Lettera da lontano, correzioni da vicino: censura o rimaneggiamento?

‘Tutto il potere ai Soviet!’, parte terza

di Lars T. Lih

L’interpretazione corrente del bolscevismo nel 1917 basata sul concetto di “riarmo del partito” è una narrazione avvincente e altamente drammatica, che può essere riassunta, grosso modo, nel modo seguente: il vecchio bolscevismo era stato reso irrilevante dalla Rivoluzione di febbraio, i bolscevichi in Russia si trovarono in affanno sino al ritorno di Lenin, il quale provvedette al riarmo del partito, e quest’ultimo, successivamente, si divise riguardo a questioni fondamentali nel corso di tutto quell’anno. L’unità del partito venne infine restaurata – quantomeno in una certa misura – dopo che gli altri principali esponenti bolscevichi cedettero alla superiore forza di volontà di Lenin. Solo in tal modo il partito intraprese quel riarmo che lo dotò di una nuova strategia, una strategia che proclamava il carattere socialista della rivoluzione – una condizione essenziale della vittoria bolscevica in ottobre.

Osservatori con punti di vista politici significativamente contrastanti avevano tutti le loro ragioni per sostenere una qualche versione della narrazione del riarmo [1]. Questa sembrò trovare duplice conferma quando, negli anni Cinquanta, divenne noto che la versione della prima lettera da lontano di Lenin, pubblicata dalla Pravda nel marzo 1917, era stata pesantemente emendata, con la rimozione di circa un quarto del testo. Fatto divenuto la base di un vivido e persuasivo aneddoto su come i bolscevichi di Pietrogrado, esterrefatti e impauriti, avrebbero censurato Lenin, il loro stesso vozhd [guida, leader, n.d.t.].

Ecco come viene generalmente raccontata questa storia: ai primi del marzo 1917, subito dopo la caduta dello zar, Lenin esponeva la propria reazione agli sconvolgimenti russi in quattro cosiddette Lettere da lontano, servendosi delle succinte notizie di cui disponeva in Svizzera. Ma i bolscevichi di Pietrogrado si mostrarono assai scandalizzati da quanto espresso nelle Lettere di Lenin, e questo a causa di audaci innovazioni in fondamentale rottura col vecchio bolscevismo. Il turbamento suscitato dall’audacia di Lenin nei redattori della Pravda fu tale che questi rifiutarono di pubblicare tre delle Lettere da lontano, e anche la sola che venne effettivamente diffusa subì pesanti censure, con tagli che ne sfiguravano l’essenza del messaggio.

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Nel marzo 1917 Aleksandra Kollontai, all’epoca risiedente a Oslo, faceva da collegamento tra Lenin, ancora in Svizzera, e i bolscevichi in Russia

Alcuni anni fa, mentre esaminavo una raccolta di documenti  di epoca sovietica, mi sono imbattuto in un telegramma indirizzato a Lenin da parte di sua sorella Maria, spedito da quest’ultima subito dopo la pubblicazione sulla Pravda della prima lettera (alla quale, d’ora in poi, farò riferimento semplicemente come Lettera). Maria Ulyanova era una componente di quella redazione della Pravda che aveva, presumibilmente, sfigurato il testo di Lenin, eppure gli scriveva dicendo che la Lettera aveva incontrato “piena solidarietà” e sollecitando altri articoli. Questo telegramma, di certo, non collimava con la suddetta narrazione! Mi sono ben presto reso conto che né io né, a quanto pare, nessun’altro potevamo vantare una reale comprensione di ciò che era stato tagliato, e aggiunto, nella versione pubblicata. È così ho intrapreso per un anno intero un’avventurosa indagine, durante la quale ho attentamente investigato sul servizio postale tra Zurigo e Oslo, la politica interna dei bolscevichi a Pietrogrado e la complicata storia successiva del testo della Lettera.

Le mie scoperte sono state pubblicate un anno e mezzo fa dalla rivista Kritika col titolo “Letter from Afar, Corrections from Up Close: The Bolshevik Consensus of March 1917 [2]. Ho mostrato come l’aneddoto dell’articolo censurato sulla Pravda fosse una “narrazione volubile”, ovvero, una storia che sottoposta ad esame cambiava aspetto: invece di servire da pilastro della narrazione corrente, diveniva una considerevole sfida ad essa. I redattori della Pravda non rifiutarono di pubblicare nessuna delle Lettere da lontano, poiché solo la prima giunse a Pietrogrado in tempo. Lungi dall’essere scandalizzati dal messaggio politico della Lettera di Lenin, i bolscevichi di Pietrogrado lo approvavano entusiasticamente. Le modifiche apportate al suo testo avevano specifici e limitati obiettivi: non miravano a censurarne o deformarne l’argomentazione, né avevano quell’esito.

Come appare da questo resoconto delle mie conclusioni, il mio obiettivo in quel momento era essenzialmente negativo: volevo screditare una narrazione che semplicemente non coincideva coi fatti. Riprendendo gli stessi materiali, un anno e mezzo dopo e da una prospettiva più ampia, vorrei ora far emergere l’aspetto maggiormente positivo di questo episodio. I redattori della Pravda non rimossero semplicemente alcuni travisamenti fattuali da parte di Lenin – ma rimaneggiarono attivamente l’articolo di Lenin, sulla scorta della loro comprensione di prima mano della situazione politica russa. Come ogni rimaneggiamento riuscito (ad esempio, conferendo ulteriore isolamento a un vecchio edificio), i tagli e le aggiunte dei redattori della Pravda non interferirono sull’efficienza della struttura originale – al contrario, il messaggio fondamentale di Lenin giungeva con meno distorsioni e più forza.

Le caratteristiche inaspettate della situazione del dopo febbraio potevano essere colte solo attraverso l’esperienza diretta a Pietrogrado, nel vortice della politica nazionale. Kamenev e Stalin dovettero adattarsi a queste realtà nel momento in cui rientrarono dalla Siberia a metà marzo, così come Lenin e Zinoviev quando giunsero dalla Svizzera all’inizio di aprile.

Non che tali inaspettate realtà invalidassero la strategia di base bolscevica dell'”egemonia” (come delineata nei testi precedenti di questa serie) – tutt’altro! Ma degli adattamenti andavano fatti, adattamenti evidenti e logici, ma nient’affatto automatici, e riassumibili in una formula generale: i bolscevichi dovevano tirarsi fuori dall’ormai atrofizzante ambiente dell’agitazione clandestina, così da trasferirsi nel dominio dell’autentica politica di massa, su scala nazionale, come seri pretendenti al potere.

Quando Lenin scrisse la sua Lettera, il 7 marzo, le sue informazioni manchevoli lo condussero ad imporre un quadro datato alle politiche successive a febbraio. Nel momento in cui i bolscevichi di Pietrogrado ricevettero, due settimane dopo, la sua Lettera, essi vantavano necessariamente una conoscenza maggiore, e dunque riformularono il testo di Lenin su tali basi. Un volta rientrato, a distanza di due settimane, Lenin aveva già compiuto alcuni degli adattamenti necessari al suo impianto generale, ed era in procinto di apportarne altri in seguito alla sua immersione nel turbinio della politica pietrogradese. Non è esagerato parlare persino di una ratifica de facto, da parte di Lenin, alle modifiche redazionali effettuate sulla sua bozza originale.

Ecco quindi l’ironia: la Lettera di Lenin viene, solitamente, descritta come un tentativo fallito di spronare i bolscevichi di Pietrogrado nel senso delle Tesi di aprile. È semmai il contrario! – Dovremmo ribaltare questo punto di vista e affermare che i bolscevichi orientarono la Lettera di Lenin nel senso delle Tesi di aprile.

Per questo motivo, l’esame dettagliato di modifiche redazionali, apparentemente minori, ci fornisce un’immagine dinamica e senza precedenti degli adattamenti bolscevichi in azione. Vediamo con esattezza quali sfaccettature della situazione erano nuove e inaspettate, tanto per Lenin in Svizzera che per i bolscevichi a Pietrogrado. Vediamo, inoltre, i contorni fondamentali di questo adeguamento, prima da parte di importanti bolscevichi come Kamenev e Stalin e, in seguito, da parte degli emigrati come Lenin e Zinoviev. Invece che a una forma di censura, ci troviamo di fronte a un lavoro di squadra – lavoro di squadra possibile solo in ragione della condivisa comprensione dei compiti di base.

Il recente volume di China Miéville, Ottobre, è la prima esposizione, basata su fonti secondarie, a contenere un accurato resoconto circa la Lettera da lontano (è ciò è indicativo di conoscenza ampia e accurata, da parte di Miéville, della migliore ricerca attuale). Questi, nondimeno, si mostra riluttante nell’abbandonare completamente la tradizionale enfasi posta sulla rottura e sul conflitto:

Eppure mentre questo conflitto [la Lettera da lontano] in particolare era in gran parte una narrazione a posteriori, innegabilmente ottenne plausibilità grazie al modo in cui le formulazioni di Lenin, compresa la sua polemica senza controllo, lasciavano intuire una tendenza irremovibile, una caratteristica logica politica che effettivamente sarebbe stata la chiave per altri dibattiti reali all’interno del partito.Non ad ogni costo inevitabile, ma che si scontava con la moderazione e la coalizione bolscevica. Le “Lettere da lontano” erano dunque un bolscevismo di “continuità”, eppure contenevano i semi di una posizione distinta e più incisiva. Una posizione che si sarebbe chiarita con il ritorno di Lenin [3].

Un presentazione accurata ed eloquente, ma che, a mio modo di vedere, ci porta nella direzione sbagliata. Nel momento in cui dovessimo osservare il nocciolo degli effettivi cambiamenti, avremo non poche difficoltà a rintracciare persino i germi del successivo conflitto in tale episodio. Saremo meno tentati dall’insistere sull’idea che deve esserci stata una sorta di linea di confine tra Lenin e gli altri bolscevichi. Ovviamente, come dimostrato in gran dettaglio da Alexander Rabinowitch, vi furono conflitti in abbondanza tra i ranghi dei bolscevichi durante il 1917 (come, del resto, in precedenza e in seguito) – ma si trattava di conflitti interni a un sentire condiviso, conflitti tattici che produssero differenti raggruppamenti in merito a differenti questioni.

La sezione seguente espone conclusioni fattuali che di per sé invalidano il consueto resoconto sulla Lettera (per argomenti a supporto, precisazioni , riferimenti, ecc., si veda il già citato articolo su Kritika). Il resto del saggio esamina il processo redazionale nei dettagli. Pur basandosi sulle mie scoperte precedenti, la presente discussione ricorre a un nuovo e più inclusivo impianto, il quale pone maggiore enfasi sulla rifinitura creativa attuata dalla squadra della Pravda.

A supplemento della mia analisi, due appendici [qui poste in calce a differenza dell’originale inglese, n.d.t.], nelle quali se ne presenta la fonte originale:

  • Appendice 1: La Lettera da lontano di Lenin, così come stampata dalla Pravda, 21 e 22 marzo 1917.
  • Appendice 2: Passi espunti dalla Lettera di Lenin.

L’odissea della Lettera

Il 7 marzo 1917, una settimana dopo l’abdicazione dello zar, Lenin concludeva la prima Lettera da lontano, spedendola prontamente ad Aleksandra Kollontai a Oslo (all’epoca Christiana). Benché avesse fatto circolare il testo delle Lettere in Svizzera, Lenin si era risolto a inviarle a Pietrogrado per la pubblicazione sull’appena resuscitata Pravda. Nelle circostanze dettate dalla guerra, ricorrere alla Kollontai quale corriere, seguendo una via assai tortuosa, appariva come la scelta migliore. Le altre tre Lettere vennero scritte tra l’8 e il 12 marzo, dopo di che Lenin si concentrò totalmente sulla questione pratica del suo rientro in Russia (vi giunse finalmente all’inizio di aprile).

A Oslo la Kollontai annotava su suo diario in data 13 marzo:

È adesso più importante [che mai] esserci [in Russia]. Dobbiamo dare una direzione al partito nel nostro spirito, dobbiamo immediatamente tracciare una linea netta tra noi e il Governo provvisorio, così come con i difensivisti. Questo è chiaro. Il nostro lavoro ci aspetta… Attendo direttive da Vladimir Ilyich, e poi partirò. Vivo in un inebriante stato di felicità – è ancora così difficile da credere… Non vedo l’ora giunga risposta da Lenin.

Il 15 marzo, l’esponente bolscevica riceveva la prima Lettera e inviava un telegramma a Lenin in cui si diceva “elettrizzata dalle sue idee”; il giorno successivo partiva senza aspettare altre lettere. Il suo lungo viaggio verso Pietrogrado, nel contesto della guerra, la vide costretta a percorrere 800 miglia in direzione della punta settentrionale della Svezia, per poi attraversare la Finlandia prima di giungere nella capitale russa il 18 marzo. Il giorno dopo il suo arrivo, la Kollontai lasciava la Lettera alla Pravda e si univa alla redazione.

I redattori della Pravda impiegarono solo due giorni a leggere l’articolo, decidere delle necessarie modifiche, eseguirle e prepararlo per pubblicazione il 21 e 22 marzo. All’incirca un quarto del testo venne rimosso (la bozza originale di Lenin, nella traduzione inglese, contiene grosso modo 4500 parole, delle quali approssimativamente 1100 sono state tagliate). La Lettera venne ampiamente ripubblicata dalla stampa di partito bolscevica in tutta la Russia, comprese Tallin, Mosca, Kiev, Kharkov e Kazan prima del rientro di Lenin a inizio aprile e, in seguito, a Helsingfors e nel distretto Vyborg di Pietrogrado. Si tratta di una diffusione sorprendentemente ampia per un articolo dalla pretesa fama scandalosa.

