Il pensiero di Ruy Mauro Marini e la sua attualità per le scienze sociali

di Carlos Eduardo Martins

L’articolo analizza l’opera di Ruy Mauro Marini evidenziandone i principali contributi alla teoria del capitalismo dipendente, ovvero le nozioni di supersfruttamento, subimperialismo, stato di controinsurrezione, stato di quarto potere, così come la sua valorizzazione del pensiero sociale latinoamericano. Allo stesso tempo, vengono segnalati alcuni aspetti inerenti l’attualità del suo lavoro.

Introduzione

mariniL’opera di Ruy Mauro Marini è senza dubbio tra le più importanti e originali del pensiero sociale e del marxismo nel XX secolo. Assai diffuso in America Latina, paradossalmente il pensiero di Marini è, a tutt’oggi, poco conosciuto in Brasile. Una situazione, quest’ultima, le cui ragioni sono molteplici.

In primo luogo, il colpo di stato militare del 1964, il quale lo allontanò dal paese prima che sviluppasse gran parte della sua produzione. Gli strascichi della dittatura, inoltre, continuarono a manifestarsi dopo l’amnistia del 1979, poiché, nel caso di Marini, essa venne estesa al campo professionale solamente nel 1987, quando venne reintegrato all’Università di Brasilia (UNB), dalla quale era stato espulso dai militari. In secondo luogo, la sconfitta dei movimenti rivoluzionari in America Latina negli anni Settanta, che diede adito alla ripresa dell’offensiva conservatrice, limitando in tal modo l’isolamento ideologiche delle dittature. Infine, il fatto che la strategia borghese di ridemocratizzazione fu in grado di articolare un nuovo consenso ideologico, trovando un campo d’azione specifico nelle scienze sociali. In particolare in Brasile, la Fondazione Ford svolse un ruolo estremamente importante, operando per costruire una comunità accademica in grado di dirigere la base economica che stava emergendo nel contesto democratico. Si andava dunque a sostituire l’approccio multidisciplinare – il quale aveva caratterizzato il pensiero latinoamericano negli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta – con un punto di vista analitico, che frammentava le scienze sociali in discipline autonome esautorando gli interventi globali sulla società, limitandosi a gestire e adattare dimensioni sistemiche specifiche. Economia, politica, storia, sociologia, antropologia e relazioni internazionali diventavano “titolari” di determinati aspetti della realtà, respingendo la socializzazione dei loro specifici oggetti di conoscenza.

Fernando Henrique Cardoso è stato un pioniere nella strutturazione del ruolo svolto dalla Fondazione Ford in Brasile ed in America Latina. Ne è risultata una comunità accademica liberale, compromessa col dominio borghese e subordinata all’egemonia statunitense, ma che rigettava la dittatura e, in misura minore, l’imperialismo quali forme di esercizio del potere. Una comunità che ha consolidato posizioni nell’università brasiliana nei mezzi di comunicazione di massa, opponendosi alla reintegrazione dell’approccio latinoamericanista alla cultura politica brasiliana. La pubblicazione da parte del Centro Brasileiro de Análise e Planejamento (Cebrap) – istituzione finanziata dalla Fondazione Ford – di una critica dell’opera di Marini firmata da Fernando Henrique Cardoso e José Serra – senza la risposta dell’autore in questione, con la dittatura ancor in vigore, censurando in tal modo il dibattito svoltosi in Messico – ha contribuito a sminuire il lavoro di Marini in Brasile. Infine, lo smantellamento delle università pubbliche, nel corso dell’offensiva neoliberista, ha reso difficile la ricostituzione di una scienza sociale più affine agli interessi delle maggioranze. Tuttavia, proprio la crisi economica, sociale, politica e ideologica del neoliberismo danno impulso ad una rilettura dell’opera di Marini, al fine di riflettere sui dilemmi dell’attualità.

L’opera di Marini sviluppa quattro temi di grande rilevanza. Primo, l’economia politica della dipendenza, che a partire dagli anni Novanta si converte in economia politica della globalizzazione. Secondo, l’analisi del modello politico latinoamericano. Terzo, il socialismo come movimento politico ed esperienza statale e civilizzatrice, aspetto che detiene una posizione preminente nella sua opera. Quarto, il pensiero latinoamericano, del quale sistematizza e analizza, nel corso degli anni Novanta, le principali correnti, ponendosi l’obiettivo della sua revisione critica al fine di affrontare le sfide del XXI secolo.

L’economia politica in Marini

La prima fase dell’economia politica formulata da Marini può essere collocata tra il 1968 e il 1979. Essa si sviluppa attraverso una serie di testi che vanno da, Dialéctica de la dependencia (1973), “Las razones del neodesarrollismo: respuesta a F.H. Cardoso y J. Serra” (1978b), “Plusvalía extraordinaria y acumulación de capital” (1979b) sino a “El ciclo del capital en la economía dependiente” (1979a). A questi è possibile affiancare anche il volume Subdesarrollo y revolución, in particolare la prefazione alla quinta edizione (1974). Dialéctica de la dependencia rappresenta senza dubbio il testo più noto, ma non certo il solo, e non necessariamente il più importante; costituisce, in ogni caso, la base di un’economia politica della dipendenza approfondita in seguito, divenendo oggetto di grandi polemiche, tra le quali si segnalano quella sostenuta da Cardoso e Serra, da una parte, e da Agustín Cueva, dall’altra. Negli anni Novanta l’autore da inizio ad una nuova fase della sua economia politica, incentrata specialmente sul suo testo “Procesos y tendencias de la globalización capitalista” (1996).

Quali sono, dunque, le principali tesi dell’economia politica della dipendenza espresse nell’opera di Marini?

L’autore parte dall’interpretazione del capitalismo come sistema mondiale gerarchizzato, monopolistico e ineguale, il quale produce e riproduce modelli di sviluppo, nazionali/locali, distinti. Un sistema che crea centri mondiali di accumulazione del capitale e regioni dipendenti, quest’ultime incorporate in un processo globale di trasferimento del valore che tende a rialimentare tale polarizzazione. Laddove nei centri l’accumulazione gravita intorno al plusvalore relativo, nonché all’intensità in cui il modo di produzione capitalista e la sua base industriale si sviluppano, nei paesi dipendenti i modelli di accumulazione si basano sul supersfruttamento del lavoro.

Il supersfruttamento si caratterizza per la riduzione del prezzo della forza lavoro al di sotto del suo valore, sviluppantesi mediante quattro meccanismi: l’aumento della giornata o dell’intensità di lavoro, in assenza di remunerazione equivalente al maggiore sforzo compiuto dal lavoratore; la riduzione salariale; o, da ultimo, l’innalzamento della qualifica del lavoratore, senza remunerazione corrispondente all’aumentato valore della forza lavoro [1]. Questi meccanismi possono svilupparsi in modo isolato o combinato, a seconda della fase specifica dell’accumulazione del capitale, ma implicano un maggiore logorio del lavoratore e, di conseguenza, l’esaurimento prematuro nonché la limitazione della sua forza lavoro, il tutto in determinate condizioni tecnologiche.

Cosa rende il supersfruttamento la caratteristica specifica dell’accumulazione nei paesi dipendenti? La risposta fornita da Marini lo conduce alla teoria generale dell’accumulazione del capitale, per rintracciare nel capitalismo dipendente le sue specifiche condizioni di attuazione, seguendo rigorosamente il metodo marxista consistente nel passare dall’astratto al concreto. Secondo l’autore, l’innovazione tecnologica e il plusvalore straordinario sono legati prioritariamente al segmento dei beni di consumo di lusso. Tale argomento viene trattato nel dettaglio in “Plusvalía extraordinaria y acumulación de capital” (1979b), sviluppando una tematica affrontata inizialmente in Dialéctica de la dependencia (1973). In questo articolo, l’autore si occupa del plusvalore straordinario, oltrepassando l’analisi del capitalista individuale, nel contesto del suo ramo, per collocarsi su una piano intersettoriale, interrogandosi su quale settore sia in grado di sostenerne la costituzione in maniera sistematica.

