Intervista a Utsa Patnaik: storia agraria e imperialismo

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Utsa Patnaik. Foto: Pradeep Gaur/Mint

Intervista rilasciata dalla professoressa Utsa Patnaik a Max Ajl come parte delle attività del workshop sul tema ‘Agricultura e imperialismo’, tenutosi a Beirut nel novembre 2018 e organizzato dal Thimar Collective con finanziamenti dal Leverhulme Trust. Intervista pubblicata in collaborazione con Review of African Political Economy website.

Max Ajl: Innanzitutto buongiorno e grazie per essere qui con noi. Per iniziare, potrebbe parlarci di come ha intrapreso lo studio dell’economia e quali sono state le sue prime ricerche?

Utsa Patnaik: Mi sono interessata all’economia in giovane età perché nella nostra casa circolava parecchia letteratura marxista – Il Capitale di Karl Marx, altri volumi di Marx e Engels nonché gli scritti di Lenin. Mio padre, sebbene ingegnere di professione, nutriva interesse per il marxismo. Dato l’accesso a queste letture nell’adolescenza, ho considerato di apprendere l’economia. Mi sono dunque iscritta alla Delhi School of Economics per compiere gli studi universitari. All’epoca avevamo ottimi docenti, inclusi i professori  Sukhamoy Chakravarty, Amartya K. Sen, K.N. Raj. In seguito ho completato il dottorato di ricerca in economia all’Università di Oxford in Gran Bretagna, con tema lo sviluppo dell’agricoltura capitalistica in India, facendo qui ritorno nel 1973 per insegnare alla nuova Jawaharlal Nehru University a Delhi, attività che vi ho svolto per trentasette anni prima di andare in pensione nel 2010.

MA: Attualmente, il suo nome potrebbe essere noto a molti grazie agli studi che ha compiuto sul drenaggio di ricchezza, oltreché al lavoro riguardante l’imperialismo, ma la sua prima attività era maggiormente incentrata sulla differenziazione contadina e la sociologia rurale. Può parlarci di alcuni dei temi da lei affrontati nel suo iniziale lavoro dedicato al mondo rurale?

UP: All’epoca in cui svolgevo la ricerca per il mio dottorato, molti cambiamenti stavano avvenendo nell’agricoltura indiana, dopo decenni di stagnazione sotto il dominio coloniale. A partire dai primi anni Cinquanta, il governo stava spendendo liberamente nello sviluppo rurale e i contadini godevano di protezione, i prezzi per i loro prodotti erano assicurati. Era in corso un processo di investimento privato in agricoltura, tanto da parte delle classi agrarie più agiate quanto per iniziativa di soggetti al di fuori di quell’ambito, e ciò perché l’agricoltura risultava redditizia per la prima volta. Fondamentalmente, si trattava di un processo di sviluppo del capitalismo in agricoltura, il che accendeva particolarmente il mio interesse essendomi noto Lo sviluppo del capitalismo in Russia di Lenin. Più della metà di quel libro e dedicata a dimostrare come, con la crescita dell’economia di mercato, un processo di differenziazione tra i contadini in Russia abbia condotto all’emergere di una classe di contadini ricchi. Ne ritenevo l’impianto teorico assai rilevante in relazione alla situazione indiana, nella quale stava avendo luogo esattamente lo stesso processo. La pubblicazione di alcuni risultati delle mie ricerche su The Economic and Political Weekly, sfociò in quello che è divenuto noto come “dibattito sul modo di produzione”. Dibattito che ha attirato contributi da varie parti del mondo, compresi Andre Gunder Frank, Hamza Alavi, non esclusi, ovviamente, gli indiani –  Ashok Rudra, Jairus Banaji,  Paresh Chattopadhyay. (In seguito mi è stato chiesto dall’EPW di curare la pubblicazione dei documenti di questo dibattito, comparsi sotto il titolo Agrarian Relations and Accumulation).

Secondo l’analisi comunemente accettata all’epoca, lo scenario agrario indiano era dominato da rapporti di produzione feudali, ovverosia, il surplus veniva estratto dai contadini sotto forma di affitto destinato ai grandi proprietari terrieri, nonché di interesse dovuto agli usurai. I contadini venivano inoltre derubati dai mercanti, i quali intascavano la sostanziosa differenza tra il basso prezzo a cui ne compravano i prodotti e quello a cui li vendevano.

