari, prezzi dei valori mobiliari e valori delle divise valutarie. Dopotutto, le aziende si trovano ora a dover fronteggiare maggiori rischi derivanti dagli alti e bassi di tassi d’interesse e di scambio, i quali influenzano il costo dei loro prestiti o il prezzo a cui acquisterebbero o venderebbero dei prodotti, avendo in tal modo un enorme impatto sulla loro redditività. I derivati finanziari possono essere utilizzati per la copertura di simili rischi, il che significa che tali nuovi contratti sono stati aggiunti ai contratti a termine esistenti negoziati su scambi di merci come rame, cottone e pancetta. Nuovi derivati sono stati creati in Europa e Giappone, aggiungendosi a quelli negli Stati Uniti, e vi sono state anche più operazioni “over the counter” [al di fuori della borsa, n.d.t.] – effettuate direttamente tra le banche ed i loro clienti. I derivati sono divenuti rapidamente uno strumento per ulteriori speculazioni, ma la loro origine risiede nel concreto rischio economico cui fanno fronte le aziende capitalistiche.

Tutto ciò sta a significare che mentre i governi, in precedenza, sembravano avere una qualche sorta di controllo dei mercati e un margine decisionale sulle politiche, a partire dagli anni Settanta è risultato chiaro che i mercati finanziari erano fuori da qualsivoglia controllo, e avrebbero vincolato l’azione di qualsiasi governo capitalista. Nel 1976, per esempio, il primo ministro Callaghan, affermava alla conferenza del Partito laburista che era ormai impossibile “percorrere la propria strada al di fuori della recessione”. Ma forse, il più sorprendente cambio di linea politica è stato l’abbandono, nel 1981-2, da parte del presidente francese Mitterand, del “keynesismo in un solo paese”. Ai sui piani iniziale di espansione della spesa pubblica al fine di ridurre la disoccupazione  seguì, nel 1983, una stretta monetaria e fiscale. Se non vi fosse stato cambiamento di rotta, la posizione francese all’interno degli Accordi europei di cambio – un sistema di allineamento delle valute tra le principali potenze europee – avrebbe potuto essere compromessa. Abbandonare l’EAC ne avrebbe lasciato il funzionamento ancor più completamente nelle mani del rivale della Francia, la Germania ovest, un qualcosa che lo stato francese non poteva accettare, in quanto poteva indebolire il suo potere contrattuale nella fissazione delle regole del sistema.

Finanza, debito e privilegio 

Quella che viene spesso definita “crisi finanziaria” è l’espressione esteriore di un problema più fondamentale. Gli ultimi decenni hanno visto un boom nelle transazioni finanziarie e la crescita di enormi prestiti e debiti in tutto il mondo. Nel periodo 2001-7, ciò ha aiutato a stimolare la domanda a livello globale, la produzione e l’occupazione, specialmente nei paesi ricchi. Tuttavia, questi sviluppi hanno coinvolto somme che vanno ben oltre la produzione di valore e profitto nell’economia mondiale. La bolla è scoppiata nel 2008, quando l’insolvenza dei muti ipotecari statunitensi ha colpito i mercati finanziari. Ciò nonostante, l’impatto globale di quello che avrebbe potuto essere un problema locale degli USA è dovuto al fatto che le società finanziarie, al di fuori di essi, avevano acquistato enormi volumi di questi valori mobiliari, poiché vi erano pochi altri prodotti disponibili in grado di soddisfare le loro esigenze di ritorno degli investimenti. Essenzialmente, questo riguarda un problema di insufficienti profitti a fronte dell’alto debito, nonché della declinante capacità di ripagarli.

