Il proletariato e il suo alleato: la logica dell’‘egemonia bolscevica’

‘Tutto il potere ai soviet!’, parte seconda

di Lars T. Lih

I bolscevichi erano essenzialmente preparati, sulla base dei loro precedenti punti di vista, ad affrontare le sfide del 1917? Per rispondere a questo interrogativo è necessario, innanzitutto, giungere ad una piena comprensione della strategia politica del vecchio bolscevismo. Una strategia politica che, per ritenersi coerente, doveva rispondere a due quesiti fondamentali:

  1. Quali sono le forze motrici della rivoluzione in Russia – vale a dire, quali classi della società russa sarebbero in grado di determinare il corso della rivoluzione, quali sono i loro interessi e grado di organizzazione, in che modo queste classi si scontrerebbero e interagirebbero?
  2. Quali sono le prospettive dell’imminente rivoluzione – ovvero, in quali risultati progressisti possono ragionevolmente sperare i socialisti e quali, invece, è improbabile si ottengano?
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Karl Kautsky

Alla fine del 1906, Karl Kautsky pubblicava un articolo col quale rispondeva proprio a tali interrogativi, come evidente sin dal titolo: “Le forze motrici e le prospettive della rivoluzione russa”. Un’analisi, quella di Kautsky, accolta  dall’ala sinistra della socialdemocrazia russa con grande entusiasmo e approvazione senza riserve. Lenin e Trotsky si fecero carico entrambi di una traduzione russa, oltre a dedicargli commenti lusinghieri, così come fece Iosif Stalin per un’edizione georgiana. A proposito dell’articolo di Kautsky, Lenin scriveva: “è la più brillante conferma del principio fondamentale del bolscevismo… L’analisi di Kautsky ci soddisfa pienamente”. Nel suo commento, Trotsky equiparava fermamente il punto di vista di Kautsky con quello che egli stesso aveva espresso in Bilanci e prospettive, la sua classica esposizione del concetto di “rivoluzione permanente”: “Non ho ragione alcuna per respingere anche una sola delle posizioni formulate nell’articolo di Kautsky che ho tradotto, poiché lo svilupparsi del nostro pensiero in questi due testi e identico”. Ancora, in una lettera privata a Kautsky del 1908, a proposito dell’articolo di quest’ultimo, così si esprimeva Trotsky: “è la migliore esposizione teorica dei miei punti di vista, ed è per me fonte di grandi soddisfazioni”.

Persino dopo il 1917, l’articolo di kautsky del 1906 veniva ricordato come una classica esposizione della tattica bolscevica, sebbene ormai più con sdegno che dispiacere per la sua apparente rinuncia a tali punti di vista. Nel suo La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky, scritto nel tardo 1918, Lenin accusava Kautsky di occultare il suo precedente sostegno alle tattiche bolsceviche. Trotsky, senza dubbio, aveva in mente questo stesso articolo quando, nel 1922, scriveva che Kautsky aveva, a suo tempo, pubblicato “un’impietosa confutazione del menscevismo e, dunque, una piena difesa teorica delle susseguenti tattiche politiche dei bolscevichi”. Ancora, Stalin scelse il commento da lui scritto all’articolo di Kautsky come testo di apertura del secondo volume delle proprie opere complete, e il suo orgoglio per l’appoggio al bolscevismo espresso da una simile ed eminente autorità non manca di farsi notare [1].

In questa seconda puntata della mia serie “Tutto il potere ai soviet!” mi propongo di documentare la strategia politica del vecchio bolscevismo utilizzando l’articolo di Kautsky, nonché i commenti su di esso forniti dai “socialdemocratici rivoluzionari” russi. Ho inoltre provveduto ad una recente traduzione della parte finale dell’articolo in questione [la traduzione italiana viene qui proposta in calce, n.d.t.], nel quale (come notato da Trotsky) “Kautsky espone le conclusioni tattiche basilari derivanti dalla sua analisi”.

Kautsky intitolò questa sezione finale “Il proletariato e il suo alleato”. Lenin prese in prestito le stesse parole per il titolo di uno dei suoi due commenti e io, a mia volta, le ho prese in prestito dal leader bolscevico. Parole che rivelano il nocciolo della strategia politica del vecchio bolscevismo: il rapporto tra il proletariato russo socialista e i contadini. Dopo a rivoluzione del 1905, i bolscevichi riassumevano la propria strategia politica classificandola come “egemonia”, termine col quale intendevano il ruolo di guida assegnato al proletariato e al suo partito, nel contesto della comune lotta rivoluzionaria di operai e contadini.

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Lenin, disegno di Isaak Brodsky

Dato che il termine “egemonia” assume svariati significati a seconda dei diversi contesti, il testo di Kautsky ha il vantaggio di aiutarci a cogliere la logica sottostante allo scenario dell’egemonia, al riparo da particolari formulazioni polemiche. Sia Lenin che Stalin stabilirono una connessione diretta tra l’articolo in questione ed il precedente libro del primo Due tattiche della socialdemocrazia; entrambi affermavano che la formula leniniana della “dittatura democratica rivoluzionaria del proletariato e dei contadini” seguiva la logica dell’argomentazione di Kautsky. Lenin, tuttavia, sottolineava che “per noi, è ovvio, non è importante questa o quella formulazione data dai bolscevichi alla loro tattica, ma la sostanza di questa tattica, confermata interamente da Kautsky”. Da parte sua, Trotsky evidenziava nel suo commento che mentre Kautsky “parla assai raramente di materialismo dialettico, egli ne usa il metodo in modo eccellente laddove analizza i rapporti sociali”.

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Leon Trotsky

Kautsky scrisse il suo articolo nel 1906 in risposta a interrogativi posti da Georgy Plekhanov riguardanti dispute tattiche all’interno della socialdemocrazia russa. Le risposte del primo vennero immediatamente colte dall’ala sinistra del partito russo come una schiacciante difesa della sua strategia. Questi commenti da parte russa aumentano il valore di questo serie di materiali. La questione per noi, circa il 1917, non è, in primo luogo, “come Lenin stesso intendeva il vecchio bolscevismo”, bensì “come lo intendevano altri attivisti bolscevichi di spicco”. Lo stesso Stalin è una figura chiave nelle controversie sull’impatto delle Tesi di aprile, visto e considerato il suo ruolo ai vertici dei bolscevichi di Pietrogrado nel marzo 1917. Le discussioni riguardo tali questioni, inoltre, danno per scontata l”esistenza di un abisso tra il vecchio bolscevismo e la “rivoluzione permanente” di Trotsky, eppure sia quest’ultimo che Lenin aderivano, senza cavilli di sorta, alla posizione di Kautsky. Sostegno reciproco che ci consente di concentrarci sulla vistosa sovrapposizione tra punti di vista di Lenin e Trotsky, anziché sulle differenze relativamente minori.

In definitiva, lo scritto di Kautsky “Le forze motrici” e i commenti russi ad esso formano un insieme di materiali relativamente compatto, in buona parte reperibile (anche se è deplorevole la mancanza di una versione del fondamentale articolo di Kautsky facilmente accessibile online) [2]. Qui Esporrò il dipanarsi dell’argomentazione di Kautsky in modo tale da farne emergere la logica sottostante (laddove non specificato tutte le citazioni sono tratte dal testo in questione e dai commenti russi). In chiusura del saggio, un breve sguardo di insieme al 1917 e oltre.