Il plusvalore straordinario svalorizza individualmente le merci, ma conserva il valore sociale una volta che si fonda sul monopolio tecnologico, espandendo la massa fisica delle merci. La sua realizzazione, nel momento in cui si converte in profitto straordinario, richiede un’ampliamento della domanda. Una tale domanda non può essere spinta dai beni di consumo necessari, poiché ciò comporterebbe il trasferimento di plusvalore sottratto alla forza lavoro, sotto forma di aumento del costo del lavoro e caduta dei prezzi, distruggendo totalmente o parzialmente il profitto straordinario. Viene invece fornita, di norma, dai beni di consumi di lusso e dai loro imput produttivi: la sua base materiale è il risparmio relativo di lavoro stabilito dall’innovazione tecnologica, che sposta la domanda dai lavoratori verso il capitale.

Il plusvalore straordinario, che promuove l’innovazione tecnologica, presenta un’importante contraddizione col plusvalore relativo. A differenza di quest’ultimo non amplia la produzione di plusvalore. Costituisce esclusivamente una nuova ripartizione della massa di plusvalore disponibile, in quanto non svalorizza socialmente la merce. Si concentra nel settore dei beni di lusso, svincolando il progresso tecnico dalla svalutazione della forza lavoro e dei beni di consumo necessari, utilizzati dal lavoratore per riprodurla.

Proprio questa tendenza a separare il dinamismo del progresso tecnico dai beni di consumo necessari condusse il capitale a sviluppare il mercato mondiale, quale importante fondamento del suo modo di produzione e della rivoluzione industriale. Fenomeno concentrato approssimativamente a circa il 20, 25 percento, del mondo (Europa occidentale, Stati Uniti, Canada, Giappone, Australia, Nuova Zelanda ed élite della periferia e semiperiferia), ampliando la domanda che consente di mantenere il valore sociale delle merci indipendente dalla riduzione di quello individuale. Tale configurazione della domanda, spinta dall’innovazione tecnologica e dai suoi effetti distributivi, fu uno dei fattori che enfatizzarono il secolare deteriorarsi dei prezzi dei prodotti primari e di base, rispetto a quelli di lusso.

Di fronte all’appropriazione di plusvalore basata sul dinamismo tecnologico del segmento dei beni di consumo di lusso, quello dei beni di consumo necessari cerca di reagire. Ciò avviene tramite attraverso due modalità: la prima, propria dei paesi del centro, consiste nel neutralizzare parzialmente il monopolio del settore dei beni di consumo di lusso tramite la concorrenza tecnologica. A tal fine, è necessario un certo grado di omogeneità tecnologica, intersettoriale e sociale. Questo processo consentirà inizialmente al singolo imprenditore, operante nel segmento dei beni di consumo necessari, di ottenere il plusvalore straordinario all’interno di questo stesso settore. Tuttavia, nel momento in cui la concorrenza tecnologica si generalizza in tale segmento, i monopoli intrasettoriali si riducono e le merci che compongono il valore della forza lavoro si svalorizzano socialmente, generando plusvalore relativo. L’altra modalità è rappresentata dal supersfruttamento del lavoro. Impossibilitato a neutralizzare, anche solo relativamente, gli effetti tossici del monopolio tecnologico sul proprio tasso di profitto, il settore dei beni di consumo necessari ricorre al supersfruttamento del lavoro ai fini di ristabilirlo, aumentando il tasso del plusvalore ed il tasso medio di profitto, operazione che non può avvenire senza la distruzione e la concentrazione di capitali nel medesimo ramo. Questa situazione si verifica quando la porzione costituita dalla massa di valore, riferita alla produzione di plusvalore del settore dei beni di consumo necessari, diventa inferiore a quella rappresentata dall’appropriazione di cui è oggetto. Tutto ciò necessita di due condizioni: la produttività e / o il dinamismo di tale segmento deve essere inferiore alla metà di quella del segmento dei beni di consumo di lusso; e quest’ultimo, a sua volta, deve determinare le condizioni medie di produzione in proporzione almeno equivalente al settore dei beni necessari [2].

Questa seconda situazione rappresenta la condizione tipica della dipendenza. In essa, la tecnologia straniera fa il suo ingresso ad intervalli, concentrandosi nel segmento dei beni di consumo di lusso, limitando drasticamente la capacità di reazione locale. Ciò accade in funzione del converger di due fattori: le asimmetrie tecnologiche presenti nell’economia mondiale ed il controllo dello stato nei paesi dipendenti da parte di segmenti del capitale locale che ottengono il profitto straordinario utilizzando, a tal fine, la tecnologia straniera, interiorizzando una specializzazione produttiva complementare a quella stabilita dal grande capitale internazionale nei suoi stati nazionali di origine. La tecnologia straniera si dirige, inizialmente e prioritariamente, alla produzione di beni in grado di svalorizzare il capitale costante, circolante e variabile nei paesi del centro e, successivamente – durante l’industrializzazione dei paesi dipendenti, e senza con ciò eliminare questo primo orientamento – , preferenzialmente al consumo di lusso interno. Il supersfruttamento, chiaramente, non tocca esclusivamente il segmento dei beni necessari, ma si generalizza nella formazione sociale. Ricompone il tasso di profitto delle imprese del settore dei beni di consumo di lusso che soffrono le asimmetrie tecnologiche, nonché quello delle filiali delle imprese straniere che trasferiscono le eccedenze a favore di proprietari non residenti e guidano il dinamismo tecnologico. Si cristallizza, dunque, un segmento monopolistico della borghesia nazionale, associato alla tecnologia straniera, il quale genera alti tassi di plusvalore e profitto, beneficiante di un mercato del lavoro retto dal supersfruttamento, così da proiettarsi a livello nazionale e internazionale.

Il settore monopolistico della borghesia dipendente, rappresentato dal grande capitale internazionale, ha come base del suo plusvalore straordinario il monopolio settoriale esercitato sull’economia dipendente, trasferendo ai capitali con composizione sociale media [3] o inferiore le perdite derivanti dalla sua integrazione a livello mondiale, integrazione caratterizzata dalla dipendenza. Queste si manifestano come deterioramento dei termini di scambio, rimesse dei profitti e pagamento degli interessi/rimborso dei debiti o dei servizi tecnologici, commerciali e finanziari internazionali.

Gli investimenti del segmento dei beni di consumo necessari tendono ad essere vincolati:

1) All’espansione demografica del numero di lavoratori incorporati al processo di lavoro e remunerazione, dati il livello medio dei salari.

2) All’aumento della giornata lavorativa, della sua intensità o della qualificazione della forza lavoro, e del coefficiente rappresentato dal suo multiplo, sebbene il supersfruttamento limiti, in parte o totalmente, l’espressione del maggior dispendio o dell’aumento del valore della forza lavoro nel suo prezzo.

3) All’aumento del peso morale e storico della forza lavoro, una variabile, quest’ultima, limitata dal supersfruttamento, il quale ne limita le condizioni specifiche di formazione ponendo forti restrizioni allo sviluppo, sociale e politico, dei processi democratici.