I dati contenuti in un recente rapporto della Banca dei regolamenti internazionali, riportati nella tabella allegata, mostrano come i problemi legati al debito non siano finiti: anzi, sono anche peggiori nel 2014 di quanto non fossero ne 2007, rispetto alle dimensioni dell’economia globale. Nelle crisi precedenti, vi era stata generalmente una qualche riduzione dei livelli del debito, nel momento in cui le banche scontavano i crediti inesigibili e gli investitori si caricavano le perdite. Questa volta, invece, i governi hanno temuto comprensibilmente il collasso del sistema bancario e dell’economia in generale, laddove si fosse consentito ai meccanismi della crisi di fare il loro corso. Così, quantomeno nei paesi più ricchi, si è agito con misure di salvataggio – l’effetto delle quali è stato di ingigantire ulteriormente la montagna del debito totale. Persino negli Stati Uniti, dove il governo aveva ormai d tempo dichiarato la fine della recessione, la Federal Reserve ha atteso sino al dicembre 2015 per aumentare i tassi d’interesse ufficiali USA del solo 0,25 percento, rispetto ai livelli vicini allo zero mantenuti sin dal 2008.

I livelli del debito sono più alti nei paesi ricchi, sebbene a partire dal 2007 abbiano teso ad aumentare maggiormente nei paesi poveri. Nei paesi ricchi, vi è stato in particolare un incremento  del fardello del debito nel settore pubblico. Ciò è dipeso sia dai disavanzi di bilancio legati alla recessione che all’assunzione da parte dello stato delle passività delle banche del settore privato, risultanti dai loro cediti inesigibili con aziende e famiglie – per quanto non tutte queste passività siano incluse nei dati ufficiali. La Gran Bretagna, gli Stati Uniti e l’area euro anno livelli simili di debito totale nel settore non finanziario, poco al disotto di tre volte il PIL; In Germania molto più basso, ma comunque elevato, appena al di sotto del doppio del suo PIL. Le proporzioni del debito nei paesi poveri tendono ad essere inferiori come esito di loro sistemi finanziari meno “sviluppati”, il che riflette il loro ben più basso grado di parassitismo. Ma vi è stato un grande aumento del debito in Cina, dovuto principalmente al maggior indebitamento delle aziende.

A seguito a tale esplosione del debito, la maggior parte dei governi ha implementato una qualche forma di austerità, tagliando le spese statali e aumentando le tasse. Tuttavia, questa austerità è stata finora assai limitata nei paesi ricchi. Ben più brutale è stata nei paesi poveri, anche se sono ammessi nel club dei ricchi, come Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna.

I paesi ricchi hanno una maggiore flessibilità nelle loro politiche rispetto ad altri, e non solamente perché dispongono maggiori risorse, ma anche perché hanno una maggiore possibilità di beneficiare del sistema economico e finanziario monopolizzati, i quali funzionano a loro favore. Dato che la maggior parte delle transazioni internazionali sono effettuate in dollari statunitensi, gli USA ottengono in questo senso il maggior guadagno, aiutati dalla Federal Reserve che decide la politica dei tassi d’interesse e la fornitura di dollari al resto del mondo. Nonostante grandi deficit commerciali, gli Stati Uniti riescono ancora a finanziare facilmente i loro ampi investimenti esteri, beneficiando dei profitti da essi derivanti.

Screenshot (9)
Fonte: Banca dei regolamenti internazionali, Quarterly Review, settembre 2015, p. 84

Il ruolo del dollaro consente inoltre al governo statunitense di isolare qualsiasi paese che non gli aggrada – o chiunque vi intrattenga rapporti – tagliandolo fuori dal sistema bancario USA. Quest’ultimo tipo di sanzione economica non richiede alcun bombardamento, ma ha comunque drastici effetti economici, come l’Iran ha avuto modo di sperimentare.

Tuttavia, vine spesso ignorato il fatto che altri paesi, oltre gli Stati Uniti, si servono della loro posizione di preminenza. Si prenda la Gran Bretagna, in cui si trova il più grande centro bancario internazionale, sede del 40 percento delle operazioni valutarie mondiali e di quasi la metà degli scambi in derivati legati ai tassi d’interesse. Nonostante un enorme deficit commerciale internazionale, con importazioni di beni che, nel 2014, superavano le esportazioni di oltre 120 miliardi di dollari, i servizi finanziari netti ed i proventi assicurativi del paese hanno coperto quasi la meta del divario. Il sistema bancario britannico ha gestito il resto. Molto dopo i giorni dell’impero, quando le colonie agevolavano il finanziamento dell’istituzione del welfare britannico, tramite prestiti forzosi e la fornitura di materie prime al Regno Unito alla metà del prezzo mondiale, il sistema finanziario britannico rimane una forza estremamente potente nell’economia mondiale.