L’egemonia: il nocciolo del vecchio bolscevismo 

L’argomentazione generale di Kautsky può essere presentata come una sorta di sillogismo: una premessa maggiore circa gli alleati di classe in generale, una premessa minore riguardo la specifica situazione della Russia e una conclusione logica su come descrivere l’attuale rivoluzione russa. Quello che definisco l’assioma dell’alleato di classe costituisce la premessa maggiore: se non è possibile per la socialdemocrazia ottenere la vittoria senza l’aiuto di un’altra classe, allora “come partito vittorioso, non sarà in grado di spingere il suo programma al di là di quanto consentito dalla classe che sostiene il proletariato”. Un assioma in alcun modo messo in discussione da nessun socialdemocratico, e del quale si deve tener conto in qualsiasi ragionamento circa la natura della Rivoluzione russa.

L’applicazione di tale assioma nella Russia post-1905 si basava sulla constatazione empirica per cui “esiste una solida comunanza di interessi [Interessengemeinschaft] solo tra il proletariato e i contadini. Questa comunanza di interessi deve fornire le basi dell’intera tattica rivoluzionaria della socialdemocrazia russa”. Combinata con l’assioma dell’alleato di classe, la possibile alleanza operai-contadini prefigurava sia la vittoria della rivoluzione che i limiti posti ala sua avanzata: “lo sforzo rivoluzionario della socialdemocrazia russa e la possibilità della sua vittoria poggiano su questa comunanza di interessi tra proletariato industriale e contadini – ma questo medesimo fattore stabilisce i limiti al possibile utilizzo di questo successo”. Un’asserzione, quella riguardante il proletariato e il suo alleato, costituente il nocciolo del vecchio bolscevismo.

Quale rivoluzione?

Lenin così riassumeva le raccomandazioni tattiche di Kautsky: “La rivoluzione borghese, fatta dal proletariato e dai contadini nonostante l’instabilità della borghesia” (secondo Lenin questa era la “tesi fondamentale della tattica bolscevica”). Questa formula riassuntiva mostra la tensione intorno al tradizionale binomio marxista rivoluzione borghese/rivoluzione socialista. Kautsky reagiva a questa tensione argomentando come segue:

L’epoca delle rivoluzioni borghesi, vale a dire, delle rivoluzioni in cui la borghesia è la forza motrice, è conclusa, anche in Russia. Anche lì il proletariato non costituisce più un’appendice e uno strumento della borghesia, com’era appunto nelle rivoluzioni borghesi, bensì una classe indipendente con obiettivi rivoluzionari indipendenti. Ma ovunque il proletariato emerga con simili caratteristiche, la borghesia cessa di essere una classe rivoluzionaria… La borghesia non fa parte delle forze motrici dell’attuale movimento rivoluzionario in Russia e, a tal riguardo, non possiamo definire quest’ultimo come borghese.

Ma la rivoluzione in Russia non poteva essere identificata neanche come socialista, poiché l’assioma dell’alleato di classe significava che il proletariato non sarebbe stato nella posizione di esprimere pienamente il suo programma massimo. La formula conclusiva di Kautsky sottolinea l’unicità della Rivoluzione russa:

Probabilmente dovremmo rendere giustizia alla rivoluzione russa, e ai compiti che ci pone, non considerandola né una rivoluzione borghese, nel senso tradizionale, né una rivoluzione socialista, ma come un processo del tutto unico che sta avvenendo al confine tra società borghese e socialista – un processo che richiede la dissoluzione dell’una mentre prepara la formazione dell’altra e che, in ogni caso, sta conducendo tutta l’umanità [die ganze Menschheit] vivente nella civiltà capitalistica ad un ulteriore e possente stadio del suo sviluppo.

Perché i contadini sono un buon alleato?

Le fondamenta dell’alleanza tra operai e contadini, in definitiva, poggiavano su di una solida comunanza di interessi. Il contadino reclamava la terra a condizioni accettabili – ciò significava, come spiegato da Kautsky, confisca delle terre dei grandi proprietari senza alcun indennizzo. Ma la spinta a favore della terra era solo la più urgente e visibile delle rivendicazioni contadine. Secondo Kautsky l’agricoltura russa poteva progredire solo apportando alle campagne conoscenze capitale – o, traducendo quest’argomentazione in termini sovietici, campagne di alfabetizzazione di massa e trattori.

Lo stato zarista militarista non poteva dare risposte a simili necessità, tanto meno i fiacchi liberali con i loro timorosi alleati proprietari terrieri. Tale situazione, dunque, “spingerà i contadini sempre più nelle braccia di quei partiti che proteggono, energicamente e inesorabilmente,  i loro interessi senza lasciarsi intimidire dai dubbi liberali: ovvero, i partiti socialisti”. In definitiva, il proletariato può divenire “il rappresentante della massa della popolazione e quindi il partito vittorioso”.

Questa comunanza di interessi non era la sola ragione per cui il contadino russo rappresentavano un buon alleato per gli operai. Qualitativamente, il contadino russo stava divenendo meno passivo e più attivo, più perspicace, maggiormente interessato alle questioni nazionali e politiche.

Eventi che trent’anni fa avrebbero lasciato del tutto indifferente il contadino russo ora suscitano in lui un’eco vivace. Egli si è risvegliato, realizzando che è finalmente giunta l’ora di porre fine alla sua miseria. Non lo opprime più: lo provoca. Tutto d’un tratto, vede se stesso in un luce del tutto nuova: considera il governo, al controllo del quale si è finora sottomesso fiduciosamente, come un nemico da rovesciare.

Non permetterà più che altri pensino per lui – deve pensare per se stesso, utilizzare tutta la sua arguzia, la sua energia, la sua spietatezza, abbandonando ogni pregiudizio, se vuole conservare ciò che gli appartiene nel vortice in cui è stato risucchiato… La accomodante, sonnacchiosa e inconsapevole creatura, usa alle consuetudini, si trasforma in un energico, irrequieto e inesausto combattente per il nuovo e il meglio.

L’eloquente passo appena riportato ci dice qualcosa di importante sulla classica attitudine marxista nei confronti del contadino. Nel 1850, Marx riteneva che i contadini in Francia avessero ben poche possibilità di agire indipendentemente, su scala nazionale, a difesa dei propri interessi: troppo isolati, ignoranti e provinciali. Una valutazione, questa, basata certamente non sul disprezzo per il contadino in quanto tale, ma su una stima empirica delle possibilità di un’efficace organizzazione di classe nei villaggi francesi. Di conseguenza, laddove i fatti sul terreno fossero cambiati, l’atteggiamento nei riguardi dell’organizzazione dei contadini avrebbe dovuto, logicamente, mutare anch’esso.

Nel 1906, a detta di Kautsky, “l’isolamento del villaggio [russo] e sempre più prossimo alla fine”: tra le tante forze che stavano abbattendo i muri del provincialismo vi erano la partecipazione al mercato mondiale, la coscrizione militare e i membri delle famiglie impegnati nel lavoro di fabbrica. Scrivendo un decennio dopo, nel 1917, Kautsky riprendeva tale argomentazione notando che, sebbene “i contadini, in nessuna parte d’Europa, sono a tal punto avanzati da prendere l’iniziativa politica, il loro interesse nella comprensione delle questioni politiche si sta espandendo ovunque. Ciò significa che l’interesse dei contadini rispetto ai diritti e alle libertà democratiche sta crescendo” [3].