Io sostenevo che tali rapporti avevano ancora il predominio, ma vi era un nuovo processo in corso del quale bisognava rendere conto:  coloro che passavano dai vecchi modi di estrarre il surplus a modalità nuove, vale a dire, assumendo manodopera e generando profitti. Questo è essenzialmente ciò in cui la crescita dell’agricoltura capitalistica consisteva, e io stavo cercando di identificarne i soggetti. Essi provenivano dalla cerchia degli ex proprietari feudali, perché erano stati compensati per qualsiasi terra sottratta nel contesto della riforma agraria del governo. Costoro controllavano migliaia di acri, alcuni di loro almeno – e solo una parte era stata rilevata dallo stato, ma questa parte non era stata confiscata. Erano stati compensati con denaro e obbligazioni, quindi disponevano di soldi in abbondanza per investire, cosa che molti iniziarono a fare. L’altro elemento che stava contribuendo alla crescita dell’agricoltura capitalistica era costituito da un segmento di contadini ricchi. I grandi proprietari terrieri non prendevano parte ad alcun tipo di lavoro nei campi,ma i contadini ricchi vi partecipavano effettivamente, sebbene facessero in larga parte affidamento su lavoro salariato per svolgere le attività. In alcune zone del paese, come il Punjab, l’elemento contadino ricco era dominante, mentre in altre prevaleva quello dei grandi proprietari terrieri – l’India presentava enormi variazioni nelle strutture di classe.

MA: Risale all’incirca a questo periodo, o susseguente questi dibattiti, il suo impegno nelle dispute intorno alla nozione di un approccio chayanoviano alla questione contadina?

UP: Sì. Proprio questa problematica era fondamentale per il dibattito sul modo di produzione: l’idea della differenziazione, sotto l’agire delle forze del mercato, è l’opposto del modello di omogeneità contadina in Russia proposto nel modello di Chayanov. Questi riconduceva le ampie differenze nella dimensione della fattoria esclusivamente alle differenze nella dimensione della famiglia. Se si normalizza dividendo la terra per la dimensione della famiglia, gli agricoltori risulterebbero con una porzione simile di terra a testa, così secondo Chayanov. Quale che fosse il dinamismo del suo modello riguardava la demografia – il cambiamento nella dimensione della famiglia e il numero di bocche da sfamare comparato a quello dei lavoratori. La motivazione della produzione per ogni nucleo familiare consisteva nel soddisfare i bisogni di consumo della famiglia stessa, il che, supponeva sempre Chayanov, gli riusciva effettivamente. Quando la dimensione della famiglia si espandeva, otteneva più terra e la fattoria si ingrandiva. Quando invece la dimensione della famiglia si contraeva, perché disgregatasi in famiglie nucleari, allora ogni famiglia disponeva di una fattoria più ridotta. Chayanov applicò nel 1915 l’impostazione di utilità del reddito e disuttilità del lavoro (sviluppata da Jevons e Menger) per discutere di ‘equilibrio’ della produzione raggiunto dal contadino. Ciò non aveva niente a che fare con una qualsivoglia idea di classe, la quale nozione è diametralmente opposta. L’analisi di classe parte dal fatto che tutte le società ereditano enormi ineguaglianze nella distribuzione della terra e di altri beni – un’esigua minoranza dei proprietari di terra possiede un’amplissima proporzione di quest’ultima, nonché del bestiame e degli attrezzi. Chi è senza terra deve prenderla in affitto da costoro o lavorare, alle loro dipendenze, per un salario. Tra i contadini provvisti di un po’ di terra, quelli poveri, e persino alcuni di quelli medi, dispongono di appezzamenti troppo piccoli rispetto ai loro bisogni. Tale disuguaglianza nel possesso della terra, degli attrezzi, ecc., significa necessariamente che vi sono classi molto differenti all’interno della popolazione contadina. Quest’ultima non può essere concepita come una massa uniforme e omogenea.

L’impostazione di Chayanov fu ripresa, a partire dagli anni Sessanta, da accademici che discutevano di ‘equilibrio’ ed ‘efficienza’ contadine, tramite l’elaborazione di modelli che ricorrevano al calcolo dell’utilità, presupponendo l’omogeneità dei contadini così come già fatto da Chayanov, ma senza fare riferimento al suo lavoro. Nel 1966, Amartya K. Sen pubblicava un paper, un modello matematico, i cui presupposti e argomenti erano del tutto chayanoviani. Ho scritto una critica della teoria di Chayanov, anche in relazione al modello di Sen, dal titolo “Neo‐populism and Marxism: The Chayanovian view of the agrarian question and its fundamental fallacy”.

MA: Lei ha anche sviluppato una vigorosa critica riguardo all’avanzata del neoliberismo in India. Potrebbe parlarci un po’ più estesamente del suo punto di vista su questo processo?

