Un nazionalismo vestito di rosso

Grant Evans e Kelvin Rowley analizzano lo sviluppo dei movimenti comunisti in Vietnam, Laos e Cambogia e replicano alle affermazioni degli analisti occidentali, i quali hanno visto i conflitti fra questi tre paesi, successivi al 1975, come espressione di antagonismi “tradizionali”.

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Soldati del Pathet Lao, Vientiane, 1973. Wikimedia Commons.

Pubblicato per la prima volta nel 1984 e rivisto nel 1990, il libro di Grant Evans e Kelvin Rowley, Red Brotherhood at War: Vietnam, Cambodia and laos since 1975, esplora le cause dietro la guerra inter-comunista in Asia seguita alle riuscite rivoluzioni in Vietnam, Laos e Cambogia

A detta di alcuni, tali eventi esprimevano la fine delle idee basate sull’internazionalismo socialista. Il New York Times pubblicava un editoriale intitolato “La fratellanza rossa in guerra”, nel quale annunciava con esultanza: “Questa settimana cantavano ‘L’internazionale’ in ogni angolo dei campi di battaglia asiatici, mentre seppellivano le speranze dei padri comunisti insieme ai corpi dei loro figli”. Le “speranze dei padri comunisti” potevano essere sintetizzate, dato che la guerra era causata dall’imperialismo capitalista, nel’auspicio che il socialismo internazionale avrebbe portato la pace. Questi ideali si ritrovano ora sconvolti dai nuovi conflitti che attraversano l’Indocina. Non c’è da sorprendersi se molti nella sinistra occidentale sono stati colti da confusione e disorientamento di fronte a simili sviluppi. 

I tardi anni Settanta son stati l’epoca di quella che Fred Halliday ha definito Seconda guerra fredda. Ovunque in Europa, era la destra ad essere in ascesa, sia politicamente che intellettualmente. Inevitabilmente, le percezioni degli sviluppi in Indocina venivano in larga parte osservate attraverso le lenti dell’anticomunismo militante. Gli anticomunisti vedevano Mosca come l’origine di ogni male, additando la guerra tra Vietnam e Kampuchea Democratica come la prova della natura brutale ed espansionista dell'”internazionalismo socialista” sovietico. Il che forniva anche una legittimazione retrospettiva all’intervento statunitense in Vietnam.

Eppure, tale punto di vista garantiva ai propri sostenitori più una soddisfazione di tipo emozionale che una vera e propria comprensione degli eventi. Vi era tutta una serie di fatti scomodi che non collimavano, ma lo stato d’animo dell’epoca era tale da farli passare generalmente inosservati. Nel loro zelo sconsiderato, gli anticomunisti militanti si imbarcavano in un’aperta alleanza col comunismo di Deng Xiaoping, ed in una assai più furtiva con quello di Pol Pot, contro il comunismo vietnamita. 

I liberali si lasciarono portare dalla corrente intellettuale prevalente, come si può constatare comparando i due libri sulla Cambogia scritti da William Shawcross (il primo pubblicato nel 1979, il secondo nel 1984).

Nell’estratto che segue, Evans e Rowley, guardano allo sviluppo dei movimenti comunisti nei tre paesi in questione, replicando alle affermazioni degli analisti occidentali, i quali hanno visto i conflitti fra i tre paesi in questione come espressione di antagonismi “tradizionali”.

Il nuovo ciclo di guerre in Indocina, successivo al 1975, è comunemente oggetto in occidente di due spiegazioni. La prima, avanzata in particolare dalla destra negli Stati Uniti, lo associa all’aggressivo “internazionalismo” dei comunisti vietnamiti e al fallimento dell’intervento statunitense. Secondo i sostenitori di tale tesi, non appena conquistato il Vietnam del Sud, i comunisti hanno rivoto le proprie energie all’assoggettamento dei vicini Laos e Cambogia, senza alcun dubbio per conto di Mosca. Gli USA, paralizzati da un mal riposto senso di colpa, sono rimasti inerti, senza far nulla per salvare le ultime vittime in ordine di tempo dell’aggressione comunista.

Ben pochi esperti di Indocina concorderebbero nell’affermare che le cose siano state così semplici, e per conto nostro dimostreremo quanto una simile interpretazione sia errata nel capitolo 2. In questo capitolo, invece, concentreremo l’attenzione sulla seconda spiegazione, la quale è di gran lunga più influente tra gli specialisti della regione ed i commentatori liberali occidentali. In essa i nuovi conflitti vengono spiegati in termini di trionfo di antichi e radicati antagonismi sui legami ideologici della solidarietà internazionalista e comunista.

Una simile interpretazione ha senza dubbio un qualche fondamento nella retorica degli stessi antagonisti, i quali non hanno esitato nel rintracciare un antico lignaggio per dispute contemporanee. Nel settembre del 1978, il regime di Pol Pot produceva un Libro nero, in cui si dipingeva il presente conflitto come il culmine di cinque secoli di lotta dei Khmer contro l’implacabile espansionismo vietnamita. Quasi del tutto esente dalla retorica marxista-leninista, esso spiegava il conflitto in termini puramente nazionalisti – o meglio, essenzialmente razzisti. Secondo il Libro nero, era nella più “profonda natura” del Vietnam l’essere un “aggressore e un annessionista avido del territorio di altri popoli”. Ciò veniva respinto con indignazione da Hanoi e bollato come “rozza falsificazione” della storia,  e tuttavia, di fronte all’invasione cinese del febbraio 1979, i vertici vietnamiti rispondevano invocando, certo in termini meno rozzi ma chiaramente analoghi, i “duemila anni di lotta contro la dominazione cinese”.

Antiche tradizioni o trasformazione coloniale?

Tale linea interpretativa viene accolta da numerosi commentatori altrimenti raramente in accordo con i comunisti. Ad esempio, Elizabeth Becker, commentatrice di punta americana sulla Cambogia, vede la guerra tra Vietnam e regime di Pol Pot come il risultato di antagonismi culturali, radicati nelle origini “indiche” dello stato cambogiano e in quelle “sinitiche” dello stato vietnamita. Il confine cambogiano-vietnamita diviene così “una delle più grandi linee divisorie culturali dell’Asia, segnante la frontiera tra le due grandi culture asiatiche, la Cina e l’India”. Una divisione, questa, che viene comparata a quella tra “l’artistica cultura latina” ed il “temperamento industrioso nordico”, presunta esistere presso il confine franco-tedesco [1].

La Becker prosegue nell’illustrare questa tesi discutendo questioni come l’abbigliamento, la cucina e le danze khmer. Ma non tenta di argomentare che i vietnamiti hanno invaso la Cambogia nel 1979 perché volevano fermare un festaiolo Pol Pot intento a godersi le sue danze. In verità, non è in grado di stabilire alcuna connessione tra i fattori culturali da lei elencati e lo scoppio della guerra. Invece, le analogie che traccia con l’Europa mostrano sicuramente quanto superficiale e forzata sia una simile linea di ragionamento. Nessuno storico serio, diciamo per esempio, delle origini della Seconda guerra mondiale, ha mai perso tempo a pontificare a proposito dello scontro tra i temperamenti “artistico ed industrioso” in Alsazia-Lorena. Semmai si è ritenuto ben più utile analizzare i problemi, le ambizioni e l’agire dei governi dell’epoca.

Milton Osborne ha presentato una versione ben più mirata e persuasiva della tesi dello scontro di civiltà. La Cambogia è un antico impero che nel corso dei secoli si è visto schiacciato dall’espansione degli stati ad est (Vietnam) e ad ovest (Tailandia). Essendo quest’ultima anch’essa uno stato “indico”, la sconfitta per mano tailandese non ha portato alcun cambiamento reale nel sistema politico cambogiano. I cambogiani, pertanto, non ritenevano i tailandesi come irriducibili nemici. Ma la sconfitta per mano vietnamita significava l’imposizione di un sistema di governo fondamentalmente alieno. Così argomenta osborne:

Le differenze tra queste culture avevano implicazioni assai concrete. Nel momento in cui i vietnamiti assorbirono il territorio cambogiano, essi cercarono di trasformarlo in qualcosa vicino ad uno “standard” vietnamita. Un tentativo compiuto tramite l’istituzione di confini chiaramente demarcati. I cambogiani, persino nei momenti storici di maggiore potenza, non avevano mai pensato in simili termini, lo stesso vale per i tailandesi. Da entrambi, quali beneficiari delle idee indiane in materia di stato, le frontiere erano considerate come porose e mutevoli, e le nuove popolazioni che potevano passare sotto il controllo dello stato, come esito di conquista, non venivano necessariamente plasmate in una qualche pallida imitazione dei conquistatori [2].

I metodi di governo alieni imposti dalla conquista vietnamita significavano che i Khmer vedevano i vietnamiti, in contrasto con l’atteggiamento nei confronti dei tailandesi, “fondamentalmente ed irrimediabilmente come nemici razziali”. Secondo Osborne, sarebbe proprio tale conflitto tradizionale, profondamente radicato, ad essere riemerso dopo il 1975, distruggendo la solidarietà comunista. Con l”invasione vietnamita del 9178, il governo di Pol Pot toccava con mano “la prova definitiva della tradizionale paura dei propri connazionali” rispetto ai vietnamiti.

Tuttavia, anche anche questa versione presenta dei gravi problemi. A dispetto della loro cultura comune, come Khien Theeravit,  della Bangkok’s Chulalongkorn University, ha fatto notare, “i regni siamese e khmer sono stati non di rado in guerra tra di loro” [3]. Inoltre, osserva ancora Khien, quando i tailandesi ed Khmer si trovavano in guerra  “non osservavano certo regole di guerra. Nella condotta di quest’ultima, il più delle volte, dimostravano ferocia”. Gli eserciti saccheggiavano e depredavano i villaggi. I vincitori giustiziavano i re sconfitti, massacravano i loro seguaci, ne mettevano al sacco le capitali e riducevano in schiavitù i loro sudditi [4].

L’impero cambogiano ha ceduto più territorio ai tailandesi che ai vietnamiti – un fatto, questo, ben noto e foriero di risentimento per molti nazionalisti cambogiani contemporanei (sebbene quelli alleati coi tailandesi contro i vietnamiti trovino più opportuno non soffermarvisi). Lo stesso vale per il Laos, malgrado le assai celebrate somiglianze culturali, nonostante la grande minaccia militare del Regno tailandese – il suo vero “nemico storico” – è sempre stato una altro regno buddista, ovvero la Birmania.

Riguardo ai cosiddetti “miti regni buddisti” dell’Asia sono stati scritti enormi cumuli di sciocchezze romantiche. Se più osservatori fossero stati a conoscenza del reale dato storico, si sarebbero trovati meglio preparati riguardo a ciò che è accaduto quando la Cambogia è andata in pezzi negli anni Settanta. Ma per il momento, il punto rilevante è che riteniamo improbabile che i Khmer trovassero più congeniale essere saccheggiati, depredati o giustiziati dai tailandesi, rispetto al soffrire le stesse azioni per mano vietnamita. Sospettiamo, anzi, che la loro aspirazione fosse di esser lasciati in pace, o di essere nella posizione di quelli che saccheggiano, depredano e giustiziano. Quanto alle tecniche di amministrazione, è assai più probabile che preoccupino i funzionari che i contadini.

Il nazionalismo anti vietnamita khmer è un prodotto dell’epoca coloniale, piuttosto che di “animosità tradizionali” risalenti all’antichità. Come ha  notato Benedict Anderson, vi è un’evidente contraddizione tra “l’oggettiva modernità” delle nazioni e la loro “soggettiva antichità” agli occhi dei nazionalisti [5]. Osborne è nel giusto quando sostiene che in epoca pre-coloniale i confini degli stati cambogiano e tailandese erano “porosi e mutevoli”. Ma ciò non dipendeva dal loro essere “beneficiari delle idee indiane in materia di stato”, in contrasto coi vietnamiti ed i cinesi. In entrambi i casi, lo stato era fondato sulla capacità dei governanti di imporre obbedienza e lealtà ai sudditi, anziché sulla sovranità su di un territorio fisso. I domini di stati potenti erano separati da “zone di frontiera” dalle fedeltà deboli ed  incerte, piuttosto che da confini nazionali ben definiti. Quest’ultimo è un concetto importato dagli europei in epoca coloniale, nel tentativo di imporre una razionalità burocratico-giuridica sulle loro conquiste.

La retorica riguardo al “sacro suolo” della nazione è pertanto caratteristica dei tempi moderni. Nell’Asia pre-coloniale, così come nell’Europa medioevale, era un individuo, e non il suolo, ad essere proclamato “sacro”. In ogni caso, come avremo modo di vedere nel capitolo 4, il regime di Pol Pot non adottava l’approccio, alquanto casuale, alle questioni di confine che ci si potrebbe aspettare da “beneficiari delle idee indiane in materia di stato”. Per di più, le vicissitudini della politica e della guerra in epoca contemporanea semplicemente non coincidono con i modelli permanenti delle differenze culturali. Ad esempio, perché la Cina ha sostenuto la Cambogia “indica” contro il Vietnam “sinitico” nel conflitto del 1977-78? Per rispondere ad un simile interrogativo, è necessario analizzare la congiuntura politica moderna, non le culture tradizionali.

Le risposte basate su queste ultime, generalmente, intendono la “tradizione” come una sorta di deus ex machina storico, il quale spiegherebbe tutto senza aver bisogno di essere a sua volta spiegato. Tuttavia, la cultura tradizionale non è un’emanazione di misteriosi istinti razziali, bensì il prodotto di esperienze storiche ed istituzioni concrete. Essa è sostenuta da costanti sforzi, e serve gli interessi di specifici gruppi.