Qual è il rapporto ottimale tra alleati di classe?

A dispetto dell’accresciuta consapevolezza e indipendenza dei contadini, il ruolo di punta o di guida su scala nazionale – quello “egemone” – veniva ancora assegnato al proletariato. Quest’ultimo e il suo partito sarebbero stati alla guida, sia dal punto di vista ideologico  (rendendo chiaro ai contadini qual’era la posta in gioco nelle incombenti lotte rivoluzionarie), che organizzativo (prendendo le decisioni strategiche a livello nazionale). Così, la socialdemocrazia russa avrebbe dovuto assumere “il ruolo di guida”  [der Führerrolle], esercitato nelle precedenti rivoluzioni dalla piccola borghesia democratica radicale nelle città. Il proletariato socialdemocratico sarebbe infine assurto a vozhd [guida] del popolo nel suo complesso.

Egemonia bolscevica qui non significa dominio ideologico, nel senso di Gramsci: il proletariato non tenta di convincere i contadini ad accettare il suo punto di vista. Semmai, il proletariato aiuta i contadini a realizzare i loro interessi percepiti. Proprio  in ragione dei loro crescenti affinamento e consapevolezza, i contadini avrebbero accettato la guida proletaria, anziché liberale, come via più razionale per il raggiungimento dei propri obiettivi.

Ruolo guida non legato ad alcuna specifica predizione circa la costellazione dei partiti politici e le relazioni fra di essi. Forse i contadini si sarebbero organizzati in partiti politici relativamente coerenti, forse no. Come Lenin non si stancava di sottolineare, il ruolo di guida poteva essere esercitato in molteplici maniere; non dipendeva certo da questioni così imprevedibili. Ad ogni modo, né Kautsky, né alcuno degli interlocutori russi, vedevano la socialdemocrazia come socio di minoranza in una coalizione di governo tra partiti operai e contadini. Tutti prefiguravano la socialdemocrazia al potere nella rivoluzione, anche solo temporaneamente.

Cosa può sperare di realizzare la rivoluzione operaia-contadina?

Il punto di dare vita a un vlast [potere governamentale] operaio-contadino, con il partito operaio socialista a esercitare il ruolo di guida, consisteva nel realizzare un programma basato sulla “comunanza di interessi” che legava i due alleati di classe. Questa situazione definiva ciò che la rivoluzione poteva  compiere: portare avanti la vasta agenda di cambiamenti di ampia portata considerati “democratici” nella tradizione marxista. La medesima situazione definiva ciò che la rivoluzione non poteva compiere: condurre a una duratura trasformazione socialista dell’economia.

Probabilmente, tra alcuni marxisti odierni, vi è la tendenza a guardare dall’alto in basso una rivoluzione “meramente” democratica, intesa come limitata a meschine riforme e a un misero “programma minimo”. I bolscevichi, in merito, avevano una ben differente attitudine. Essi ritenevano la trasformazione democratica della Russia – creazione di una democrazia radicale, la terra ai contadini, liquidazione dei grandi proprietari fondiari in quanto classe, la giornata lavorativa di otto ore e la modernizzazione di ogni sfera della vita – come una missione assai ambiziosa e fruttuosa. Inoltre, si trattava di un compito che solo i socialisti potevano svolgere. “Il liberali ripiegano di fronte a simili enormi incombenze” (Kautsky), ma non i socialisti.

In concreto, i principali mutamenti democratici perseguiti dal vlast operaio-contadino erano, politicamente, una repubblica radicalmente democratica con piena libertà politica e, economicamente, la terra ai contadini con la liquidazione dei pomeshchiki (grandi proprietari terrieri) in quanto classe. Qualche lettore rimarrà sorpreso da alcuni dei  provvedimenti menzionati da Kautsky: cancellazione dei debiti statali, nazionalizzazione di ferrovie, pozzi petroliferi, miniere, scioglimento dell’esercito permanente, educazione di massa. Queste e altre misure erano esempi del “programma minimo” – un nome certo incongruo, poiché indicava il massimo ottenibile senza l’abolizione del capitalismo. Una rivoluzione che avesse implementato il “programma minimo” avrebbe trasformato radicalmente la Russia.

Ciò nonostante, “non bisogna aspettarsi che i contadini diventeranno socialisti”. Il ragionamento di Kautsky qui era assiomatico per qualsiasi socialdemocratico. L’agricoltura contadina era ancora basata, quasi esclusivamente, su piccole aziende e il socialismo non poteva certo emergere da imprese così limitate. Le “condizioni intellettuali e materiali” per il socialismo erano ancora deboli nelle campagne russe, le quali costituivano ancora la maggior parte della società ed economia russe. Pur tenendo conto di tutto ciò, Kautsky suggeriva una possibile via da seguire. Se il socialismo fosse divenuto dominante nelle grandi imprese industriali e agricole, sarebbe stato in grado, “tramite il potere dell’esempio, di convincere i piccoli contadini stimolandoli all’emulazione”. Quest’ultima idea si avvicina molto alla logica alla base della NEP nella Russia degli anni Venti.

Nel 1906, tuttavia, Kautsky traeva la conclusione secondo la quale la rivoluzione operaia-contadina avrebbe avuto come esito, molto probabilmente, “un forte contado sulla base della proprietà privata” e, quindi, anche la creazione dello abisso tra operai e contadini già norma in Europa. “Sembra dunque impensabile che l’attuale rivoluzione in Russia stia già puntando verso l’introduzione di un modo di produzione socialista, anche se dovesse condurre temporaneamente la socialdemocrazia al timone” (Trostky così traduceva: “condurre al potere [vlast]”). Nessun socialdemocratico (incluso Trotsky), poco importa quanto a sinistra, sarebbe stato in disaccordo sul fatto che la maggioranza contadina bloccava la trasformazione socialista in Russia.

Ma giunto a questo punto della sua argomentazione, Kautsky inseriva un sorprendente, sebbene caratteristico, avvertimento:

E tuttavia, è chiaro che potremmo assistere a delle sorprese. Non sappiamo quanto tempo durerà la Rivoluzione russa – e le forme che ha ora assunto suggeriscono che non vi è alcun desiderio di giungere rapidamente a conclusione. Ancora, non sappiamo quale influenza eserciterà in Europa occidentale e come ne stimolerà il movimento proletario. Infine, non abbiamo la minima idea sul come i conseguenti successi del proletariato dell’Europa occidentale agiranno, a loro volta, sulla Russia. Faremmo bene a ricordare che ci stiamo occupando di una situazione e di problemi del tutto nuovi, per i quali nessuno stereotipo precedente risulta appropriato.

Scrivendo un decennio dopo, subito dopo la Rivoluzione di febbraio, Kautsky apriva alla possibilità che i contadini potessero seguire il proletariato, non solo contro le forze della reazione zarista ma anche contro la borghesia. Egli insisteva ancora una volta sul fatto che il contadino russo era un fattore drammaticamente imprevedibile:

Laddove si è in grado approssimativamente, se non esattamente, di porre in parallelo le tendenze e le necessità delle altre classi presenti in Russia con gli stessi fenomeni nell’Europa occidentale, tale modo di osservare la situazione va in pezzi nel caso del contadino russo. Le sue circostanze materiali e tradizioni storiche sono pressoché uniche e, allo stesso tempo, ha sperimentato per tre decenni un colossale processo di cambiamento.