4) Alla svalutazione dei beni di consumo di lusso funzione della concorrenza permanente per la creazione di plusvalore straordinario [4]. Tale svalutazione può introdurre, poco a poco, parte di questi beni nella sfera del consumo popolare – specialmente durante gli ampi cicli dell’espansione del capitalismo, quando si diffondono le innovazioni tecnologiche – , a patto che il valore della forza lavoro aumenti, per quanto meno proporzionalmente, i salari al fine di incorporare merci più care rispetto a quelle tradizionalmente appartenenti alla sfera del consumo popolare. Tali beni, tuttavia, potranno essere nuovamente ritirati da quest’ultima, se i meccanismi di caduta dei prezzi della forza lavoro al di sotto del suo valore si accentuano. Si tratta di un processo differente dalla forma di ampliamento del consumo tipica del plusvalore relativo, in cui l’espansione dei consumi dei lavoratori è dovuta alla diminuzione del valore dei beni di consumo necessari.

Nel corso degli anni Novanta, marini (1992 e 1996) rivolge la sua attenzione alla globalizzazione capitalista, nel tentativo di analizzarne le fondamenta [5]. Egli afferma che il supersfruttamento, già caratteristica della periferia, si generalizza ai centri del sistema mondiale. Al fine di spiegare tale svolta, l’autore individua due nuove forme atte ad estrarre il plusvalore straordinario nel contesto del capitalismo globalizzato: il monopolio della scienza e del lavoro intensivo nell’ambito della conoscenza, e la decentralizzazione delle tecnologie fisiche, le quali perdono il loro posto strategico nella divisione internazionale del lavoro e vengono trasferite alla periferia e semiperiferia, alla ricerca di lavoro supersfruttato. Queste aree iniziano a produrre merci per il mercato mondiale, competendo parzialmente con le specializzazioni produttive del centro, utilizzando tecnologie ad alta produttività. Ne risulta la tendenza a livellare, su scala mondiale, la composizione tecnica del capitale, mediante la riorganizzazione della divisione internazionale del lavoro che crea un nuovo monopolio, di dimensioni globali, in grado di imporre significative asimmetrie alla borghesia rigorosamente nazionale dei paesi centrali. Questa stessa borghesia, di conseguenza, ricorre al supersfruttamento, a fronte dell’incapacità a ristabilire il proprio tasso di profitto a partire dal dinamismo in campo tecnologico.

Altro tema cruciale dell’economia politica di Marini è quello del subimperialismo, il quale presenta due dimensioni: quella economica e quella politica. A livello economico, diviene l’alternativa più dinamica per la realizzazione delle merci, una volta che la composizione organica del capitale nei paesi dipendenti raggiunge il livello intermedio, con l’introduzione nella regione dell’industria di beni di consumo durevoli. Gli aumenti di scala della produzione vanno incontro a limiti di realizzazione nella formazione sociale basata sul supersfruttamento. Questi limiti possono essere superati solo parzialmente con trasferimenti di reddito ai segmenti del consumo di lusso, poiché la disponibilità reddituale per il consumo non è garanzia che quest’ultimo avvenga effettivamente, dal momento che una merce deve rappresentare un certo calore d’uso per coloro che l’acquistano. La domanda statale, altra forma di realizzazione delle merci, incontra limiti, nell’opposizione dei monopoli privati, alla costruzione di un robusto capitalismo di stato, incentrato sulle imprese statali e sul tentativo di ottenere l’autonomia tecnologica. Il rischio insito in questa alternativa, la quale ha mobilitato segmenti del settore militare e della burocrazia statale, ha costituito una delle ragioni per le quali il grande capitale ha ritirato il proprio appoggio alle dittature, in favore della transizione democratica controllata dalle élite borghesi.

Il subimperialismo, così come teorizzato da Marini negli anni Settanta, si caraterizza, dal punto di vista economico, per un alto dinamismo nell’esportazione di merci – in particolare nella manifattura -, per l’esportazione di capitali e per il controllo regionale delle materie prime nonché dell’approvvigionamento energetico. Tale forma di proiezione internazionale si dirigerebbe sopratutto verso altri paesi dipendenti, per i quali  quelli subimperialisti si presenterebbero come sub-centri di integrazione. Secondo Marini (1977), in America Latina, fra i tre paesi in condizione di sviluppare una traiettoria subimperialista (Brasile, Argentina e Messico), solamente il Brasile avrebbe un’effettiva possibilità di esercitare una simile politica.

L’autonomia dei centri subimperialisti sarebbe limitata dall’imperialismo, dal quale dipenderebbero tecnologicamente e ideologicamente. Ciò nonostante, questo limite non impedirebbe lo stabilirsi di importanti contraddizioni nel processo di gerarchizzazione tra paesi subimperialisti ed imperialisti. L’affermazione del subimperialismo, dunque, dipenderà dalla riuscita di una politica statale capace di utilizzare le possibilità internazionali offerte dal passaggio dall’unipolarità all’integrazione gerarchica – quando il grande capitale internazionale ristabilisce la propria autonomia relativa rispetto allo stato nordamericano, e sviluppa la transizione verso l’egemonia condivisa – così da promuovere un progetto regionale asimmetrico [6]. La maggiore espressione di questo fenomeno è stato l’apparato tecnomilitare costruito dalle dittature latinoamericane ed il concetto di confini ideologici. tuttavia, numerosi fattori hanno limitato le possibilità del subimperialismo, senza necessariamente eliminarlo: l’appoggio del capitale internazionale ai processi di ridemocratizzazione di fronte alle pretese di potenza delle dittature militari; la centralizzazione finanziaria mondiale su impulso degli Stati Uniti durante gli anni ottanta, che ha condotto al collasso della base finanziaria dei progetti di modernizzazione latinoamericani, oltreché le pretese di internalizzazione dell’industria pesante sostenuta dal credito internazionale; infine, l’internazionalizzazione dei processi produttivi e dei mercati interni a partire dal neoliberismo (Marini, 1992 e 1996).

Il modello politico latinoamericano e la questione del socialismo

Marini si è dedicato anche alla teorizzazione del modello politico latinoamericano. In questo campo, uno dei suoi principali contributi consiste nel concetto di stato di controinsurrezione, il cui emergere, sviluppo e crisi vengono analizzati in diversi testi (1978a, 1992 e 1995). Tale forma di stato incontra le proprie oggettive condizioni di sviluppo a partire dall’integrazione dei sistemi produttivi latinoamericani, mediante gli investimenti diretti esteri (IDE). Questa forma di integrazione moltiplica la monopolizzazione del capitale e il supersfruttamento del lavoro, generando dialetticamente un movimento delle masse che fa pressione sui limiti conservatori del patto populista, e che viene contrastato internamente dalla borghesia e dal settore militare, sotto la guida e l’ausilio della strategia di controinsurrezione statunitense. Questi ultimi segmenti sfruttano le debolezze del movimento popolare, segnato dall’influenza populista e riformista, al fine di sconfiggerlo. Tale dottrina presenta analogie e differenze in relazione al fascismo, in quanto entrambe forme specifiche di controrivoluzione; se da un lato, infatti, come il fascismo, si propone di annientare il nemico, impedendogli di proseguire la sua attività di opposizione, dall’altro tende al ristabilimento della democrazia borghese, così da superare il periodo di crisi ed eccezione. L’incapacità di formare una base di massa piccolo borghese, sia a causa della proletarizzazione di questi strati, sia per l’estensione del supersfruttamento nonché della denazionalizzazione realizzata dalla politica economica della controinsurrezione, conferisce privilegi alle forze armate quale pilastro del colpo di stato e della dittatura, il che accentua le differenze rispetto al fascismo.

