Il nemico interno: l’imperialismo USA in Siria

di Patrick Higgins

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Diana al-Hadid, Nolli’s Orders, 2012

“Tutti i complotti sono uniti tra loro; come le onde che sembrano fuggirsi eppure si mescolano”

– Louis Antoine de Saint-Just

“… là dove non esiste il disordine, gli imperialisti lo creano…”

– C.L.R. James, I giacobini neri

Nel 1971, al culmine della spaventosa e omicida guerra statunitense al Vietnam, un gruppo di cineasti radicali argentini e italiani, conosciuti come Colectivo de Cine del Tercer Mundo, realizzarono un film dal titolo provocatorio: Palestine, Another Vietnam. Un titolo che dice molto in poche parole, una breve dichiarazione gravida di possibili significati. La principale suggestione del titolo – ovvero, che tanto il Vietnam quanto la Palestina fossero obiettivi di un’aggressione imperiale, così come di una resistenza ad essa – non sarebbe stata in alcun modo fuori luogo, o insolita, negli ambienti della sinistra globale del 1971. In effetti, i rivoluzionari palestinesi dell’epoca prestavano non poca attenzione al Vietnam, studiando sia le brutali tattiche militari utilizzate dall’imperialismo USA al fine di schiacciare un movimento rivoluzionario di popolo, sia la storica resistenza del popolo vietnamita. Quale lezione si poteva trarre da tutto ciò?

A questo proposito, nel 1973, allorquando la rivoluzione anti-coloniale vietnamita proclamava la vittoria sulla superiorità militare degli Stati Uniti, un gruppo di rivoluzionari palestinesi e intellettuali arabi convocava una tavola rotonda moderata da Haytham Ayyoubi, capo della Divisione studi militari dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP). “Gli Stati Uniti, col loro violento intervento contro la rivoluzione e il popolo vietnamiti, hanno tentato di porre una questione, e lo hanno fatto nella pratica”, così dichiarava Tahsin Bashir, allora Assistente del Segretario generale della Lega araba. Gli Stati Uniti volevano lasciare intendere che “la scienza e tecnologia moderne, ricorrendo a computer e pianificatori, erano in grado di sconfiggere gli umani”. In risposta a questa arrogante affermazione, Bashir sosteneva quella che, a suo modo di vedere, era la principale lezione scaturita dalla fallimentare guerra USA al Vietnam: “Il successo dell’esperienza vietnamita si basa su quello degli umani sulla tecnologia”. Dawud Talhami, della Divisione studi mondiali del Centro di ricerche dell’OLP, proclamava il Vietnam come “l’esperienza più ricca fornitaci dall’eredità rivoluzionaria moderna nell’affrontare le più diverse forme di oppressione”. Dopo tutto, si trattava di una società, quella del Vietnam, che gli USA avevano cercato di distruggere – esattamente come le forze del colonialismo britannico e il sionismo in Palestina, anche prima delle devastanti vicende del 1948, quando le milizie sioniste, attuando una pulizia etnica, avevano espulso circa 750.000 palestinesi, riducendo la società palestinese in brandelli. Nel caso del Vietnam, ci si trovava di fronte ad una società che era riuscita a liberarsi dalle forze della distruzione imperialista.