Chi erano i redattori della Pravda nel 1917? Tra coloro nominati nelle fonti come impegnati a curarne l’edizione nel marzo di quell’anno troviamo Aleksandr Shliapnikov, Petr Zalutski, Vyacheslav Molotov, Lev Kamenev, Koba Stalin, Matvei Muranov, Mikhail Olminskii, Mikhail Kalinin, Maria Ulyanova e (dopo il suo ritorno il 18 marzo) Aleksandra Kollontai. Molto probabilmente, le decisioni su come rivedere l’articolo di Lenin vennero prese collettivamente e in consultazione con i comitati di partito di Pietrogrado. La presenza della Kollontai è particolarmente importante, dato che abbiamo già constatato il suo enorme entusiasmo per il testo di Lenin. Poiché non abbiamo un’immagine chiara del concreto processo decisionale, farò riferimento semplicemente a “i redattori della Pravda“.

Di fronte a un testo scritto due settimane prima, il cui autore stesso notava di essere “costretto ad accontentarsi dei laconici telegrammi dei giornali esteri”, la sfida per i redattori era quella di presentarlo come analisi efficace di una situazione in rapida evoluzione. Pubblicare un articolo della riconosciuta guida del partito era una grande opportunità e, allo stesso tempo, un enorme rischio per i bolscevichi. L’analisi di Lenin della situazione di base dove essere una buona analisi – doveva colpire i lettori in quanto perspicace e approfondita, anziché datata e distante. I redattori non potevano certo far precedere l’articolo da delle scuse: “Chiediamo di scusare alcuni malintesi del compagno Lenin – si tenga a mente che questo testo è stato scritto a Zurigo due settimane fa”. L’esigenza dei redattori era quella di dare una buona immagine di Lenin e, ancor più imperativo, assicurarsi che non apparisse assurdo.

Considerate simili limitazioni, non vi era neanche garanzia che l’articolo di Lenin fosse pubblicabile. Fatto notevole, i redattori della Pravda furono capaci di rimodellare la Lettera, e in modo tale che l’essenza del messaggio di Lenin si inserisse nelle nuove realtà politiche seguite al febbraio. Nelle sezioni che seguono, osserveremo il processo redazionale nel dettaglio. Qui presenteremo alcune suggestive prove dirette rivelanti lo stato d’animo dei bolscevichi di Pietrogrado riguardo la Lettera e il suo messaggio.

Nel suo classico volume di memorie del 1917, Zapiski iz revoliutsii, Sukhanov riporta una conversazione tra lui e Kamenev avvenuta prima del ritorno di Lenin:

Iniziai a chiedere a Kamenev cosa, in generale, si stava facendo nel suo partito e in quale direzione era stata definita una “linea”. Cosa pensava Lenin, cosa scriveva?… [Kamenev rispose:] Lenin? Lenin pensava che la rivoluzione, sino ad’ora, si fosse dispiegata come si sarebbe potuto prevedere [zakonomerno], che un vlast borghese era storicamente necessario in quel momento e che non poteva esserci nient’altro a seguito del rivolgimento.

“Dunque non state cercando di rovesciare il governo dell’élite [tsenzovoe] in questo preciso momento [seichas] e non insistette per un immediato vlast della democrazia?”, chiesi ancora al mio interlocutore, che stava aprendo per me importanti prospettive.

“Questo non è il nostro punto di vista qui né quello di Lenin fuori. Lenin scrive che il nostro compito più urgente è, al momento, quello di organizzare e mobilitare le nostre forze” [4].

Quando Kamenev parlava di ciò che “Lenin scrive” non poteva che riferirsi alla Lettera, evidentemente non ancora pubblicata. La sua interpretazione del messaggio di Lenin può così essere parafrasata: “gli eventi si stanno svolgendo zakonomerno, ovverosia, secondo regolarità prevedibili. Un governo “borghese” subito dopo la caduta dello zar è senza dubbio inevitabile. La situazione non è “ancora” matura per un “immediato” rovesciamento di tale governo borghese “in questo preciso momento”. Il nostro compito quindi consiste nell’organizzare e mobilitare, al fine di rimpiazzare l’attuale governo con un vlast della democrazia. Questo progetto diverrà pratica politica non appena “le nostre forze” saranno pronte. Questa lettura non travisava la Lettera di Lenin, né nella sua forma originale né in quella pubblicata.

Il 22 marzo – il giorno in cui la seconda parte della Lettera di Lenin compariva sulla Pravda – sua sorella, Maria Ulyanova, gli inviava il seguente telegramma:

Articoli ricevuti e stampati. Piena solidarietà [polnaia solidarnost’]. Invia articoli. Kollontai arrivata. Tuo rientro auspicabile, ma evita rischi.

La Ulyanova affermava che gli “articoli” di Lenin erano già stati pubblicati. La sola possibili spiegazione per l’uso del plurale è la pubblicazione in due parti sulla Pravda. La richiesta di altri articoli implicava che non ne erano disponibili altri nel momento della stesura di quello in questione, e che i redattori erano impazienti di ulteriori opinioni da parte di Lenin, non certo scandalizzati da esse. Si tenga a mente che la Ulyanova faceva parte della redazione della Pravda, e che inviò il telegramma citato dopo che le espunzioni e le modifiche erano state eseguite. O mentiva al fratello a proposito della “piena solidarietà”, o riteneva che le revisione editoriale non interferisse col messaggio di Lenin.

Pochi giorni dopo, il 26 marzo, Aleksandra Kollontai inviava una lunga lettera a Lenin, ancora in Svizzera, nelle quale lo informava che:

L’inizio delle tue lettere è stato stampato. La tua voce viene ascoltata non solo dai sostenitori [nashi] ma anche dagli oppositori… Alla Pravda lavoriamo in stretto contatto, in piena solidarietà e senza dispute [tesno, splochenno i bez trenii].

Il commento della Kollontai, secondo il quale “l’inizio delle tue lettere è stato stampato” non contraddice l’asserzione di Maria Ulyanova per cui gli “articoli” di Lenin erano già stati pubblicati. Lenin stesso aveva chiarito che la Lettera era la prima di una serie.

È possibile riconciliare le osservazioni della Kolontai con la corrente storia dei redattori della Pravda terrorizzati, intenti a censurare l’articolo di Lenin? Si considerino i seguenti fatti. La rivoluzionaria russa, all’epoca, era estremamente leale nei confronti di Lenin, insistendo, quando si trovava ancora in Norvegia, perché quest’ultimo fornisse “direttive”. Lesse la Lettera non appena ricevuta in Norvegia, informando prontamente Lenin con un telegramma di essere “elettrizzata” dalle idee contenutevi. In seguito, fu tra le prime a dare pieno e sincero appoggio alle Tesi di aprile. La Kollontai lavorò con la redazione della Pravda subito dopo il proprio arrivo con la Lettera e, dunque, era perfettamente consapevole dei tagli compiuti sul testo di Lenin – di fatto, vi ebbe senza dubbio una parte. Eppure non espresse indignazione perché Lenin veniva censurato e i suoi “elettrizzanti” argomenti deformati. Non si diede neanche pena di informare Lenin che dei tagli erano stati effettuati. Invece disse che la Lettera, lungi dal causare scandalo tra i bolscevichi,  era stata accolta con rispetto anche dai non bolscevichi. Fece anche di tutto per enfatizzare l’unanimità di vedute nelle fila della Pravda. A meno che non si voglia attribuire alla Kollontai una fenomenale e inesplicabile doppiezza, la sua lettera a Lenin è di per sé sufficiente a rendere insostenibile la narrazione corrente.

Queste dichiarazioni non testimoniano solo dell’atteggiamento delle tre personalità che le hanno fatte, ma anche dei vertici bolscevichi di Pietrogrado nella loro interezza. Tra l’altro, tutte queste evidenze sono state disponibili, pubblicate in qualche forma, da molto tempo – quasi un secolo nel caso di Kamenev, e quaranta o cinquant’anni in quelli della Ulyanova e della Kollontai.

Lenin scrisse altre tre Lettere da lontano fra l’8 e il 12 marzo (la cosiddetta Quinta lettera è solo uno schizzo abortito, scritto alla vigilia della sua partenza). Nessuna di queste lettere raggiunse Pietrogrado prima dello stesso Lenin: la Kollontai non attese altre lettere prima di intraprendere il suo difficoltoso viaggio di ritorno in Russia, e non si presentavano metodi alternativi per farle giungere in patria. Vennero pubblicate per la prima volta nel 1924, subito dopo la morte di Lenin. Sia Trotsky, che i curatori dell’edizione degli anni Venti dell’opera di Lenin, hanno affermato in modo definitivo che solo la prima Lettera arrivò a Pietrogrado.

In generale, Lenin non era certo tenero nei confronti di chi imbrogliava con i suoi testi. Nel periodo prebellico, si infuriava regolarmente riguardo al modo in cui i redattori della Pravda trattavano quanto da lui veniva loro sottoposto e, dopo il suo rientro in Russia nel 1917, fu spietato nelle sue critiche al giornale e ai suoi animatori per altre ragioni. Eppure, non vi sono prove di un suo risentimento, nel momento in cui giunse in Russia, poche settimane dopo la pubblicazione della Lettera, per quanto fatto dai redattori – di certo non ripudiò l’articolo né insistete affinché il testo integrale venisse immediatamente stampato. In effetti, egli fece riferimento di passaggio alla versione della Pravda come a una valida esposizione dei suoi punti di vista [5]. Possiamo anche parlare di una ratifica de facto, da parte di Lenin, delle modifiche redazionali, dato che buona parte di esse è presente nella retorica che impiegò dopo il suo rientro.

Negli anni Venti la dirigenza bolscevica avrebbe potuto voler tacere sui tagli alla Lettera, non tanto al fine di proteggere se stessa, bensì Lenin: nel contesto del culto di Lenin, il fatto stesso che quest’ultimo non avesse colto, a suo tempo, ogni sfumatura della situazione a Pietrogrado poteva essere intesa come imbarazzante.

L’unica ragione per la quale siamo a conoscenza di queste modifiche redazionali è la pubblicazione della bozza originale di Lenin nella quarta edizione delle opere complete nel 1949. Stalin era ancora vivo e saldamente al potere, possiamo dunque affermare, con assoluta certezza, che tale bozza venne pubblicata essendone egli a piena conoscenza e con la sua esplicita autorizzazione. Se la consueta storia di Stalin e Kamenev censori di Lenin fosse vera, la pubblicazione da parte del primo della bozza di Lenin equivarrebbe a un colpevole che ritorna sulla scena del crimine per depositarvi nuove prove della sua colpevolezza. Quanto è plausibile un simile resoconto delle motivazioni di Stalin? Non dovremmo invece presupporre, per quanto strano possa sembrare, che Stalin era orgoglioso del lavoro da lui effettuato, insieme ad altri, nel preparare l’articolo di Lenin per la pubblicazione?

In seguito, la bozza originale di Lenin è divenuta il testo standard in tutte le edizioni successive delle sue opere, così quello comparso sulla Pravda – la versione letta da tutti all’epoca, e quindi di importanza storica ben maggiore – è sostanzialmente sfuggito all’attenzione pubblica. Quando ho iniziato a pormi degli interrogativi sulle modifiche apportate alla Lettera, sono rimasto sorpreso dalle difficoltà incontrate semplicemente nel tentare di localizzare il testo della Pravda. In questo specifico caso, un documento di archivio ha tolto dalla circolazione un ben più significativo documento pubblicato.

Negli anni Cinquanta, alcuni pionieri della storiografia sovietica cercavano di liberarsi dai pesanti vincoli del culto di Stalin. La naturale ammirazioni nei confronti di questi coraggiosi storici, che combattevano una giusta battaglia, non dovrebbe però condurci a trascurare il loro specifico punto di vista. Studiosi come Eduard Burdzhalov o A. V. Snegov seguivano la linea anti-staliniana dell’epoca di Khrushchev, linea che mirava a porre tanta più distanza possibile fra Lenin e Stalin. Poiché Stalin era un membro della redazione della Pravda, questi storici avevano un interesse particolare nel dipingere le modifiche in questione come censura ai danni di Lenin. Questa interpretazione è stata da allora acriticamente accettata.

L’attenzione posta dagli storici dell’epoca Khrushchev sui tagli fatti dalla Pravda si trasformò, ben presto, in un succoso aneddoto che ha animato praticamente ogni resoconto occidentale del 1917. Come talvolta accade, questo aneddoto servì a nutrire i pregiudizi dei campi opposti – gli storici accademici ostili a Lenin e quelli trotskisti a lui favorevoli – in egual misura. Non era nell’interesse di nessuno gettare sospetti sul presunto episodio – ad esempio, non vi erano certo partigiani di Kamenev che potevano aver interesse a proteggerne la reputazione.