Questo punto generale è stato chiarito nel miglior modo possibile da Barrington Moore:

Il presupposto dell’inerzia, per cui la continuità culturale e sociale non richiederebbe d’essere spiegata, trascura il fatto che entrambe debbono essere ricreate di nuovo ogni generazione, e spesso con grande pena e sofferenza. Per mantenere e trasmettere un sistema di valori gli esseri umani vengono spinti, tiranneggiati, mandati in galera, gettati in campi di concentramento, adulati, corrotti, trasformati in eroi, incoraggiati a leggere i giornali, messi contro un muro e fucilati, e a volte vengono persino sottoposti a un corso di sociologia. Parlare di inerzia culturale significa non accorgersi degli interessi concreti e dei privilegi che sonno in giuoco nel complicato processo di indottrinamento, di educazione, di trasmissione cioè di una cultura da una generazione all’altra… Non possiamo certo fare a meno di comprendere la concezione  che la gente si forma del mondo circostante e il modo in cui desidera o non desidera operare sulla realtà che constata intorno a sé. Ma staccare questa idea dal modo come la gente se la forma, porla al di fuori del contesto storico e elevarla al rango di fattore causale indipendente, significa che il presunto ricercatore imparziale soccombe alle giustificazioni avanzate dai gruppi dominanti a giustificazione della propria condotta più brutale. Questo, io temo, è esattamente quello che oggi fa una gran parte della scienza sociale.

Queste osservazioni sono particolarmente rilevanti nei casi in cui la “tradizione” viene evocata al fine di spiegare il comportamento della cerchia di Pol pot. E tuttavia, tale interpretazione rimane popolare. Essa fa leva sulla convinzione comune secondo la quale le “nazioni” sono comunità politiche “naturali” (probabilmente basate sulla razza o sulla cultura tradizionale) estremamente antiche, aspiranti ud una qualche forma di espressione politica. Tutto ciò nega il fatto che nell’Europa pre-moderna, così come altrove, le “nazioni” in senso contemporaneo non esistevano affatto. Gli affari di stato erano dominio esclusivo di un’aristocrazia dominante, e le masse popolari erano totalmente escluse dalla “comunità politica”. Esse erano costituite da sudditi, non da cittadini. È solo con l’avvio di quei profondi e rapidi cambiamenti, genericamente sintetizzati nel termine “modernizzazione”, che la fede nel principio di nazionalità prende piede in Europa. Come sostenuto da Hans Kohn: “il moderno nazionalismo ha le sue origini nel XVII e XVIII secolo, nell’Europa nord-occidentale e nei suoi insediamenti americani… divenendo un movimento europeo generale nel XIX secolo” [7]. E, nel XX secolo, esso si è diffuso nel mondo non europeo, in gran parte quale risultato della distruzione dei tradizionali sistemi di domino politico, in conseguenza dell’espansione europea.

Le nazioni sono comunità politiche costruite storicamente da movimenti nazionalisti di successo. Vi sono due elementi fondamentali che compongono tale processo. Il primo è la creazione di uno stato moderno – un potere sovrano con una burocrazia centralizzata, leggi uniformi ed impersonali ed il monopolio del legittimo ricorso alla forza – che governi su un territorio ed una popolazione rigorosamente definiti dalla legge. Il secondo elemento consiste nell’incorporazione delle classi inferiori all’interno di questo sistema di dominio politico. Tutto ciò è facilitato da una lingua ed una cultura comuni (i quali possono essere talvolta associati a comuni caratteristiche razziali). Ma questi ingredienti non sono né necessari né sufficienti – “le nazioni attualmente esistenti” sono state modellate tanto dall’opportunità politica quanto dalle formule teoriche.

Andrebbe aggiunto che i cambiamenti nazionalisti possono giungere “dall’alto”, laddove i governanti adattano e riformano gli stati esistenti, o “dal basso”, laddove forze rivoluzionarie mobilitano la popolazione a sostegno delle proprie lotte per creare un nuovo stato. Come vedremo nel caso delle tre nazioni dell’Indocina, la disintegrazione di un sistema tradizionale di dominio potrebbe avere come esito in entrambi i processi simultaneamente. Il risultato sono dei nazionalismi in competizione. Il nazionalismo, dunque, emerge non dal tradizionalismo, bensì dalla disintegrazione di quest’ultimo. Le argomentazioni e le interpretazioni basate su concetti quali “l’antichità delle nazioni”, assecondano meramente la mitologia del moderno nazionalismo, quelle mitologie attraverso le quali i governanti degli stati-nazione cercano di ottenere legittimazione e mobilitare il supporto popolare. Non esiste qualcosa come il “vero nazionalismo” ed il “falso nazionalismo” – sebbene tali pretese siano i dispositivi retorici favoriti fra i propagandisti politici di ogni parte. La realtà consiste solo di vari nazionalismi i n conflitto, alcuni dei quali emergono vittoriosi, mentre altri risultano fallimentari.

I nazionalisti vincitori, di norma, amano leggere la storia scritta in termini che mostrino la giustezza ed inevitabilità della loro vittoria, nonché la correttezza della loro linea politica: in breve, il nazionalismo riuscito utilizza la storia come mito di legittimazione. Sfortunatamente, molti studi contemporanei sono dedicati ad elaborare tale mitologia anziché ad analizzare l”anatomia della politica nazionalista. Tuttavia, il presente indocinese è condizionato dal passato, e una buona consapevolezza del retroterra storico è fondamentale al fine di districare l’intricata rete degli eventi succedutisi a partire dal 1975.

Il nocciolo della spiegazione della guerra tra Vietnam e Cambogia in termini di “animosità storiche” consiste nell’assunto per cui i conflitti dell’epoca post-coloniale sono una ripresa delle rivalità tra gli stati tradizionali dell’Indocina pre-moderna. Non vi è dubbio che Angkor (l’antica Cambogia), Champa (in quello che, più recentemente, è il Sud Vietnam) e Lane Xang (attualmente Laos e Thailandia nord occidentale) siano stati fra le principali vittime di tali conflitti. Né ci sono ragioni per contestare che lo stato vietnamita si sia affermato come uno dei partecipanti di questa vicenda.

Un’affermazione riflesso della superiore abilità, da parte dello stato burocratico e centralizzato del Vietnam, nel valutare e mobilitare le risorse. Presumibilmente, è proprio all’applicazione di norme burocratico-giuridiche che si riferisce Osborne quando parla di trasformazione dei territori conquistati sulla base di uno “standard” vietnamita. Negli stati di tipo cosiddetto “indico”, l’autorità politica era, per usare la terminologia di Max Weber, di natura patrimoniale anziché burocratica. Per quanto legittimata dai costumi e dalla religione (il buddismo therevada), l’autorità veniva esercitata da dignitari, la cui posizione dipendeva completamente dal favore personale di un monarca autocratico. L’autorità sui subordinati era, in linea di principio, arbitraria ad ogni livello, sebbene nella pratica fosse vincolata dal rispetto delle consuetudini. Il sistema nel suo complesso era tenuto insieme da catene di rapporti clientelari.

Il segno più tangibile del successo dello stato vietnamita è stata la “grande marcia verso sud”, iniziata nel XV secolo. Un movimento esito della combinazione di migrazioni contadine, accelerate dalla pressione della popolazione nel cuore della civiltà vietnamita, il delta del Fiume Rosso, oltreché della forza superiore dello stato confuciano. Entro il XVII secolo i vietnamiti avevano distrutto il Regno di Champa – con l’aiuto, va notato, dei cambogiani, i quali inoltre beneficiarono della distruzione dello stato Cham. Sulla scia di tutto ciò, gli insediamenti vietnamiti iniziarono ad addentrarsi nel basso delta del Mekong, allora un’area scarsamente popolata dell’Impero cambogiano.

Molti commentatori dimenticano di menzionare che a fare da contrappunto all’espansione vietnamita ad est vi era l’ascesa del Regno di Thailandia ad ovest.  Anche se Champa perse principalmente a favore dei vietnamiti, sia Angkor che Lane Xang cedettero più territorio ai tailandesi. Così, nel momento in cui produceva un Libro bianco sulle relazioni tra Thailandia e Cambogia, nel 1983, il governo di Heng Semrin era in grado di presentare una cronaca degli “atti espansionisti” da parte tailandese altrettanto valida e impressionante di quella creata da Pol Pot al fine di incriminare i vietnamiti. Simili cronache di aggressioni passate sono assai utili allo scopo di mobilitare l’indignazione nazionalista, ma sono del tutto inservibili per spiegare i conflitti contemporanei.

Alla fine del XVIII secolo sia la Cambogia che il Laos erano ridotti a “stati tributari”, subordinati al Vietnam e alla Thailandia. Come risultato di ciò, specialmente quando il regno di un monarca si avvicinava alla conclusione, principi ambiziosi cercavano di rafforzare la propria posizione cercando il patrocinio tailandese o vietnamita. Negli anni Quaranta del XVIII secolo, il monarca tailandese Rama III, così descriveva le conseguenze di tale situazione: “i cambogiani, in materia di successione, lottano in continuazione tra di loro. Gli sconfitti finiscono per richiedere aiuto ad uno stato vicino; il vincitore si ritrova allora a doversi rivolgere ad un altro per rinforzi” [9].

Ne risultava un ciclo distruttivo di intrighi di corte ed interventi stranieri – in cui il tentativo dei singoli partecipanti al gioco del potere di migliorare la propria condizione individuale indeboliva ulteriormente lo stato nel suo complesso. Alla luce di simili mutevoli alleanze, l’affermazione secondo la quale, nella regione, allineamenti tradizionali hanno creato “nemici tradizionali” (o “alleati tradizionali”) non regge ad un serio esame.

Il ciclo sopra descritto ha avuto il maggiore impatto sulle aree pianeggianti, relativamente accessibili, della regione. Alla meta del XIX secolo il Regno cambogiano era in un tale stato di declino che molti osservatori ritenevano il suo smembramento, da parte tailandese e vietnamita, inevitabile. Il Regno del Laos aveva di fatto perso tutte le sue terre pianeggianti in favore dei tailandesi. Costretto nell’entroterra montuoso, era ormai poco più di un raggruppamento, debolmente connesso, di principati, la cui sopravvivenza era dovuta più all’isolamento che alla capacità politica.

Tali sviluppi dell’era pre-coloniale hanno sicuramente agevolato quelli più recenti. Tuttavia, lo sviluppo di maggiore importanza nella formazione dell’Indocina moderna è stato l’esperienza del colonialismo europeo, piuttosto che quella precedente. È stato il dominio francese ad aver infine sconvolto i tradizionali modelli politici in Vietnam, Laos e Cambogia. I Francesi smembrarono il Vietnam (in Cocincina, Annam e Tonchino) congiungendolo al Laos e alla Cambogia. L’impero che ne  risultò – la “Federazione indocinese” francese, non aveva precedenti nelle tradizionali istituzioni politiche della regione.

Il dominio francese portò anche a rilevanti trasformazioni nella società indocinese. Una volta ragionevolmente assicurato il proprio controllo – nel primo decennio del XX secolo – i francesi si imbarcarono in un programma di “sfruttamento razionale” delle colonie, il quale avrebbe scaldato il cuore di qualsiasi esponente della nuova destra degli anni Ottanta. Essi diffondevano una retorica da “fardello dell’uomo bianco”, in favore di un approccio basato sul principio del chi usa paga e orientato alle esportazioni. Nelle colonie, i “razionalisti economici” dell’epoca, non sentivano alcun obbligo di assecondare sproloqui circa il benessere popolare, fastidiosamente persistenti nella metropoli (dove l’uomo comune, ma non la donna, aveva ottenuto il diritto di voto). Il risultato fu lo sviluppo delle colonie, ma di un tipo tale da provocare la rivolta tra le sue vittime.

Il cambiamento fondamentale consistette nella commercializzazione dell’agricoltura: sotto dominio francese, il Delta del Mekong diveniva un’importante esportatore di riso. Il capitale francese si riversava nella regione anche per stabilirvi piantagioni, miniere e ferrovie. Dalle statistiche disponibili, sembrerebbe emergere chiaramente un’accelerazione dello sviluppo economico sotto il governo francese; tuttavia, si è trattato di un processo a dir poco asimmetrico, i cui benefici sono stati distribuiti in maniera assai ineguale. Poco, per non dire niente, filtrava verso la gente comune – i contadini e i coolie vietnamiti erano tra i più poveri dell’Asia – ma una classe media commerciale cresceva nelle città principali, specialmente Saigon. Una classe operaia, numericamente ridotta, concentrata nei centri urbani, nelle piantagioni e nelle miniere, emergeva anch’essa [10].

L’impatto dell’imperialismo francese fu straordinariamente diseguale dal punto di vista geografico. Lo sviluppo si concentrava in Vietnam, provocando immensi mutamenti, laddove le tradizionali strutture sociali e politiche dell Cambogia rimanevano fondamentalmente intatte, ed il Laos veniva abbandonato alla stagnazione, con poco più di un centinaio di funzionari francesi (in Vietnam erano migliaia).

Il colonialismo francese in Vietnam distrusse il tradizionale sistema di dominio confuciano. Sebbene il sistema di esami confuciano venisse lasciato sopravvivere sino al 1919, quale via alternativa per l’ingresso nella burocrazia, i francesi introdussero rapidamente il loro sistema occidentale per formare i funzionari vietnamiti. Inutile aggiungere che venissero affidati loro i compiti più umili, sotto gli occhi vigili dei superiori francesi.

Sia la Cambogia che il Laos erano stati acquisti dai francesi per motivi innanzitutto strategici. Entrambi divennero “protettorati”, finalizzati a fare da cuscinetto, a protezione delle ben più preziose provincie costiere dell’Indocina francese dalle potenze ostili. I francesi erano inoltre in competizione con i britannici per una rotta meridionale verso la Cina, che speravano di ottenere tramite il controllo della valle del Mekong. Tutto ciò li poneva, inevitabilmente, in conflitto coi tailandesi, oltraggiati dalla perdita della loro influenza su Cambogia e Laos, nonché afflitti dal successo dei francesi nel ridurre le conquiste territoriali ottenute dalla Thailandia in tempi più felici. Ma il re tailandese subiva anche forti pressioni ad ovest, da parte dei britannici, non mancando di spendere tutta la propria abilità per porre questi ultimi contro i francesi, così da evitare una completa annessione del proprio regno.