Non stupisce il fatto che nessuna copia di Palestine, Another Vietnam sia sopravvissuta in pellicola – un film dimenticato, al pari di molto altro risalente all’epoca della solidarietà antimperialista durante la quale era stato realizzato. Dopo la controrivoluzione globale degli anni Ottanta, sembrava, specialmente agli occhi degli intellettuali di sinistra o ex tali, che l’internazionalismo antimperialista dei tardi anni Sessanta e dei primi Settanta fosse ormai divenuto un relitto del passato. Inoltre, emergeva un certa forma di consenso circa la campagna militare USA in Vietnam, secondo la quale: si era trattato del prodotto di una crisi, una disavventura e un pantano nei quali i panificatori imperiali statunitensi erano incappati con estrema violenza, controintuitiva, per altro, riguardo agli interessi USA. Ma a passare in rassegna gli odierni obiettivi dell’imperialismo statunitense, in particolare nel mondo arabo, pur tenendo in conto tutte le differenze tra allora e oggi, la pratica USA consistente nel distruggere le società nella loro interezza, ciò che effettivamente tentarono di fare gli Stati Uniti in Vietnam, si direbbe operante a pieno regime. La Palestina, causa storicamente fondamentale per il mondo arabo, rimane in stato di occupazione. I paesi vicini, Iraq, Libia, Yemen e Siria sono stati frammentati e, in alcune parti, ridotti a brandelli. Si è fatta strada l’ipotesi secondo la quale ciascuno di questi paesi – ognuno oggetto della violenza militare su larga scala degli USA – costituisca una “Nakba”, o “catastrofe”, il termine utilizzato dagli arabi in riferimento alle vicende della Palestina del 1948, riassumibili in un tentativo di cancellazione della società palestinese nel suo complesso, tramite l’invasione militare sionista, seguita dalla pulizia etnica e dall’assassinio degli abitanti palestinesi, cui fece seguito la sostituzione ai nomi dei villaggi e alle infrastrutture fisiche palestinesi di quelli israeliani.

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Lenin filosofo: la sfida del materialismo

di Lilian Truchon

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Lenin e Bogdanov, ospiti di Gorkij a Capri nel 1908, durante una partita a scacchi

Affrontare Lenin in quanto filosofo, significa discutere lo statuto del materialismo e la sfida politica in ciò insita. A tal proposito, Materialismo ed empiriocriticismo è un’opera fondamentale del suo pensiero filosofico. Scritto nel 1908 e pubblicato nel 1909, questo lavoro tratta in particolare la teoria della conoscenza dal punto di vista del materialismo. Avremo modo di vedere, tra l’altro, come proprio qui si trovi il nocciolo del materialismo di Lenin. Innanzitutto, è doveroso sottolineare che, agli occhi del rivoluzionario russo, la sfida consistente nella difesa del materialismo non ha origine in una semplice questione filosofica o epistemologica: si tratta anche di una questione politica. In effetti, secondo Lenin, conoscere il mondo circostante «obiettivamente» è condizione necessaria per trasformarlo efficacemente, in modo tale che le cause reali dei fenomeni e delle forze operanti nella natura, e nella società, non risultino dissimulate dietro la facciata, indefinitamente rimaneggiata, di convenzioni sociali e ideologie dominanti.

Prima di entrare nel vivo della materia, vorrei fornire una rassegna delle numerose idee preconcette riguardanti il contesto in cui è stato redatto Materialismo ed empiriocriticismo. Infatti, benché false, queste ultime continuano, nonostante tutto, a trovare spazio nei vari commenti sull’opera in questione. È anche il caso dei migliori studiosi della vita e dell’opera di Lenin, come lo storico Lars Lih. Nel suo volume biografico Lenin, pubblicato nel 2011, egli afferma che Materialismo ed empiriocriticsmo era frutto di «appunti diligenti» circa soggetti con i quali il rivoluzionario russo aveva scarsa familiarità. Ora, un semplice vaglio del numero di libri e articoli – oltre duecento, tra filosofia, epistemologia, fisica e biologia, in molteplici lingue e citati o riassunti con spirito di sintesi- dimostra l’esatto contrario di quanto sostenuto da Lih. In effetti, Lenin aveva studiato in maniera approfondita la questione. Prendiamo come esempio Diderot e i riferimenti ai testi del filosofo francese. Non solo il rivoluzionario russo cita la Lettre sur les aveugles e L’entretien de D’Alembert avec Diderot da un edizione francese delle opere complete di Diderot, pubblicate in origine nel 1857, ma non si inganna neanche nella scelta delle citazioni appropriate. Dunque, un lettore intelligente nel suo individuare i passi rilevanti del dialogo immaginario con Berkley proposto dal filosofo francese. Una padronanza, quella di Lenin, acquisita in anni di studio da autodidatta della filosofia, studio iniziato in particolare nel 1898, allorquando emersero le polemiche, in seno al movimento socialista internazionale, tra Kautsky e Bernstein, nel contesto di quella che diverrà nota come prima crisi del marxismo. In tale frangente, Lenin aveva letto specialmente Kant e i materialisti francesi dell’età dei lumi, come il barone d’Holbach, Helvetius e, per l’appunto, Diderot.