Prima di proseguire, riassumerò alcuni dei motivi per cui la storia corrente di confusa censura è incompatibile coni fatti sopra riportati. 1. Solo una Lettera giunse a Pietrogrado e dunque i redattori della Pravda non si rifiutarono di pubblicar le altre. 2. La versione della Pravda venne ampiamente ripresa dalla stampa bolscevica. 3. Secondo dichiarazioni esplicite fate da partecipanti durante il marzo 1917, prima del ritorno di Lenin, i bolscevichi di Pietrogrado espressero “piena solidarietà” rispetto alla Lettera. 4. La retorica di Lenin, dopo il suo rientro, forniva di fatto una ratifica di buona parte dei cambiamenti. 5. La decisione da parte di Stalin di consentire la pubblicazione della bozza originale, nel 1949, non è compatibile con una coscienza sporca in proposito. 6. Gli storici sovietici dell’epoca Khrushchev, che hanno tirato fuori la storia della censura, avevano un ovvio pregiudizio che impone un certo scetticismo riguardo le loro conclusioni. 7. La storia consueta non è mai stata sostanziata con alcun esame sistematico delle effettive modifiche editoriali.

Verso una mappatura politica del dopo-febbraio

Prima della guerra i bolscevichi delineavano la propria strategia politica indicando tre forze politiche fondamentali: la reazione zarista, l’opposizione dell’élite liberale e quasi-liberale e, infine, il narod (operai e contadini messi insieme). Secondo la strategia bolscevica dell'”egemonia”, o leadership di classe, il proletariato socialista doveva battersi per guidare il narod contro la reazione zarista, poiché solo il proletariato poteva fare ciò che i liberali si rifiutavano di fare: distruggere lo zarismo e trasformare la Russia in senso democratico.

Nei primi giorni successivi alla Rivoluzione di febbraio,  mentre si sforzava di dare un senso alle frammentarie e distorte informazioni di cui disponeva in Svizzera, Lenin applicava questa stessa mappa tripartita della situazione del dopo-febbraio (tutte le citazioni in questa sezione provengono dalla bozza originale) [6]:

Questi tre campi, queste tre forze politiche fondamentali: 1) la monarchia zarista, alla testa dei grandi proprietari feudali e dei vecchi funzionari e generali; 2) la Russia ottobrista e cadetta della borghesia e dei grandi proprietari fondiari, dietro la quale si trascina la piccola borghesia (i cui principali esponenti sono Kerensky e Chkheidze); 3) il Soviet dei deputati operai, che cerca i suoi alleati in tutto il proletariato e in tutta la massa della popolazione povera: queste tre forze politiche fondamentali si sono già rivelate con la massima chiarezza durante gli otto giorni della “prima fase”, tanto che può riconoscerle persino un osservatore così lontano dagli avvenimenti, e costretto ad accontentarsi dei laconici telegrammi dei giornali esteri, come l’autore di queste righe [corsivo di Lenin].

Una simile mappatura era inadeguata per le nuove realtà politiche, persino quando Lenin la scrisse ai primi di marzo, e lo divenne ancor di più quando i bolscevichi ricevettero due settimane dopo. Innanzitutto, il collasso totale dello zarismo significava che la dinastia dei Romanov non era più parte di alcun calcolo politico. Come affermato da Stalin in un discorso tenuto alla fine del mese: “Con lo svilupparsi della rivoluzione, il Governo provvisorio si trasformerà (oggettivamente, deve farlo) in un baluardo della controrivoluzione – non una controrivoluzione zarista (il pericolo non ci minaccia da questa direzione) – bensì imperialista”. Di fatto, l’intero spettro politico della Russia era a tal punto scivolato a sinistra, dopo gli eventi del febbraio, che l’intera ala destra dell’opposizione pre-rivoluzionaria – ciò che Lenin identificava come “la Russia ottobrista e cadetta della borghesia e dei grandi proprietari fondiari” – era scomparsa dalla scena, lasciando solo la formazione liberale dei cadetti  (abbreviazione per Partito democratico costituzionale) come unico partito non socialista. Non essendo al corrente di tali sviluppi, Lenin dipingeva un ritratto assai inaccurato del governo provvisorio:

Questo nuovo governo in cui gli ottobristi e i “pacifici rinnovatori” Lvov e Guchkov, ieri complici di Stolypin l’Impiccatore, si sono impadroniti dei posti realmente importanti, dei posti di battaglia, dei posti decisivi, dell’esercito, della burocrazia, questo governo in cui Miliukov e gli altri cadetti seggono a puro scopo ornamentale, per far mostra di sé e pronunciare melliflui discorsi professorali, mentre il “trudovik” Kerensky funge da balalaika per ingannare gli operai e i contadini, questo governo non è un’accolta casuale di persone.

In realtà, l’equilibrio delle forze all’interno del governo era al rovescio rispetto a come ritratto da Lenin. Prima di tutto, Lenin aveva mischiato i suoi Lvov, confondendo G. F. Lvov, capo del primo Governo provvisorio, con N. N. Lvov, uno dei capi del prebellico partito Rinnovamento pacifico, formazione riformatrice di orientamento conservatore. Ancora, l’ottobrista di destra Guchkov non  era il cuore del nuovo governo, ma semmai un isolato outsider che, frustrato, lasciò l’esecutivo alla fine di aprile. Inoltre, se Miliukov era in effetti relativamente impotente nel gabinetto, la ragione non era una coalizione alla sua destra, bensì una alla sua sinistra, composta appunto da l’ala sinistra dei cadetti più Kerensky. Queste forze contribuirono a estromettere Miliukov poco dopo l’abbandono di Guchkov.

Lenin fraintendeva anche il ruolo di Kerenky: la sua presenza nel governo non era dovuta a forze di destra che volevano una “balalaika”. Al contrario, egli era delegato dal Soviet di Pietrogrado quale suo rappresentante nell’esecutivo. L’errore di Lenin a proposito di Kerensky rifletteva un più profondo equivoco circa il ruolo del Soviet di Pietrogrado. Nella sua mappatura tripartita, Lenin poneva Chkheidze e Kerensky direttamente nel campo dell’opposizione liberale, mentre ritraeva il Soviet come perennemente opposto al nuovo governo. Ma, nei fatti, Chkheidze  e Kerensky erano ai vertici del Soviet, e la loro influenza politica derivava da un solido e maggioritario supporto tra la sua base.

L’incomprensione da parte di Lenin del ruolo del Soviet appare con ancor più evidenza nella seconda delle Lettere da lontano, scritta circa un giorno dopo aver completato la prima. Dalle striminzite notizie riportate sui giornali occidentali (specialmente il Times di Londra), Lenin traeva la conclusione che i bolscevichi detenevano un’influenza dominante nel Soviet. Così descriveva un Kerenky tentennante tra “governo provvisorio della borghesia, i Guchkov e i Miliukov, e il  ‘governo provvisorio’ del proletariato e delle masse indigenti del popolo, il soviet dei deputati operai e il Partito socialdemocratico di Russia, unificato dal suo Comitato centrale” (le ultime parole costituivano il nome ufficiale dei bolscevichi in quel momento).

In contrasto con la situazione del 1905, i soldati della guarnigione di Pietrogrado erano divenuti parte integrante della base del Soviet ed erano in esso rappresentati – di fatto, spesso avevano un peso superiore agli operai. Tuttavia, all’inizio di marzo, Lenin riteneva il Soviet un’organizzazione operaia, la quale necessitava di andare oltre al fine di conquistare i soldati. Infine, uno sviluppo politico cruciale ebbe luogo solo dopo che Lenin aveva inviato la propria Lettera: l’emergere del “difensismo rivoluzionario”. Per Lenin, gli unici sostenitori socialisti della guerra erano i “socialpatrioti”, i quali avevano contribuito direttamente allo sforzo bellico zarista, negando che la guerra fosse imperialista da entrambi i lati – figure come  K. Gvozdev, alla testa di un “gruppo operaio” esplicitamente impegnato nel mobilitare gli operai a sostegno della guerra dello zar. Gvozdev, nei mesi precedenti la Rivoluzione di febbraio,  aveva rappresentato il nemico numero uno per i bolscevichi locali, ma dopo febbraio lui e altri “socialpatrioti”, come Plekhanov e Potresov, avevano perso qualsiasi influenza.

Il loro posto venne preso dai “difensisti rivoluzionari”. Kerensky e Chkheidze erano proto-difensisti rivoluzionari, poiché (come riferitoci da  Alexander Shliapnikov) essi sconfessavano Gvodzev e simili anche prima della rivoluzione. Ma il vero portavoce del difensismo rivoluzionario era il menscevico Irakli Tsereteli, giunto a Pietrogrado dall’esilio siberiano alla metà di marzo e subito divenuto il leader più importante della maggioranza del Soviet.

Dal punto di vista dei bolscevichi, i difensisti rivoluzionari non erano in definitiva migliori dei socialpatrioti. Ciò nonostante, le vecchie critiche indirizzate al socialpatriottismo non erano più funzionali. I difensisti rivoluzionari provenivano dal movimento anti-guerra di Zimmerwald, dunque vantavano buone credenziali come antimperialisti. Inoltre, il loro sostegno al Governo provvisorio era legato all’insistenza su un’attiva politica di pace, nonché agli appelli governativi rivolti ai proletari dei paesi belligeranti. Lenin era necessariamente ignaro di tali importanti sviluppi quando scrisse la sua lettera all’inizio di marzo.

I vari malintesi in cui era incorso Lenin non mettevano in alcun modo in dubbio la validità della strategia dell’egemonia. Il compito del partito, e del proletariato socialista che rappresentava, consisteva ancora nel guidare il narod alla piena conclusione della rivoluzione. Ma dato l’inaspettata condizione di minoranza dei bolscevichi all’interno dei soviet, il loro primo compito era quello di ottenere il sostegno della maggioranza. Da questo punto di vista, i loro principali rivali erano quei socialisti, rappresentanti in quel momento la maggioranza del soviet, i quali miravano a un qualche “accordo” (soglashateli) o coalizione con l’élite di riformatori del Governo provvisorio.

Questo adattamento implicava una nuova mappa politica tripartita. Lenin aveva inizialmente individuato tre forze fondamentali: la reazione zarista, il Governo provvisorio più tirapiedi piccolo borghesi e il Soviet. La nuova cartografia politica, più adeguata alle realtà del 1917, presentava inoltre un conflitto triangolare tra Govverno provvisorio, favorevoli all’accordo e “internazionalisti” (i bolscevichi e altri che rigettavano la coalizione). Dopo il suo rientro in aprile, Lenin avrebbe esposto in modo colorito tale nuova configurazione:

La lotta si svolge attualmente fra tre partiti: il primo è un partito di rapinatori e assassini; il secondo è il partito di coloro che con le belle frasi cercano di coprire i rapinatori; il terzo partito, infine, è contrario ad appoggiare in qualsiasi modo i rapinatori e intende svelare tutti gli errori, compresi quelli del comitato esecutivo del soviet dei deputati degli operai e dei soldati [7].

Quando i due bolscevichi di lungo corso Kamenev e Stalin fecero ritorno a Pietrogrado, alla metà di marzo, colsero rapidamente la nuova sorprendente situazione. Le osservazioni rivolte da Kamenev ai suoi sodai bolscevichi, il 18 marzo, trasmettono sia la sensazione di shock che di adattamento:

Dopo aver sottolineato il ruolo [di guida svolto in precedenza] dei bolscevichi rispetto alla loro insignificante influenza nel Soviet di Pietrogrado nel momento attuale, [Kamenev] ha esaminato tale incongruenza. È sorprendente che i bolscevichi non occupino una posizione dominante nel Soviet dei deputati degli operai e dei soldati di Pietrogrado – e perché acconsentono ai liquidatori all’interno del Soviet, i quali non esprimono il punto di vista degli operai di Pietrogrado? Noi siamo i rappresentanti dell’elemento rivoluzionario a Pietrogrado, ma, allo stesso tempo, sembra che le grandi masse non ci comprendano. Evidentemente, dato che siamo essenzialmente nel giusto, stiamo formulando le nostre risoluzioni e decisioni in un modo che le masse non comprendono.

Se siamo nel giusto nel definire il Governo provvisorio come controrivoluzionario, allora, ovviamente, dovremmo rovesciarlo e istituirne uno nuovo e rivoluzionario. Pertanto, o dovremmo dichiarare guerra al Governo provvisorio, o dovemmo assumere una qualche altra posizione a riguardo di esso. Quest’ultima opzione è proprio quel che è necessario. Ci siamo sviluppati al punto di poter creare la dittatura del proletariato? No. Ciò che conta non è prendere il potere – ciò che conta è mantenerlo [Nevazhno–vziat’ vlast, vazhno–uderzhat’]. Il momento arriverà, ma per noi sarà vantaggioso rimandarlo, considerato che al momento le nostre forze sono ancora inadeguate [8].

I necessari adattamenti presentavano diverse dimensioni. Primo, accettare la nuova denominazione del Soviet come rappresentanza tanto degli operai che dei soldati: un inedito allinearsi di forze all’interno del Soviet che era al contempo un vincolo e un’opportunità. Secondo, accettare l’avvilente fatto della condizione di minorità dei bolscevichi, poiché la base del Soviet, in quel momento, non sosteneva e neanche comprendeva il messaggio bolscevico. La risposta appropriata a una tale realtà, foriera di riflessioni, non consisteva nell’abbandonare o modificare un messaggio fondamentalmente corretto, bensì nel trovare modalità migliori per farlo passare. Tutto ciò richiedeva andare otre l’abituale agitazione clandestina diretta agli operai più risoluti. I bolscevichi si trovavano dunque di fronte alla sfida dell’autentica politica di massa.