Il contadino rappresenta la ‘x’, l’incognita nell’equazione della Rivoluzione russa. Non siamo ancora in grado di inserire al suo posto una grandezza. Eppure sappiamo che tale grandezza ha un’importanza cruciale, decisiva. Per questa ragione, dalla Rivoluzione russa potranno scaturire per noi formidabili sorprese [4].

I rilievi di Kautsky danno origine alla seguente e fondamentale osservazione: l’argomentazione su ciò che la rivoluzione operaia-contadina può e non può realizzare si bassa empiricamente su tale indeterminatezza. I fatti sul terreno potevano cambiare in modo sorprendente, il che significava l’impossibilità di stabilire, preventivamente, limiti rigidi su quanti progressi verso un’autentica trasformazione socialista avrebbe potuto compiere un vlast operaio-contadino.

Cosa aspettarsi dai liberali anti-zaristi?

I liberali russi erano senza dubbio motivati a combattere lo zarismo, ma erano anche spaventati da una rivoluzione senza freni. Avrebbero dunque cercato di guidare la rivoluzione anti-zarista, ma solo al fine di arrestarla ben prima che la si potesse “portare a termine”. Alla fine si sarebbero rivoltato contro di essa, laddove avesse minacciato di sfuggire di mano (come sarebbe inevitabilmente accaduto). Fortunatamente – presumendo che i socialdemocratici non avrebbero rinunciato alla propria missione, consistente nell’agire come vozhd del narod [popolo] russo – la candidatura liberale al potere era destinata a fallire.

Questo scenario si basava su un’analisi della collocazione di classe dei liberali. Come regola generale in tutta Europa, la borghesia liberale diveniva sempre meno rivoluzionaria tanto più il proletariato acquisiva indipendenza organizzativa e ideologica – e a tal riguardo il proletariato russo era eccezionalmente avanzato. Il principale alleato di classe dei liberali – i grandi proprietari terrieri – era in grado di giocare la carta del radicalismo anti-zarista sin tanto che i contadini restavano quiescenti, ma il 1905 aveva dimostrato che quei giorni era finiti per sempre. I grandi proprietari fondiari, quindi, sarebbero divenuti sempre più reazionari, e i liberali con loro.

Ad ogni modo, i liberali non erano in grado di rispondere efficacemente alla principale sfida economica posta alla Russia: rendere l’agricoltura contadina progressiva e produttiva. I liberali potevano fronteggiare questa crisi radicale con analisi inadeguate e soluzioni blande – ad esempio, il trasferimento di terre dei grandi proprietari ai contadini, accompagnato da un pacchetto di indennizzi paralizzante.

Inoltre, la Russia dipendeva dai capitali stranieri ed era obbligata a pagare ingenti debiti esteri, in particolare in sostegno alla spinta del governa verso lo status di grande potenza. Simili intrecci con l’estero rendevano impossibile ai liberali sfidare gli interessi del capitale europeo. C’è una continuità tra la critica di Kautsky ai liberali, nel 1906, e quella successiva dei bolscevichi all'”imperialismo liberale”, prima e durante la guerra. Il rifiuto bolscevico nei confronti della politica estera del Governo provvisorio, nel 1917, era dunque ben stabilito.

Quali le implicazioni dell’analisi di Kautsky per le dispute tra i socialisti?

Lo stesso Kautsky non si soffermava sulle implicazioni più controverse della sua argomentazione, ma era chiaramente consapevole di esse. L’articolo venne scritto innanzitutto in risposta a una serie di quesiti posti da Georgii Plekhanov, il quale era alla ricerca di munizioni a favore di una delle parti coinvolte nel dibattito tra socialdemocratici russi circa la strategia politica. Una ricerca fallita, poiché l’argomentazione di Kautsky finì per dare potenti armi all’altra parte coinvolta – fatto puntualmente notato non solo da Lenin, Trotsky e Stalin, ma anche da menscevichi come Yurii Martov: “nell’ultima sua conclusione, Kautsky è d’accordo con il compagno Lenin e i suoi seguaci, i quali propugnano la dittatura democratica del proletariato e dei contadini” [5].

Gli autori russi compulsavano Kautsky al fine di far emergere le implicazioni della sua argomentazione utili alle loro dispute di fazione. Il commento di Stalin si concentrava esclusivamente su tale questione, spiegando perché Kautsky fosse considerato una sorta di bolscevico onorario. All’inizio del suo pamphlet in georgiano questi rimarcava come Kautsky fosse “noto come serio e ponderato anlizzatore di questioni tattiche”. In quel momento, proseguiva Stalin, “mentre la critica reciproca spesso acuisce i contrasti, trasformandoli in pettegolezzo e rendendo la ricerca della verità estremamente difficile, è molto interessante ascoltare un compagno spassionato ed esperto qual è il compagno Kautsky”.

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Iosif Stalin (1917)

L’esposizione di Stalin è utile anche per un altro motivo. Spesso si afferma che, nel marzo 1917, Stalin era completamente disorientato, al punto da offrire sostegno passivo, e persino attivo, a un Governo provvisorio dominato dai liberali. Inoltre, si sostiene che un simile comportamento non rivoluzionario era diretta conseguenza delle inadeguatezze del vecchio bolscevismo, nonché della sua incapacità a rispondere alla situazione creatasi dopo febbraio. Dobbiamo per tanto chiederci come lo stesso Stalin considerava lo scenario dell’egemonia e la sua presunta inadeguatezza (è notevole quanto poco interesse abbia suscitato questa ovvia questione in passato).

Stalin enunciava quattro questioni oggetto di discussione fra menscevichi e bolscevichi, dimostrando che in ogni caso l’autorità di Kautsky pendeva chiaramente dalla parte dei secondi. La prima questione riguardava la natura della Rivoluzione russa: chi sarebbe stata la guida della rivoluzione, chi sarebbe stato il vozhd del narod ribelle? Sarebbe stata la borghesia, come nel classico caso della “rivoluzione democratica borghese” in Francia? O sarebbe stato il proletariato? Stalin citava l’autore menscevico Aleksandr Martynov: “l’egemonia del proletariato è un’utopia deleteria”. Questa la sua risposta provocatoria: “L’egemonia del proletariato non è un’utopia, bensì un fatto vivo, il proletariato sta effettivamente unendo intorno a sé gli elementi scontenti”. Il proletariato costituisce il vozhd della rivoluzione.

Se dunque i liberali non sono il vozhd della rivoluzione, possono almeno rappresentare un alleato per il proletariato? La risposta bolscevica è un chiaro “no”, poiché il solo alleato affidabile sono ritenuti i “contadini poveri”, o semplicemente i “contadini” (in Stalin i due termini appaiono intercambiabili). Solo i contadini possono “concludere una salda alleanza con il proletariato per tutto il periodo della rivoluzione attuale”.

Al contrario, i menscevichi sovrastimavano le qualità rivoluzionarie dei liberali, cercando un “accordo” [soglashenie] con questi sia durante le elezioni alla Duma, sia come strategia politica generale. Ai fini di un simile accordo erano pronti a scendere a compromessi su rivendicazioni programmatiche, sino al punto di rinunciare all’ambizioso programma minimo (ad esempio, accettando l’obiettivo di una monarchia costituzionale invece di esigere la repubblica democratica). I bolscevichi rigettavano qualsiasi compromesso e accordo, e potevano citare Kautsky come autorevole riferimento.