Lo stato di controinsurrezione non si limita necessariamente alla forma dittatoriale. Si concretizza anche nella costruzione di democrazie sotto tutela, configurando apparati militari ed economici esenti dal controllo del potere legislativo, costituendo in tal modo uno stato corporativo della borghesia monopolistica e delle forze armate. Un’evoluzione attuata durante la transizione democratica, ciò che l’autore definisce stato di quarto potere, nel momento in cui il grande capitale e l’apparato repressivo tentavano di istituzionalizzare le democrazie sotto tutela e controllate. Due sono i fattori che limitano la formula dello stato di quarto potere: la ricomposizione dei movimenti sociali, i quali opporranno una forte offensiva a favore di un ampliamento della democratizzazione negli anni Ottanta, e le fratture provocate dal neoliberismo nel blocco borghese-militare sostenitore dello stato di controinsurrzione. Il neoliberismo ha dato impulso alla riconversione del settore produttivo latinoamericano, distruggendo parzialmente settori caratterizzati da un maggiore valore aggiunto, imponendo pesanti denazionalizzazioni produttive, commerciali e finanziarie e aumentando l’indebitamento statale. Un processo che ha fronteggiato le pretese di affermazione nazionale dei militari; in particolare per quanto riguarda gli ufficiali medi e bassi, meno legati al grande capitale.

A detta dell’autore, le democrazie liberali in America Latina poggiano su una grande fragilità istituzionale. Il supersfruttamento del lavoro implica alti livelli di diseguaglianza dei redditi e della proprietà, in aggiunta ad una significativa povertà strutturale, in contraddizione con l’ideologia liberale che promette progresso materiale e libertà agli individui. Il supersfruttamento non può essere combattuto efficacemente mediante i meccanismi della democrazia rappresentativa, i quali presuppongono la passività della grande maggiorana della popolazione, oltre ad aprire margini per importanti retrocessioni riguardo le conquiste accumulate nell’economia politica del lavoro. Un progetto politico finalizzato a cambiamenti strutturali sostanziali, come l’eradicazione della povertà e la riduzione delle diseguaglianze, implica l’organizzazione della classe lavoratrice e dei movimenti sociali come soggetti politici. Nelle sue forme più avanzate e organiche, implica inoltre il superamento della democrazia parlamentare in direzione di quella partecipativa, il che include la socializzazione della gestione delle imprese, dello stato e della società in generale, configurando un ampio processo di emergenza della soggettività popolare. Un tema, quest’ultimo, trattato da Marini in El reformismo y la contrarrevolución: estudios sobre Chile (1976), in cui nell’affrontare la questione del dualismo di poteri, vine menzionato lo scontro tra le dinamiche sociali e politiche della classe lavoratrice e l’istituzione borghese-liberale, incentrata sulla rappresentanza politica. Il grande capitale ed i suoi leader ricorrono allo stato di controinsurrezione così da porre fine a questa condizione, ma a tal fine, necessitano di recuperare l’iniziativa politica, facendo leva sulle debolezze organizzative della classe lavoratrice. L’introduzione di riforme sociali di carattere popolare collide con la resistenza del grande capitale, sostenuta da significative porzioni degli strati medi e della piccola borghesia, e tende a dispiegarsi come capitalismo di stato o in forme di transizione al socialismo. Secondo l’autore le possibilità di autonomia del capitalismo di stato sono limitate, e le sue evoluzioni più probabili sono il socialismo o lo smantellamento da parte dello stato di controinsurrezione.

Nell’articolo “Dos notas sobre el socialismo” (1993), Marini sottolinea il carattere storico, provvisorio e limitato delle forme iniziali assunte dallo stato socialista. Proprio come il capitalismo, sorto nel XVI secolo a partire dal controllo dello stato da parte del capitale commerciale e bancario, senza che le sue forze produttive fossero pienamente sviluppate, il socialismo è una forma di transizione verso una società superiore, che emerge in una situazione di scarsità, nel XX secolo, in assenza degli elementi necessari a stabilire pienamente le proprie forme politiche, economiche, sociali e culturali. Il capitalismo ha impiegato quasi trecento anni per trasformare il controllo sullo stato assolutista nelle condizioni materiali necessarie allo sviluppo delle sue forze produttive, nonché per la sua rivoluzione politica e culturale, con l’affermazione dello stato liberale e del primato dell’individuo sulle corporazioni. Per tanto, il controllo politico dei lavoratori sullo stato non implica simultaneamente lo sviluppo di forme societarie legate al modo di produzione comunista. Tuttavia l’accelerazione tecnologica, innescata dallo stesso capitalismo, consente di abbreviare notevolmente tale periodo di transizione. Lo sviluppo del socialismo implica lo stabilirsi di forze produttive che pongano al  centro l’essere umano. Queste ultime si basano sul lavoro intellettuale, sulla mondializzazione dei processi produttivi, sul livellamento tecnologico su scala internazionale e sulla democrazia radicale, nella quale il governo della maggioranza passa dalla coercizione alla persuasione quale principio cardine dell’esercizio del potere.

A detta dell’autore, il basso livello di sviluppo delle forze produttive sul quale si sono stabilite le esperienze socialiste del XX secolo ha generato una serie di distorsioni in relazione alle potenzialità di questa formazione sociale. Le più rilevanti sono la sostituzione, come soggetto storico, del proletariato e dei segmenti popolari con il partito, e il tentativo di sopprimere il mercato in una fase nella quale, dato il livello di sviluppo dei rapporti sociali, ciò non poteva avvenire senza ricadute sostanziali sul dinamismo economico e sull’efficienza. Secondo Marini (1993), la revisione del socialismo, nel XXI secolo, dovrebbe prevedere contemporaneamente la democratizzazione e la decentralizzazione del controllo verso i lavoratori, nonché il ristabilimento dei meccanismi di mercato, qualora si rivelassero necessari all’eliminazione della scarsità. Dovrebbe, inoltre, moltiplicare la propria internazionalizzazione, elevandosi dal piano nazionale del singolo paese a quello regionale e mondiale. In America Latina, la dimensione regionale del socialismo affermerebbe le nazionalità, e corrisponderebbe al più ampio livello di sviluppo delle forze produttive introdotto dalla globalizzazione, consentendo l’integrazione nell’economia mondiale e la preservazione della sovranità oltreché dei principi interni alla globalizzazione.

Marini (1993) sostiene che la relazione tra democrazia e socialismo è contraddittoria. Nel suo significato più pieno, il socialismo rappresenta la massima realizzazione della democrazia, intesa come il governo esercitato dalle maggioranze e incentrato sulla persuasione. Tuttavia, si tratta di un’alternativa dipendente dallo sviluppo delle basi materiali, sociali, politiche e morali del socialismo, inteso come stato e movimenti sociali. Il rafforzamento dell’alternativa socialista potrebbe significare l’approssimarsi del processo rivoluzionario alla via pacifica, implicando una politica di alleanze in seno alla classe lavoratrice (differenti segmenti del proletariato e del contado) e di tolleranza nei confronti della borghesia, risultante nel pluralismo, sotto la guida politica e ideologica dei lavoratori. Al contrario, ad una maggiore debolezza del socialismo corrisponderebbe il rafforzamento della coercizione e l’allontanarsi dell’alternativa democratica. In tale contesto, la democrazia potrebbe rappresentare la sua dissoluzione. Per altro, il ricorso eccessivo alla coercizione implicherebbe un’altra minaccia al progetto socialista, col rischio di frattura interna al partito in rapporto all’obiettivo della transizione al comunismo. Il ristabilimento della burocrazia, sotto forma socialista, laddove combinato alla soppressione del mercato, può condurre a problemi di sviluppo economico. La capacità del potere centrale di allocare le risorse con efficienza, efficacia ed effettività, va incontro a restrizioni dovute ai vincoli degli strumenti di misura dell’utilità sociale di prodotti e servizi. Per Marx, il mercato, come forma di allocazione delle risorse, viene superato solo parzialmente dallo sviluppo della burocrazia. In realtà, tende a combinarsi con quest’ultima al fine di svilupparsi. Solamente la democratizzazione e la socializzazione del potere sarebbero in grado di articolarsi con le istanze decisionali centrali, sostituendo il mercato quale strumento di misura dell’utilità sociale di prodotti e servizi.