La Thailandia perse territorio sia in favore dei britannici che dei francesi. Gli ideologi nazionalisti avrebbero in seguito presentato tale sconfitta su due fonti come una vittoria. In termini relativi non avevano tutti i torti. La Thailandia è passata attraverso l’epoca coloniale come stato indipendente, il solo paese della regione ad esservi riuscito. In Cambogia le tradizionali strutture sociali e politiche erano ancora largamente intatte nel 1945. Il diritto al possesso privato della terra venne stabilito, tuttavia la penetrazione commerciale francese era limitata. Le piantagioni di caucciù vennero installate nell’est del paese, ma i francesi preferivano farlo lavorare ai coolie vietnamiti. Essi ricorrevano ancora ai vietnamiti come personale della loro burocrazia coloniale. D’altra parte fecero ben poco per fornire ai Khmer una formazione di tipo occidentale. Di conseguenza, al contrario del Vietnam, non vi sarà praticamente classe operaia e intellighenzia indigene sino agli anni Trenta.

In Vietnam la conquista francese aveva smembrato uno stato potente, apparentemente in una fase di ascesa a livello regionale. In Cambogia, invece, venne proclamato un protettorato su un regno ormai già in declino. La posizione della monarchia tradizionale, probabilmente, subì in entrambi i paesi le conseguenze di tutto ciò. Ma il colpo fu assai più duro in Vietnam. I nazionalisti vietnamiti si sarebbero ben presto rivoltati contro un umiliato imperatore, ritenuto un “burattino” della Francia. In Cambogia il tradizionale monarca sopravviveva quale sminuito, ma credibile, centro della vita politica. Con lo svilupparsi del nazionalismo in Vietnam, i suoi quadri non nutrivano dubbi sulla responsabilità dei francesi riguardo all’umiliazione nazionale.

Le loro controparti cambogiane assunsero sin dall’inizio una posizione più ambigua, sia riguardo alla monarchia che ai francesi. Esse avviarono una riflessione non solo sull’umiliazione inferta al loro re dai francesi, ma anche sulle perdite subite dalla Cambogia per mano dei suoi vicini prima dell’intervento francese. Il dominio francese ebbe un impatto ancor minore sulla vita del Laos. Dopo lo smembramento del Lane-Xang, il Laos era divenuto una vera e propria confederazione di piccoli principati, nei quali il potere politico era detenuto da famiglie dell’aristocrazia regionale. Il monarca, stanziato nella capitale reale di Luang Prabang, esercitava un ben limitato potere politico; significativamente, i francesi stabilirono la propria capitale amministrativa altrove, ovvero a Vientiane. La realtà contadina venne a malapena toccata. Solo un pugno di aristocratici laotiani ricevette una formazione francese. La principale spina nel fianco dei francesi, nel Laos coloniale, era costituita dalle litigiose tribù collinari, le quali respinsero i tentativi dei primi di sottoporle al controllo delle autorità delle aree pianeggianti.

Il dominio francese pose fine anche all’egemonia cinese sugli stati dell’Indocina. Di fronte all’annessione francese, Tu Duc, l’ultimo sovrano tradizionale del Vietnam (più precisamente della sua sopravvissuta parte settentrionale, il Tonchino) si rivolgeva sempre di più verso i cinesi al fine di ottenere sostegno. Tuttavia, nel momento in cui, in linea con una lunga serie di precedenti, inviava una missione formale di tributo a Pechino, nel 1880, i francesi vi scorgevano un intollerabile atto di sfida, usandolo come scusa per la conquista del tonchino. Nel 1885 i francesi forzavano i vietnamiti a sciogliere il sigillo d’investitura garantito dagli imperatori cinesi ai sovrani del Vietnam. In segno di protesta i cinesi davano inizio ad un’invasione, uscendone rapidamente sconfitti, e nel 1885 firmavano un trattato con la Francia, in base al quale rinunciavano formalmente alla sovranità sul Vietnam. Quello appena descritto ha rappresentato un drammatico esempio del più generale processo attraverso il quale l’imperialismo europeo ha sconvolto il tradizionale modello sinocentrico di rapporti tra gli stati del Sud-est asiatico.

I molteplici confini dell’Indocina ricevettero per la prima volta una precisa demarcazione legale quale esito dell’asserzione del potere francese. I confini di Laos e Cambogia con la Thailandia vennero determinati in una serie di trattati tra francesi e tailandesi, stipulati fa il 1867 ed il 1925. Quelli tra Cina, Vietnam e Laos venero definiti durante i negoziati sino-francesi negli anni Ottanta e Novanta dell’Ottocento. Dall’altra parte, i confini tra Laos, Vietnam e Cambogia vennero decisi semplicemente come suddivisioni amministrative interne all’Indocina francese, e aggiustati per convenienze ufficiali in svariate occasioni; solo dopo la Seconda guerra mondiale venne loro accordato lo status di confini internazionali. Come conseguenza dell’esperienza coloniale, dunque, i paesi dell’Indocina si ritrovarono con frontiere alla cui determinazione nessuno di essi aveva preso parte. Questa si sarebbe rivelata un’eredità esplosiva nell’era dei nazionalismi trionfanti.

Vietnam: anatomia di una rivoluzione nazionalista

Il moderno nazionalismo è emerso nei paesi indocinesi come risposta al dominio coloniale. Il primo e più forte movimento sorse in Vietnam, dove già esisteva quel flebile senso di identità nazionale che può essere definito proto-nazionalismo: e fu qui che l’impatto trasformativo del colonialismo fu maggiore. L’anatomia fondamentale del moderno nazionalismo può dunque essere osservata chiaramente nel caso vietnamita [11].

La resistenza vietnamita al dominio francese attraversò diversi stadi evolutivi. Con alcune variazioni, un modello simile si può reperire in numerosi movimenti nazionalisti. L’opposizione ebbe inizio subito dopo la conquista, come tradizionale movimento realista. I membri delle vecchie classi dirigenti avvertirono maggiormente l’immediato impatto del colonialismo francese, poiché erano loro, e non la gente comune, a sperimentare la spoliazione politica. Molti di essi prefiguravano la salvezza tramite una restaurazione dei pieni poteri del trono vietnamita, una vigorosa riaffermazione dei tradizionali valori confuciani e l’espulsione delle distruttive influenze estere. Dagli anni Sessanta del XIX secolo in poi, i mandarini locali organizzarono una resistenza militare ai francesi in numerose aree del paese. Talvolta riuscirono ad impegnare migliaia di soldati francesi, ma entro il 1895 il movimento era stato fondamentalmente sconfitto.

La seconda fase fu quella dell’occidentalizzazione. Già negli anni Settanta dell’Ottocento, alcuni esponenti delle classi superiori vietnamite rigettavano coscientemente la tradizione confuciana in favore della cultura occidentale. Un a tendenza che venne rafforzata dalla sconfitta dei tradizionalisti, la quale sembrava provare definitivamente la superiorità della civiltà europea. I vietnamiti istruiti si abbeverarono alla cultura occidentale, rivolgendosi ai suoi modelli politici per il futuro del loro stesso paese e, almeno fino al 1914, si sottoposero alla tutela occidentale. Coloro che aspiravano a delle riforme esprimevano le proprie rivendicazioni in termini moderati e deferenti, accettando il calendario deciso dai francesi.

Tale fase ebbe fine con la Prima guerra mondiale. All’interno dell’europa ed oltre essa, la guerra infranse la fiducia nella superiorità della sua civilizzazione, la quale aveva fornito la base intellettuale ed emotiva dell’imperialismo. Dopo la guerra, i riformatori coloniali presero direzioni ben più radicali. In Vietnam, coloro disposti a seguire il calendario stabilito dai francesi erano sempre di meno.

L’opposizione vietnamita al dominio francese entrò nella sua terza fase con la nascita dei moderni movimenti nazionalisti, dopo la Prima guerra mondiale. Questi ultimi erano, inizialmente, fondati su una ristretta base, traendo supporto dalle classi urbane istruite, ed erano profondamente influenzati dagli eventi esterni al Vietnam – non solo la Prima guerra mondiale, ma anche le rivoluzioni Cinese (1910) e Russa (1917). Quest’ultima, in particolare, sembrava offrire una via a coloro che aspiravano ai benefici dell modernizzazione ma si opponevano all’imperialismo. A partire dagli anni Trenta, i due principali gruppi contendentisi la guida del movimento nazionalista vietnamita furono il Vietnam Quoc Dan Dang (VNQDD), modellato sul Guomindang di Chang Kai-shek, in Cina, ed il Partito comunista indocinese (PCI), guidato da Ho Chi Minh, il quale guardava al modello sovietico quale ispirazione politica.

Questo terzo stadio può essere definito come quello del “nazionalismo delle élite”. L’assoggettamento al dominio straniero aveva impiantato l’idea secondo la quale i vietnamiti costituivano un solo popolo, una nazione con un passato ed un destino comuni – un destino che avrebbe dovuto prender nelle proprie mani, anche contro le resistenze francesi, laddove necessario. Greg Lochart ha recentemente sottolineato come il cambiamento linguistico cruciale – da una terminologia indicante il popolo come costituito da “sudditi del re”, ad una che li denotava quali cittadini, nonché dal patriottismo inteso come lealtà alla persona del monarca, alla lealtà verso il popolo – ebbe luogo solo nel XX secolo [12]. Tuttavia, tale idea rimaneva confinata, per il momento, alle classi superiori. In termini di retroterra sociale, vi era poco da scegliere tra i vertici dei nazionalisti comunisti ed anticomunisti. Entrambi provenivano, in larga parte, dai ranghi medio bassi dei funzionari confuciani, istruiti ed occidentalizzati dai francesi, e generalmente impiegati quali funzionari civili minori o insegnanti, prima di divenire agitatori politici di professione. L’abisso sociale tra loro e la maggioranza contadina restava enorme, e di loro seguito di massa era minoritario.

I tentativi da parte di questi gruppi di élite, volti a fare pressioni sui francesi al fine di ottenere l’indipendenza, attraverso la propaganda e la persuasione, fallirono miseramente, ed entro la fine degli anni Venti numerosi dei loro membri erano in prigione. Una volta fallita la via della persuasione, i nazionalisti provarono con la forza, in particolare il VNQDD, il quale si dimostrò abile nel ricorso alle tattiche terroristiche. Ma sinché i movimenti nazionalisti erano sparuti e politicamente isolati, essi potevano essere contrastati efficacemente attraverso la repressione poliziesca. Il nazionalismo vietnamita d’élite, anche laddove ricorreva alla violenza, non rappresentava una seria minaccia al dominio francese in Indocina.

Data l’intransigenza dei francesi, la sola via rimasta ai nazionalisti per sconfiggerli consisteva nel raccogliere un ampio sostegno popolare. Ancora una volta, l’esperienza europea forniva il modello per coloro che volevano rovesciare il dominio europeo. I secoli XIX e XX in Europa avevano visto l’emergere di movimenti politici di massa e la democratizzazione della vita politica. Mentre in precedenza le sole opinioni che contassero in politica erano quelle di vari gruppi delle classi dominanti, ora il punto di vista e gli interessi della gente comune – contadini, classe operaia e classe media – dovevano anch’essi venir presi in considerazione. La democrazia liberale, il comunismo ed il fascismo, sono tutti emersi in europa come risposte differenti a l’ingresso delle masse nel campo politico. E malgrado le loro divergenze, tutti sembravano indicare un punto di importanza centrale – il successo, nella nuova arena della politica di massa, dipendeva nel costruire un efficace organizzazione di partito finalizzata a diffondere un’ideologia che riscuotesse i favori popolari. L’era della politica di massa è stata un’epoca di partiti e ideologie, il che si rivelato vero nelle colonie quanto in Europa.

Per tanto, la quarta fase nello sviluppo del nazionalismo vietnamita consistette nella transizione dal nazionalismo delle élite a l “nazionalismo di massa”. Si trattò di uno stadio di costruzione partitica e mobilitazione popolare contro il dominio coloniale, che ebbe luogo negli anni Trenta e Quaranta, sullo sfondo della Grande depressione e della Seconda guerra mondiale. Si assistette, inoltre, allo svilupparsi di una lotta tra comunisti e non per aggiudicarsi la lealtà popolare.

Gli anticomunisti ottennero un considerevole seguito tra le classi mercantili nelle città portuali, in particolare Saigon, ed i proprietari commercianti che dominavano l’economia rurale della Cocincina, considerata la loro stretta interconnessione con gli interessi mercantili di Saigon. Laddove ebbero successo nell’attrarre non pochi vietnamiti di primo piano tra i loro ranghi, gli anticomunisti rimasero essenzialmente un partito conservatore della minoranza benestante. Il maggiore fallimento fu la quasi totale mancanza di sforzi atti a vincere il supporto dei contadini, la classe più vasta della società vietnamita. Non sarebbe sbagliato descrivere questi gruppi come “nazionalisti borghesi”. Se la loro base era ristretta, essi mancavano anche di un’ideologia coerente e di disciplina organizzativa, fattori necessari del successo nella moderna politica di massa. Le idee politiche dei nazionalisti borghesi si estendevano dalla democrazia liberale al fascismo più esplicito. La maggior parte voleva che i francesi se ne andassero, o che quantomeno lasciassero il potere nelle loro mani, ma al di là di ciò, sostanzialmente, essi volevano cambiare lo status quo il meno possibile. Persino la loro posizione antifrancese venne sottoposta a revisione nel momento in cui il conflitto coi comunisti si intensificò, e a partire dagli anni Cinquanta non pochi tra loro guarderanno ai francesi in cerca di protezione dai comunisti, francesi che, a loro volta, troveranno in essi una congeniale alternativa moderata al comunismo. Ma tale riavvicinamento coi francesi, nel corso della guerra di indipendenza, non fece altro che indebolire ulteriormente le già dubbiose credenziali patriottiche dei nazionalisti borghesi. Questi soffrivano, inoltre, di un cronico settarismo, ed erano incapaci di costruire una stabile organizzazione politica in grado di porre radici durature. Per molti versi, essi non progredirono oltre la politica dilettantistica del nazionalismo elitario degli anni Venti.