La Francia offre un esempio differente del privilegio di un ricco e politicamente influente paese. Le banche francesi erano di gran lunga le più esposte rispetto alla Grecia, allo scoppio della recente crisi di quest’ultima nel 2010 – 50 percento in più delle banche tedesche, nonché 40 percento del totale. Un’esposizione frutto delle incursioni politiche della Francia nell’Europa meridionale, attraverso le quali ha tentato di costruire un contrappeso all’influenza tedesca. Dunque, i politici francesi, compreso un celebre animale da partito come Dominique Strauss-Kahn, ex capo del FMI, hanno agito al fine di ottenere il supporto dei paesi dell’euro per la Grecia, determinato dalle loro quote nella Banca centrale europea. Quelle che apparivano come scelte tecniche, e neutrali, per la responsabilità dell’area euro, erano in realtà un mezzo per ridurre l’esposizione delle banche francesi e, in definitiva, dello stesso stato francese. La Francia aveva una partecipazione del 20 percento della BCE, la meta del 40 percento del debito greco da essa detenuto. Così il fardello di gestire il debito greco è stato scaricato sugli altri membri dell’euro: non solo la Germania, ma più scandalosamente, Italia e Spagna – le quali in precedenza detenevano ben pochi crediti con la Grecia.

Finanza, potere, stato e “riforme”

Di fronte a fatti così significativi, molti oppositori del capitalismo raramente concentrano la propria attenzione sul carattere moribondo di quest’ultimo, invocando per converso politiche di riforma. Un esempio è la richiesta di “nazionalizzare le banche”. I sostenitori della nazionalizzazione sono consapevoli del fatto che, sula scia della crisi, numerosi governi capitalisti hanno già posto sotto controllo statale alcune istituzioni, persino nelle patrie della regolamentazione finanziaria liberale, ovvero gli Stati Uniti e la Gran Bretagna. Negli Stati Uniti si è parlato di porre alcune importanti società finanziarie in una condizione di “conservatorship”, al fine di evitare un termine politicamente troppo connotato. Anche in Gran Bretagna, la parola “nazionalizzazione” è stata evitata, ed il governo ha compiuto un sforzo particolare, nel caso delle banche maggiormente colpite, RBS e Lloyds, per conservare una porzione delle loro azioni in mani private. Tuttavia, lungi dal provare imbarazzo per il fatto che lo stato capitalista abbia accolto le loro richieste, i sostenitori di sinistra della nazionalizzazione affermano che lo stato avrebbe potuto costringere tali banche, così come altre, a reindirizzare le proprie politiche di credito verso lo stimolo dell’industria nazionale, degli investimenti, dell’occupazione e dell’economia in generale.

La fiducia circa i vantaggi della nazionalizzazione è ben più che semplicemente ingenua: essa riflette la visione secondo la quale lo stato capitalista è sorta di arma che può essere sottratta dalle mani dei capitalisti, e quindi usata contro essi a favore delle masse popolari. Dunque, lo stato, con le sue leggi, istituzioni, molteplici strutture  strumenti di influenza e coercizione, finalizzati a supportare lo sfruttamento capitalista, sarebbe passibile di essere reindirizzato in senso progressista, anziché rimanere una macchina che sforna politiche riflesso del potere di classe capitalista.

I sostenitori di un simile punto di vista aggirano la distinzione fondamentale tra il sottrarre il potere alla classe capitalista e l’invocare politiche di riforma, attuate in un quadro che prevede il mantenimento di tale classe al suo posto. In assenza di un cambio di potere, le proposte di riforma vanno incontro al fallimento, le politiche vengono spazzate via e i riformatori vengono cacciati o, più spesso, capitolano alle richieste del mercato. Ancor peggio, questa posizione politica ha sempre alla sua base la logica di pretendere che lo stato  faccia qualcosa per le masse popolari, invece di tentare di organizzarle politicamente perché si prendano ciò di cui necessitano. Al contrario, essa si riduce ad una lamentosa richiesta allo stato capitalista perché assolva i suoi obblighi – i quali, peraltro, non esistono se non nell’immaginazione dei riformatori.