Gli emigrati di ritorno Lenin e Zinoviev dovettero subire lo stesso senso di shock a seguito dell’esperienza, in prima persona, della situazione politica di Pietrogrado. Come rilevato da Zinoviev a una conferenza del partito un paio di settimane dopo :

Dopo il 1905, il Soviet dei deputati degli operai ha goduto di una gloriosa reputazione. Ma al momento non è dalla nostra parte [on ne nash]. E ciò che stiamo vedendo è raccapricciante: vi sono membri del Soviet dei deputati degli operai che fanno discorsi del tutto controrivoluzionari. La situazione è peggiore di quanto si possa immaginare. Ma il futuro sarà nostro. [Tuttavia], la posizione dl Soviet è assai ambigua in questo momento – ad esempio, Kerensky è stato delegato dal Soviet [quale membro del Governo provvisorio] [9].

Quando Lenin espose le sue Tesi di aprile, la notte del suo arrivo, non aveva ancora corretto tutti suoi equivoci dovuti alla lontananza – per esempio, egli parlava ancora del “Soviet dei deputati operai” invece che del “Soviet dei deputati degli operai  e dei soldati”. Ciò nonostante, nel momento in cui scriveva le prime due Lettere da lontano, Lenin veniva a conoscenza di un importante fatto, col risultato che nelle sue Tesi invitava a “riconoscere che il nostro partito è in minoranza, e costituisce per ora un esigua minoranza, nella maggior parte dei soviet dei deputati operai”. L’imperativo, dunque, consisteva nello “spiegare… in modo paziente” al fine di persuadere la base dei soviet.

Come abbiamo visto, tale osservazione era tutt’altro che una novità per i bolscevichi a Pietrogrado. Senza dubbio, quando ricevettero la Lettera di Lenin, il 19 marzo, essi erano del tutto consapevoli della sfida consistente nel conquistare la maggioranza nel soviet. Il loro compito, per tanto, era quello di rimaneggiare la Lettera così da adeguarla alle nuove realtà: rimuovere gli equivoci più lampanti e modellare la retorica del testo nel senso della pressante incombenza di conquistare la base del soviet. Come ho affermato in precedenza, la Lettera di Lenin viene di solito descritta come un tentativo, senza successo, di spingere i bolscevichi di Pietrogrado verso le Tesi di aprile, ma noi dobbiamo ribaltare questa prospettiva: i bolscevichi di Pietrogrado spinsero la Lettera di Lenin in direzione delle Tesi di aprile.

Il rimaneggiamento della Lettera

Osserveremo adesso nei dettagli il processo attraverso il quale i redattori della Pravda rimaneggiarono la Lettera di Lenin, con la loro comprensione di prima mano delle realtà politiche russe, consentendogli così di trasmettere un messaggio efficace che parlasse direttamente al pubblico previsto. Inizieremo dall’eliminazione recisa delle asserzioni che i redattori della Pravda ritenevano chiaramente sbagliate (o che, in ogni caso, sarebbero state respinte, in quanto errate, dai lettori), per poi passare agli interventi più creativi.

1. Nessuna accusa di “complotto”, organizzato dalle ambasciate inglese e francese, per rovesciare lo zar, compreso l’accenno a pagamenti diretti destinati gruppi russi esplicitamente nominati (si vedano espunzioni E, F, G, H e K). Scrivendo il 7 marzo, Lenin era convinto vi fosse una cospirazione diretta, con tanto di pagamento in contanti, tra le ambasciate alleate e l’élite liberale, incluse unità dell’esercito. A giudicare da quanto da loro lasciato nell’articolo pubblicato, i redattori della Pravda stessi credevano che le ambasciate inglese e francese avessero giocato un ruolo diretto nella rimozione di Nicola. Tracciavano invece una linea laddove vi era una qualsiasi affermazione di comportamento criminale. Così, nel passaggio seguente [d’ora in poi si riprende la traduzione data nelle Opere complete, tranne per alcune modifiche e per le correzioni redazionali, n.d.t.], rimuovevano le parole in corsivo, sostituendole semplicemente con “adoperandosi” (espunzione F):

Tutto il corso degli avvenimenti rivoluzionari del febbraio-marzo dimostra chiaramente che le ambasciate inglese e francese, le quali da molto tempo compivano, con i loro agenti e con le loro “aderenze”, gli sforzi più disperati per impedire un accordo “separato” o una pace separata tra Nicola II (e ultimo, lo speriamo e faremo di tutto perché lo sia) e Guglielmo II, stavano direttamente organizzando un complotto insieme con gli ottobristi e i cadetti, insieme con una parte dei generali e degli ufficiali dell’esercito e della guarnigione di Pietroburgo soprattutto per destituire Nicola Romanov.

Dunque, Lenin insisteva nell’affermare vi fosse stato un “complotto” (parola usata cinque volte). La maggior parte delle accezioni di questo termine vennero semplicemente rimosse. In un caso la parola “complotto” permaneva  dopo essere stata resa innocua. Lenin aveva scritto che gli imperialisti anglo-francesi avevano “tramato un complotto con gli ufficiali della guardia”. Nella versione pubblicata, gli imperialisti avevano meramente “tramato un complotto” (si veda espunzione K). Poiché non viene fornita nessuna indicazione sugli obiettivi, o sui co-cospiratori, di tale “complotto, la lettura della versione della Pravda risulta in qualche modo strana.

2. Correzione della sopravvalutazione da parte di Lenin del ruolo dello zrismo nella politica del dopo-febbraio. Come abbiamo visto, la lettera di Lenin dipingeva la reazione zarista come una delle tre forze fondamentali nella politica russa di quel momento. Un simile quadro era superato persino nel momento in cui Lenin scriveva l’articolo e, alla fine di marzo,  avrebbe urtato i lettori come del tutto fuori dalla realtà. I passi in cui Lenin tracciava la sua mappa politica tripartita di per se essere lasciati (con modifiche), dato che egli sembrava voler descrivere l’avvento della Rivoluzione di febbraio anziché la situazione post-rivoluzionaria. Al contrario, le estrapolazioni del ruolo dello zarismo all’interno dello scenario politico del dopo-febbraio vennero tutte espunte.

Al momento della scrittura della Lettera, Lenin era convinto che il Governo provvisorio fosse determinato a fare un accordo con la dinastia:

Il nuovo governo non aveva ancora colpito a fondo la monarchia zarista e già cominciava a fare accordi con la dinastia dei grandi proprietari terrieri Romanov. La borghesia di tipo ottobrista-cadetto ha bisogno della monarchia qual dirigente della burocrazia e dell’esercito, perché siano difesi i privilegi del capitale contro i lavoratori [corsivo di Lenin; espunzione P].

Alle date del 21-22 marzo, simili accuse avrebbero colpito il lettore in quanto decisamente datate. Mikhail Romanov (il fratello dell’ormai ex-zar) aveva anch’egli abdicato; la dinastia dei Romanov, e i monarchici in generale, erano ormai privi di influenza. I redattori, per tanto, eliminarono questo passo e altri analoghi (espunzioni I, J, L, P, S, W e Z).

Come abbiamo visto, la sopravvalutazione da parte di Lenin dell’influenza politica esercitata dalla dinastia conduceva ad un’errata comprensione della natura politica del Governo provvisorio. Secondo il leader bolscevico, l’esplicitamente monarchico partito ottobrista occupava posti “decisivi” nel nuovo governo, mentre “Miliukov e gli altri cadetti seggono a puro scopo ornamentale”. Questo intero passaggio venne cassato (espunzione L).

Altri interventi furono in un certo modo ben più incisivi. Ad un certo punto, Lenin scriveva che “gli operai rivoluzionari stanno demolendo, hanno già demolito in gran parte e demoliranno [razrushali, razrushili, budet razrushat’] dalle fondamenta l’infame monarchia zarista”. Oltre a estendere il merito ai soldati, la versione della Pravda recitava semplicemente “hanno demolito” (quando usata da sola, la forma verbale razrushili ha un valore più definitivo). Presumibilmente sulla base dello stesso ragionamento, i redattori rimossero “relativa” dalla seguente frase: “Noi dobbiamo approfittare ora della relativa libertà del nuovo regime”.

3. La galleria leniniana delle canaglie. La Lettera di Lenin è piena di nomi propri, e sebbene una tale profusioni crei problemi al lettore odierno, l’obiettivo del leader bolscevico consisteva nel rendere la sua analisi più accessibile ai suoi lettori immediati: “sostituire le definizioni critiche generali con nomi politici ben noti in Russia”. Nomi propri che illustravano i raggruppamenti chiave della su mappatura politica: la reazione zarista (l’ex zar Nicola Romanov, suo fratello Michele e Rasputin), i riformatori dell’élite (Guchkov, Lvov, Miliukov) e l’ala destra dei socialisti (Plekhanov, Potresov e Gvozdev). Il significato politico di questi nomi era inequivocabile.

Altri due nomi, tuttavia, creavano delle reali difficoltà. Nikolai Chkheidze, il menscevico portavoce del Soviet di Pietrogrado, e Alexander Kerensky, l’avocato socialista delegato dal voto di maggioranza nello stesso Soviet a servire come ministro delle giustizia nel Governo provvisorio. Queste due figure simboleggiavano la più inaspettata e (per i bolscevichi) scandalosa delle realtà del dopo-febbraio: il potere di veto del Soviet di Pietrogrado su programma e personale dell’esecutivo, combinato col sostegno al Governo provvisorio “borghese”. La mappa politica tracciata da Lenin nella sua Lettera non includeva ancora queste realtà, così che i suoi riferimenti a Chkheidze e Kerensky risultavano vulnerabili nei seguenti modi:

  • Lenin equiparava Chkheidze e Kerensky con il Governo provvisorio e li contrapponeva al Soviet, invece di rappresentarli accuratamente come leader di quest’ultimo forti di un supporto maggioritario in quella sede (espunzioni C e L).
  • Kerensky e Chkheidze venivano equiparati, senza giustificazione, con i “socialpatrioti” e i “liquidatori” come Plekhanov e Gvozdev (espunzioni A e T). Dopo il suo rientro in Russia, Lenin fece gli opportuni adattamenti: il nome di Chkheidze veniva ora accoppiato a quello di Irakli Tsereteli, l’iconico “difensita rivoluzionario”.
  • Lenin definiva Chkheidze “traditore” poiché questi rifiutava di ammettere che il governo stava facendo un accordo con la dinastia (espunzione P, in aggiunta all’apparente allusione a Chkheidze in G). Ma il governo non stava cercando un accordo con la dinastia e tutti lo sapevano Se questi passi fossero stati stampati, il solo risultato sarebbe stato di far apparire Lenin ridicolo.
  • Kerensky veniva descritto come cripto-monarchico, accusa implausibile in sé, che rifletteva la generale sopravvalutazione da parte di Lenin del monarchismo quale forza politica.

Che dire delle altre menzioni riservate a Chkheidze e Kerensky nella Lettera – quanto erano vulnerabili alla rimozione da parte dei redattori? Ebbene, non vi sono altre menzioni: ognuna è stata già eliminata. Dunque, sebbene ogni particolare passaggio sia stato eliminato per i suoi propri demeriti, il risultato finale è lo stesso che si sarebbe ottenuto se fosse stata presa la decisioni cosciente di mai nominare Chkheidze e Kerensky per nome.

Di fatto, i commentatori (io stesso nel mio articolo originale comparso su Kritika) hanno tutti presupposto vi sia stata una decisione generale di non menzionare questi due politici per nome [10]. Quindi, il solo interrogativo è: cosa ha motivato una simile decisione? Nel mio articolo originale ho sostenuto che i redattori volevano evitare insulti diretti nei confronti di personalità la cui cooperazione era necessaria al ritorno di Lenin. China Miéville ha ben descritto il contrasto tra questa  e precedenti spiegazioni: i redattori erano “non tanto morbidi, dunque, quanto strategici”.

Questa motivazione non è implausibile: i bolscevichi stavano davvero cercando con tutte le loro forze di riportare Lenin in patria e Chkheidze, quantomeno, fornì un aiuto inestimabile. Tuttavia, se la rimozione di ogni menzione di Chkheidze e Kerensky era un sottoprodotto accidentale di altre preoccupazioni, allora non vi era stata decisione cosciente e quindi motivazione. I redattori potevano anche non aver notato che ogni singola menzione di questi due nomi era stata rimossa.

In definitiva, questa è la mia supposizione, non vi è modo sicuro per accertare le motivazioni o la mancanza di esse. Ciò nonostante, al momento non vedo alcuna ragione per trattare Kerensky e Chkheidze come differenti, in linea di principio, dai Romanov, dai  Guchkov, Gvozdev e simili, i cui nomi vennero anch’essi eliminati in molteplici occasioni e per svariate ragioni. Una motivazione generale è sufficiente per tutti questi casi: rimuovere i passi che tradivano gli equivoci di Lenin circa la situazione politica concreta a Pietrogrado.

Per concludere: molto probabilmente, i redattori della Pravda non furono né morbidi né strategici, né particolarmente prudenti riguardo a Kerensky e Chkheidze. Si trattava di due figure centrali nell’inaspettato e (per i bolscevichi) controintuitivo rapporto tra Soviet di Pietrogrado e Governo provvisorio, così le varie menzioni fatte da Lenin dei loro nomi, al fine di illustrare la sua mappa politica, erano semplicemente le più probabili candidate all’espunzione.