Terza questione oggetto di dibattito tra le fazioni: “In che consiste la natura di classe della vittoria della nostra rivoluzione, oppure, con altre parole, quali classi devono riportare la vittoria nella nostra rivoluzione, quali classi devono conquistare il potere [vlast]”. Secondo i bolscevichi, la vittoria nella rivoluzione comportava il vlast operaio-contadino. Al contrario, i menscevichi ritenevano che il vlast dovesse concretizzarsi in una Duma a dominante liberale – una “dittatura dei cadetti” (principale partito politico dei liberali). Ma sulla scorta di Kautsky (asseriva trionfalmente Stalin), qualsiasi governo di tal genere sarebbe stato controrivoluzionario.

Quarta e ultima questione: è ammissibile per i socialdemocratici partecipare a un governo rivoluzionario operaio-contadino? I menscevichi rispondevano “no”, i bolscevichi “sì”: “Se nelle lotte di strada il proletariato, insieme ai contadini, abbatterà i vecchi ordinamenti, se, insieme ai contadini, verserà il suo sangue, è naturale che, insieme ai contadini, debba entrare nel governo rivoluzionario provvisorio per portare la rivoluzione ai risultati che desidera”. A sostegno della posizione dei bolscevichi, Stalin citava l’asserzione di Kautsky, secondo la quale la rivoluzione avrebbe potuto benissimo cedere ai socialdemocratici il timone del potere.

Esiste l’opinione secondo la quale lo scenario dell’egemonia consentiva ai bolscevichi, e addirittura li impegnava, a partecipare nel 1917 al Governo provvisorio varato subito dopo la Rivoluzione di febbraio. La precedente esposizione delle argomentazioni di Stalin mostra l’infondatezza di tale punto di vista. Il “governo rivoluzionario provvisorio” prefigurato dai bolscevichi nel 1906 era un vlast operaio-contadino, rivolto contro i tentativi liberali di guidare la rivoluzione, col partito del proletariato socialista ad esercitare la piena direzione politica. I bolscevichi rifiutavano preventivamente qualsiasi “accordo” socialista coi liberali, per non parlare di un’eventuale partecipazione ad un governo da questi ultimi dominato. Stalin, dunque, stava solo affermando l’ovvio quando osservava, nel marzo 1917, che l’allora Governo provvisorio non andava confuso con il “governo rivoluzionario provvisorio” prefigurato in precedenza [6].

Possiamo giungere alla conclusione che l’articolo di Kautsky non solo confermava la posizione bolscevica sulle principali questioni oggetto di dibattito, ma che sosteneva anche in anticipo la crociata bolscevica contro la tendenza all’occordo degli altri partiti socialisti. Possiamo inoltre trarre l’ulteriore conclusione che se Stalin effettivamente offrì sostegno, nel marzo 1917, al Governo provvisorio (le parti successive di questa serie confuteranno questa asserzione), non lo fece a causa, ma a dispetto del chiaro mandato implicito nella logica dell’egemonia del vecchio bolscevismo.

Quali le implicazioni internazionali dello scenario dell’egemonia?

Abbiamo già fatto cenno di sfuggita alle principali implicazioni internazionali dell’argomentazione di Kautsky. Le ambizioni da grande potenza dello zarismo erano una delle cause principali del fardello gravante sui contadini, e sia lo stato zarista che i liberali erano legati a doppio filo al capitale internazionale. La rivoluzione stessa e le decisioni tattiche dei socialdemocratici russi erano destinati ad avere profonde ripercussioni internazionali:

È naturalmente una necessità della massima urgenza, per noi socialisti dell’Europa occidentale, formarci un’idea ben definita della Rivoluzione russa. Non si tratta di un evento di portata locale, bensì internazionale, e le modalità con cui lo interpretiamo eserciteranno una profonda influenza su come intendiamo i compiti tattici immediati del nostro stesso partito… Ancora, non sappiamo quale influenza eserciterà in Europa occidentale e come ne stimolerà il movimento proletario. Infine, non abbiamo la minima idea sul come i conseguenti successi del proletariato dell’Europa occidentale agiranno, a loro volta, sulla Russia.

Lo scenario dell’egemonia riassunto

Siamo ormai nella condizione di riassumere lo scenario dell’egemonia, così come esposto da Kautsky e entusiasticamente sostenuto da Lenin, Trotsky e Stalin. Tale scenario era, innanzitutto, un’analisi empirica della dinamica di classe della Russia in una particolare congiuntura. Ma questi risultati empirici erano frutto di una specifica serie di quesiti: risposte socialdemocratiche a quesiti socialdemocratici. Come sostenuto da Lenin, “ciò che noi volevamo – il sostegno della posizione della socialdemocrazia rivoluzionaria contro l’opportunismo e niente affatto la creazione di una «originale» tendenza bolscevica – Kautsky l’ha confermato in pieno” [7]. Inoltre, i vari principi alla base dello scenario dell’egemonia erano tenuti insieme da un singolo argomento logico.

Le tattiche previste dall’egemonia bolscevica si possono sinteticamente riassumere in un’unica formula: al fine di spingere la rivoluzione sin dove consentito dalla comunanza di interessi tra operai  e contadini (portarla “a termine”), il proletariato socialista e il suo partito dovrebbero battersi per istituire un vlast operaio-contadino basato sulla guida proletaria sui contadini; inoltre, dovrebbero combattere ogni tentativo dei liberali atto a mantenere la guida della rivoluzione, nonché qualsiasi tentativo, da parte dei socialisti moderati, mirante a giungere a una qualche sorta di accordo politico coi liberali.

Tutto il potere ai soviet! L’egemonia bolscevica in azione

Il Secondo congresso dei soviet si tenne dal 25 al 26 ottobre del 1917 (secondo il vecchio calendario). In questo brevissimo spazio temporale vene realizzato quanto segue:

  • Si proclamava che l’intero vlast era ora nelle mani dei soviet dei deputati degli operai, dei soldati e dei contadini.
  • Si istituiva un governo che rigettava qualsiasi coalizione con i liberali o altri partiti dell’élite.
  • Si affermava il rifiuto di cedere al boicottaggio dei socialisti moderati  miranti ad accordi.
  • Si nominava un gabinetto esclusivamente bolscevico.
  • Si stabiliva il trasferimento della terra ai contadini  e l’eliminazione della grande proprietà fondiaria.
  • Si lanciava un’ampia proposta per porre fine alla guerra con una “pace democratica”.

Quanto stabilito dal Secondo congresso dei soviet e/o le tattiche del Partito bolscevico durante quell’anno rivoluzionario confermavano o confutavano lo scenario dell’egemonia, così come enunciato da Kautsky nel 1906 e sostenuto da Lenin, Trotsky e Stalin? Esaminiamo dunque la lista dei lineamenti fondamentali dello scenario, verificando gli elementi presenti nel 1917.

Istituzione di un vlast operaio-contadino. Presente. Il nome ufficiale del Soviet di Pietrogrado era sin dall’inizio  Soviet dei deputati degli operai e dei soldati (corsivo aggiunto). I soldati della guarnigione di Pietrogrado, e dell’esercito zarista in generale, erano nella stragrande maggioranza di estrazione contadina e, dunque, il Soviet si dichiarava anche nel febbraio come autorevole voce di un’alleanza di classe.