Il potere finanziario nel mondo contemporaneo non è confinato alle banche, né costretto all’interno dei confini nazionali. I valori mobiliari, vengono emessi e negoziati dalle banche, ma lo sono principalmente peer conto delle tante società industriali e commerciali da molti considerate – relativamente – come buone  a confronto dei “cattivi banchieri”. Ma tutte queste aziende sono direttamente interessate, e traggono beneficio, dallo sfruttamento dei lavoratori. Ancora, le principali società capitaliste operano a livello internazionale, spalleggiate dai rispettivi stati, e quelle con base nei paesi più potenti possono servirsi della propria leva finanziaria, attraverso fusione e acquisizione di altre società, al fine di aumentare il proprio potere nel mercato mondiale. Tutto ciò a ben poco a che fare con le banche: ogni genere di società  finanziaria e non è coinvolta in tale processo. Uno studio a dimostrato che appena cinquanta società, in larga parte con sede nelle maggiori potenze, controllano tramite partecipazioni incrociate circa il 40 percento delle attività in un totale di 43.000 società internazionali con sede in 116 paesi. Buona parte di queste 50 erano società finanziarie, ma vi erano anche compagnie di gestione patrimoniale e assicurative: solo una minoranza era costituita da banche.

L’idea secondo la quale le nazionalizzazioni delle banche potrebbero rettificare l’economia capitalistica, o essere utilizzate come rivendicazione progressista, è ridicola. È un’idea fondata su un’illusione socialdemocratica nazionale, la quale troppo di frequente si trasforma in supporto politico per lo stato nazionale che “protegge” l’economia interna contro le politiche “scorrette” degli altri paesi. Di recente, in Gran Bretagna, la perdita di posti di lavoro nell’industria dell’acciaio, dovuta ad un declino nel mercato mondiale, ha portato a richieste, provenienti dall’intero arco politico, affinché lo stato britannico agisca contro le importazioni a buon mercato di acciaio cinese. Ciò ha reso la difesa dei posti di lavoro, e dei livelli di sussistenza, dipendente dall’azione statale contro un altro paese, invece di mostrare come la perdita di posti di lavoro derivi da un sistema capitalista di produzione sorpassato e disfunzionale. Ancora peggio, la naturale opposizione alle conseguenze del capitalismo, di cui i lavoratori sono portatori, diventa una richiesta rivolta allo stato, affinché difenda la versione nazionale del capitalismo contro quella di altri paesi. Il che appare ancor più ingenuo in Gran Bretagna, dove le politiche del governo consistono nell’espandere gli accordi con la Cina, sia per finanziare progetti energetici e infrastrutturali di cui i capitalisti locali non vogliono farsi carico, sia per aprire alle transazioni finanziarie col paese asiatico al fine di incrementare i proventi dell’imperialismo britannico.

Una condizione preliminare perché il controllo delle banche sia una misura progressiva, è che le forze anti capitalistiche prendano il potere politico per compiere tale lavoro, ovvero facciano la rivoluzione. Si tratta di un’eventualità a cui troppi radicali britannici non vogliono neanche accennare, poiché forse la sua probabilità si è assai ridotta a fronte di una lunga, talvolta penosa, esperienza. In ogni caso, da quando nazionalizzare qualcosa è “socialista”, se si esclude il punto di vista, orientato dallo stato capitalista, del Partito laburista britannico?

Tony Norfield ha un dottorato in economia presso la SOAS, University of London. Ha pubblicato articoli sul sistema finanziario e l’economia mondiale contemporanei in numerosi libri e riviste. Il suo volume,  The City: London and the Global Power of Finance, è stato pubblica da Verso nel’aprile del 2016. Inoltre, tiene il blog economicsofimperialism.blogspot.com

Link all’articolo originale in inglese Salvage

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...