Nella sua analisi dello stato, Marini (1978a, 1992 e 1995) distingue due livelli di potere: quello delle istituzioni sociali a partire dalle quali una classe costruisce i suoi rapporti di dominio, e quello della sua sintesi nell’apparato giuridico-politico istituzionale, mediato dallo stato, che esercita la propria dittatura basata sulla coercizione, rappresentata dalla legge. Secondo l’autore, vi è un rapporto dialettico tra questi due dimensioni. L’apparato giuridico-politico statale esprime e stabilisce rapporti di dominio tra le classi sociali, che possono essere trasformati solo a partire da modifiche nella struttura di tale apparato coercitivo. Questi cambiamenti, a loro volta, non possono essere imposti unilateralmente, dall’alto al basso, e dipendono da trasformazioni che si svilupperanno in seno alla società stessa, la quale, in tal modo, è in grado di sostenerli e svilupparli nell’ambito dell’apparo giuridico-politico statale.

La democrazia parlamentare si articola alla burocrazia come modello di gestione, al dispotismo della sussunzione formale e reale del lavoro al capitale e alla passività politico-sociale delle masse, la cui attività è circoscritta all’esercizio periodico del voto, il che non costituisce, per tanto, una forma adeguata alla costruzione del socialismo. La transizione democratica al socialismo richiede la costruzione di istituzioni che rompano col dispotismo del capitale, trasferiscano ai lavoratori i meccanismi di direzione sociale e politica e li rappresentino pubblicamente nell’apparato statale. La forma pacifica di questa transizione dipende dalla penetrazione dell’ideologia socialista, democratica e popolare in segmenti dell’apparato repressivo di stato, capaci di neutralizzare, nel proprio stato e nell’insieme della società, la ribellione borghese a fronte dello sviluppo dei meccanismi di partecipazione sociale. Tuttavia, l’autore sottolinea come la violenza sia presente anche in una transizione pacifica: laddove impone la socializzazione di mezzi di produzione e del surplus economico, per quanto un simile processo possa combinarsi con la preservazione della piccola e media borghesia (Marini, 1976).

Il contributo al pensiero sociale e al dibattito interno alla teoria della dipendenza

Nel corso degli anni Novanta, Marini si impegna in un bilancio del pensiero sociale latinoamericano e della sua stessa opera. Nell’analizzarla, egli la inscrive nella seconda fioritura marxista della teoria della dipendenza, relativa agli anni Sessanta e Settanta, seguita alla prima, risalente a quella degli anni Venti. Decennio, quest’ultimo citato, nel quale autori come José Carlos Mariátegui e Ramiro Guerra avevano sottolineato che la debolezza delle borghesie latinoamericane e la loro incapacità a fronteggiare l’imperialismo le conducevano a sottomettervisi e associarvisi. Non sarebbero, dunque, il motore di una rivoluzione democratica borghese, basata sulla riforma agraria e la rivoluzione industriale, in grado di integrare i popoli latinoamericani nel consumo di massa e promuovere una qualche forma di sovranità scientifica e tecnologica. I paesi latinoamericani diverrebbero stati diretti da oligarchie con base nell’esportazione di beni primari, in associazione coi capitali commerciale e bancario, fondamentalmente stranieri, che controllerebbero i settori votati all’esportazione e dei servizi. L’industrializzazione diviene, per tanto, un compito che il socialismo deve portare a termine, spinto dal proletariato urbano e appoggiato dalle masse rurali inscritte in distinte forme di rapporti di lavoro e proprietà.

La teoria della dipendenza, che si sviluppa negli anni Sessanta, mette in discussione numerosi degli assunti stabilitisi negli anni Venti. Se, infatti, da una parte, mantiene viva la tesi di una borghesia latinoamericana associata all’imperialismo, dall’altra, afferma che una simile associazione conduce al dinamismo e allo sviluppo delle forze produttive, nonché all’egemonia della frazione industriale del capitale su quella agraria nel complesso della regione, sopratutto nei paesi con maggiore mercato interno e base demografica. A partire da tale convergenza di base, si creano profonde differenze tra i teorici della dipendenza circa le tendenze caratterizzanti il capitalismo dipendente e i modelli di sviluppo politico ed economico da seguire. Le divergenze riguardo le tendenze del capitalismo dipendente fanno riferimento al ruolo esercitato dal capitale straniero, dal mercato interno e dalle forme politiche che ne sono promotrici.

Fernando Henrique Cardoso ed Enzo Falletto rappresentano la versione weberiana della teoria della dipendenza. Da loro punto di vista, la dipendenza è il paradigma di sviluppo degli stati periferici. Per questo, fanno barriera ai quei modelli politici che cercano di condizionare le relazioni col mercato mondiale e suoi principali attori all’esercizio della sovranità nazionale, il che esigerebbe una forte presenza regolatrice dello stato. Nazionalismo, populismo e socialismo vengono scartati come promotori di alternative di sviluppo per i paesi latinoamericani, in quanto portatori di autoritarismo, corporativismo e difficoltà di differenziazione dell’apparato produttivo – vale a dire, stagnazione -, una combinazione articolata dalla presenza eccessiva della burocrazia statale. L’autoritarismo dispiegatosi in America Latina, negli anni Sessanta e Settanta, vien inteso da Cardoso (1975, 1979 e 1995) come una formula politica sostenuta molto più da una burocrazia corporativa civile-militare, affermatasi nello stato mediante circoli burocratici che l’autore definisce borghesia statale, che dalle borghesie imprenditoriali straniera e nazionale radicate nella società civile. Per i due autori, il grado di autonomia degli stati rispetto al grande capitale internazionale deve essere limitato, garantendo in tal modo il dinamismo economico, l’ampliamento del mercato interno e una democrazia stabile.

Secondo Cardoso, il capitale straniero capitalizza la regione, quantunque provocando uscite superiori alle entrate tramite pagamento di rimesse di profitti, interessi, royalty, ecc. Ciò sarebbe dovuto alla crisi di realizzazione del plusvalore che, altra faccia dell’esportazione di capitali, si verifica nei paesi centrali, risolta parzialmente mediante spese militari e stato sociale. Il credito straniero e l’indebitamento con l’estero promuoverebbero la continuità dello sviluppo nella periferia ed il controllo relativo degli squilibri macroeconomici. La penetrazione del capitale straniero nella promozione dell’industrializzazione dei paesi dipendenti generalizzerebbe il plusvalore relativo, oltre a dare impulso alla riduzione del costo della forza lavoro (Cardoso e Falletto, 1977 e 1984) (Cardoso, 1979 e 1995). A detta dell’autore, la presenza di aree di povertà corrisponde più alla persistenza del capitalismo competitivo, e del precapitalsimo, che a quella espansiva del capitalismo monopolista [7].