4. Abbassare i toni. In un paio di casi minori, i redattori sembrerebbero essere stati motivati dall’esigenza di moderare gli aspetti più rudi della retorica di Lenin. Le parole “manovra truffaldina” (espunzione R) venivano rimosse. Un inciso riguardo alla sincerità di Guchkov e Lvov fu eliminato. Espunzione che potrebbe anche essere stata motivata da ragioni stilistiche. Si comparino i seguenti passi:

[bozza originale di Lenin] Il governo degli ottobristi e dei cadetti, dei Guckov e dei Miliukov, anche se volesse sinceramente (ma solo dei bambini possono credere alla sincerità di Guckov e di Lvov), non potrebbe dare al popolo né la pace né il pane né la libertà.

[versione pubblicata dalla Pravda] Il governo degli ottobristi e dei cadetti, dei Guckov e dei Miliukov, anche se volesse sinceramente, non potrebbe dare né la pace né il pane né la libertà.

La frase originale di Lenin, con la sua affermazione parentetica all’interno di un’altra parentetica, è stilisticamente impacciata e difficile da elaborare. Ancor più importante, l’accusa individuale di insincerità indeboliva il punto politico. Oltre a essere alquanto implausibile e ardua da dimostrare, tale accusa implicava che rimpiazzare questi specifici politici “borghesi” avrebbe, quantomeno, aiutato a risolvere il problema. In seguito, sempre nel 1917, Lenin stesso affermava che non si dovrebbero giudicare gli oppositori politici in base alla mancanza, o meno, di sincerità.

5. Il ruolo dei soviet. La modifica di maggior significato politico nel testo della Pravda non è un taglio, bensì un’aggiunta: “soldati” venne sistematicamente aggiunto ad ogni menzione del Soviet di Pietrogrado, così che la definizione ora recitava “Soviet dei deputati degli operai e dei soldati”. Inoltre, ogni accenno al ruolo eroico degli operai nel rovesciare lo zar veniva esteso, condividendone il merito, ai soldati. Infine, se il Soviet di Pietrogrado rappresentava già i soldati, era difficile affermare in proposito che “ha cominciato ad attirare a sé i deputati dei soldati e dei contadini” (espunzione B).

Il motivo di tali modifiche è facile da individuare. I soldati della guarnigione di Pietrogrado, che erano rappresentati nel Soviet, erano divenuti un fattore politico la cui portata non appariva del tutto evidente a Lenin, ancora in Svizzera, quando scrisse la sua Lettera il 7 marzo. Come la Kollontai ebbe a scrivergli il 26 marzo: “L’umore qui è dettato dai soldati, e sempre i soldati creano l’atmosfera unica dove vediamo, tutti mischiati insieme, la grandiosità delle libertà democratiche vigorosamente espresse, il risvegliarsi di una consapevolezza civica di eguali diritti e una completa incomprensione della complessità del momento che stiamo vivendo”.

Poiché Lenin non aveva preso pienamente atto della condizione di minoranza dei bolscevichi, rivelava anche una tendenza ad asserire prematuramente che il Soviet stava attuando la politica bolscevica. Per tanto affermava che il Soviet “cerca legami con i soldati e i contadini, nonché con gli operai agricoli, e naturalmente con questi ultimi in particolare, in primo luogo, più che con i contadini” (espunzione N). Qui, evidentemente, un auspicio veniva preso per un fatto (l’affermazione secondo la quale gli operai agricoli erano un obiettivo più importante dei contadini era controversa, persino fra i ranghi bolscevichi e, in aprile, avrebbe condotto a disaccordi).

Nell’espunzione O, Lenin fa riferimento al Soviet come a una “organizzazione di operai”. A mio modo di vedere, il problema non consiste tanto nel termine “operai” (i redattori avrebbero potuto semplicemente aggiungere “e soldati”), ma semmai nell’intendimento implicito del Soviet come organizzazione privata, contrapposto a quello di “embrione di un governo operaio”, ovvero la descrizione che ne da Lenin nella frase immediatamente successiva.

6. Disfattismo. Quello del “disfattismo” era uno slogan proposto da Lenin (e pochissimi altri bolscevichi) come parte di una polemica intra-socialista europea durante gli anni della guerra. Uno slogan che non avrebbe mai trasportato le masse, come ebbero modo di  scoprire rapidamente i bolscevichi nel contesto di un’aperta politica di massa del dopo-febbraio. Gli articoli della Pravda del marzo 1917 rivelano che i bolscevichi stavano ricevendo una batosta, a causa dell’associazione del partito col “disfattismo”. In effetti, la sezione dei soldati del Soviet di Pietrogrado era a tal punto “difensista” che essi guardavano a “disfattisti” bolscevichi come a dei traditori. Le accuse di tradimento nei confronti della Russia misero i bolscevichi sulla difensiva, i quali dovettero giustificare meglio che potevano il concetto di “disfattismo”. Ad esempio, esso veniva presentato come nient’altro che la previsione secondo cui l’incompetente autocrazia zarista sarebbe stata sconfitta e, come tale, non più rilevante dopo la caduta dello zarismo. O ancora, “disfattismo” non significava altro che dare priorità al rovesciamento dello zarismo. In ogni caso, insisteva la Pravda, i bolscevichi non facevano appello ai soldati perché semplicemente gettassero le baionette a terra, o si arrendessero volontariamente.

Dopo il suo rientro, anche Lenin ebbe a ripetere l’assicurazione sul non deporre semplicemente le armi. Ma nella sua Lettera, precedente alla sua immersione nella politica di massa, dopo aver notato la “serie di gravissime sconfitte inferte alla Russia e ai suoi alleati”, Lenin proseguiva con un’aspra polemica in difesa del “disfattismo”:

I dichiarati servitori della borghesia o semplicemente gli uomini senza carattere, che strepitavano e urlavano contro il “disfattismo”, sono stati posti oggi dinanzi al fatto del nesso storico che costringe la disfatta della monarchia zarista più arretrata e più barbara con l’inizio dell’incendio rivoluzionario.

Questa sortita polemica venne tagliata (espunzione D). Un gongolante riferimento del leader del partito alla sconfitta della Russia da parte della Germania era esattamente ciò di cui non c’era bisogno.

Nel suo magistrale studio dello slogan del “disfattismo”, Hal Draper sottolinea che il rientro di Lenin fu anche un viaggio da un’ossessione per le polemiche intra-socialiste  all’autentica politica di massa [11]. Nel 1921, guardando a ritroso, nel corso del III congresso del Comintern, Lenin stesso fece una simile osservazione ammettendo che, come emigrato, si era concentrato con troppa insistenza su parole d’ordine come quella della “guerra civile”. Per questo motivo, proseguiva, “il 7 aprile pubblicai delle tesi nelle quali dicevo: prudenza e pazienza” (non proprio l’usuale interpretazione odierna delle Tesi!). Conseguentemente, “cambiammo completamente la nostra posizione”, accettando l’esistenza di un “difensismo in buona fede” [12] (ovviamente, con “difensismo in buona fede”, Lenin non intendeva il “difensismo rivoluzionario” di esponenti socialisti come Tsereteli, ma semmai il sentimento del tutto comprensibile degli operai e soldati ordinari, secondo il quale bisognava impedire alle truppe straniere di occupare il proprio paese).

7. Campagne di agitazione. Il passaggio alla politica di massa non fu solo una questione di abbandono degli slogan settari. I bolscevichi, ormai emersi dalla clandestinità, potevano ora avvalersi di consolidate tecniche socialdemocratiche cui, in precedenza, potevano solo ambire: giornali non censurati, raduni di massa e campagne di agitazione coordinate. I vertici bolscevichi avevano già iniziato a pensare a come impiegare tali nuovi/vecchi strumenti, piani riflessi in alcune delle modifiche da loro apportate alla Lettera di Lenin. La bozza originale di quest’ultimo così descriveva il Governo provvisorio:

un governo di rapina [grabezh], che vuole saccheggiare l’Armenia, la Galizia, la Turchia…

Nella versione modificata della Pravda invece si legge:

un governo di conquista [zakhvat] che non ha pronunciato una sola parola di rinuncia alla politica zarista di conquista dell’Armenia, della Galizia e della Turchia…

Questo semplice cambiamento e molto più rivelatore di quanto non sembri  prima vista. In due editoriali assai fraintesi di metà marzo, Kamenev e Stalin esponevano un nuovo piano per far giungere il messaggio bolscevico tra le masse alla base del soviet. Il loro pensiero può così essere delineato: innanzitutto, chiarire nel modo più assoluto che i bolscevichi non intendono invocare l’ammutinamento e il sabotaggio dell’esercito. Fallire in ciò significa consegnarsi alla marginalità. Ma, allo stesso tempo, è necessario trovare un modo per dimostrare a tale inesperta base che il Governo provvisorio non ha né la volontà, né tanto meno la capacità, di attuare una politica estera non-imperialista. Un punto da far passare ricorrendo a campagne di agitazione, le quali diano voce alle rivendicazioni affinché il Governo provvisorio faccia radicali aperture di pace, renda pubblici i trattati segreti firmati dal governo zarista e così via. L’inevitabile fallimento del governo nel soddisfare queste schiette e comprensibili rivendicazioni chiarirà il concetto più di molte tirate propagandistiche.

Una settimana dopo, i redattori della Pravda ricevevano la Lettera di Lenin, mettendola a punto al fine di adattarla alla già progettata campagna. Uno dei temi di quest’ultima era il rifiuto da parte del Governo provvisorio di rinunciare agli obblighi dei trattati assunti dal governo zarista. I redattori, quindi, inserirono le seguenti parole nella frase di Lenin: “un governo di conquista che non ha pronunciato una sola parola di rinuncia alla politica zarista di conquista dell’Armenia, della Galizia e della Turchia”.

Nello stesso numero della Pravda contenente la prima parte della Lettera di Lenin, un articolo di prima pagina non firmato, intitolato “La guerra e la socialdemocrazia”, ampliava il punto:

Mentre chiamano gli altri popoli a dichiarare guerra al proprio imperialismo, le masse lavoratrici russe devono, innanzitutto, dichiarare guerra aperta agli sforzi imperialisti del loro stesso paese. Ancora oggi, gli sforzi diretti alla conquista [zakhvatnye stremleniia] da parte dello zarismo rimangono il programma ufficiale della Russia, dato che il nuovo governo non ha fretta di rinunciarvi. Ancora oggi, i proletari [nei paesi europei], cui la Rivoluzione russa ha rivoto il suo appello all’insurrezione, vengono ingannati dai loro imperialisti e relativi tirapiedi, i socialsciovinisti, i quali si servono del fatto – vergognoso per la Russia – che il Governo provvisorio non ha dato la minima indicazione circa una rinuncia alla politica estera zarista.

Questo articolo della Pravda non rivela solo la preferenza dei redattori per il termine “conquista”, al posto del leniniano “rapina”, ma dovrebbe anche fare piazza pulita del diffuso mito secondo cui i bolscevichi di Pietrogrado, prima del rientro di Lenin, erano una sorta di quasi-difensisti.

La formulazione della nuova tematica di agitazione fu probabilmente influenza da un’altra “lettera da lontano”, ovvero l’articolo di Zinoviev “Guerra e rivoluzione”, pubblicato sulla Pravda subito dopo la Lettera di Lenin. Scrivendo ai primi di marzo, Zinoviev, aveva tratteggiato con preveggenza il potenziale scontro circa tale questione tra il Soviet e il Governo provvisorio, sconto che condusse infine alla prima grande crisi di governo alla fine di aprile. “Nel frattempo, tutti questi Miliukov, Lvov, Guchkov e Shingarev non hanno rinunciato alle dichiarazioni di stampo zarista, secondo le quali non intendono porre fine alla guerra sino quando non otterranno Costantinopoli”.

Altre prove di una messa a punto della Lettera di Lenin in tale senso sono fornite dalla frase seguente, tratta ancora dall’articolo non firmato della Pravda “La guerra e la socialdemocrazia”:

Lasciamo che i governi belligeranti si ergano a ostacolo della realizzazione di tale pace, così come proposta dal narod russo e sostenuta dal proletariato di tutti i paesi belligeranti!

Il punto, nell’enfatizzare “tutti i paesi belligeranti”, consisteva nel sottolineare che gli alleati anglo-francesi del Governo provvisorio erano altrettanto imperialisti del nemico tedesco. I bolscevichi, dunque, esigevano che la politica estera russa strappasse la maschera agli obiettivi di guerra alleati e, persino, che incitasse alla rivoluzione in Francia e Inghilterra – non, ovviamente, perché si aspettavano che il Governo provvisorio facesse qualcosa di simile, bensì perché ritenevano che tale rivendicazione avrebbe esposto la natura controrivoluzionaria dello stesso, nonché la necessità di un vlast operaio-contadino al fine di condurre un’efficace politica di pace.

Ritonrndo alla Lettera di Lenin, così come stampata dalla Pravda, ritroviamo la stessa enfasi posta sulla parola “tutti”:

Il secondo alleato del proletariato russo è il proletariato di tutti i paesi belligeranti e di tutti i paesi in generale.

Quest’enfasi non si trova nell’originale di Lenin; si tratta di un’aggiunta da parte dei redattori allo scopo di allineare il testo con la nuova campagna della Pravda. Dopo il suo ritorno in Russia, Lenin non disdegnò, quale tema di agitazione, la messa in luce della lealtà da parte del Governo provvisorio verso gli impegni assunti dallo zarismo.