Altro preconcetto, quello secondo il quale esisterebbe una rottura epistemologica all’interno degli stessi scritti di Lenin, ovvero tra, da una parte, le tesi difese in Materialismo ed empiriocriticismo e, dall’altra, quelle avanzate nei Quaderni filosofici, risalenti in buona sostanza al biennio 1914-1915. Una tesi, questa della rottura, sostenuta negli anni Sessanta sopratutto da Louis Althusser; eppure esiste un punto di vista analogo meno noto, ossia, quello del marxista tedesco Karl Korsch. Quest’ultimo affermava che, nel momento in cui Lenin esponeva le proprie teorie sul materialismo, nel 1909, ciò avveniva in totale contraddizione con quanto detto, dallo stesso Lenin, nel 1894. In seguito spiegherò perché le dichiarazioni di Althusser e Korsch siano da ritenersi fallaci. Anziché una rottura, dunque, è doveroso sottolineare una continuità sostanziale tra l’opera del 1909 e il resto della battaglia filosofica di Lenin. Così, quando critica l’idealismo degli empiriocriticisti russi, secondo i quali l’essere sociale e la coscienza sociale sono esattamente identici, egli riprende nuovamente un vecchia polemica contro la sociologia soggettiva dei populisti russi, salvo che, nel 1909, ha luogo all’interno delle fila bolsceviche.

Desidero anche affrontare le ragioni politiche che hanno spinto Lenin a scrivere il suo libro. Alcuni storici sostengono la tesi secondo la quale Materialismo ed empiriocriticismo è stato una bieca manovra politica, finalizzata a regolare i conti con Aleksandr Bogdanov, senza dubbio, all’epoca, il più importante dirigente bolscevico dopo Lenin. In breve, quest’ultimo, avrebbe peccato di sincerità nella sua polemica filosofica con Bogdanov. Riguardo al quale, a questo punto, si rende necessario fornire alcune indicazioni biografiche, considerato che il suo nome verrà più volte citato, oltre ad avere una certa importanza ai fini della comprensione dei rapporti con Lenin. Bogdanov era stato un compagno di lotta per Lenin sin dal 1904. Aveva svolto un ruolo decisivo nella battaglia contro i menscevichi, oppositori dei bolscevichi in seno al Partito operaio socialdemocratico russo (POSDR). L’anno successivo, il 1905, Bogdanov diveniva il leader dei bolscevichi in Russia, data l’assenza di Lenin, all’epoca in esilio. A questo titolo, egli ebbe modo in particolare di rappresentare il proprio partito nel soviet di San Pietroburgo, durante la rivoluzione del 1905. Tuttavia, a partire dal 1906, Bogdanov fece sistematicamente appello, contro il parere di Lenin, al boicottaggio della Duma, il parlamento russo appena istituito. Ora, Lenin non coglie ogni occasione per esprimere le proprie divergenze rispetto a Bogdanov circa la strategia politica da seguire in Russia. Sono altri testi, i quali niente hanno a che fare col materialismo, a dargli l’opportunità di criticare il boicottaggio e l’assenteismo politico del rivale. D’altra parte, in modo da preservare l’unità politica della frazione bolscevica, costituitasi solo pochi anni prima in seno al Partito operaio socialdemocratico russo, Lenin era deciso ad evitare dispute pubbliche di natura filosofica ed epistemologica, oltreché a mantenere tali divergenze teoriche con Bogdanov su un terreno neutro. Ma la situazione cambia a partire dal 1907. Sebbene l’attacco contro il materialismo fosse in corso da lungo tempo, Bogdanov e i suoi alleati conducevano ormai contro di esso un’offensiva propagandistica ed editoriale, specialmente con la pubblicazione, l’anno seguente (1908), di una raccolta intitolata Saggi intorno alla filosofia del marxismo. A detta degli autori, la vera epistemologia socialista era quella traente ispirazione dall’empiriocriticismo, vale a dire, la teoria della conoscenza proposta dal fisico austriaco Ernst Mach e dal filosofo Richard Avenarius.

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