I loro rivali comunisti, d’altra parte, riuscirono a compiere questa transizione. Essi ebbero successo nel costruire e mantenere una disciplinata struttura organizzativa, costituita da cellule e branche, la quale collegava efficacemente gli attivisti di base nei villaggi e nelle fabbriche ai vertici nazionali del partito. Per di più, possedevano il vantaggio di un leader dalle straordinarie capacità personali, Ho Chi Minh. E a differenza dello stato confuciano tradizionale, cui spesso è stato paragonata, l’organizzazione comunista riusci a penetrare  i più profondi strati della struttura sociale. I comunisti, inoltre, erano noti per la spietatezza con la quale si occupavano di rivali ed oppositori. Nello stato a cui tale movimento avrebbe eventualmente dato vita, un governo altamente centralizzato sarebbe stato collegato ad una robusta organizzazione di base, il tutto tramite un apparato partitico rigorosamente disciplinato.

I comunisti riscossero un considerevole successo nel mobilitare il supporto della classe lavoratrice. Tuttavia, in termini di composizione sociale, il Partito comunista indocinese non costituiva esattamente il “partito del proletariato” che affermava di essere. La classe operaia industriale rappresentava ancora un gruppo assai minoritario della società vietnamita; ed i  comunisti raggiunsero i loro successi chiave laddove i nazionalisti borghesi avevano fallito, ovvero nelle campagne. Facendo leva sul malcontento agrario – latifondismo, il prestito usuraio, la corruzione e l’abuso di potere da part dei funzionari locali – essi furono in grado di guadagnarsi un seguito tra i contadini in molte aree della campagna vietnamita: mentre in molte altre erano, se non sostenuti, quantomeno temuti e rispettati. Per quanto la classe operaia urbana giocasse un certo ruolo, la rivoluzione comunista in Vietnam fu, di base, una sollevazione contadina organizzata da intellettuali con un retroterra di classe media (talvolta persino aristocratico).

Nei primi anni Trenta il movimento comunista venne travolto dalla repressione poliziesca, e fu il ruolo svolto nella resistenza contro l’occupazione giapponese dell’Indocina, durante la Seconda guerra mondiale, a condurre i comunisti all’avanguardia del movimento nazionalista. Un quadro simile può essere rintracciato in numerosi paesi europei sotto occupazione fascista, col risultato che questo fu il periodo di più rapida crescita nella storia del movimento comunista internazionale. Nel maggio del 1941, il Partito comunista formava il “Vietnam Doc Lap Dong Minh” (Lega per l’indipendenza del Vietnam), meglio noto come Viet Minh, il cui obiettivo consisteva nell’indipendenza del paese, e che diede inizio ad una lotta armata contro i giapponesi – d’altra parte, esso mirava all’espulsione tanto di questi ultimi quanto dei francesi. In quanto più efficace forza anti-giapponese dell’Indocina, nel corso della Seconda guerra mondiale, il Viet Minh si impegnò al fine di ottenere non solo il supporto di altri nazionalisti vietnamiti, ma anche quello della Francia libera e persino dell’American Office of Strategic Services (OSS), il quale ad un certo punto fornì armamenti ad Ho Chi Minh [13].

Quando i giapponesi si arresero nell’agosto del 1945 i lViet Minh prese il potere ad Hanoi, proclamando la Repubblica democratica del Vietnam (RDV). L’imperatore fantoccio sostenuto dai francesi, Bao Dai, accettò di abdicare a favore della RDV. Tuttavia, i francesi non erano disposti ad perdere l’Indocina. Essi ritornarono in forze nel 1946, dando così inizio alla Prima guerra indocinese. I francesi miravano ad assicurarsi l’Indocina, tentando di radunare le forze anticomuniste in Cambogia, Laos e Vietnam, attorno alla loro causa. La guerra tra Francia e Viet Minh, in tal modo, si estese a tutta l’Indocina, sino alla disfatta francese di Dien Bien Puh nel maggio 1954.

I francesi non erano in alcun modo soli nella lotta contro il movimento nazionalista a guida comunista dell’Indocina. Sebbene vi fossero molti vietnamiti che sostenevano il Viet Minh, erano numerosi anche coloro che lo temevano mortalmente. Così, i rimanenti monarchici tradizionali, molti nazionalisti borghesi e cattolici si allinearono al governo, patrocinato dai francesi, di Bao Dai. La “guerra di liberazione nazionale” tra il Viet Minh ed i francesi fu anche, ed in misura significativa, una guerra civile tra vietnamiti di sinistra e di destra; quando i francesi lasciarono l’Indocina tale conflitto non era stato risolto.

I francesi potevano contare su un altro alleato, gli Stati Uniti d’America. Allarmati dal diffondersi dell’influenza comunista in Asia, gli USA ben presto voltarono le spalle al Viet Minh. Subito dopo lo scoppio della Guerra di Corea nel 1950, iniziarono a fornire assistenza militare su larga scala alle forze francesi in Indocina, e da allora, sino al 1954, il Tesoro statunitense pagò l’80 percento dei costi della guerra francese in Indocina.

La battaglia di Dien Bien Puh si svolse contemporaneamente all’inizio di una conferenza internazionale minore tenutasi a Ginevra, con l’obiettivo di risolvere le crisi indocinese e coreana. Tutte le maggiori potenze, compresi USA e Cina comunista vi presero parte. La delegazione del Viet Minh, guidata da Pham Van Dong, era ansiosa di assaggiare i frutti della vittoria, ma venne persuasa ad accettare un compromesso dai suoi alleati sovietici e cinesi. Invece di un estensione dell’autorità della RDV all’intero Vietnam, il Viet Minh accettò il 17° parallelo quale temporanea linea di demarcazione, le sue forze si sarebbero concentrate nel nord, mentre quelle pro-francesi nel sud. Elezioni, per decidere del futuro del paese, si sarebbero dovute tenere entro due anni. Ma nessuna elezione si svolse mai; la riunificazione del Vietnam venne ritardata di vent’anni, e ottenuta solo con la guerra.

La Seconda guerra indocinese

Le origini e la natura di questo secondo conflitto indocinese sono stati spesso fraintesi [14]. Non fu certamente, come sostenuto dal governo USA negli anni Sessanta, un attacco esterno da parte delle forze comuniste allo “stato indipendente del Vietnam del sud”, istituito alla Conferenza di Ginevra, dato che in quell’occasione non venne istituito niente di simile. Sebbene avesse ritirato le proprie forze militari a nord del 17° parallelo, il Viet Minh era un vero e proprio movimento di portata nazionale, e molti dei suoi quadri civili e sostenitori erano rimasti nel sud.

Non si trattò neanche di un’insurrezione popolare contro un governo non rappresentativo e repressivo nel Vietnam del sud, come affermato da numerosi critici liberali dell’America. La sollevazione nel sud non era autonoma, bensì pienamente supportata dal nord comunista. In realtà, la guerra era uno scontro tra i due filoni del nazionalismo sviluppatisi in Vietnam, ovvero, il nazionalismo borghese sotto i francesi, con centro a Saigon, ed il nazionalismo di massa del Viet Minh, il quale aveva stabilito il regime di Hanoi.

Fra il 1954 ed il 1959 i vertici di Hanoi mirarono a forme pacifiche di riunificazione, ma queste vennero respinte dal governo di Saigon. Ciò condusse ad una serie di tensioni con i quadri comunisti del sud, i quali si trovavano a fronteggiare un montante campagna di repressione da parte del governo di Saigon, e spingevano per una politica di opposizione armata. Nel 1959, i vertici di Hanoi decisero di sostenere la lotta armata nel sud. Nel corso del 3° congresso nazionale del Partito dei lavoratori del Vietnam – il nome all’epoca utilizzato dal Partito comunista – svoltosi nel 1960, un certo numero di quadri del sud vennero promossi a posizioni ai vertici. Tra questi vi era Le Duan, il quale sin dal 1957 aveva sostenuto le ragioni del sud riguardo ad un cambiamento di tattica. Egli venne eletto alla posizione cruciale di segretario generale del partito.

Il Fronte di liberazione nazionale del Vietnam del sud (FLN) venne formato nel 1960, con l’obiettivo di guidare la lotta. Organizzazione di fronte popolare, modellata sul Viet Minh, divenne popolare tra i lettori occidentali come Viet Cong. Da questo momento, la lotta nel sud divenne rapidamente un conflitto su vasta scala.

La creazione di uno stato separato nel sud era innanzitutto una strategia statunitense, finalizzata a prevenire il consolidamento delle vittorie comuniste, sia sul campo di battaglia a Dien Bien Puh, che al tavolo dei negoziati a Ginevra. Riconoscendo quanto Bao Dai fosse una figura screditata, gli statunitensi puntarono sul suo ultimo primo ministro, Ngo Dinh Diem. Conservatore cattolico, con un retroterra confuciano, quest’ultimo era un elitista di robuste convinzioni autoritarie. Disprezzava il disordine della democrazia liberale, e rigettava per principio l’idea di un governo basato sui “meri numeri”. “La società”, ebbe a dire a Bernard Fall, “funziona attraverso legami personali tra gli uomini ed i vertici” [15]. Non era certo la figura più adeguata per condurre con successo il nazionalismo borghese nell’era della politica di massa.

Agli esordi, Diem ebbe un sorprendente successo. Nei primi due anni del suo governo, fu in grado di spezzare il potere detenuto dalle sette Cao Dai e Hoa Hao, le quali controllavano buona parte di Saigon e della campagna del sud. In seguito si dedico al ben più difficile compito di eradicare l’infrastruttura del Viet Minh. Nel far ciò, egli si affidò a schietti metodi da stato di polizia, il che gli valse le critiche dei liberali occidentali. Tuttavia, il vero problema di Diem non consisteva nel suo confidare in pratiche dittatoriali – i comunisti vietnamiti non erano certo schizzinosi circa i metodi cui ricorrevano – bensì il fatto che la sua dittatura godeva di una ristretta, e precaria, base di sostegno. Si trattava di una dittatura di cattolici, molti dei quali rifugiati filo-francesi del nord, nel mezzo di una popolazione prevalentemente buddista. Persino all’interno della comunità cattolica, il vero potere era monopolizzato da una cricca familiare. Ancor più importante, esso rimase sempre un regime a base urbana, strettamente legato agli interessi commerciali di Saigon: col passare del tempo, e con buona parte delle campagne ormai nelle mani dell’FLN, divenne sempre più dipendente dal sostegno economico, politico e militare esterno.

Gli statunitensi, nel Vietnam dei primi anni Sessanta, si trovavano di fronte ad un insormontabile dilemma. La loro presenza nel paese era già ben più vistosa di quanto non fosse mai stata quella francese, e la propaganda comunista, ovviamente, sfruttava efficacemente tale fatto per dipingere Diem come un “burattino” dell’imperialismo USA. Intensificare il proprio coinvolgimento avrebbe significato sminuire ulteriormente le credenziali dell'”alternativa nazionalista” al comunismo. Ma nel momento in cui posero Diem alla sua testa, questi diede seguito a politiche basate su interessi talmente ristretti da alienare qualsiasi supporto, spingendo molti verso il campo comunista. Dopo un’ondata di dimostrazioni buddiste contro il regime, Diem, con la collusione degli statunitensi, venne assassinato durante un colpo di stato militare nel 1963. Ma i successivi regimi militari di Saigon non furono mai in grado di andare oltre l’eredità da lui lasciata.

Il rapido deteriorarsi della situazione militare nel Vietnam del sud, dopo la morte di Diem, condusse ad un’escalation del coinvolgimento militare statunitense. Ciò produsse immense distruzione sia nel nord che nel sud del paese, ma non portò alcuna soluzione ai problemi politici fondamentali del regime di Saigon, anzi, contribuì non poco ad aggravarli. La massiccia dipendenza dagli Stati Uniti ne minava la credibilità nazionalista, ed il fiume di dollari che ne derivava diffondeva la corruzione, fiaccando il morale dei sostenitori del governo. L’ascesa dei “PX millionaires”, come ebbe a definirli il presidente Nguyen Cao Ky, trasformò la guerra in una sfacciata impresa privata a vantaggio dei ricchi di Saigon. Di conseguenza, molti di coloro che avevano odiato i comunisti, semplicemente non erano disposti a combattere per il regime del sud, una volta giunto alla sua crisi.

Una crisi che ovviamente non mancò di presentarsi, all’inizio degli anni Settanta. L’illusione secondo la quale la potenza militare USA avrebbe schiacciato i comunisti, portando ad una rapida e facile vittoria andò in frantumi con l’Offensiva del Tet nel 1968 [16]. A seguito di tutto ciò, gli statunitensi iniziarono a negoziare seriamente per un ritiro: avendo minato le credenziali nazionaliste dei propri alleati vietnamiti col loro massiccio intervento, ora puntavano tutto sulla “vietnamizzazione” del conflitto. La presenza USA si ridusse progressivamente, ed un completo ritiro delle loro forze venne negoziato nel 1973 – un accordo definito “pace onorevole” a Washington e “tradimento” a Saigon. Una volta fuori gli statunitensi, il cessate il fuoco nel Vietnam del sud collassava immediatamente, ed agli inizi del 1975 l’intera struttura politico-militare del regime di Saigon veniva polverizzata con tale rapidità e completezza da sorprendere persino gli stessi comunisti [17]. Fondamentalmente, i nazionalisti borghesi di Saigon non furono mai capaci di progredire oltre la politica d’élite degli anni Venti. Nel 1975 vennero infine sopraffatti dal nazionalismo di massa forgiato dal Viet Minh negli anni Quaranta.