Nel saggio scritto in occasione dei quarant’anni di Dependencia y desarrollo en América Latina, Cardoso (2010) riprende queste tematiche, puntellando le sue tesi centrali degli anni Settanta e Ottanta. Egli vi difende, in riferimento all’America Latina, una nuova socialdemocrazia di mercato, la quale accetti le politiche promosse dalle potenze occidentali, considerate come un riferimento cruciale di opportunità di sviluppo. Una socialdemocrazia che deve impegnarsi a rimuovere il rischio di ciò che definisce populismo regressivo, così come manifestatosi in Venezuela con il presidente Hugo Chávez, in Ecuador con il presidente Rafael Correa, in Bolivia con il presidente Evo Morales, o in Argentina con l’allora presidente Néstor Kirchner e, successivamente, con la presidentessa Cristina Fernández de Kirchner, e deve inoltre appoggiarsi non solo ai sindacati e alle dirigenze laburiste, ma anche alle classi medie e a un’opinione pubblica diffusa – mediatica e digitale – che faccia pressione sul governo affinché rispetti un certo consenso stabilito dalla globalizzazione: l’adozione dell’economia di mercato globalizzata, con la soppressione di ciò che definisce nazionalismo dei mezzi – in riferimento esplicito alla terminologia creata da Helio Jaguaribe per designare il ricorso al protezionismo nazionalista quale determinate dello sviluppo; la lotta contro la povertà tramite politiche compensative e reddito minimo, senza violare le regole di mercato e i limiti fiscali fissati allo stato dal settore finanziario mediante il debito pubblico; l’istituzionalizzazione della democrazia rappresentativa; e, da ultimo, l’abbandono di una politica terzomondista a favore di uno sforzo attivo all’interno delle iniziative delle potenze tradizionali del XX secolo, come forma più adeguata allo scopo di aumentare i margini di manovra dell’America Latina [8].

Marini (1992), a sua volta, distingue il proprio contributo alla costruzione di una teoria marxista della dipendenza all’interno del gruppo che riuniva originariamente Theotonio dos Santos e Vania Bambirra, sottolineando il proprio apporto al metodo a partire dall’economia politica della dipendenza, in cui formula i concetti di supersfruttamento e subimperialismo. Il capitalismo dipendente è pesantemente escludente, ipersfruttatore e limitatore delle potenzialità di popoli e paesi della regione. Limitazioni tanto più intollerabili quanto più i paesi centrali trasferiscono nuove tecnologie ai paesi della periferia, rafforzandone le forze produttive e, di conseguenza, le condizioni oggettive di una rottura dei vincoli interni ed esterni di dipendenza. Gli autori citati propongono processi di transizione al socialismo al fine di eradicare il supersfruttamento, espandere il mercato interno e trovare obiettivi regionali che stimolino il dinamismo economico. Un socialismo che non avrebbe come obiettivo l’isolamento dall’economia mondiale, bensì di integrarvisi con sovranità a partire dalla ridefinizione dei rapporti di potere interni, così da ribaltare la propria condizione periferica.

Come già detto, secondo Marini, il supersfruttamento del lavoro si basa sui trasferimenti di valore e plusvalore, ai quali da impulso la concorrenza monopolistica. Questa si stabilisce non solo sul piano internazionale, ma anche all’interno dei paesi dipendenti attraverso la configurazione di una borghesia monopolista e associata, informata alla ricerca del plusvalore straordinario. Sono queste due dimensione che, nella loro articolazione, producono il supersfruttameno. Come afferma Marini (1978b), “il supersfruttamento è stimolato dallo scambio ineguale, ma non deriva da esso, bensì dalla febbre di profitti provocata dal mercato mondiale”.

Nell’affrontare il tema del deterioramento delle ragioni di scambio, Marini fa riferimento al suo legame col plusvalore straordinario ed i trasferimenti di valore. Ciò trova la sua base nel monopolio tecnologico, e stabilisce prezzi al di sopra del valore, sempre che la concorrenza non impedisca di farlo, implicando uno scambio diseguale di valori e trasferimenti di plusvalore generato in altri settori, che va a detrimento dei segmenti a minore intensità tecnologica relativa, risolvendosi nel supersfruttamento del lavoro al fine di ristabilire i tassi di plusvalore e profitto. Marini critica il pensiero della CEPAL per l’assenza di una teoria del valore che consenta di comprendere la natura globale del fenomeno, inscritto nel piano della concorrenza e del mercato mondiali, assenza che conduce ad attribuirne le cause alle sue manifestazione esterne ed empiriche come il basso costo della forza lavoro e i limiti della domanda internazionale. Nel basarsi sulla teoria dei fattori di produzione, la quale associa il prezzo dl prodotto alla somma dei costi dei fattori produttivi (capitale, lavoro  e terra), la teoria espressa dal CEPAL si dimostra incapace di comprendere come l’innovazione tecnologica, introdotta dall’accumulazione capitalistica, trasferisce valori e richiesta di lavoro al capitale, contribuendo a formare un mercato mondiale concentrato sui beni di consumo di lusso. In tale critica, Marini (1978b) si rivolge anche a Cardoso e Serra, nel contesto della polemica ospitata dalla Revista Mexicana de Sociología: l’assenza della teoria marxista del valore-lavoro, nonché della percezione dell’unità dialettica tra lavoro e prezzo, li porta a concepire lo scambio ineguale come esente da trasferimenti di valore e plusvalore. Per Cardoso e Serra, il plusvalore straordinario, il quale riduce la quantità di lavoro per unità di prodotto o il suo valore individuale, senza alterarne il valore sociale o prezzo, non implicherebbe trasferimenti di valore mediante lo scambio da parte della nazione sfavorita, laddove i valori individuale/sociale ed il prezzo delle sue merci rimangano inalterati. Essi sostengono che la nazione svantaggiata si impoverirebbe in termini relativi, ma non assoluti. Tuttavia, non tengono conto del fatto che:

1) La ricerca del plusvalore straordinario da parte della borghesia dipendente incide sullo scambio ineguale e aumenta la quantità di lavoro trasferita dalla nazione sfavorita al fine di ottenere la stessa quota di valore, una volta che, pur conservandosi il valore sociale, quello individuale delle merci dei paesi centrali sia diminuito.

2) L’aumento del plusvalore straordinario nei paesi dipendenti redistribuisce internamente i tassi di plusvalore intersettoriale e intra-settoriale.

3) La sostenibilità a lungo termine del plusvalore straordinario nell’economia mondiale – ossia, in situazione di equilibrio della domanda e dell’offerta – esige la riduzione del tasso di plusvalore dei singoli imprenditori sfavoriti dal plusvalore straordinario, così come la riduzione del valore sociale delle merci dei settori a bassa e media composizione tecnica, soggetti ad una situazione di concorrenza monopolistica.

Mentre Cardoso e Serra collocano nel monopolio tecnologico il progresso tecnico ed il plusvalore relativo, e ne appoggiano l’espansione, attribuendo al settore con maggiore concorrenza – ovvero, piccole e medie imprese e settori precapitalisti – gli alti livelli di povertà ed  il plusvalore assoluto, Marini individua, nei rapporti di concorrenza all’interno dei mercati mondiali e interni ai paesi dipendenti, trasferimenti di plusvalore che danno vita ad un mercato del lavoro regolato dal supersfruttamento del lavoro, il quale incide, innanzitutto, sui settori a bassa o media composizione tecnica e di cui beneficerà il rispettivo settore monopolistico dei paesi dipendenti.

Il supersfruttamento non impedisce necessariamente la crescita di un mercato interno per i segmenti popolari, tuttavia impone forti restrizioni a tale crescita [9]. Esso, come già visto, può essere spinto, indipendentemente dalla crescita demografica, quando vi è un aumento del valore della forza lavoro che supera la caduta dei prezzi della stessa, in rapporto al suo valore. Ciò può darsi in virtù della combinazione tra aumento della qualificazione della forza lavoro e intensità del lavoro e, ancora, nei limiti istituzionali fissati dalla democrazia borghese, dell’aumento del valore morale della forza lavoro mediante processi politici che mettano in discussione, sia pur parzialmente, l’economia politica del capitale, distribuendo una frazione del plusvalore concentrato nel segmento monopolistico.