Quando Lenin, nell’autunno 1917, sosteneva appassionatamente che i tempi erano maturi per il pieno esercizio del potere da parte dei soviet, uno dei suoi argomenti principali era l’ondata nazionale di tumulti contadini. Nell’avanzare questo argomento, egli insisteva sulla continuità con lo scenario dell’egemonia: “l’atteggiamento del proletariato verso i contadini in tale momento ribadisce – modificandola adeguatamente – la vecchia tesi bolscevica: strappare i contadini all’influenza della borghesia” [8].

Ovviamente, i soviet di per sé – veicolo istituzionale del vlast operaio-contadino nel 1917 – non venivano menzionati né da Kautsky né dai socialdemocratici russi nei loro commenti. Lo scenario dell’egemonia prevedeva l’istituzione di un vlast rivoluzionario basato in qualche modo sugli operai e i contadini; la sua esatta forma istituzionale non poteva essere prevista accuratamente in anticipo. Persino nel 1917, la possibilità di un’incarnazione istituzionale alternativa per il vlast operaio-contadino venne evocata da Lenin e da altri.

Come ben noto, Lenin nutriva speranze ambiziose per i soviet intesi come forma di democrazia superiore, così da soppiantare il “parlamentarismo borghese” – speranze espresse in Stato e rivoluzione, scritto nel 1917, ma pubblicato nel 1918. Grazie al libro di Lenin, questa logica applicata ai soviet è oggi ampiamente conosciuta. Ciò che è importante, ai fini della comprensione storica, è distinguere questa logica da quella cruciale nel 1917, ovvero, i soviet come veicolo del potere di classe.

Nelle Tesi di aprile Lenin scriveva “spiegare alle masse che i soviet dei deputati operai sono l’unica forma possibile di governo rivoluzionario”. In risposta, il bolscevico Mikhail Kalinin affermava: “La sola novità nelle Tesi del compagno Lenin è l’asserzione secondo la quale il Soviet dei deputati degli operai è la sola [rivoluzionaria] forma di governo. Ciò non è vero, ma è vero invece che il Soviet dei deputati degli operai e dei soldati, al momento, costituisce l’unico possibile vlast” [9]. Dunque Kalinin sosteneva la logica del strumento di classe ed esprimeva scetticismo riguardo a quella della forma superiore di democrazia. Probabilmente il suo atteggiamento muto dopo la lettura di Stato  e rivoluzione l’anno successivo. Ciò nonostante, era nel giusto laddove distingueva le due modalità di intendere i soviet, e anche nell’affermare che fondamentale, per la rivoluzione in corso, era l’idea dei soviet come veicolo del potere di classe.

L’egemonia propriamente detta: la guida politica esercitata da un partito socialista basato sul proletariato, ma che rivendica di esprimere gli interessi basilari dei contadini. Presente.

Proclamazione di una serie di ambiziose e trasformative misure, fondate sulla comunanza di interessi tra operai e contadini. Presente. Lenin metteva ben in chiaro come qualsiasi “passo verso il socialismo” sarebbe stato intrapreso solo laddove avesse risposto agli interessi percepiti dei contadini (come sarà mostrato più avanti in questa serie di testi). La logica a favore del potere al soviet, esposta dai bolscevichi lungo tutto il 1917, era di carattere “democratico”: gli obiettivi immediati della rivoluzione – la terra ai contadini, una pace democratica, regolamentazione economica a favore del popolo – non si potevano raggiungere in coalizione con le élite (tendenza all’accordo), ma solo attraverso un governo esclusivamente del soviet.

Lotta contro ogni tentativo da parte dei liberali  di guidare la rivoluzione, o di interromperne lo svolgimento o, ancora, di porsi contro di essa. Presente.

Rigetto della tendenza agli accordi manifestata dagli altri partiti socialisti. Presente.

Opposizione al militarismo e all’imperialismo, speranza per una rivoluzione europea che, a sua volta, avrebbe accelerato lo sviluppo di quella russa. Presente.

L’egemonia: vittoria e limiti della rivoluzione

Il pilastro dello scenario dell’egemonia era contenuto nella seguente asserzione di Kautsky: “lo sforzo rivoluzionario della socialdemocrazia russa e la possibilità della sua vittoria poggiano su questa comunanza di interessi tra proletariato industriale e contadini – ma questo medesimo fattore stabilisce i limiti al possibile utilizzo di questo successo”. Come rivelato dall’ulteriore discussione di Kautsky, tali “limiti” non costituivano rigide barriere, ma erano invece basati sulla constatata indeterminatezza delle circostanze prevalenti – in particolare, la crescente consapevolezza e organizzazione dei contadini. Questa cruciale affermazione, fondamentalmente, spiega anche la vittoria bolscevica nella guerra civile: i bolscevichi furono abili nel servirsi di “una solida comunanza di interessi” tra operai e contadini, ma non oltrepassarono i limiti imposti dagli interessi dei loro alleati contadini.

All’inizio del 1922, il leader menscevico Fyodor Dan scriveva a proposito delle sue recenti esperienze nella Russia sovietica del 1920, con la guerra civile prossima a concludersi. Dan avvertiva che la sconfitta in Polonia dell’Armata rossa a base contadina non rappresentava solo una sconfitta militare:

[L’Armata rossa] era, e resterà, invincibile quando si tratta di una questione di difesa, o di protezione delle acquisizioni rivoluzionarie dei contadini dalle intrusioni della reazione interna o dell’imperialismo straniero. Per difendere le terre che ha ottenuto, dal possibile ritorno del grande proprietario fondiario, il soldato dell’Armata rossa contadina combatterà col più grande eroismo ed entusiasmo. Avanzerà a mani nude contro i cannoni, i carri armati, e il suo ardore rivoluzionario contagerà, disorganizzandole, persino le più splendide e disciplinate truppe, come abbiamo visto coi tedeschi, gli inglesi e i francesi in egual misura…

Ma l’idea del comunismo bolscevico è talmente aliena e perfino ostile alla mentalità del contadino dell’Armata rossa, che questo non può esserne contagiato, né può contagiare altri con essa. Egli non può essere attratto dall’idea della guerra al fine di convertire la società capitalista in società comunista e, proprio questo, costituisce il limite del potenziale dell’Armata rossa per i bolscevichi [10]

Dan aveva uno strano modo di vedere “l’idea del comunismo bolscevico”. Nonostante ciò, il passo citato porta alla nostra attenzione due punti centrali circa la Rivoluzione russa. Innanzitutto, quest’ultima era forte quando esprimeva il programma contadino, debole laddove si allontanava da questi limiti. Nel suo commento del 1907 all’articolo di Kautsky, Trotsky aveva suggerito che un regime proletario si sarebbe trovato nell’obbligo di insistere su cambiamenti socialisti, i quali gli avrebbero alienato i contadini, conducendo alla caduta del regime stesso in assenza di un aiuto dall’estero. Quale esponente dei vertici bolscevichi durante la guerra civile, Trotsky lavorò duramente per falsificare tale predizione – e, di fatto, ogniqualvolta si trovarono costretti a scegliere tra gli ideali socialisti e il sostegno dei contadini, i bolscevichi scelsero quest’ultimo.