Cambogia: monarchici contro repubblicani

In Vietnam, lo sviluppo di un movimento nazionalista moderno come risposta al colonialismo può essere osservato in una forma relativamente “pura”. Esso ha avuto luogo nel corso di un lungo periodo di tempo, e sebbene con qualche sovrapposizione, le sue diverse fasi restano cronologicamente distinte. In Cambogia e Laos, l’impatto del colonialismo fu più blando, ed il moderno nazionalismo emerse più tardi. Nel momento in cui si sviluppò, le differenti fasi del processo apparivano “condensate” insieme, in maniera confusa, e pesantemente influenzate dalle vicende dl Vietnam.

In Cambogia, i francesi si accontentarono inizialmente di proclamare un protettorato sul trono, stabilendo un’amministrazione coloniale scheletrica. Considerato che pochi cambogiani avevano la formazione e le capacità necessarie ad occupare i ranghi della burocrazia coloniale, i francesi fecero affidamento su vietnamiti per riempire tali posizioni. All’inizio del XX secolo avevano già imposto le leggi sulla proprietà e la tassazione francesi, nonché esteso il lavoro di corvée. Ma la Cambogia era comunque periferica nel quadro dell’impresa coloniale francese in Indocina, per tanto i tradizionali modelli di vita ed autorità politica rimasero relativamente indisturbati. La subordinazione alla Francia, probabilmente, ridusse lo status del monarca, ma sino alla Seconda guerra mondiale la vita politica del paese consistette, quasi esclusivamente, di intrighi di corte a Phnom Penh.

Nel 1941, alla morte del re, i francesi insediarono sul trono il giovane principe Norodom Sihanouk. Questi era un bambino timido ed introverso, e dunque presumibilmente influenzabile da parte dei funzionari francesi. Designandolo estromettevano il ramo Sisowath della famiglia reale, il quale si aspettava di ereditare il trono. La rivalità fra Norodom e Sisowath si sarebbe protratta per decenni a seguito di ciò.

I francesi fecero ben pochi sforzi per formare i cambogiani. Sulla base della dottrina razziale che orientava la pratica coloniale, erano infatti convinti che non valesse la pena. Era molto più semplice affidarsi ai vietnamiti, ritenuti “superiori”, per compiere il lavoro. Solo nel 1933, in Cambogia, venne aperta la prima scuola superiore. Persino negli anni Cinquanta vi erano all’incirca solo duemila cambogiani con un’istruzione secondaria. I cambogiani istruiti, inoltre, trovavano la via verso l’influenza e lo status bloccata, tanto dai vietnamiti nominati dai francesi a svolgere le funzioni della burocrazia coloniale, quanto dai francesi stessi.

I primi fermenti del nazionalismo cambogiano emersero nei tardi anni Sessanta. Data la stretta relazione tra monarchia e francesi, i primi nazionalisti erano, per necessità, anche anti-monarchici. E considerate la politiche di favore nei confronti dei vietnamiti da parte dei francesi, essi erano anche anti-vietnamiti. Quando i giapponesi decisero di eliminare il governo francese nel 1945, installarono un nazionalista di primo piano, Son Ngoc Thanh, quale primo ministro. Un’acerrima rivalità esplose ben presto tra quest’ultimo ed il nuovo re. Tuttavia, col favore del ritorno dei francesi, Sihanouk fu in grado di deporre Thanh e mandarlo in esilio.

Thanh godeva di un considerevole seguito a Phnom Penh, in particolare tra gli studenti. Quando i francesi introdussero una serie di riforme che istituivano un’Assemblea nazionale, venne formato un Partito democratico. I suoi oppositori non erano altro che una cricca di burocrati conservatori e grandi proprietari terrieri,  contrari a qualsiasi reale cambiamento. I democratici volevano invece liberarsi dei francesi e stabilire un governo cambogiano.

Con grande sgomento di Sihanouk, i democratici ottennero la maggioranza dei seggi all’Assemblea nazionale nelle prime elezioni, nel 1946. Il controllo dell’Assemblea nazionale garantì al Partito democratico posizione e prestigio, ma non un reale potere, come avrebbe ben presto scoperto tentando di limitare il potere reale e dei francesi. A questo punto il partito iniziò a frammentarsi in fazioni. Poteva ancora radunare enormi folle per accogliere Thanh al suo trionfale ritorno dall’esilio, nel 1951. ma non era in grado di proteggere il suo eroe, il quale nel giro di appena sei mesi si vide costretto a lasciare la capitale [18].

Il Partito democratico era fondamentalmente un fenomeno urbano, la versione cambogiana del nazionalismo borghese. Dato l’assunto francese dell’inferiorità dei cambogiani, persino quelli istruiti, rispetto ai vietnamiti, esso era intriso di risentimento anti-vietnamita, oltreché di ostilità verso il dominio francese. Furono tali attitudini e politiche dei francesi a creare le “ostilità tradizionali” nei confronti dei vietnamiti, a proposito delle quali tanto si è scritto negli anni Settanta e Ottanta.

Non appena ritornati, i francesi cercarono di ripristinare il proprio controllo sulle Cambogia rurale, ma a partire dal 1946 una sia pur disorganizzata resistenza armata si era sviluppata nelle campagne. Molti dei Khmer Issarak (“Khmer indipendenti”) guardavano a Thanh come ad una guida. Quando questi lascio Phnom Penh nel 1956, si stabilì nelle aree della frontiera cambogiano-tailandese, sotto il controllo degli Issarak a lui favorevoli. Da qui diresse la guerriglia anti-francese ed anti-Sihanouk per lunghi anni.

A quest’epoca, il movimento Issarak era cresciuto considerevolmente. Ciò nonostante era diviso. Con l’intensificarsi della guerra nelle zone vietnamite dell’Indocina, i francesi, tramite Sihanouk, reclutavano cambogiani per combattere il Viet Minh; quest’ultimo, a sua volta, iniziò ad incoraggiare ed organizzare gruppi Issarak in Cambogia. A partire dai primi anni Cinquanta, un’ala degli Issarak, guidata da Son Ngoc Minh, era saldamente pro-Viet Minh. Un’altra fazione, che guardava a Son Ngoc Thanh, divenne sempre più antagonistica nei confronti dei vietnamiti. L’unica cosa che li univa era l’ostilità verso Sihanouk ed i francesi.

Nel momento in cui la situazione militare in Indocina girò a favore del Viet Minh, gli sforzi dei suoi alleati Issarak si intensificarono. Dal 1954 essi potevano contare su 5000 uomini sotto le armi, sostenuti da circa 2.200 unità delle truppe Viet Minh, e controllavano vaste aree nelle campagne. Contro di loro erano schierati 6.000 francesi ed un’armata reale khmer creata dai francesi composta da 33.000 effettivi, la quale, però, dipendeva ancora dal comando di ufficiali francesi [19].

In questo periodo, il movimento Issarak pro-Thanh era ormai al collasso, ed i suoi seguaci si univano alla fazione pro-Sihanouk o a quella filo-vietnamita. Sihanouk radunò molti degli Issarak anti-vietnamiti, nonché molti sostenitori del Partito democratico delle aree urbane, attuando una sorprendente svolta. Sebbene un tempo oppositore dell’indipendenza cambogiana, nel 1953 si presentò come campione della “crociata per l”indipendenza”. Rapidamente divenne maestro nell’arte di manipolare i media internazionali, manifestando, inoltre, un’abilità superiore ai suoi oppositori interni. Dopo alcune esitazioni, i francesi decisero che egli rappresentasse una prospettiva assai più congeniale rispetto agli Issarak, affrettandosi a concedere l’indipendena al suo governo.

Alla Conferenza di Ginevra del 1954, i seguaci di Son Ngoc Minh, per non parlare di quelli di Thanh, si videro negata la rappresentanza. Molti furono costretti all’esilio in Vietnam. Sihanouk, inizialmente installato sul trono per la sua malleabilità, ebbe così modo di emergere come colui che aveva ottenuto l’indipendenza cambogiana dai francesi. la contrario di Bao Dai in Vietnam, ebbe successo ne far convergere il nazionalismo cambogiano sul trono e sul sistema politico tradizionale.

Sihanouk consolidò il proprio dominio nel 1955, tenendo le elezioni promesse a Ginevra. Egli abdicò formalmente a favore di suo padre, fondando un suo partito politico, il Sangkum. Agli occhi dei cambogiani conservatori rappresentava ancora il buon re, per quelli radicali era il democratico che aveva ottenuto l’indipendenza e rinunciato al trono.

L’opposizione principale a Sihanouk era costituita dal Partito democratico. Il ramo sopravvissuto del movimento di Son Ngoc Minh andò a formare il Pracheachon. Molti candidati dei due movimenti partiti citati vennero imprigionati, numerosi uccisi, nel corso della campagna elettorale. Poco dopo i vertici democratici lasciarono il paese, e la polizia di Sihanouk inizio a dare la caccia ai restanti Issarak di sinistra (i “Khmer Viet Minh”, come li definiva) nelle campagne. Malgrado ciò, la commissione internazionale di controllo (istituita a Ginevra al fine di sorvegliare l’attuazione degli accordi) certificò le elezione del 1955 come corrette [20].

A seguito di tale trionfo Sihanouk ripristinò un effettivo monopolio sulla vita politica cambogiana, inculcando sistematicamente sentimenti monarchici nei suoi sudditi. Nel periodo successivo, come avrebbe sintetizzato Elizabeth Becker:

Sihanouk impresse il proprio timbro reale su tutto. La monarchia rimase uno dei pilastri della costituzione del paese. Il palazzo reale continuava ad essere l’epicentro della società… E Sihanouk finanziò in modo sostanzioso i simboli del trono – il palazzo reale e la corte, le antichità ed il museo reale. Il principe godeva di uno status che avrebbe suscitato l’invidia dei suoi immediati predecessori reali – controllo totale del paese senza l’invasiva protezione di potenze straniere [21].

Sihanouk aveva superato sia i primi leader del nazionalismo borghese che quelli del nazionalismo di massa. Queste forze, tuttavia, sopravvivevano, o in clandestinità o assorbite dal Partito Sangkum (“comunità del popolo”). Sihanouk inizio a sposare una sorta di “socialismo buddista”, talmente vago che conservatori religiosi come Lon Noland, e giovani radicali come Khieu Semphan, potevano trovarvi qualcosa a loro affine.

La continuità delle istituzioni politiche e religiose tradizionali della monarchia legava la Cambogia pre e post-coloniale, e dopo la partenza dei francesi, Sihanouk interpretò la politica regionale in termini di rivalità tra antichi regni. Egli puntò sul contrasto tra le glorie di Angkor e la decadenza in cui la Cambogia era precipitata in tempi moderni. Il che veniva spiegato, non sulla base delle debolezze socioeconomiche o politiche dell’Impero khmer, bensì sulla base della sua collocazione geografica e dei perfidi disegni dei suoi nemici. Come prova della veridicità di una simile analisi venivano citate le dispute sui confini con la Thailandia ed il Vietnam.

Subito dopo la Conferenza di Ginevra, Sihanouk aveva accarezzato l’idea di allinearsi al’occidente. Questo, tuttavia, implicava unirsi alla  Southeast Asia Treaty Organization (SEATO). Egli temeva che ciò avrebbe significato la subordinazione ai potenti vicini anti-comunisti, i quali (a sua detta) avevano mire sul territorio cambogiano – ovvero il Vietnam del sud e la Thailandia. Gli USA erano disposti a difendere l’integrità territoriale cambogiana contro le forze comuniste, ma non contro i regimi di destra. Dalla’altra parte, Sihanouk scopriva che il blocco comunista, su questo punto, era disposto a dargli garanzie inequivocabili, e in particolare la Cina comunista, che aveva dimostra sostegno per il suo governo. Sihanouk optò, dunque, per una politica di neutralità, rendendosi conto che, mentre gli USA non erano disposti a tollerare una simile scelta, specialmente alla luce del loro crescente coinvolgimento in Vietnam, essa veniva invece accolta positivamente dai paesi comunisti. Egli si ritrovò, in tal modo, spinto in una direzione “filo-comunista”, per quanto riguardava la sua politica estera, per quanto detestasse e temesse il comunismo.

Combinato alle pose populiste da egli adottate, ciò condusse ad un’enorme confusione circa la natura fondamentale del suo regime. L’obiettivo principale perseguito da Sihanouk consisteva nel perpetuare la monarchia che aveva governato il suo paese per secoli, nonché le forze ideologiche e socioeconomiche che l’avevano sostenuta.

Le analisi della politica cambogiana hanno sofferto di un’irrimediabile confusione, originata dalla diffusa convinzione che Sihanouk fosse una figura “carismatica”. Il termine deriva dagli scritti di Max Weber, ma il suo utilizzo, in tale contesto, è fuorviante. Numerosi commentatori sembrerebbero farvi ricorso come equivalente di “sostegno popolare”. Ma Weber usava questa espressione in riferimento a caratteristiche straordinarie di leader in grado di radunare discepoli, con la forza del carattere e della convinzione, al fine di rovesciare i governanti designati dalla tradizione o per via legale-burocratica. Il leader carismatico è un rivoluzionario, un demagogo popolare o un eroe popolare – non un monarca tradizionale. All’interno della tipologia weberiana, il regime di Sihanouk dovrebbe essere classificato come fondato sul tradizionalismo patrimoniale [22]. La base del suo sostegno popolare non risiedeva in una qualche forma di magnetismo personale, bensì nel rafforzamento delle istituzioni monarchiche nel contesto di una società profondamente tradizionalista. Sihanouk faceva affidamento sull’ideale del despota benevolo, adorato dai contadini (ai quali amava fare riferimento come “il mio piccolo popolo”). Burocrati, uomini d’affari, generali e politici suscitavano in lui un certo sospetto; essi rappresentavano “vasti interessi”, non “il popolo”. La loro esistenza, di norma, veniva tollerata, ma Sihanouk coglieva ogni occasione utile a limitane l’influenza sulla politica cambogiana.