Il messaggio di Lenin

Ci siamo dilungati per un po’ sui fraintendimenti da parte di Lenin di alcune realtà politiche del dopo-febbraio. È il momento di fare un passo indietro e rivolgere l’attenzione al messaggio positivo di Lenin – un messaggio, come abbiamo visto, saldamente appoggiato dai bolscevichi di Pietrogrado. Tale messaggio può essere così esposto succintamente: la strategia dell’egemonia del vecchio bolscevismo mantiene la sua validità, ed ecco perché.

Vediamo di ricordare i principi fondamentali della strategia dell’egemonia, così come impostati originariamente nel 1905-06. Si tratta di una strategia emersa da una lettura empirica delle concorrenti forze di classe in azione nella Russia post-1905. Il proletariato socialdemocratico deve guidare il narod (innanzitutto i contadini) nel raggiungimento di una completa trasformazione democratica della Russia. Questo compito richiede la creazione di un vlast (autorità sovrana) operaio/contadino, al quale il proletariato socialdemocratico fornirà la guida politica essenziale. Gli sforzi dei riformatori liberali dell’élite miranti a guidare la rivoluzione vanno combattuti con le unghie e con i denti, poiché saranno finalizzati necessariamente a fermare la rivoluzione a metà strada – di fatto, questi soggetti stabiliranno una qualche sorta di accordo con la controrivoluzione zarista. I socialisti che si battono per un accordo coi liberali sono, nel migliore dei casi, fuorviati e, nel peggiore, traditori. La piena e completa vittoria della rivoluzione democratica in Russia è destinata a innescare la rivoluzione in Europa, la quale a sua volta consentirà all’arretrata Russia di muoversi verso il socialismo, il tutto in un contesto internazionale.

La principale novità rispetto al periodo dell’esposizione originale della strategia, nel 1905-06, era ovviamente la guerra mondiale. Secondo la presentazione datane da Lenin nella Lettera, la guerra non faceva che rafforzare e accelerare le predizioni della strategia dell’egemonia. Internamente, approfondiva la voragine separante il narod dell’élite liberale, la quale ultima stava forzando il popolo russo a combattere un conflitto disastroso a rimorchio di governi stranieri. Esternamente, la guerra preparava  il terreno per un’esplosione rivoluzionaria socialista, che avrebbe salutato la creazione di un vlast operaio/contadino rivoluzionario in Russia (l’imminente “seconda fase” della rivoluzione).

Dunque Lenin, nella sua Lettera, martellava sui seguenti temi:

  • La rivoluzione del 1905 rivelava, “nella connessione reale dei loro interessi, delle loro forze, dei loro scopi immediati e dei loro scopi futuri”, le varie classi della società russa secondo modalità ancora valide nel 1917.
  • La guerra come un “grandioso acceleratore” della crisi rivoluzionaria in Russia. Essa dimostrava che il borghese Governo provvisorio era un “agente” degli alleati imperialisti; inoltre sta generando una “crisi rivoluzionaria” nei paesi belligeranti.
  • La corrente rivoluzione era basata sul narod e, per tanto, il proletariato doveva battersi per esercitare l’influenza sui propri potenziali alleati, “la grande massa dei semiproletari e, in parte, dei piccoli contadini, che ammonta a decine di milioni e comprende la stragrande maggioranza della popolazione” (ovviamente, considerati tali alleati, ne conseguiva che quella russa, presa di per sé, doveva essere una “rivoluzione borghese”).
  • Il Governo provvisorio non poteva garantire “né la pace né il pane né la libertà”; le “crudeli lezioni della guerra” illumineranno il narod sulla reale natura del governo.
  • Il Soviet era un vlast in “embrione”, il quale si sarebbe guadagnato con costanza la lealtà del proletariato e dei suoi potenziali alleati. In una successiva e seconda fase della rivoluzione, il proletariato e i suoi alleati avrebbero ottenuto la “repubblica democratica e la completa vittoria dei contadini sui grandi proprietari fondiari” e, in seguito, con l’aiuto degli operai socialisti in Europa, il proletariato si sarebbe mosso in direzione del socialismo. (Si compari il paragrafo finale della Lettera di Lenin con la sua formulazione, nell’ottobre 1915, di una duplice collaborazione: “il compito del proletariato russo è di condurre a termine la rivoluzione democratica borghese in Russia allo scopo di suscitare la rivoluzione socialista in Europa. Questo secondo compito si avvicina ora straordinariamente la  primo, ma mantiene tuttavia il suo carattere speciale e rimane come secondo compito poiché, nei due casi, diverse sono le classi che collaborano con il proletariato russo: al raggiungimento del primo compito collaborano [sotrudnik] le masse contadine piccolo-borghesi russe, al raggiungimento del secondo compito il proletariato degli altri paesi”) [13].

Nella versione della Lettera stampata sulla Pravda, il messaggio di Lenin passava forte e chiaro, senza alcuna distorsione – e senza equivoci svianti. Né vi era alcunché che potesse sorprendere o scioccare i bolscevichi di Pietrogrado. Una settimana prima, la stessa linea strategica di base era stata esposta in un editoriale sulla Pravda redatto da Kamenev: il Governo provvisorio  non era in grado di andare incontro alle “necessità essenziali del proletariato e dei contadini”, e per tanto, scriveva ancora l’esponente bolscevico, “inevitabilmente tenterà di fermare il movimento rivoluzionario”. La rivoluzione “si svilupperà e approfondirà” sino alla fase in cui operai e contadini otterranno il “pieno ed intero vlast [vsia polnota vlasti] nelle proprie mani”, proseguiva Kamenev. Uno stadio della rivoluzione che sarebbe stato raggiunto presto, molto presto – ma, si legge nell’editoriale, nel frattempo “lo slogan al momento rimane: organizzazione delle forze del proletariato, consolidamento delle forze del proletariato, dei contadini e dell’esercito per mezzo del Soviet dei deputati, assoluta mancanza di fiducia in qualsiasi promessa liberale” [14].

Le inaspettate realtà della situazione del dopo-febbraio richiedevano alcuni adattamenti, e le modifiche effettuate sulla Lettera mostrano le messe a punto eseguite in tempo reale. Ciò nonostante, la storia principale è qui il punto di vista condiviso che univa i bolscevichi, che si trovassero in Svizzera o a Pietrogrado: la strategia dell’egemonia, il ruolo della guerra e la spinta in direzione di un vlast operaio/contadino radicato nei soviet. Punto di vista condiviso, e documentato nella Lettera da lontano di Lenin, che sarebbe divenuto la base della vittoria bolscevica in Ottobre.

Note

  1. Per dei classici resoconti si vedano, Lev Trotsky, Lezioni dell’ottobre (1924) [un estratto in italiano è disponibile in rete su MARXISMO.net]; Stalin, Storia del Partito Comunista (bolscevico) dell’URSS , Breve corso, Opere complete, vol 15, Edizioni Nuova Unita, 1974, ristampato da Red Star Press nel 2018; Robert V. Daniels, La coscienza della rivoluzione, Sansoni, 1970.
  2. “Letter from Afar, Corrections from Up Close: The Bolshevik Consensus of March 1917,” Kritika: Explorations in Russian and Eurasian History 16, 4 (autunno 2015): 799–834.
  3.  China Miéville, Ottobre. Storia della rivoluzione russa, Nutrimenti, 2017, p. 125.
  4. Nikolai Sukhanov, Zapiski o revoliutsiia, 3 vol. (Mosca: Izdatel’stvo politicheskoi literatury, 1991), 1:273; ne esiste una traduzione italiana, Cronache della rivoluzione russa, Editori Riunti, 1967 [non essendo stato possibile reperirla, il passo citato è stato tradotto nuovamente].
  5. Lenin, Opere complete, Edizioni Rinascita, 1966, vol. 24, p. 36.
  6. Il testo della bozza originale – oltre che in Lenin, Opere complete, Edizioni Rinascita, 1965, vol. 24, p. 299 – e disponibile in Marxists Internet Archive.
  7. Osservazioni rivolte alla Conferenza cittadina pietrogradese del POSDR, in Lenin, Opere complete, Edizioni Rinascita, 1966, vol. 24, p. 150.
  8. Pervyi legal’nyi PK Bol’shevikov v 1917 g. (Leningrado, 1927: Gosizdat), pp. 49-50. Kamenev parlava ad un incontro del Comitato di Pietrogrado.
  9. Sed’maia (aprel’skaia) vserossiiskaia Aprel’skie konferentsiia RSDRP (bol’shevikov); Petrogradskaia obshchegorodskaia Aprel’skie konferentsiia RSDRP (bol’shevikov) (Mosca: Gosizdat, 1958), 42.
  10. Per ragioni che ora mi sfuggono, ho incluso anche il principe Lvov come qualcuno il cui nome era stato rimosso. Si tratta semplicemente di un errore.
  11. Hal Draper, The Myth of Lenin’s “Revolutionary Defeatism,” inizialmente pubblicato in New International, vol. XIX N. 5 e 6, e vol. XX N. 1 (1953-1954). Il testo è reperibile in Marxists Internet Archive.
  12. Devo ringraziare John Riddell per avermi allertato circa i commenti di Lenin; commenti reperibili in John Riddell (a cura di), To the Masses: Proceedings of the Third Congress of the Communist International, 1921 (Leida: Brill, 2015), p. 1170; traduzione italiana in Lenin, Opere complete, Edizioni Rinascita, 1968, vol. 42, p. 303.
  13. “Alcune tesi”, in Lenin, Opere complete, 1966, vol. 21, p. 369 (corsivo di Lenin).
  14. Per il testo completo e il commento, si veda Lars T. Lih, “Fully Armed: Kamenev and Pravda in March 1917”, Weekly Worker, oppure John Riddell.

La prima e la seconda parte di ‘Tutto il potere ai soviet!’: biografia di uno slogan; Il proletariato e il suo alleato

Link al post originale in inglese John Riddell

La Lettera da lontano di Lenin, così come stampata dalla Pravda, 21 e 22 marzo 1917

Traduzione di Lars T. Lih [nella traduzione italiana si riprende come base il testo contenuto nelle Opere complete, ovvero la bozza originale di Lenin, modificato laddove differisce da quello pubblicato sulla Pravda e in pochi altri punti in base alla traduzione fornitane da Lih, n.d.t.]. La collocazione dei tagli effettuati dai redattori della Pravda viene indicata dal lettere tra parentesi, dalla A alla Z; i passi espunti si possono trovare nella successiva appendice, sempre in questo post. Il testo tra parentesi quadre è stato aggiunto dai redattori della Pravda.

La prima fase della prima rivoluzione (Lettere da lontano; Lettera prima)

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Lenin, disegno di Isaak Brodsky

La prima rivoluzione, generata dalla guerra mondiale imperialistica, è scoppiata. Questa prima rivoluzione non sarà certamente l’ultima.

La prima fase di questa prima rivoluzione, cioè della rivoluzione russa del 1° marzo 1917, si è conclusa, a giudicare dai pochissimi dati [a disposizione di chi scrive queste righe] di cui si dispone in Svizzera. Questa prima fase della nostra rivoluzione non sarà certamente l’ultima.

Com’è potuto accadere questo “miracolo”: che in soli otto giorni – cioè entro il termine indicato dal signor Miliukov nel suo presunto telegramma a tutti i rappresentanti della Russia all’estero – sia crollata una monarchia che si era mantenuta per secoli e che, nonostante tutto, aveva resistito per tre anni, dal 1905 al 1907, alle grandiose battaglie di classe di portata nazionale [vsenarodnoe]?

Nella natura e nella storia non accadono miracoli, ma ogni svolta storica repentina, e quindi ogni rivoluzione, offre una tale ricchezza di contenuto, offre combinazioni così inattese e originali delle forme di lotta e tra le forze in lotta che molti fatti devono sembrare miracolosi ad una mentalità filistea.

Perché la monarchia zarista potesse crollare in pochi giorni, è stato necessario il concorso di tutta una serie di condizioni di portata storica mondiale. Ne indichiamo qui le principali.

Senza le grandiose battaglie di classe del 1905-1907, senza l’energia rivoluzionaria di cui diede prova il proletariato russo in quei tre anni, una seconda rivoluzione tanto rapida, nel senso che la sua fase iniziale è stata portata a termine in pochi giorni, sarebbe stata impossibile. La prima rivoluzione (1905) aveva dissodato profondamente il terreno, sradicato pregiudizi secolari, ridestato alla vita e alla lotta politica milioni di operai e decine di milioni di contadini, rivelato le une alle altre e al mondo intero tutte le classi (e tutti i principali partiti) della società russa nella loro vera natura, nella connessione reale dei loro interessi, delle loro forze, dei loro scopi immediati e dei loro scopi futuri. La prima rivoluzione e il successivo periodo di controrivoluzione (1907-1914) hanno messo a nudo l’essenza della monarchia zarista, l’hanno spinta al “limite estremo”, hanno svelato tutta la sua putredine e infamia, tutto il cinismo e la corruzione della banda zarista capeggiata dal mostruoso Rasputin, tutta la ferocia della famiglia dei Romanov, di questi massacratori che hanno inondato la Russia del sangue degli ebrei, degli operai e dei rivoluzionari, di questi grandi proprietari fondiari, “primi fra uguali”, che possiedono milioni di desiatine di terra e sono pronti a commettere tutte le atrocità, tutti i delitti, a rovinare e strangolare un numero qualsiasi di cittadini, pur di conservare questa “sacra proprietà” loro e della loro classe.