Subito dopo la Rivoluzione d’ottobre, ottennero il sostegno dei contadini lasciando loro disgregare le grandi proprietà (con grande sdegno dei socialisti occidentali, che vedevano la frantumazione di grandi unità produttive come una regressione economica). Nel 1919, passarono dalla “lotta di classe nei villaggi” ad un accomodamento coi “contadini medi”. Nel 1920, basarono la politica agricola a lungo termine sull’agricoltura contadina su piccola scala, invece che sulla sperimentazione socialista. Nel 1921, retrocedettero ulteriormente, consentendo il libero scambio del grano.

“Egemonia” significa “guida”. Sebbene si tratti di un punto oscurato dal menscevico Dan, i contadini difficilmente avrebbero potuto costituire una forza efficace, almeno non in mancanza della guida politica di un partito con base nel ramo urbano del narod – un partito che era inoltre in grado di utilizzare le essenziali capacità di élite degli ufficiali, pur assicurandosi che questi non avessero influenza politica, specialmente riguardo alla questione centrale della tera contadina. L’Armata rossa non era altro che l’egemonia bolscevica in azione.

La Rivoluzione russa innescò sommovimenti in tutto il mondo, scatenando sforzi a favore di ampi mutamenti democratici così come socialisti. Per quanto concerneva la Russia, tuttavia, ciò contava in ultima battuta era che il proletariato del’Europa occidentale non prendeva il potere in nessun paese. Con grande sorpresa dei bolscevichi, il vlast operaio-contadino sopravvisse. Per quale motivo? Perché l’intuizione centrale dello scenario dell’egemonia si era dimostrata ben più solida di quanto non la ritenessero coloro che l’avevano proposto. Come evidenziato dal titolo di un articolo apparso sulla Pravda, scritto da Evgenii Preobrazhensky nel 1920, in occasione del terzo anniversario della Rivoluzione d’ottobre, il “contadino medio” si era rivelato essere “la base sociale della Rivoluzione d’ottobre”.

Preobrazhensky (in seguito esponente dell’opposizione di sinistra) argomentava che “lungo tutto il corso della guerra civile, i contadini medi non marciavano affianco al proletariato con passo fermo. Ha vacillato più di una volta, specialmente di fronte a nuove condizioni e fardelli; non di rado si mosso in direzione dei nemici di classe. [Ma] lo stato operaio-contadino, costruito sulle fondamenta di un’alleanza tra il proletariato e l’80% dei contadini, già al momento non può avere alcun concorrente per il vlast all’interno dei confini della Russia”.

Per concludere: lo scenario dell’egemonia, così come delineato nel 1906 dall’allora portavoce della socialdemocrazia rivoluzionaria, Karl Kautsky, e sostenuto entusiasticamente da Lenin, Trotsky e Stalin, ci spiega perché un vlast operaio-contadino venne creato nel 1917, ma anche perché riuscì a sopravvivere alla successiva guerra civile.

Note

  1. Nel 1922, anche Karl Radek segnalava l’importanza fondamentale dell’articolo di Kautsky. Sosteneva inoltre che Kautsky era più vicino a Trotsky che a Lenin, e che comunque tale articolo era un precursore delle Tesi di aprile. La memoria ha fatto un disservizio a Radek, poiché egli chiaramente ha descritto in modo inaccurato tanto l’articolo di Kautsky quanto le tesi di Lenin (si veda Radek, “Paths of the Russian Revolution”, disponibile in Marxists Internet Archive [a mia conoscenza non esiste una traduzione italiana, n.d.t.]).
  2. L’articolo di Kautsky, più alcuni estratti dai commenti di Lenin e Trotsky, è reperibile in Witnesses to Permanent Revolution: The Documentary Record, a cura di Richard B. Day e Daniel Gaido (2009) [anche in questo caso, che io sappia, non esiste traduzione italiana, n.d.t.].
  3. Kautsky, “Prospects of the Russian Revolution” (1917) traduzione di Ben Lewis [come per i due testi precedenti non si è trovata una traduzione italiana, n.d.t.].
  4. Kautsky, “Prospects”.
  5. Come citato da Stalin nel suo commento., in Stalin, Opere complete, Edizioni Rinascita, 1955, vol. II, p. 24.
  6. Stalin, Opere complete, Edizioni Rinascita, 1951, vol. III, p. 21.
  7. Lenin, Opere complete, Editori Riuniti, 1962, vol. XI, p. 349.
  8. Lenin, Opere complete, Editori Riuniti, 1967, vol. XXV, p. 346.
  9. Sed’maia (aprel’skaia) vserossiiskaia konferentsiia RSDRP (bol’shevikov); Petrogradskaia obshchegorodskaia konferentsiia RSDRP (bol’shevikov) (Mosca: Gosizdat, 1958).
  10. Two Years of Wandering: A Menshevik Leader in Lenin’s Russia, a cura di Francis King, Londra 2016. Si tratta di un volume di memorie, molto ben curato, davvero meritevole di lettura.

La prima parte di ‘Tutto il potere ai soviet!’: biografia di uno slogan

Link al post originale in inglese John Riddell

Karl Kautsky: il proletariato e il suo alleato

Il testo seguente costituisce la sezione conclusiva di “Le forze motrici e le prospettive della rivoluzione russa”, scritto da Karl Kautsky nel 1906. Per una discussione dell’articolo si rimanda al testo che precede. Selezione e traduzione in inglese di Lars T. Lih.

Probabilmente è questa la sede, a conclusione del presente studio, per esporre le mie opinioni in risposta a un’inchiesta condotta dall’amico Plekhanov tra un certo numero di compagni non russi, inchiesta riguardante il carattere della Rivoluzione russa e le tattiche che la socialdemocrazia di questo paese dovrebbe seguire. O meglio, vorrei fare alcune osservazioni legate a tali questioni, più che fornire delle risposte precise. Sebbene ritenga che i miei circa tre decenni di stretti contatti con gli eccellenti rappresentanti del movimento rivoluzionario russo mi consentano, in merito a quest’ultimo, di proporre ai miei compagni tedeschi alcune riflessioni, mi sento un po’ come uno studente nei confronti dei compagni russi quando si tratta del loro paese. È naturalmente una necessità della massima urgenza, per noi socialisti dell’Europa occidentale, formarci un’idea ben definita della Rivoluzione russa. Non si tratta di un evento di portata locale, bensì internazionale, e le modalità con cui lo interpretiamo eserciteranno una profonda influenza su come intendiamo i compiti tattici immediati del nostro stesso partito. Ma, d’altra parte, non ho alcun motivo per nascondere la mia opinione laddove richiesta dai compagni russi.

Il questionario comprende i tre seguenti quesiti:

  1. Quale appare essere il carattere generale della Rivoluzione russa? Ci troviamo di fronte a una rivoluzione borghese o socialista?
  2. Alla luce dei disperati tentativi da parte del governo russo di sopprimere il movimento rivoluzionario, quale dovrebbe essere l’atteggiamento del Partito socialdemocratico nei confronti dei partiti democratici borghesi, i quali lottano a loro modo per la libertà politica?
  3. Quale tattica dovrebbe perseguire il Partito socialdemocratico nelle elezioni alla duma, al fine di utilizzare gli sforzi dei partiti di opposizione borghesi nella lotta contro il nostro ancien régime, il tutto senza violare la risoluzione di Amsterdam?