Per collocare in prospettiva il governo di Sihanouk può essere utile compararlo col regno di Chulalongkorn in Thailandia (1868-1910). Chulalongkorn, fondamentalmente, era riuscito ad attuare una “rivoluzione dall’alto”. Egli trasformò un tradizionale regime patrimoniale, essenzialmente simile a quello di Sihanouk, in uno stato burocratico centralizzato, prendendo l’amministrazione britannica della Birmania quale modello. Ovviamente, tale trasformazione non fu totale, e ancora oggi la burocrazia tailandese è caratterizzata da una rete di clientele radicate in strutture tradizionali – tuttavia, ciò non deve oscurare la realtà di simili trasformazioni.

Chulalongkorn, inoltre, promosse attivamente il commercio e lo sviluppo capitalistico nel suo regno. In ultima analisi, la modernizzazione dello stato e della società, in Thailandia, si rivelarono incompatibili col regime patrimoniale che pure li aveva avviati. Il potere autocratico della monarchia venne distrutto nel corso della rivoluzione del 1932. Ciò garantì ai gruppi militari, burocratici e affaristici di Bangkok una forte influenza sul governo, mentre la monarchia, con poteri ormai fortemente limitati, veniva tenuta in piedi al fine di integrare le masse contadine tradizionaliste nel nuovo sistema politico. Tale assetto si è dimostrato abbastanza resistetene da servire a tutti i successivi rivolgimenti della regione.

Conscio dei pericoli del sottosviluppo, Sihanouk compì sforzi notevoli al fine di modernizzare la società cambogiana. Rimediando a quanto trascurato dai francesi, sovrintese allo sviluppo di un moderno sistema di istruzione. Alla fine degli anni Sessanta, le iscrizioni alle scuole primarie avevano raggiunto il milione, quelle alle secondarie erano oltre 100.000 e per quanto riguarda le terziarie, il dato era di 10.000. Inoltre, cercò l’aiuto estero per promuovere l’urbanizzazione e la crescita del commercio. Il che portò ad un considerevole incremento della classe media a Phnom Penh. Entro i tardi anni Sessanta il 10 percento della popolazione dell’intero regno risiedeva nella capitale.

Tuttavia, Sihanouk non attuò in Cambogia una rivoluzione politica “dall’alto”. Dopo i l1954 egli proseguì a fare i conti con i nuovi politici borghesi di Phnom Penh, tramite i metodi usualmente impiegati dai monarchi assoluti per risolvere gli intrighi di corte – un’abile combinazione di clientelismo, manipolazione, spionaggio e repressione. Inizialmente favorì la destra, perseguitando la sinistra; poi, nel 1963, convinto che la prima stesse acquisendo troppa forza, ribaltò il proprio atteggiamento; ancora, nel 1966, proprio quando la sinistra sembrava consolidarsi, agì nuovamente per far riemergere la destra.

Inoltre, come evidenziato da Michale Vickery, larga parte della domanda di istruzione era alimentata dal desiderio di status e privilegio, piuttosto che dalle necessità economiche del paese. A partire dalla metà degli anni Sessanta, gran parte delle posizioni nel settore pubblico erano occupate. Né il crescente bacino di giovani khmer istruiti poteva essere assorbito da un settore degli affari in espansione. Un mondo degli affari largamente in mano di cinesi e vietnamiti, e per di più, dopo il 1963, l’economia era in recessione. Il risultato fu un crescente strato di giovani irrequieti e frustrati, aspiranti borghesi, ovvero, la forza trainante dietro a numerosi movimenti nazionalisti e radicali.

Laddove i loro genitori restavano attaccati alla pompa e alle cerimonie della monarchia, nonché alle consolazioni della religione tradizionale, molti di questi giovani erano divenuti, come affermato da un osservatore, “de-tribalizzati”. Essi “non si identificavano più col loro contesto culturale, la loro gerarchia ed i loro simboli politici”, e si sentivano sempre più alienati rispetto al governo di Sihanouk. Inoltre, come ha fatto notare ancora Vickery, questo complessivo processo di espansione urbana imponeva crescenti fardelli sul settore rurale. Per quanto il suo resoconto esageri il carattere parassitario dell’espansione urbana, quest’ultima a senz’altro esercitato serie pressione sul settore agricolo. La Cambogia, del resto, aveva uno dei settori agricoli più sottosviluppati e scarsamente produttivi dell’Asia [23].

Alla fine degli anni Sessanta, i tentavi di modernizzazione, sia di stampo capitalista che socialista, erano stati avviluppati da un sistema di clientele reali, scambio di favori e corruzione sempre più sfacciata. Ma le frustrazioni delle élite modernizzanti venivano occultate da una verniciatura di lealtà e adorazione per la monarchia, nonché da tonnellate di  luoghi comuni da brochure turistica sul “regno dei sorrisi”, opera di romantici osservatori occidentali. Il mondo, dunque, era impreparato alla ferocia con la quale tali frustrazioni esplosero dopo il collasso, nel 1970,  del sistema creato da Sihanouk.

Alla fine, la posizione di Sihanouk venne indebolita dall’escalation della guerra in Vietnam, anziché da forze sociali indigene. Una delle sue principali preoccupazioni negli anni Sessanta, ampiamente giustificata considerati gli eventi del decennio successivo, fu quella di tenere il suo paese fuori dalla guerra. A tal fine, chiuse un occhio sule infiltrazioni comuniste di truppe e rifornimenti, dirette al Vietnam del sud, tramite il “Sentiero di Ho Chi Minh”, attraversante le foreste del Laos e della Cambogia orientale, a condizione che i vietnamiti si tenessero alla larga dalle aree popolate. Egli concesse loro, inoltre, di acquistare scorte di riso in Cambogia. Sihanouk, però, si voltò dall’altra parte anche quando, nel 1969, gli statunitensi iniziarono a bombardare segretamente le forze vietnamite nella Cambogia orientale, protestando pubblicamente quando gli attacchi vennero estesi ai villaggi khmer.

Tutto ciò destabilizzò internamente il governo di Sihanouk. Nel 1966, egli aveva di nuovo favorito la destra, estromettendo la sinistra dal governo. Lon Nol, un generale di destra, sul quale Sihanouk aveva a lungo confidato per la repressione del comunismo cambogiano, divenne primo ministro. I politici e gli studenti di sinistra scomparvero da Phnom Penh, unendosi alle piccole bande della guerriglia comunista stanziate nelle montagne. Sihanouk, intanto, denunciava i “Khmer rossi” e tentava di schiacciare il loro movimento.

La destra, a Phnom Penh, applaudiva, ma era comunque profondamente allarmata da quella che considerava la politica estera filo-comunista e filo-vietnamita di Sihanouk. In seguito, quando i bombardamenti USA dei loro santuari di confine, spinsero i Vietnamiti ad addentrarsi ancor di più in Cambogia, nel 1969, la destra venne colta dal panico. In ogni caso, quest’ultima aveva la propria agenda, e Sihanouk non ne faceva parte. Lon Nol si unì a Sirik Matik, un principe appartenente al ramo Sisowath della famiglia reale, con lo scopo di organizzare un colpo di stato contro Sihanouk nel marzo del 1970. I due proclamarono così una Repubblica khmer.

Quest’esito venne accolto con entusiasmo a Phnom Penh, causando tuttavia costernazione nelle province. La tradizionale lealtà alla monarchia, nel 1970, restava ancora salda, e laddove si era dissolta i contadini si erano rivolti ad alternative più radicali del nazionalismo borghese repubblicano in ascesa nella capitale.

Il colpo di stato di Lol Nol del marzo 1970 era analogo alla rivoluzione in Thailandia del 1932. Ma il “dispotismo illuminato” di Sihanouk era stato assai più debole ed inefficace di quello di Chulalongkorn. Le debolezze dello stato e della borghesia significavano un risultato ben diverso. Il sottosviluppo della Cambogia assicurava praticamente che il nazionalismo borghese avrebbe subito una debacle.

Sihanouk, furioso per il “tradimento” di Lol Nol e Sirik Matik, si unì ai suoi antichi nemici della sinistra, formando il Fronte unito nazionale della Kampuchea (FUNK). Ciò segnava il destino del regime di Lol Nol. Una rivoluzione borghese si trovava di fronte l’opposizione di un’alleanza, ideologicamente implausibile, ma efficace in pratica, tra monarchici e radicali. Si trattava di un conflitto tra città e campagna in una società prevalentemente agraria.

Lol Nol tentò di costruire il sostegno al suo regime incoraggiando freneticamente i sentimenti anti-vietnamiti. A Phnom Penh, e in altri centri urbani, molti residenti vietnamiti vennero massacrati nel corso di veri e propri pogrom. Lol Nol spediva inoltre il proprio esercito a stanare i comunisti vietnamiti dai loro santuari. Questi ultimi risposero infliggendo una serie di devastanti sconfitte alle scarsamente preparate forze della Repubblica khmer, sconfitte dalle quali non si sarebbe mai risollevata. In seguito, a peggiorare la situazione, gli attacchi da parte del Vietnam del sud e degli USA spinsero i comunisti vietnamiti ancor più dentro la Cambogia. Questo contribuì ad alleviare la pressione sul Vietnam del sud,  ma solo temporaneamente. Anni dopo, un ex ufficiale statunitense avrebbe spiegato le azioni USA sostenendo che dovevano saziare i lupi del Vietnam del sud, gettando loro un’altra carcassa. La Cambogia di Lol Nol era quella carcassa.

Il governo di Lol Nol, dunque, esordì male e proseguì peggio. Nel giro di pochi mesi controllava soltanto delle enclave intorno a Phnom Penh e le capitali provinciali, oltreché i territori lungo le strade principali colleganti tali aree. Dal 1972 era ormai chiaro era condannato, a meno che non si verificassero cambiamenti rilevanti. Lol Nol era guidato da quelle che un suo comandante militare, più tardi, avrebbe caratterizzato come “ambizioni favoleggianti di un esercito cambogiano trasformato in una grande forza armata, modellata sull’immagine… dell’esercito degli Stati Uniti, passando sopra ad ogni principio fondamentale di sviluppo e funzionamento” [24]. Col collasso dei suoi sogni, Lol Nol si rifugiò sempre più in fantasticherie mistiche. E quando la Cambogia si trasformò in una caotica ed incompetente dittatura militare, molti cambogiani della classe media, che avevano ben accolto la caduta di Sihanouk, attendevano ora con apprensione il crollo inevitabile del nuovo regime.

Come nella Prima guerra d’Indocina, la politica dei comunisti vietnamiti nelle aree da loro occupate in Cambogia consisteva nel mantenere un basso profilo, incoraggiare gli insorti locali e ritirarsi nel momento in cui questi gruppi si dimostravano capaci di autonomia. Nel 1970-71, gran parte delle forze che combattevano l’esercito di Lol Nol erano a guida vietnamita, ma a partire dal 1972, erano prevalentemente nelle mani dei Khmer rossi. I vietnamiti diedero felicemente per assunto che, considerati i comuni obiettivi “antimperialisti” ed i “legami fraterni” tra comunisti dei due paesi, non vi sarebbero stati gravi conflitti tra i loro interessi e quelli del movimento di liberazione nazionale che incoraggiavano in Cambogia.

Sihanouk ben presto scoprì che i vertici dei Khmer rossi degli anni Settanta non erano facilmente manipolabili come i loro predecessori dell’epoca di Son Ngoc Thanh e Son Ngoc Minh. I capi dei Khmer rossi avevano accolto nei ranghi del FUNK i seguaci di Sihanouk , ma tennero quest’ultimo fuori dal paese come capo di un “governo in esilio” a Pechino, spogliandolo progressivamente della sua influenza politica in Cambogia. A partire dal 1974-75, Pol Pot organizzava purghe dei seguaci di Sihanouk presenti nel FUNK. Tra loro due, Lol Nol e Pol Pot distrussero la struttura istituzionale della monarchia tradizionale, spazzando via molte delle sue personalità chiave. Privato del potere, Sihanouk perdeva il suo status divino e gran parte del suo sostegno popolare.

Il rovesciamento del governo di Lol Nol nel 1973 venne solo rimandato dai massicci bombardamenti statunitensi delle forze dei Khmer rossi orami nei pressi di Phnom Penh. tuttavia, col disimpegno USA dall’Indocina, a partire dallo stesso anno, l’appoggio al regime di Phnom Penh ebbe termine gradualmente nel 1974. Il crollo definitivo giunse nell’aprile del 1975, quando il FUNK prese il potere nella capitale. Sihanouk, in esilio, era capo di stato, ma il potere era nelle mani dei Khmer rossi.

Il Laos: un paradosso dell’estremo sottosviluppo

Pur in tutto il suo sottosviluppo, la Cambogia aveva sia uno stato centralizzato che una popolazione relativamente omogenea, con un’identità geografica distinta come base del nazionalismo. Al contrario, nel Laos, la popolazione era costituita da una varietà di gruppi etnici sparsi su di un aspro terreno montuoso. Persino oggi, meno della metà degli abitanti sono laotiani; la maggioranza della popolazione essendo formata da “minoranze nazionali”. La topografia montuosa tende a dividere il Laos in una serie di zone geograficamente (ed economicamente) separate, e le comunicazioni interne erano largamente inesistenti sino a tempi recenti. Agli esordi della conquista francese, la famiglia reale a Luang Prabang esercitava un controllo limitato e d il potere politico effettivo era nelle mani di famiglie aristocratiche con base regionale. Tale frammentazione “feudale” del potere venne preservata dai francesi, e diede vita, a tempo debito, al più anarchico dei movimenti nazionalisti moderni. Se in Cambogia la razza khmer sembrava fornire una base “naturale” alla nazione, in Laos il problema centrale era che la costruzione della nazione richiedeva l’integrazione di svariati gruppi etnici, ed il nazionalismo laotiano doveva a tutti i costi evitare le inflessioni xenofobiche di quello khmer.