Per marini, il capitale straniero, nonostante cicli di predominio delle entrate o delle uscite, tende, nel complesso, a decapitalizzare i processi di accumulazione in America Latina, limitando il mercato interno. Questo capitale si trova sotto il controllo di proprietari non residenti, ai quali deve garantire un tasso di profitto positivo, e solo lo spostamento del dinamismo dell’accumulazione ad altre regioni, legate a cambiamenti implicanti alterazioni sostanziali nel processo globale di accumulazione, potrebbe fargli mettere d parte i vantaggi accumulati nell’ambito della divisione internazionale del lavoro, così come quelli ottenuti dal monopolio della violenza nello rispettivo spazio di sovranità nazionale.

La borghesia dipendente e associata presenta, dunque, forti tendenze antidemocratiche. Lo sviluppo democratico tramite movimenti sociali e politici che contestano il supersfruttamento del lavoro minaccia le istituzioni politiche della regione, destabilizzandola. Il declino della teoria marxista della dipendenza è riconducibile al dispiegarsi della repressione contro il nazionalismo popolare sviluppatosi negli anni Sessanta e Settanta, in particolare, contro il governo di Salvador Allende in Cile, una repressione che, in America Latina, si è manifestata principalmente in forma di colpi di stato militari. Una situazione da cui è derivata un significativo regresso teorico-metodologico nella regione, risultante nell’affermarsi dell’endogenismo e del neosvilupismo. L’endogenismo ha privilegiato i fattori interni nella spiegazione dei processi di accumulazione del capitale e del sottosviluppo in America Latina, coniando il concetto di articolazione dei modi di produzione al fine di spiegare, a partire dai legami tra segmenti moderni e arcaici nell’ambito delle società periferiche, le specificità del capitalismo latinoamericano. Marini (1992 e 1994b) sottolinea come tale approccio sopravaluti il concetto di modo di produzione ed i processi di accumulazione primitiva, trascurando l’importanza della circolazione nei processi di accumulazione del capitale. Con questo, la’autore non sminuisce le specificità del processo produttivo del capitale, ma evidenzia come esso sia preceduto e seguito dalla circolazione del capitale. Quest’ultima si sviluppa a partire dall’economia mondiale e da impulso alla divisione internazionale del lavoro, la quale struttura i sistemi produttivi negli spazi nazionali. La realizzazione del valore, a sua volta, è regolata dalla concorrenza derivante, in ultima istanza, dal mercato mondiale. Il ristabilimento della totalità dei processi di accumulazione del capitale consente di individuare le determinazioni storiche del processo di produzione del capitale, recuperando i nessi tra le dimensioni interna ed esterna. Si rivela fondamentale ai fini della comprensione del capitalismo latinoamericano collocarlo nella gerarchia spaziale organizzata dal capitale nell’economia mondiale. Tra gli endogenisti, Marini cita, per esempio, Agustín Cueva – il più internazionalista, che negli anni Sessanta farò autocritica, avvicinandosi alla teoria della dipendenza -, e altri come  Enrique Semo, Roger Bartra e Ciro Flamarion Cardoso.

L’endogenismo ha presentato  l’imperialismo come ultima variabile dell’interpretazione dei processi di accumulazione del capitale in America Latina, aprendo la via per l’emergere del neosviluppismo. Secondo Marini, questa corrente era espressione dell’affermazione della borghesia industriale latinoamericana; in particolare, in Brasile, Messico e Argenitna, nel decennio dei Settanta, nel momento in cui i paesi centrali iniziavano ad essere colpiti dalla crisi di lungo periodo protrattasi sino al 1994. Ciò aveva consentito alla borghesia industriale latinoamericana di trarre vantaggio dalle rivalità interimperialiste, al fine di promuovere l’industrializzazione accelerata, sino all’inizio degli anni ottanta, quando l’aumento dei tassi di interesse negli Stati Uniti mise in discussione le basi finanziarie di tale espansione basata sul debito estero. Un approccio che si differenzia dallo sviluppismo nazionale in termini di:

1) Ampia accettazione del ruolo centrale, e non solo residuale e complementare, del capitale straniero nell’industrializzazione della regione, in aggiunta agli altri due pilastri: lo stato ed il capitale nazionale.

2) Enfasi posta sui processi di distribuzione del reddito e sulla democrazia nello stabilirsi di uno stile di sviluppo incorporante le grandi masse, prendendo le distanze dai testi del CEPAL  degli anni Cinquanta, i quali intendevano automaticamente il ruolo progressivo dell’industrializzazione e consideravano lo stato come un’entità neutra.

3) Affermazione del protagonismo del ciclo endogeno di accumulazione del capitale rispetto ai condizionamenti dell’economia mondiale, in funzione del dinamismo del mercato interno, associato allo sviluppo del settore dei beni capitali e di consumo. Per il neosviluppismo, la presenza della proprietà straniera era meno importante, poiché l’industrializzazione  aveva internalizzato i centri decisionali, in modo che la democrazia potesse garantire la distribuzione del reddito ed i modelli di sviluppo rivolti al segmento dei beni di consumo di massa. Tra i principali difensori di questo approccio vi sono Maria da Conceição Tavares, Ado Ferrer, Francisco de Oliveira, João Manuel Cardoso de Mello, oltreché autori un tempo vicini alla teoria della dipendenza, come Fernando Henrique Cardoso,  o riconducibili al  CEPAL, come Raúl Prebisch e Celso Furtado, più attenti, questi ultimi, riguardo all’internazionalizzazione dei centri decisionali.

In tale contesto, in America Latina,  si svilupperanno gli studi neogramsciani, i quali, motivati dalla prospettiva della ridemocratizzazione, saranno influenzati dalla particolare lettura dell’opera di Gramsci fornita dal Partito comunista italiano. Così, il neogramscismo ha enfatizzato l’autonomia della società civile rispetto allo stato, minimizzando la conquista di quest’ultimo, inserendo le lotte popolari nell’ambito della legalità democratico-borghese, realizzata principalmente negli apparati privati di egemonia, dei quali lo stato sarà, di volta in volta, espressione. L’America Latina, specialmente i paesi più industrializzati, avrebbe oltrepassato la frontiera dell’oriente in direzione dell’occidente, modernizzando le proprie classi dominanti, le quali avrebbero accettato il predominio dell’egemonia/consenso sul dominio/despotismo. Il neogramscismo non tiene conto, dunque, del fatto che per Gramsci egemonia significa equilibrio tra coercizione e consenso, omettendo in tal modo la dialettica tra guerra di posizione e di movimento, tra insurrezione e processi istituzionali, tra potere statale ed egemonia nella società civile, presente nell’opera dell’autore sardo. Tra i neogramsciani, Marini (1992) rimanda a José Aricó, José Carlos Portantiero, Carlos Pereira e Carlos Nelson Coutinho.

Il protagonismo del neoliberismo, a partire dagli anni Ottanta ha messo in crisi questi approcci: la rottura dei processi di crescita economica a partire dalla crisi del debito estero, la deindustrializzazione e il controllo sullo stato hanno ridefinito i rapporti di potere interni e internazionali dell’America Latina. Per fronteggiare una simile realtà, Marini (1991 e 1992b) ha proposto una ripresa creativa della teoria della dipendenza. Un recupero che non deve rivolgersi al passato, quanto fissare il punto di partenza per una revisione radicale, che la liberi dai vincoli con lo sviluppismo a favore della teorizzazione di una realtà assai più complessa frutto dei processi di globalizzazione, orientata alla creazione di un socialismo originale, democratico e libertario.