Senza la rivoluzione del 1905-1907, senza la controrivoluzione del 1907-1914, sarebbe stata impossibile una così netta “autodeterminazione” di tutte le classi del popolo russo e dei popoli che abitano la Russia, sarebbe stata impossibile una precisazione dell’atteggiamento di queste classi le une verso le altre e verso la monarchia zarista quale si è avuta negli otto giorni della rivoluzione del febbraio-marzo 1917. Questa rivoluzione di otto giorni è stata “recitata”, se è consentita la metafora, dopo una decina di prove parziali e generali; gli “attori” si conoscevano tra loro, conoscevano la loro parte, il loro posto e il palcoscenico in lungo e in largo, conoscevano fin nelle minime sfumature le tendenze politiche e i metodi d’azione.

Ma, se la prima grande rivoluzione del 1905, condannata come una “grande ribellione” dai signori Guchkov e Miliukov e dai loro accoliti, ha condotto dodici anni dopo la “brillante” e “gloriosa” rivoluzione del 1917, che i Guchkov e i Miliukov proclamano “gloriosa” perché (per il momento) ha dato loro il potere [vlast], ad essa è stato necessario un grande, forte e onnipotente “regista”, capace, da un lato, di accelerare al massimo il corso della storia universale e, dall’altro, di generare crisi mondiali di incomparabile intensità, crisi economiche, politiche, nazionali e internazionali. Oltre alla straordinaria accelerazione della storia universale, sono state necessarie alcune svolte particolarmente brusche perché il carro insanguinato e infangato della monarchia dei Romanov potesse rovesciarsi di colpo [srazu].

Questo “regista” onnipotente, questo grandioso acceleratore si è avuto nella guerra mondiale imperialistica.

Ormai è indiscutibile che questa guerra è mondiale, dal momento che anche gli Stati Uniti e la Cina sono già oggi per metà coinvolti nel conflitto e lo saranno interamente domani.

Ormai è indiscutibile che questa guerra è imperialistica per entrambe le parti. Soltanto i capitalisti e i loro accoliti, i socialpatrioti e i socialsciovinisti [A] possono negare o velare questo fatto. Sia la borghesia tedesca che quella anglo-francese conducono la guerra per depredare altri paesi, soffocare i piccoli popoli, dominare finanziariamente il mondo, dividere e ripartire le colonie, salvare l’agonizzante regime capitalistico, ingannando e scindendo gli operai dei diversi paesi.

La guerra imperialistica doveva, per oggettiva necessità, accelerare in modo eccezionale e inasprire al massimo la lotta di classe del proletariato contro la borghesia, doveva trasformarsi in guerra civile tra classi nemiche.

Questa trasformazione si è iniziata con la rivoluzione del febbraio-marzo 1917, la cui prima fase ci ha mostrato anzitutto che lo zarismo è stato colpito simultaneamente da due forze: dai capitalisti anglo-francesi e da tutta la Russia della borghesia e dei grandi proprietari fondiari, con tutti i suoi inconsapevoli sostenitori e con i suoi consapevoli dirigenti e ambasciatori, da una parte; dal Soviet dei deputati degli operai [e dei soldati] [B].

Questi tre campi, queste tre forze politiche fondamentali: 1) la monarchia zarista, alla testa dei grandi proprietari feudali e dei vecchi funzionari e generali; 2) la Russia ottobrista e cadetta della borghesia e dei grandi proprietari fondiari, dietro la quale si trascina la piccola borghesia [C]; 3) il Soviet dei deputati degli operai [e dei soldati], che cerca i suoi alleati in tutto il proletariato e in tutta la massa della popolazione povera: queste tre forze politiche fondamentali si sono già rivelate con la massima chiarezza durante gli otto giorni della “prima fase”, tanto che può riconoscerle persino un osservatore così lontano dagli avvenimenti, e costretto ad accontentarsi dei laconici telegrammi dei giornali esteri, come l’autore di queste righe.

Ma, prima di esaminare più minuziosamente questo punto, desidero ritornare alla prima parte della mia lettera dedicata ad un fattore di prima grandezza, alla guerra imperialistica mondiale.

La guerra ha legato tra loro, con catene di ferro, le potenze belligeranti, i gruppi contendenti di capitalisti, i “padroni” del regime capitalistico, gli schiavisti della schiavitù capitalistica. Un grosso grumo di sangue: ecco che cos’è la vita sociale e politica dell’attuale momento storico.

I socialisti passati alla borghesia all’inizio della guerra, tutti questi David e Scheidemann in Germania, Plekhanov, Potresov, Gvozdev e soci in Russia, hanno urlato a lungo e a squarciagola contro le “illusioni” dei rivoluzionari, contro le “illusioni” del Manifesto di Basilea, contro la “ridicola chimera” della trasformazione della guerra imperialistica in guerra civile. Essi hanno decantato in tutti i toni la forza, la vitalità, la capacità di adattamento di cui il capitalismo avrebbe dato prova: essi, che hanno aiutato i capitalisti ad “adattare”, addomesticare, ingannare e dividere la classe operaia dei diversi paesi.

Ma “riderà bene chi riderà ultimo”. La borghesia non è riuscita a rinviare di molto la crisi rivoluzionaria generata dalla guerra. Questa crisi si sviluppa con forza irresistibile in tutti i paesi, dalla Germania, la quale, secondo l’espressione di un osservatore che l’ha visitata di recente, vive in uno stato di “fame genialmente organizzata”, fino all’Inghilterra e alla Francia, dove la fame si avvicina egualmente e l’organizzazione è molto meno “geniale”.

È naturale che la crisi rivoluzionaria sia esplosa, prima di tutto, nella Russia zarista, dove la disorganizzazione era la più mostruosa e il proletariato il più rivoluzionario (non in virtù delle sue qualità particolari, ma per effetto delle vive tradizioni del 1905). Questa crisi è stata accelerata da una serie di gravissime sconfitte inferte alla Russia e ai suoi alleati. Queste sconfitte hanno sconvolto tutta la vecchia macchina governativa e tutto il vecchio regime, hanno inasprito contro di esso tutte le classi della popolazione, hanno esasperato l’esercito, hanno distrutto in larghissima parte il vecchio corpo degli ufficiali, costituito da una nobiltà fossilizzata e da una burocrazia particolarmente imputridita, e lo hanno sostituito con elementi giovani, freschi, prevalentemente borghesi, socialmente mobili [raznochinskii] e piccolo-borghesi. [D]

Ma, se le sconfitte del periodo iniziale della guerra sono state un fattore negativo, che ha accelerato l’esplosione, il nesso tra il capitale finanziario anglo-francese, l’imperialismo anglo-francese e il capitale russo ottobrista e cadetto è stato il fattore che ha accelerato questa crisi [E].

Su questo aspetto eccezionalmente importante della questione la stampa anglo-francese mantiene, per ragioni comprensibili, il silenzio più completo, mentre la stampa tedesca lo mette malignamente in rilievo. Noi marxisti dobbiamo guardare in faccia la verità, seriamente senza lasciarci impressionare né dalle menzogne ufficiali e melliflue dei diplomatici e dei ministri del primo gruppo di imperialisti belligeranti né dalle strizzatine d’occhio e dai risolini dei loro concorrenti finanziari e militari del secondo gruppo. Tutto il corso degli avvenimenti rivoluzionari del febbraio-marzo dimostra chiaramente che le ambasciate inglese e francese, le quali da molto tempo compivano, con i loro agenti e con le loro “aderenze”, gli sforzi più disperati per impedire un accordo “separato” o una pace separata tra Nicola II (e ultimo, lo speriamo e faremo di tutto perché lo sia) e Guglielmo II, stavano direttamente [F] [adoperandosi] per destituire Nicola Romanov.

Non ci facciamo illusioni. [G]

Se la rivoluzione ha trionfato così velocemente e in modo – apparentemente, al primo sguardo superficiale – così radicale, è soltanto perché la condizione storica singolarmente originale ha fuso insieme, e con un notevole grado di “coesione”, correnti del tutto diverse, interessi di classe eterogenei, aspirazioni politiche e sociali del tutto opposte. Cioè, da una parte, il complotto degli imperialisti anglo-francesi, che spingevano Miliukov, Guchkov e soci a conquistare il potere per proseguire la guerra imperialistica, per condurla con accanimento e ostinazione ancora maggiori, per massacrare altri milioni di operai e contadini di Russia allo scopo di assicurare Costantinopoli… ai Guchkov, la Siria… ai capitalisti francesi, la Mesopotamia… ai capitalisti inglesi, ecc. Dall’altra parte, un profondo movimento rivoluzionario del proletariato e delle masse popolari [narodnoe] (di tutta la popolazione più povera delle città e delle campagne) per il pane, la pace, l’effettiva libertà.

[H] Gli operai [e i soldati] rivoluzionari hanno già demolito [I] dalle fondamenta l’infame monarchia zarista, senza entusiasmarsi o indignarsi se in certi momenti storici, brevi e dovuti a una congiuntura eccezionale, interviene in loro aiuto la lotta di Buchanan, di Guchkov, di Miliukov e dei loro soci per sostituire un monarca con un altro [J].

Questa e soltanto questa è la situazione. Così e soltanto così può considerarla un politico che non tema la verità, che esamini sobriamente il rapporto delle forze sociali nella rivoluzione, che valuti ogni “momento concreto” non solo dal punto di vista della sua originalità contingente, ma anche da quello dei moventi più profondi, dei più profondi rapporti tra gli interessi del proletariato e della borghesia, sia in Russia che in tutto il mondo.

Gli operai [e i soldati]di Pietroburgo, come quelli di tutta la Russia, hanno combattuto con abnegazione contro la monarchia zarista, per la libertà, per la terra ai contadini, per la pace, contro la carneficina imperialistica. Il capitale imperialistico anglo-francesi, per continuare e intensificare la carneficina, ha ordito intrighi di palazzo, tramato un complotto [K], spinto e incoraggiato i Guchkov e i Miliukov, tenuto in serbo, già pronto, un nuovo governo, che ha infatti preso il potere dopo i primi colpi assestati allo zarismo dalla lotta proletaria.

[L] Questo governo non è un’accolta casuale di persone.

Esso è costituito dai rappresentanti di una nuova classe, assurta al potere politico in Russia: la classe dei grandi proprietari fondiari capitalisti e della borghesia, che da molto tempo dirige economicamente il nostro paese e che, sia durante la rivoluzione del 1905-1907, sia, nel periodo della controrivoluzione, tra il 1907 e il 1914, sia infine, e con particolare rapidità, durante la guerra del 1914-1917, si è ben presto organizzata politicamente, impadronendosi delle amministrazioni locali, dell’istruzione pubblica, dei congressi d’ogni specie, della Duma, dei comitati dell’industria di guerra, ecc. Questa nuova classe era già “quasi completamente” al potere [vlast] all’inizio del 1917; e sono quindi bastati i primi colpi perché lo zarismo crollasse, cedendo il posto alla borghesia. La guerra imperialistica, imponendo un’estrema tensione di forze, ha accelerato a tal punto lo sviluppo della Russia arretrata che noi abbiamo raggiunto “di colpo” (in realtà come se fosse di colpo) l’Italia, l’Inghilterra, quasi la Francia, e ottenuto un governo “di coalizione”, “nazionale” (adatto cioè a condurre la carneficina imperialistica e ad ingannare il popolo), “parlamentare”.

Accanto a questo governo, – che, sotto il profilo della guerra in corso, è nella sostanza un semplice commesso della “ditta” miliardaria “Inghilterra e Francia”, – è sorto un [nuovo] [M], non ufficiale, ancora poco sviluppato e relativamente debole governo operaio, che rappresenta gli interessi del proletariato e di tutta la parte più povera della popolazione urbana e rurale. Questo governo è il Soviet dei deputati degli operai [e dei soldati] di Pietroburgo [N].

È questa la reale situazione politica che dobbiamo anzitutto sforzarci di definire con la massima precisione e obiettività, allo scopo di fondare la tattica marxista sull’unica base solida su cui deve poggiare, sulla base dei fatti.

La monarchia zarista è stata battuta, ma non ha ancora ricevuto il colpo di grazia.

Il governo borghese degli ottobristi e dei cadetti, che vuol condurre “fino in fondo” la guerra imperialistica e che è di fatto un commesso della ditta finanziaria “Inghilterra e Francia”, è costretto a promettere al popolo il massimo delle libertà e concessioni compatibili con la conservazione del suo potere sul popolo e con la possibilità di continuare il massacro imperialistico.

Il Soviet dei deputati degli operai [e dei soldati] è [O] l’embrione  [zarodysh] di un governo operaio, il rappresentante degli interessi di tutte le masse più povere, cioè dei nove decimi della popolazione, il quale si adopera ad ottenere la pace, il pane, la libertà.

La lotta tra queste determina la situazione odierna, che segna il passaggio dalla prima alla seconda fase della rivoluzione. [P]

Per combattere efficacemente la monarchia zarista, per assicurarsi realmente la libertà, non solo a parole, non solo nelle promesse dei ciarlatani [Q] [del liberalismo], non sono gli operai che devono sostenere il nuovo governo, ma è invece il governo che deve “sostenere” gli operai! Giacché l’unica garanzia della libertà e la completa distruzione dello zarismo consiste nell’armare il proletariato, nel consolidare, estendere e sviluppare la funzione, l’importanza e la forza del Soviet dei deputati degli operai [e dei soldati].