Come in Cambogia, la crescita del nazionalismo in Laos risale al 1945, quando i giapponesi rovesciarono i francesi insediando un governo laotiano [25]. Qui, ancor più che in Cambogia, la politica consisteva esclusivamente di rivalità  tra membri di famiglie aristocratiche. Solo un pugno di laotiani (in larga parte provenienti dall’aristocrazia) riceveva un’istruzione superiore, anche nel periodo post-indipendenza, e gli intellettuali della classe media, che svolsero un ruolo di grande rilevanza nelle rivoluzioni vietnamita e cambogiana, erano pressoché inesistenti.

Tuttavia il Laos si ritrovò ben presto ad essere un campo di battaglia per i francesi ed il Viet Minh nel corso della Prima guerra d’Indocina. Di conseguenza, l’intera evoluzione da un realismo tradizionale ad un nazionalismo di massa, modellato sul Viet Minh, avvenne nell’arco di un’unica generazione. Ne risultò una situazione in cui le varie correnti del nazionalismo, innanzitutto monarchico e comunista (quello borghese essendo a tutti gli effetti inesistente) erano tutte guidate da membri rivali della famiglia reale. La mistica monarchica, in una società buddista therevada, monopolizzata da Sihanouk in Cambogia, era condivisa in Laos da gruppi differenti, compresi i comunisti.

I principali problemi che si trovavano a dover fronteggiare non derivavano dalla modernizzazione della società laotiana – processo che si sarebbe svolto quasi interamente in futuro – bensì dal tradizionale dilemma affrontato dai governanti laotiani (e da quelli di altri stati deboli con vicini più potenti). La questione era se rivolgersi al Vietnam per ottenere sostegno, nonché quale modello, o alla Thailandia, oppure scegliere un corso neutrale, bilanciando accuratamente l’una contro l’altra queste due alternative. Ma con i comunisti che ottenevano il controllo del Vietnam del nord e la Thailandia allineata agli Stati Uniti, simili questioni trasformarono il Laos in un campo di battaglia della Guerra fredda.

Il primo movimento nazionalista fu il Lao Issara (“Laos libero”), fondato nell’agosto del 1945 dal primo ministro del governo insediato dai giapponesi, il principe Phet Sarath, insieme al fratello, principe Souvanna Phouma ed al fratellastro, principe Souphannavong. In settembre, sulla scia della “Rivoluzione d’agosto” ad Hanoi, essi proclamarono la completa indipendenza dalla Francia, mettendo il re agli arresti domiciliari a causa della sua opposizione. Tuttavia, il Lao Issara, fu in grado di dispiegare solo una frammentata resistenza al ritorno dei francesi, ed i suoi vertici si videro ben presto costretti all’esilio a Bangkok. Ma Souphannavong cercò di ricostruire le proprie forze, sviluppando al più presto contatti col Viet Minh.

Nel 1949, i francesi concessero l’indipendenza nominale al governo reale laotiano. Molti degli esiliati si ritennero soddisfati da tale esito, facendo ritorno a Vientiane. Ma Souphannavong ed i membri più radicali del movimento nazionalista si ritirarono nelle montagne del Laos al fine di continuare la resistenza armata. Nell’agosto 1950, Souphannavong, insieme a diversi leader tribali, come il capo degli Hmong, Faydang Lobliyao, formavano quello che sarebbe stato chiamato in seguito Pathet Lao (“Nazione del Laos”), con l’obiettivo di combattere per la piena indipendenza, formalizzando negli anni successivi l’alleanza col Viet Minh.

Per quanto riguarda il Laos, la Conferenza di Ginevra prevedeva un governo neutrale affidato al principe Souvanna Phouma, delle zone di riassetto per il Pathet Lao nelle province di Phong Saly e Sam Neua, nonché la riunificazione pacifica del paese su linee analoghe a quelle previste per il Vietnam. L’accordo incontrò difficoltà a causa delle antipatie tra i settori di destra dell’esercito del Governo reale del Laos (GRL), che avevano combattuto coi francesi, ed il Pathet Lao, ma l’aspettativa generale era che quest’ultimo avrebbe potuto essere integrato in un governo di coalizione nazionale.

Ma, come già detto, il Laos era ormai un campo di battaglia della Guerra fredda. Come nel caso del Vietnam del sud e della Cambogia, gli USA volevano che il Laos divenisse parte dell’alleanza anticomunista stabilita con la SEATO. Nel paese vi erano anticomunisti con lo stesso obiettivo, e gli statunitensi ottennero ben presto l’opportunità che attendevano. Subito dopo la formazione della SEATO, il ministro della difesa di Souvanna Phouma venne assassinato, portando ad una crisi di gabinetto il cui esito furono le dimissioni del governo. A quest’ultimo ne seguì uno di destra, il quale aprì rapidamente agli aiuti economici e militari statunitensi destinati al GRL. In simili circostanze, i negoziati col Pathet Lao erano in fase di stallo, e scontri armati tra le due forze divennero comuni.

Malgrado l’opposizione degli Stati Uniti, Souvanna Phouma ritornò al potere nel 1956, con l’impegno per una politica di neutralità e riconciliazione col Pathet Lao. Dopo lunghi negoziati egli formava, nel 1957, un governo di coalizione. Ma gli USA erano fortemente contrari a tale esito, ritenendolo una mal dissimulata presa del potere da parte comunista (sul modello del’Europa dell’est dei tardi anni Quaranta). Quindi forzarono Souvanna Phouma a dimettersi ritirando l’assistenza economica dalla quale il GRL era dipendente, ed  istigando la chiusura della frontiera con la Thailandia. Un nuovo governo di destra veniva formato, ma si rivelò incapace di consolidarsi a fronte dell’opposizione dei neutralisti e del Pathet Lao.

Fece seguito un periodo di caos politico, cui pose fine una riconvocata Conferenza di Ginevra nel 1961. Questa riportò in auge Souvanna Phouma, a capo di una coalizione tripartita. Ma gli USA rifiutarono di interrompere i rifornimenti all'”esercito segreto”, creato dalla CIA, del capo Hmong, “generale” Wang pao, il quale continuò ad operare dietro le linee del Pathet Lao. I neutralisti si divisero su tale questione, i vertici del Pathet Lao abbandonarono Vientiane e Souvanna Phouma, insieme ad altri neutralisti, rimasti nella capitale, divennero ostaggio della destra guidata da Phoumi Nosovan. A partire dal 1963, dopo aver camminato diverse volte sull’orlo del precipizio, il Laos precipitava nella guerra civile.

L’estrema arretratezza del Laos privava Phoumi Nosovan di una base sociale borghese che gli consentisse di svolgere il ruolo di un Ngo Dinh Diem, o persino di un Lon Nol. Né era possibile per il GRL sfruttare le tradizionali lealtà religiose al trono, alla maniera di Sihanouk. Laddove gli appelli alla sacra regalità trovavano terreno fertile nella maggioranza dei cambogiani, la portata politica della specifica cultura laotiana difficilmente si estendeva oltre le pianure. Oltre la metà della popolazione viveva al di fuori di questo universo culturale, ed era ostile alle sue incursioni. Un nazionalismo con una base talmente ristretta serviva solo a perpetuare l’alienazione delle popolazioni tribali rispetto al governo laotiano. Losovan, per tanto, si ritrovava ad essere nient’altro che un uomo forte locale, il cui potere dipendeva dal patrocinio esterno.

Gli USA spalleggiarono solidamente l’ala destra, al controllo del GRL ormai dal 1963. I bombardamenti segreti delle aree in mano al Pathet Lao iniziarono nel 1964, e nel decennio successivo ogni centro urbano, e gran parte dei villaggi, in questa zona, vennero distrutti. Ma l’estremo settarismo, e la mancanza di unità, della destra si traducevano nell’assunzione da parte degli USA di buona parte delle funzioni amministrative del GRL, al punto che l’ambasciatore statunitense era popolarmente noto come “secondo primo ministro”, e non pochi erano convinti che egli fosse in realtà il primo ministro. Ma questo non trasformò il GRL in un governo efficace; semplicemente ne minava la legittimità, tanto che i suoi stessi comandanti militari rifiutavano le “interferenze” delle autorità centrali nel loro domini regionali. Il GRL, così, riproduceva la frammentazione del potere tipica del Laos tradizionale.

Contrariamente alla destra laotiana, il Pathet Lao operava nelle montagne sin dal 1949. Poiché in queste aree era impossibile costruire un vasto movimento senza trascendere le ristrette lealtà tribali, i suoi esponenti erano in grado di apprezzare la vitale importanza dell’integrazione etnica ai fini dell’edificazione dello stato in Laos. Almeno a partire dal 1950 essi essi si erano preoccupati di incorporare un’ampio spettro di capi tribali nella loro struttura di potere, e in definitiva una tale strategia fu largamente ripagata. Sebbene i vertici del Pathet Lao rimanessero costituti prevalentemente da laotiani, la maggioranza delle truppe veniva reclutata da gruppi di minoranza. È corretto afermare che i vertici del Pathet Lao sconfissero i propri oppositori forgiando una vera coalizione nazionale laotiana, al fine di superare un governo etnicamente laotiano.

Questa sarebbe, ovviamente, una semplificazione. Naturalmente, il controllo dei gruppi tribali non sempre cadeva nelle mani del Pathet Lao. Gli Hmong stanziati attorno alla Piana delle giare, guidati da Touby Ly Fong, per esempio, avevano sostenuto i francesi, ed in seguito garantirono il principale bacino di reclutamento dell'”esercito segreto” di Wang Pao. Ma il suo tradizionale rivale Hmong, Faydang, fu tra i fondatori del Pathet Lao. E le modalità attraverso le quali egli integrò i suoi seguaci costituiscono un’ottima illustrazione delle differenze tra i due schieramenti. I seguaci di Wang Pao riponevano la propria lealtà a loro capo e al popolo Hmong; a pochi di loro interessava qualcosa del GRL. Dall’altra parte, i seguaci di Faydang divennero membri delle unita regolari etnicamente miste del Pathet Lao, nel quale grandi energie venivano profuse per costruire uno spirito “nazionale” multirazziale.

Mentre la destra laotiana si rivolse alla Thailandia ed agli USA al fine di ottenere supporto durante la guerra civile, il Pathet Lao guardava ad Hanoi e al blocco comunista. Le sue principali basi erano dislocate nei pressi del confine vietnamita, e dai vietnamiti riceveva sostegno logistico e politico. Fintanto che si trovavano sotto la protezione dell’esercito nord-vietnamita, tali basi non potevano essere militarmente distrutte dal GRL. Il Viet Minh forniva, inoltre, un modello organizzativo ed ideologico per il Pathet Lao. Poiché il regime di Vientiane aveva fatto poco per istituire un sistema d’istruzione nazionale, molti quadri del Pathet Lao ricevettero la loro prima formazione in scuole di partito, e quando passavano all’istruzione superiore, essi si recavano ad Hanoi, Pechino o nell’Europa dell’est. Il nazionalismo del Pathet Lao, per tanto, non crebbe nell’estremo isolamento che ci si potrebbe aspettare. Esso fu sempre temperato da un certo grado di cosmopolitismo comunista, mai degenerando nello sciovinismo che invece sarebbe ben presto emerso in Cambogia.

Da una parte è impossibile esagerare l’influenza vietnamita sul Pathet Lao; Dall’altra, ciò avviene in continuazione. Il Pathe Lao era modellato sul Viet Minh, ed accettò l’assistenza vietnamita, ma era un movimento nazionale autentico, guidato da un membro della famiglia reale laotiana. Pur con tutti i suoi difetti, il suo apparato amministrativo era gestito da laotiani e per i laotiani, il che è molto più di quanto si possa dire del GRL. Non fu mai uno strumento del “colonialismo” vietnamita in Laos, come talvolta sostenuto. Se i vietnamiti avessero voluto realmente colonizzare il Laos, la via più semplice sarebbe consistita nell’annetterlo e amministrarlo direttamente – molta della popolazione, del resto, avrebbe avuto di che obbiettare al controllo dei laotiani di etnia quanto a quello dei vietnamiti. Al contrario, questi ultimi, fornirono supporto ed incoraggiamento, attendendo pazientemente che il Pathet Lao si consolidasse come movimento.

Sebbene Il Pathet Lao impiegasse diversi anni per costruire una forza capace di minacciare seriamente il GRL, esso non poté mai abbattere quest’ultimo fintanto che permaneva l’impegno a sostenerlo degli USA. L’esito della guerra in Laos, dunque, dipendeva meno dal successo sul campo di battaglia – per quanto le sorti del conflitto, dopo il 1968, fossero favorevoli al Pathet Lao – che dall’abilità dei vietnamiti nel negoziare un ritiro degli statunitensi dal’Indocina. Non appena raggiunto tale obiettivo, la guerra civile in Laos cessava, e col graduale disimpegno degli USA le forze anti-Pathet Lao si disintegravano.

Se le forze politiche internazionali hanno svolto un ruolo decisivo in tutti e tre i paesi indocinesi, ciò è stato vero soprattutto per i più deboli fra questi ultimi. Le forze della modernizzazione, da cui scaturì uno sconvolgimento rivoluzionario in Vietnam ed il collasso dell’ordine politico tradizionale in Cambogia, erano a malapena presenti in Laos. La guerra civile, seguita al crollo del secondo governo di coalizione di Souvanna Phouma, fu in larga parte il portato dell’agire di forze esterne, piuttosto che di una qualsiasi esplosione sociale  e politica interna. I contadini rimasero prevalentemente indifferenti ad entrambi gli schieramenti, e fu l’abilità del Pathet Lao nel mobilitare i gruppi di minoranza ad essere infine decisivo.