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Note 

1. Questo meccanismo non viene citato esplicitamente da Marini (1973) quando enumera le variabili che costituiscono il supersfruttamento, tuttavia è chiaramente presente nei suoi scritti, come confermato dal seguente passaggio tratto da “Las razones del neodesarrollismo”:

[…] le necessità sociali sono fondamentali quanto quelle fisiche ai fini della riproduzione della forza lavoro, in accordo con le esigenze del mercato del lavoro allo sviluppo delle forze produttive stesse. L’operaio, per esempio, deve presentare il livello minimo di qualificazione (o istruzione) richiesto, laddove voglia vendere la propria forza lavoro, esattamente come non può prescindere da radio e televisione, nel momento in cui tali mezzi di comunicazione si generalizzano, pena la regressione al di sotto del livello culturale della società nella quale si trova a vivere e produrre. Riassumendo: è possibile affermare che, tenuto conto del deterioramento del salario reale, l’operaio ha visto aumentare il valore della sua forza lavoro, il che rende ancor più drammatico il divario crescente tra questo valore ed il reddito reale percepito. (Marini, 1978b).

2. In Superexploração do trabalho e economia política da dependência (Martins, 2009), presentiamo un modello matematico che colloca nella teoria marxista del valore le condizioni in cui il supersfruttamento opera, sia intrasettorialmente, nel settore dei beni di consumo di lusso, sia intersettorialmente sul settore dei beni di consumo necessari. Abbiamo visto che la situazione di totale neutralizzazione dell’appropriazione di plusvalore è quella in cui la tendenza monopolistica vine annullata, e il dinamismo tecnologico del segmento dei beni di consumo necessario corrisponde al totale di quello dei beni di consumo di lusso. Al contrario, la situazione di massima appropriazione di plusvalore si dà quando il segmento dei beni di consumo necessario non presenta dinamismo tecnologico, assoggettandosi all’appropriazione di plusvalore derivante dall’espansione del settore dei beni di consumo di lusso. Infine, la situazione di equilibrio è quella in cui la produttività e/o dinamismo del settore dei beni di consumo popolare equivale alla metà di quello dei beni di consumo di lusso. Il supersfruttamento ha luogo nel momento in cui il dinamismo/produttività del settore dei beni di consumo necessari si estende sino alla metà del dinamismo/produttività del settore dei beni di consumo di lusso, quando tale determinazione è proporzionale o, quantomeno, equivalente a quella, nel momento in cui si danno le condizioni medie di produzione, in funzione degli effetti che tale proporzionalità sull’appropriazione della massa di plusvalore. Si trascurano qui gli effetti dell’aumento della composizione organica del capitale che tende ad ampliare tale limite.

3. In un’economia con una presenza monopolistica strutturale, i capitali a composizione media si pongono ad un livello più basso rispetto alle condizioni sociali medie di produzione.

4. Il tema della svalutazione dei beni di consumo di lusso in funzione della concorrenza per il plusvalore straordinario appare chiaramente in  Plusvalía extraordinaria y acumulación de capital (1979b) e in El ciclo del capital en la economía dependiente (1979a): “Di conseguenza, la possibilità che il plusvalore straordinario di IIb si traduca in profitto straordinario non è limitata in linea di principio dal mercato, ma solo dalla concorrenza tra capitali e dalla migrazione da ramo a ramo” (Marini, 1979b: 29). “Con questo – nel caso che (supponiamo per una diminuzione del prezzo internazionale delle apparecchiature di cui si serve A) B eguagli il suo livello tecnologico – la superiorità in termini di dimensioni del capitale che detiene lo mette in condizione di rispondere immediatamente, introducendo ulteriori avanzamenti tecnologici che riducono nuovamente i suoi costi di produzione, ristabilendo il suo profitto straordinario” (Marini, 1979a). Un tema che, tuttavia, è assente in Dialéctica de la dependencia (1973), opera brillante e fondamentale che raccoglie molti dei presupposti alla base del pensiero di Marini, rendendo alcuni passaggi in parte sorpassati: “A tal fine concorre decisamente il legame tra nuove tecniche di produzione e rami industriali orientati a tipologie di consumo che, se tendono a convertirsi in consumo popolare nei paesi avanzati, non possono farlo in nessuna circostanza nelle società dipendenti. L’abisso esistente tra il livello di vita dei lavoratori e quello dei settori che alimentano le sfere più alte della circolazione rende inevitabile che prodotti quali automobili, elettrodomestici, ecc., siano necessariamente destinati a quest’ultima” (Marini, 1973: 72).

5. Secondo Marini (1992), la globalizzazione capitalista va intesa come un movimento in direzione della mondializzazione della legge del valore e del livellamento dei tassi di profitto, movimento determinato dall’appropriazione della rivoluzione scientifica e tecnica da parte del capitale.

6. Si veda Marini (1977). La letteratura circa la transizione dall’egemonia unipolare a quella condivisa, come pare di una crisi più ampia dell’egemonia, è attualmente assai abbondante. Inizia ad emergere negli anni Settanta, in relazione alla fine del modello oro-dollaro, trovando espressione nella teoria della dipendenza, con le opere di Theotonio dos Santos y Ruy Mauro Marini, e nella teoria del sistema mondo, con le opere di Giovanni Arrighi, Immanuel Wallerstein, Andre Gunder Frank e Beverly Silver. Trattiamo questa tematica nel libro Globalização, dependência e neoliberalismo na América Latina (2011) e in diversi lavori collettanei.

7. Non voglio negare l’esistenza di sacche di miseria (talvolta, in alcuni paesi, è vero il contrario: isole di prosperità in un mare di miseria), né l’esistenza di “popolazioni marginali”. Tuttavia, esse trovano spiegazione nella formazione storica del capitalismo in America Latina, dove si sono sovrapposti diversi modi di produzione (subordinati, senza dubbio, al capitalismo) – così come descritti da Aníbal Quijano – piuttosto che in una qualche legge del capitalismo periferico o dipendente” (Cardoso, 1995: 114).

8. Per garantire il ‘nazionalismo dei fini’ e, per tanto, l’interesse nazionale, sono necessarie variazioni strumentali. Ad esempio, è meglio condurre una politica in stile ‘terzomondismo dei risultati’, e dunque puntare tutto sui paesi sottosviluppati per ottenere un posto nel Consiglio di sicurezza, o convincersi che non è ancora giunto il momento di una riforma dell’ONU e, in ragione di ciò, sarebbe più utile all’interesse nazionale lottare per un ampliamento del G-7, mentre si approssima il momento di compiere un passo più lungo?” (Cardoso, 2010: 86).

9. In questo senso, Marini (1978b) precisa: “Nel parlare di stagnazione e regresso, non ho in mente l’ammontare assoluto della produzione, ma i tassi di crescita ((cfr. DD, pp. 73-74), non escludo poi – il che sarebbe ridicolo -, che i rami di produzione per il consumo popolare continuino a crescere […]”.

Carlos Eduardo Martins ha ottenuto il dottorato in sociologia all’Università di San Paolo del Brasile. È professore aggiunto e capo del Dipartimento di scienze politiche dell’Università federale di Ri ode Janeiro. Coordina il Laboratorio di studio sull’egemonia e la controegemonia nella stessa università, oltre al Gruppo di integrazione e unione sudamericana del Consiglio latinoamericano di scienze sociali. Il suo libro più recente è Globalización, dependencia y neoliberalismo en América Latina, edito da Boitempo, San Paolo del Brasile, 2011.

Link all’articolo originale SciELO México

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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