Tutto il resto è frase vuota e menzogna, autoinganno dei politicanti del campo liberale e radicale [R].

Aiutate gli operai ad armarsi o almeno non ostacolateli, e la libertà sarà in Russia invincibile, la monarchia non potrà essere restaurata e la repubblica sarà garantita.

[S] [Altrimenti le persone verranno ingannate. Le promesse sono a buon mercato, le promesse non costano niente]. In tutte le rivoluzioni borghesi i politicanti della borghesia hanno “nutrito” il popolo e ingannato gli operai con le sole promesse.

La nostra è una rivoluzione borghese, e quindi gli operai devono sostenere la borghesia: [T] [dicono gli indegni politici del campo dei liquidatori].

La nostra è una rivoluzione borghese, diciamo noi marxisti, e quindi gli operai devono aprire gli occhi al popolo dinanzi alla mistificazione dei politicanti borghesi, insegnargli a non credere alle parole, a contare soltanto sulle proprie forze, sulla propria organizzazione, sulla propria unità, sul proprio armamento.

Il governo degli ottobristi e dei cadetti, dei Guchkov e dei Miliukov, anche se volesse sinceramente [U], non potrebbe dare né la pace né il pane né la libertà.

Non la pace, perché è un governo di guerra, un governo di continuazione del massacro imperialistico, un governo [V] [di conquista che non ha pronunciato una sola parola di rinuncia alla politica zarista di conquista] dell’Armenia, della Galizia e della Turchia, di presa di Costantinopoli, di riconquista della Polonia, della Curlandia, della Lituania, ecc. Questo governo è legato mani e piedi all’imperialismo anglo-francese. Il capitale russo è solo una succursale della “ditta” mondiale che maneggia centinaia di miliardi di rubli e reca l’insegna “Inghilterra e Francia”.

Non il pane, perché è un governo borghese. Nel migliore dei casi darà al popolo, come ha già fatto la Germania una “fame genialmente organizzata”. Ma il popolo non sopporterà la fame, il popolo saprà, e probabilmente presto, che il pane c’è, ma che per averlo bisognerà prendere misure che non s’arrestino dinanzi alla santità del capitale e della proprietà fondiaria.

Non la libertà, perché è il governo dei grandi proprietari fondiari e dei capitalisti, un governo che teme il popolo [W].

Parleremo in un altro articolo dei compiti tattici della nostra politica immediata nei confronti di questo governo. Mostreremo in che cosa consista l’originalità della situazione odierna – del passaggio dalla prima alla seconda fase della rivoluzione – e diremo perché la parola d’ordine di questo momento, il “compito del giorno”, debba essere: “Operai, avete compiuto miracoli di eroismo proletario, popolare [narodnyi], nella guerra civile contro lo zarismo; dovete adesso compiere miracoli nell’organizzazione del proletariato e di tutto il popolo [obshchenarodnyi] per preparare la vostra vittoria nella seconda fase della rivoluzione“.

Limitandoci per il momento ad analizzare la lotta delle classi e i rapporti di forza delle classi nella presente fase della rivoluzione, dobbiamo ancora porre un problema: chi sono gli alleati del proletariato nella rivoluzione in atto?

Il proletariato ha due alleati: anzitutto, in Russia, la grande massa dei semiproletari e, in parte, dei piccoli contadini, che ammonta a decine di milioni e comprende la stragrande maggioranza della popolazione. Questa massa ha bisogno di pace, pane, terra e libertà. Essa subirà inevitabilmente una certa influenza della borghesia e soprattutto della piccola borghesia, a cui si avvicina di più per le sue condizioni di esistenza, oscillando tra la borghesia e il proletariato. Le crudeli lezioni della guerra, che saranno tanto più atroci quanto più energicamente Guchkov, Lvov, Miliukov e soci condurranno la guerra, spingendo inevitabilmente questa massa verso il proletariato, costringendola a seguirlo. Noi dobbiamo approfittare ora della [X] libertà del nuovo regime e dei Soviet dei deputati operai, cercando prima e più di tutto di illuminare e organizzare questa massa. I Soviet dei deputati contadini, i Soviet degli operai agricoli: ecco uno dei nostri compiti [Y] [più fondamentali]. I nostri sforzi dovranno tendere non solo a far sì che gli operai agricoli costituiscano i propri Soviet, ma anche a far sì che i contadini più poveri e non abbienti si organizzino separatamente dai contadini agiati. Dei compiti e delle forme particolari del lavoro di organizzazione, la cui necessità è oggi imperiosa, parleremo nella prossima lettera.

Il secondo alleato del proletariato russo è il proletariato di tutti i paesi belligeranti e di tutti i paesi in generale. Esso è oggi in gran parte schiacciato sotto il peso della guerra, e troppo spesso parlano in suo nome i socialsciovinisti, che anche in Europa, come in Russia Plekhanov, Gvodzev e Potresov, sono passati dalla parte della borghesia. Ma ogni mese di guerra imperialistica è venuto emancipando il proletariato dalla loro influenza, e la rivoluzione russa accelererà inevitabilmente e su larga scala tale processo.

Con questi due alleati il proletariato può marciare e, sfruttando le peculiarità dell’attuale periodo di transizione, marcerà prima verso la conquista della repubblica democratica e la completa vittoria dei contadini sui grandi proprietari fondiari, [Z] e poi verso il socialismo, che solo darà ai popoli martoriati dalla guerra il pane, la pace e la libertà.

N. Lenin

Link al post originale in inglese John Riddell

Passi espunti dalla Lettera da lontano di Lenin

I seguenti passi furono rimossi dalla prima “Lettera da lontano” di Lenin prima della pubblicazione sulla Pravda il 21 e 22 marzo. A cura di Lars T. Lih.

[I passi espunti rimandano, tramite le lettere, al testo della Lettera fornito nell’appendice precedente]

A: [La versione della Pravda non contiene le seguenti parole:]

o – per sostituire le definizioni critiche generali con nomi politici ben noti in Russia – Guchkov e i Lvov, i Miliukov e gli Shingarev, da un lato, e solo i Gvozdev, i Potresov, Chkhenkeli, i Kerensky e i Chkheidze dall’altro,

B: [la versione della Pravda sostituisce “Soviet dei deputati operai” con “Soviet dei deputati degli operai e dei soldati”, così in tutto il prosieguo dell’articolo (i casi successivi non vengono segnalati). Inoltre, la versione della Pravda non contiene le seguenti parole:]

che ha cominciato ad attirare a sé i contadini, dall’altra parte

C: [La versione della Pravda non contiene le seguenti parole:]

(i cui principali esponenti sono Kerensky e Chkheidze)

D: [La versione della Pravda non contiene le seguenti parole:]

I dichiarati servitori della borghesia o semplicemente gli uomini senza carattere, che strepitavano e urlavano contro il “disfattismo”, sono stati posti oggi dinanzi al fatto del nesso storico che costringe la disfatta della monarchia zarista più arretrata e più barbara con l’inizio dell’incendio rivoluzionario.

E: [La versione della Pravda non contiene le seguenti parole:]

mediante l’organizzazione del complotto contro Nicola Romanov.

F: [La versione della Pravda non contiene le seguenti parole:]

organizzando un complotto insieme con gli ottobristi e i cadetti, insieme con una parte dei generali e degli ufficiali dell’esercito e della guarnigione di Pietroburgo soprattutto

[il passo è sostituito dalle seguenti parole:]

adoperandosi

G: [La versione della Pravda non contiene le seguenti parole:]

Non ci facciamo illusioni. Non cadremo nell’errore di coloro che, come certi fautori del “Comitato d’organizzazione” o “menscevichi” ondeggianti tra la tendenza di Gvozdev-Potresov e l’internazionalismo, impantanandosi troppo spesso nel pacifismo piccolo-borghese, sono pronti a esaltare l’ “accordo” del partito operaio con i cadetti, l’ “appoggio” del primo ai secondi, ecc. Costoro, in ossequio alla loro vecchia dottrina imparata a memoria (e tutt’altro che marxista), gettano un velo sul complotto ordito dagli imperialisti anglo-francesi con i Guchkov e i Miliukov allo scopo di destituire il “guerriero capo” Nicola Romanov e di mettere al suo posto guerrieri più energici, più giovani, più capaci.

H: [La versione della Pravda non contiene le seguenti parole:]

Sarebbe semplicemente sciocco parlare di “appoggio” del proletariato rivoluzionario di Russia all’imperialismo cadetto-ottobrista, “imbastito” [smetannogo] col denaro inglese e altrettanto detestabile dell’imperialismo zarista.

I: [del seguente passo:]

stanno demolendo, hanno già demolito in gran parte e demoliranno [razrushali, razrushili, budet razrushat’]

[la versione della Pravda conserva solo:]

hanno già demolito [razrushili]

J: [La versione della Pravda non contiene le seguenti parole:]

e, di preferenza, con un Romanov!

K: [La versione della Pravda non contiene le seguenti parole:]

con gli ufficiali della guardia

L: [La versione della Pravda non contiene le seguenti parole:]

Questo nuovo governo in cui gli ottobristi e i “pacifici rinnovatori” Lvov e Guchkov, ieri complici di Stolypin l’Impiccatore, si sono impadroniti dei posti realmente importanti, dei posti di battaglia, dei posti decisivi, dell’esercito, della burocrazia, questo governo in cui Miliukov e gli altri cadetti seggono a puro scopo ornamentale, per far mostra di sé e pronunciare melliflui discorsi professorali, mentre il “trudovik” Kerensky funge da balalaika per ingannare gli operai e i contadini,

M: [nella versione della Pravda la parola “nuovo” rimpiazza “governo principale” [glavnoe] presente nel’originale di Lenin.]

N: [La versione della Pravda non contiene le seguenti parole:]

che cerca legami con i soldati e i contadini, nonché con gli operai agricoli, e naturalmente con questi ultimi in particolare, in primo luogo, più che con i contadini.

O: [La versione della Pravda non contiene le seguenti parole:]

un’organizzazione di operai,

P: [La versione della Pravda non contiene le seguenti parole:]

La contraddizione tra la prima e la seconda forza non è profonda, ma momentanea, provocata soltanto dalla presente congiuntura, dalla repentina svolta delle vicende della guerra imperialistica. Tutto il nuovo governo è fatto di monarchici, perché il repubblicanesimo verbale di Kerensky non è affatto serio, è indegno di un uomo politico ed è, oggettivamente, politicantismo. Il nuovo governo non aveva ancora colpito a fondo la monarchia zarista e già cominciava a fare transazioni con la dinastia dei grandi proprietari terrieri Romanov. La borghesia di tipo ottobrista-cadetto ha bisogno della monarchia qual dirigente della burocrazia e dell’esercito, perché siano difesi i privilegi del capitale contro i lavoratori.

Chi afferma (come fanno, evidentemente, i Protesov, i Gvozdevs, i Chkhenkeli, ma anche Chkheidze, a dispetto della sua ambiguità) che gli operai devono appoggiare il nuovo governo, nell’interesse della lotta contro la reazione zarista, è un traditore degli operai, un traditore della causa del proletariato, della causa della pace e della libertà. In effetti proprio questo governo è già legato mani e piedi al capitale imperialistico, alla politica imperialistica di guerra e di rapina, ha già cominciato ad accordarsi con la dinastia (senza interpellare il popolo!), sta già lavorando per restaurare la monarchia zarista, propone come candidato al nuovo trono Michele Romanov, già si preoccupa di rafforzare questo trono, di sostituire alla monarchia legittima (poggiante sulla vecchia legge) una monarchia bonapartista, plebiscitaria (poggiante sul suffragio universale contraffatto).

No,

Q: [La versione della Pravda sostituisce le seguenti parole:]

Miliukov e Kerensky

[con queste:]

del liberalismo

R: [La versione della Pravda non contiene le seguenti parole:]

, manovra truffaldina [moshennicheskaia prodelka]

S: [La versione della Pravda non contiene le seguenti parole:]

Altrimenti i Guckov e i Miliukov restaureranno la monarchia e non realizzeranno una sola, nemmeno una, delle “libertà” promesse.

[al posto delle quali compaiono:]

Altrimenti le persone verranno ingannate. Le promesse sono a buon mercato, le promesse non costano niente.

T: [La versione della Pravda non contiene le seguenti parole:]

dicono i Protesov, i Gvozdev, i Chkheidze, come ieri diceva Plekhanov.

[invece si hanno le seguenti parole:]

dicono gli indegni politici del campo dei liquidatori.

U: [La versione della Pravda non contiene le seguenti parole:]

(ma solo dei bambini possono credere alla sincerità di Guckov e di Lvov), non potrebbe dare al popolo

V: [La versione della Pravda non contiene le seguenti parole:]

un governo di rapina [grabezh], che vuole saccheggiare

[al loro posto, compaiono le seguenti parole:]

di conquista che non ha pronunciato una sola parola di rinuncia alla politica zarista di conquista

W: [La versione della Pravda non contiene le seguenti parole:]

e che ha già cominciato a stipular compromessi con la dinastia dei Romanov

X: [La versione della Pravda non contiene le seguenti parole:]

relativa

Y: [nella versione della Pravda “più fondamentali” [nasushchneishie] rimpiazza “più seri” [ser’ëzneishie] contenuto nell’originale di Lenin]

Z: [La versione della Pravda non contiene le seguenti parole:]

in sostituzione della semimonarchia di Guchkov e Miliukov,

Link al post originale in inglese John Riddell

 

 

 

 

 

 

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