Quando un cessate il fuoco venne firmato nel 1973, il Pathet Lao controllava l’80 percento del paese. Una nuova coalizione venne formata sotto la guida di Souvanna Phouma, e nel 1974 Souphannavong fece ritorno nella capitale per prendere il suo posto nel governo. Da questo momento in poi, il Pathet Lao assunse fermamente il controllo, e l’ala destra si disintegrò. L'”esercito segreto” di Wang Pao continuò la guerra, subendo però una sconfitta decisiva nel 1975. Coincidendo quest’ultimo fatto con la caduta di Phnom Penh e Saigon, i residui esponenti della destra a Vientiane vennero colti dal panico e molti lasciarono il paese. A giugno, la gran parte dei vertici, in tempo di guerra, del GRL erano scappati a Bangkok. Il suo esercito, ancora sotto il controllo della destra, era in pezzi, e smobilitò ufficialmente in giugno, seguito dalla completa scomparsa del GRL stesso nel dicembre 1975, nel momento in cui il re Savang Watthana firmava la lettera di abdicazione a favore del “sistema democratico del popolo”.

Su suggerimento di Souphannavong, sia l’ex monarca che Souvanna Phouma vennero designati come consiglieri del governo – un gesto conciliatorio finalizzato a promuovere la concordia nazionale, in patente contrasto con le politiche attuate in Cambogia. D’altra parte, il salto del Laos nella modernità politica sarebbe stato talmente compresso, che il passaggio dalla monarchia al nazionalismo comunista di massa avrebbe avuto luogo sotto la guida di un membro della famiglia reale tradizionale. L’unificazione del paese sotto le insegne del Pathet Lao fu anche una vera e propria riunione di famiglia.

Costruzione della nazione e comunismo in Indocina.

I liberali, nell’Europa del XX secolo, erano convinti che, nel momento in cui le nazionalità oppresse si sarebbero liberate dalla dominazione straniera, e in cui i principi di autodeterminazione nazionale si sarebbero affermati in tutto il mondo, gli stati-nazione sovrani avrebbero vissuto in pace ed armonia. Una simile visione ottimistica è stata duramente colpita dal sanguinario torrente di imperialismo, colonialismo e militarismo che ha, sino ad ora, costituito la politica internazionale del XX secolo – al punto che uno storico del nazionalismo ha paragonato tale prospettiva ad una racconto di fiabe, nel quale però la bela addormentata si trasforma nel mostro di Frankenstein [26]. Tuttavia, questa stessa visione ottimistica ha preso piede nella teoria socialista e comunista delle relazioni internazionali. Secondo i teorici marxisti, lo scontro tra stati-nazione sovrani sono dovuti alla competizione e all’imperialismo insiti nel capitalismo. Dunque, un prodotto degli interessi delle classi dominanti e non della classe operaia. Quando il socialismo rimpiazzerà il capitalismo, per tanto, la promessa dell’armonia internazionale sarà realizzata. In Indocina, il giorno promesso è arrivato nel 1975 [27].

In ultima analisi, tale concezione si basa sulla premessa secondo la quale gli stati sono, essenzialmente, strumenti del dominio di classe. In essa viene trascurata la misura in cui il potere statale viene effettivamente utilizzato al fine di creare comunità politiche, nonché per difenderle contro attacchi esterni, indipendentemente dalla natura di classe dello stato. Abbiamo dunque sostenuto la tesi secondo cui il nazionalismo è, fondamentalmente, un movimento finalizzato alla creazione di uno stato moderno basato su questa comunità. Esso aspira ad un governo fondato sulla nozione di sovranità popolare, anziché su un’autorità consacrata dal tempo e dalla tradizione, o dalla volontà divina.

Da un certo punto di vista, il nazionalismo è una sorta di vascello retorico vuoto, il cui concreto contenuto sociale e politico viene apportato dagli stessi nazionalisti vincenti. Le istituzioni dello stato-nazione possono servire una serie di finalità sociali, e i nazionalisti hanno visioni differenti della comunità nazionale che vogliono costruire. Il nazionalismo, per tanto, si presenta in svariate forme – di sinistra o di destra, pluralistico, dittatoriale e totalitario. Così, paradossalmente, abbiamo visto che in Indocina il diffondersi dell’ideale di “unità nazionale” ha inaugurato un periodo di guerra civile. Entrambi gli schieramenti hanno insistito sul loro essere i soli e “veri” nazionalisti; la questione era quindi chi dei due sarebbe riuscito a mobilitare la popolazione e, infine, imporre la propria specifica visione. In Indocina, il gruppo capace di raggiungere tale obiettivo furono i comunisti.

Il comunismo non giunse al potere in Indocina quale partito della classe operaia, bensì’ come ala radicale dell’opposizione nazionalista al dominio coloniale, come movimento del nazionalismo della classe media e di quella contadina.  Si tratta di un esito tipico dei successi sperimentati dal comunismo in Asia (così come in altri paesi del Terzo mondo). Come scrisse l’ex comunista indiano M.N. Roy nel 1951:

Il comunismo in Asia è essenzialmente un nazionalismo vestito di rosso… il programma leninista consisteva nel vedere il nazionalismo come un alleato; ora il comunismo svolge il ruolo del nazionalismo, e nelle sue forme più estreme, sembra condividerne tutti i vizi – razzismo, revivalismo culturale, sciovinismo e resistenza all’influenza borghese occidentale. Tale degenerazione nazionalista è una caratteristica fondamentale del comunismo del dopoguerra, e si presenta nelle sue forme più pronunciate in Asia [27].

Roy era in errore solo quando definiva il nazionalismo come una “degenerazione” del comunismo. In Asia, quest’ultimo era radicato nel nazionalismo sin dall’inizio. E poiché nazionalismo significava, innanzitutto, mobilitazione politica delle masse ai fini dello stato, non sorprende che il suo trionfo abbia aggiunto un ulteriore elemento di passione popolare allo scontro tra stati diversi. A questo proposito, non vi è ragione di aspettarsi che gli stati comunisti presentassero differenze fondamentali da quelli non comunisti. Le vicende dei paesi indocinesi, a partire dal 1975, sembrerebbero avvallare tali pessimistiche riflessioni.

Note

  1. Elizabeth Becker, When the War Was Over, New York 1986, p. 337.
  2. Milton Osborne, Before Kampuchea. Preludes to Tragedy, Sydney 1979, pp. 165-6; si veda anche il suo articolo “Cambodia and Vietnam: A Historical Perspective,” Pacific Community, vol. 9, 1978.
  3.  Khien Theeravit, “Thai-Kampuchean Relations: Problems and Prospects,” Asian Survey, vol. 22, 1982, p. 562. Malgrado queste osservazioni pertinenti, L’intera prospettiva di Khien è più vicina ad Osborne che alla nostra.
  4. A proposito del regno khmer all’inizio del XIX secolo, David Chandler ha scritto: “Sarebbe difficile sovrastimare la l’atmosfera di minaccia, pericolo fisico e diffusa violenza… Le fonti abbondano di riferimenti a tortura, esecuzioni, imboscate, massacri, villaggi incendiati e spostamento forzato di popolazioni… Invasori e difensori devastavano i villaggi in cui giungevano, uccidevano o estirpavano tutto ciò che incontravano, rovinando l’ambiente che attraversavano” A History of Cambodia, Boulder 1983, p. 122). Si veda anche Trevor Ling, Buddhism, Imperialism and War, London 1979, il quale si concentra sul contesto militare tra Birmania e Thailandia.
  5. Benedict Anderson, Comunità immaginate. Origini e fortuna dei nazionalismi, Manifestolibri, 2009.
  6. Barrington Moore, Jr, Le origini sociali della dittatura e della democrazia, Einaudi 1969, pp. 548-549.
  7. Citato in K.R. Minogue, Nationalism, Baltimore 1970, p. 17. In una recente rassegna, Cornelia Navari ha scritto: “Gli stati precedenti il XIX secolo non erano al servizio delle nazioni; né a quello delle “comunità”. Essi erano, bensì, al servizio di “Dio”, del Mandato celeste, della Legge di Hallah; al servizio di governanti ereditari – il dinasta e le dinastie considerate vicari di Dio, ed il cui compito designato consisteva nello svolgere tale mandato. … Il problema di quale lingua parlassero i sudditi di qualsiasi dinastia era del tutto irrilevante a tal fine, e le particolari culture di questi popoli contavano solo nella misura in cui ostacolavano un simile mandato”. Navari sottolinea che, fino al diciannovesimo secolo, l’idea per cui gli Stati dovevano basarsi sulle nazioni non era ampiamente accettata in Europa, e “fu solo nel 1918 che ogni governo fece dell’essere uno stato-nazione il criterio della legittimità politica, nonché la condizione basilare per trattare con altri governi” (“The Origins of the Nation-State,” in Leonard Tivey, a cura di. The Nation-State. The Formation of Modern Politics, Oxford 1981, p. 14). Per dei recenti punti di vista marxista ed anti-marxista, si vedano rispetivamente Anderson, Comunità immaginate, e Ernest Gellner, Nations and Nationalism, Londra, 1983.
  8. Per una discussione seria di tale argomento, che ha dato origine a non poca retorica surriscaldata, si veda M.G. Cotter, “Towards a Social History of the Vietnamese Southward Movement,” Journal of Southeast Asian History, vol. 9, 1968.
  9. Citato in Chandler, p. 116.
  10. Il più recente resoconto dell’impatto economico e sociale del colonialismo in Indocina è Martin J. Murray, Development of Capitalism in Colonial Indochina 1870-1940, Berkeley 1980. Murray tenta di mostrare – sebbene in modo poco convincente, a nostro modo di vedere – che lo sfruttamento francese ha condotto alla stagnazione piuttosto che allo sviluppo delle colonie indocinesi .Va notato anche come si tratti di un libro sul Vietnam e non sull’Indocina nel suo complesso – Cambogia e Laos essendo a malapena menzionati. Per un resoconto precedente, a tinte rosee, e dunque in forte contrasto con quello fornito da Murray, si veda Charles Robequain, The Economic Development of French Indochina, Londra 1941.
  11. Il miglior resoconto globale è William J. Duiker, The Rise of Nationalism in Vietnam 1900-1941, Ithaca 1976.
  12. Greg Lochart, Nation in Arms: Origins of the People’s Army of Vietnam, Sydney 1989, pp. 41-51.
  13. Il capo della missione dell’OSS in Indocina ha fornito un utile resoconto di questi fatti: Archimedes Patti, Why Vietnam? Prelude to America’s Albatross, Berkeley 1980.
  14. La letteratura su tale periodo è immensa. In larga parte si occupa dell’esperienza e dei problemi statunitensi. William J. Duiker, The Communist Road to Power in Vietnam, Boulder 1981, invece si concentra sull’altro schieramento. Gabriel Kolko’s Vietnam. Anatomy of a War, 1940-1975, Londra 1985, tenta in modo sistematico di coprire entrambi.
  15. Bernard B. Fall, The Two Vietnams: A Political and Military Analysis, Londra 1963, p. 237.
  16. Si tratta di una valutazione contestata da numerosi sostenitori dell’intervento USA, i quali affermano che il Tet fu una vittoria per gli Stati Uniti e Saigon. Ma Nguyen Van Loc, all’epoca primo ministro del governo di Saigon, in seguito si è così espresso: “Perdemmo la battaglia per il sud nel 1968… entro il 1975, i comunisti dovevano fare pressione su poche e selezionate aree al fine di ottenere la vittoria totale” (citato in W.G. Kulkarni, Far Eastern Economic Review, 2 giugno 1983).
  17. Per un dettagliato resoconto, cfr. Arnold R. Isaacs, Without Honor: Defeat in Vietnam and Cambodia, Baltimora 1983.
  18. Chandler, pp. 175-82.
  19. Ben Kiernan, How Pol Pot Came to Power, Londra 1985, pp. 130—34.
  20. Ibid., pp. 157-62.
  21. Becker, p. 99.
  22. Cfr.  “The Social Psychology of the World Religions,” in Hans H. Gerth e C. Wright Mills, a cura di., Da Max Weber: Essays in Sociology, New York 1958, pp. 296-9. Coloro che sperano di salvare la convenzionale saggezza possono prendere in considerazione la 3° sezione del saggio di Weber “The Sociology of Charismatic Authority” (Gerth and Mills, pp. 251-2), in cui viene discussa la “regalità carismatica”. Ma ciò avviene in relazione alle prime fasi di essa, quando “il re, ovunque, è prima di tutto un signore della guerra”.
  23. Cfr. Michael Vickery, Cambodia 1975-1982, Sydney 1984, pp. 19-24. La citazione proviene da Jacques Nepote, in Kiernan, p. xiv.
  24. Generale Sak Sutsakhan, citato da Becker, p. 138.
  25. Il miglior resoconto è MacAlister Brown e Joseph J. Zasloff, Apprentice Revolutionaries. The Communist Movement in Laos 1935-1985, Stanford 1986.
  26. Minogue, pp.7-8.
  27. Si veda, per esempio, la celebre Dichiarazione di Stoccarda della Seconda internazionale, “Sul militarismo ed i conflitti internazionali”, 1907: “Le guerre sono… inerenti alla natura del capitalismo; esse cesseranno solo nel momento in cui l’economia capitalista sarà abolita, o quando la magnitudo del sacrificio in vite umane e denaro, frutto dello sviluppo tecnologico dell’attività bellica, nonché l’avversione popolare agli armamenti, condurranno all’abolizione di tale sistema. In ragione di ciò, la classe operaia, la quale per prima si trova a dover fornire soldati, oltreché il maggior sacrificio materiale, costituisce il nemico naturale della guerra, la quale contrasta con i suoi interessi fondamentali: ovvero, la creazione di un sistema economico fondato su basi socialiste, e che renderà la solidarietà tra nazioni un realtà” (citato in James Joll, The Second International 1889-1914, 2° ed., Londra 1974, pp. 206-7).
  28. Citato da Rupert Emerson, From Empire to Nation. The Rise to Self-Determination of Asian and African Peoples, Cambridge, Mass. 1960, pp. 373-4.

Link all’articolo originale in inglese Verso

 

 

 

 

 

 

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