Per quanto riguarda il primo quesito, non mi pare vi possa essere risposta semplicemente scegliendo una delle due alternative. L’epoca delle rivoluzioni borghesi, vale a dire, delle rivoluzioni in cui la borghesia è la forza motrice, è conclusa, anche in Russia. Anche lì il proletariato non costituisce più un’appendice e uno strumento della borghesia, com’era appunto nelle rivoluzioni borghesi, bensì una classe indipendente con obiettivi rivoluzionari indipendenti. Ma ovunque il proletariato emerga con simili caratteristiche, la borghesia cessa di essere una classe rivoluzionaria. La borghesia russa, nella misura in cui è liberale e ha una politica di classe indipendente, odia certamente l’assolutismo, ma odia ancor di più la rivoluzione, e la ragione principale per cui odia l’assolutismo è che vede in esso la causa fondamentale della rivoluzione; nella misura in cui esige la libertà politica, lo fa innanzitutto perché crede sia il solo modo pe rporre fine alla rivoluzione.

La borghesia non fa parte delle forze motrici dell’attuale movimento rivoluzionario in Russia e, a tal riguardo, non possiamo definire quest’ultimo come borghese.

Ma questa non è una ragione sufficiente a definirla socialista senza ulteriori qualificazioni. Non vi è modo attraverso il quale possa condurre il proletariato da solo [Alleinherrschaft] al potere, alla dittatura. Il proletariato russo è troppo debole e sottosviluppato per ottenere ciò. Eppure, è del tutto possibile [sehr wohl möglich] che col progredire della rivoluzione, la vittoria arrida al Partito socialdemocratico. La socialdemocrazia fa molto bene a infondere nei suoi sostenitori questo ottimismo circa la vittoria: se si rinuncia preventivamente a quest’ultima non si può lottare con successo. Ma non sarà possibile per la socialdemocrazia ottenere la vittoria tramite il solo proletariato, senza l’aiuto di un’altra classe e, come partito vittorioso, non sarà in grado di spingere il suo programma al di là di quanto consentito dalla classe che sostiene il proletariato.

Ma su quale classe il proletariato russo dovrebbe fare affidamento nella sua lotta rivoluzionaria? Dando uno sguardo solo superficiale alla politica, si potrebbe pensare che tutte le classi e i partiti che si stanno sforzando a favore della libertà politica dovrebbero semplicemente lavorare insieme al fine di ottenerla, e che le loro differenze andrebbero affrontate solo una volta raggiunto tale obiettivo.

Ma ogni lotta politica è in fondo una lotta di classe e, dunque, anche una lotta economica. Gli interessi politici sono risultato di interessi economici; è al fine di proteggere questi interessi che le masse popolari [Volksmassen] insorgono, e non allo scopo di realizzare ideali politici astratti. Chiunque sia mosso dalla volontà di ispirare le masse popolari alla lotta politica dovrebbe mostrargli quanto essa sia legata strettamente ai loro interessi economici. Questi ultimi non devono finire sullo sfondo neanche per un istante, se si vuole che la lotta per la libertà politica non si arresti. L’alleanza del proletariato con altre classi, nel contesto della lotta rivoluzionaria, deve poggiare innanzitutto su una comunanza di interessi economici, laddove si voglia duratura e vittoriosa. La tattica della socialdemocrazia russa deve quindi essere costruita su questo tipo di comunanza di interessi.

Esiste una solida comunanza di interessi [Interessengemeinschaft] solo tra il proletariato e i contadini. Questa comunanza di interessi deve fornire le basi dell’intera tattica rivoluzionaria della socialdemocrazia russa. Il lavoro di concerto col liberalismo andrebbe preso in considerazione solo laddove non comprometta quello coi contadini.

Lo sforzo rivoluzionario della socialdemocrazia russa e la possibilità della sua vittoria poggiano su questa comunanza di interessi tra proletariato industriale e contadini – ma questo medesimo fattore stabilisce i limiti al possibile utilizzo di questo successo.

Senza i contadini non possiamo vincere nel prossimo futuro in Russia. Tuttavia, non bisogna aspettarsi che i contadini diventeranno socialisti. il socialismo può essere costruito solo sulle fondamenta di grandi imprese; contraddice troppo a fondo le condizioni delle piccole imprese perché possa sorgere nel mezzo di una popolazione prevalentemente contadina. Se il socialismo giunge al potere [zur Herrschaft gelangt ist] nelle imprese industriali e agricole su larga scala, esiste la possibilità, tramite il potere dell’esempio, di convincere i piccoli contadini stimolandoli all’emulazione – ma non può emergere direttamente dalle piccole imprese. E in Russia, più che altrove, le condizioni intellettuali e materiali per il socialismo sono deboli. Il comunismo del villaggio russo ha completamente collassato, e non significa in alcun modo comunità della produzione. È dunque impossibile, per la moderna produzione di merci, passare a un più elevato modo di produzione a partire dalla comunità di villaggio. Ciò richiede quantomeno il contesto di un grande paese, ma i produttori, nell’agricoltura russa, non sono in alcun modo in grado di produrre su scala nazionale.

L’attuale rivoluzione può solo condurre alla creazione, nelle campagne, di un forte contado sulla base della proprietà privata, nonché dello stesso abisso, già esistente in Europa occidentale, tra gli  operai e la sezione della popolazione agricola dotata di proprietà. Sembra dunque impensabile che l’attuale rivoluzione in Russia stia già puntando verso l’introduzione di un modo di produzione socialista, anche se dovesse condurre temporaneamente la socialdemocrazia al timone [Trostky così traduceva: “condurre al potere [vlast]].

E tuttavia, è chiaro che potremmo assistere a delle sorprese. Non sappiamo quanto tempo durerà la Rivoluzione russa – e le forme che ha ora assunto suggeriscono che non vi è alcun desiderio di giungere rapidamente a conclusione. Ancora, non sappiamo quale influenza eserciterà in Europa occidentale e come ne stimolerà il movimento proletario. Infine, non abbiamo la minima idea sul come i conseguenti successi del proletariato dell’Europa occidentale agiranno, a loro volta, sulla Russia. Faremmo bene a ricordare che ci stiamo occupando di una situazione e di problemi del tutto nuovi, per i quali nessuno stereotipo precedente risulta appropriato.

Probabilmente dovremmo rendere giustizia alla rivoluzione russa, e ai compiti che ci pone, non considerandola né una rivoluzione borghese, nel senso tradizionale, né una rivoluzione socialista, ma come un processo del tutto unico che sta avvenendo al confine tra società borghese e socialista – un processo che richiede la dissoluzione dell’una mentre prepara la formazione dell’altra e che, in ogni caso, sta conducendo tutta l’umanità [die ganze Menschheit] vivente nella civiltà capitalistica ad un ulteriore e possente stadio del suo sviluppo.

Fonti

  • Per una traduzione completa di questo articolo in inglese, si veda Richard B. Day e Daniel Gaido, Witnesses to Permanent Revolution, Haymarket Books, 2011 [come già detto nelle note del testo precedente, a mia conoscenza non esiste traduzione italiana].
  • Per l’originale in tedesco, si veda Die neue Zeit, 25:1 (1907) pp. 184-90 e 324-33.

Link al post originale in inglese John Riddell

 

 

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3 pensieri riguardo “Il proletariato e il suo alleato: la logica dell’‘egemonia bolscevica’

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