UP: La principale critica al neoliberismo è che distrugge la nostra sicurezza alimentare e mina i mezzi di sussistenza dei piccoli produttori. La storia economica dell’India, e di altri paesi sotto dominio coloniale, ha messo in luce come vi siano state alcune allarmanti tendenze economiche, di approfondimento dell’insicurezza alimentare e disoccupazione, nel periodo in cui stavano ritornando sotto regime neoliberista. Se non si studia questa storia e si guarda semplicemente alle odierne politiche neoliberiste (libero scambio e taglio della spesa pubblica, in una parola ‘austerità’) è impossibile individuare simili tendenze. La più importante delle quali è stato il rapporto inverso caratterizzante il colonialismo del libero scambio, nel cui contesto esportare maggiormente dal settore dell’agricoltura ha sempre ridotto la nostra sicurezza alimentare. Il meccanismo consisteva nella deflazione del reddito. Il consumo dei contadini, in India, era severamente limitato da tasse e affitti molto elevati, tali da costringerli alla semina e vendita di colture per l’esportazione. La terra destinata alla produzione di grano veniva dirottata verso le colture tropicali, esportate al fine di soddisfare la domanda del centro metropolitano, domanda insaziabile altrimenti, poiché i suoli freddi di tale zona possono produrre una sola coltura e mai quelle che possono dare le nostre terre. Le nostre terre sono estremamente produttive perché possiamo coltivare almeno due colture all’anno e, in alcune aree dell’India, sino a tre.

Vi è una gravosa, continua e unilaterale domanda da parte del Nord sulle nostre terre, per la semplice ragione che l’agricoltura è vincolata dal clima, motivo per cui è molto diversa da qualsiasi altro settore. Si possono produrre scarpe e tessuti ovunque nel mondo, ma nessuna dose di cambiamento tecnologico capitalistico consentirà al Nord America di produrre canna da zucchero o caffè alla Germania. Non possono avere in nessun caso sostituzione delle importazioni per quanto riguarda questi beni, eppure tale realtà non viene mai menzionata nella loro letteratura economica. Vogliono una divisione internazionale del lavoro in cui ci specializziamo nella coltivazione di colture tropicali da esportare, mentre loro esportano da noi il grano che possono produrre in grandi quantità. Non nel passato – la gran Bretagna dipendeva allora dall’India, anche per una parte delle sue importazioni di grano. Tuttavia, con la crescente produttività, l’Europa e il Nord America dispongono ora di ampie eccedenze di grano e prodotti caseari, ma le loro ricche popolazioni non vogliono mangiare solo pane e latticini o verdure fresche solo d’estate. Vogliono caffè, tè e cacao, vogliono prodotti tropicali e verdure fresche, frutta e fiori nel pieno dell’inverno. Ma non sono in grado comunque di diversificare la propria produzione a queste colture. Dunque oggi richiedono i prodotti della nostra terra, in misura anche maggiore rispetto a prima. Molte cose divengono chiare una volta capito questo: cioè il perché hanno sempre voluto e ottenuto l’accesso alle nostre terre, ma noi non abbiamo bisogno di accedere alle loro. Questo è tutto ciò intorno a cui ruota l’OMC, il mantra intonato continuamente: aprite la vostra agricoltura.

Coloro che supportano le politiche di libero scambio potrebbero risultarne perplessi e affermare, “cosa c’è di sbagliato in tutto ciò? Stai guadagnando valuta estera per esportare di più, i tuoi agricoltori stanno ottenendo un reddito maggiore!”. Il problema che non vedono, tuttavia, è che sebbene le nostre terre siano più produttive la loro area è limitata, nono possiamo effettivamente soddisfare l’enorme appetito delle popolazioni dei paesi avanzati ricchi e, al contempo, nutrire la nostra popolazione. Semplicemente non è possibile. Attraverso lo studio della storia, trovo il rapporto inverso di cui si è detto non solo nella dinamica India-Gran Bretagna. Se si osserva Java sotto dominio dei Paesi Bassi, o la Corea sotto dominio del Giappone, si risconta il medesimo rapporto inverso. Ho fornito i dati riguardanti Java e la Corea nel mio volume The republic of Hunger (2007). Per la popolazione di Java la disponibilità di riso è diminuita drasticamente nel momento in cui gli olandesi hanno dirottato la terra verso le colture tropicali da esportazione. Dal 1910 al 1945 la Corea è stata un colonia giapponese. I giapponesi si impossessati di metà della produzione di riso coreana a partire dagli anni Trenta, cosicché i contadini del luogo sono stati spinti sull’orlo della fame. In ogni singolo paese in via di sviluppo, ho individuato questa relazione inversa. In India, da 205 chilogrammi di produzione di grano pro capiti e, dopo le esportazioni, 197 kg disponibili per il consumo (media dal 1904 al 1909) la disponibilità è calata a 159 kg (media dal 1933 al 1938) scendendo ulteriormente a 137 kg dal 1946, il nostro anno peggiore. L’apporto calorico giornaliero pro capite è diminuito di 650 calorie. I cereali fornivano poco più di tre quarti dell’apporto calorico, così come l’assunzione di proteine dell’indiano medio ancora nel 2005 e prima vi era anche una maggiore dipendenza. Le popolazioni povere non possono permettersi latte e altri prodotti animali a sufficienza, dunque dipendono fortemente da cereali e legumi. Persino in Libano trovo che, a parte le verdure, la popolazione dipende, per quanto riguarda gli alimenti base, da cereali e legumi.

Se investissimo molto nel miglioramento della nostra produttività agricola – allora sì, in teoria potremmo fare entrambe le cose, esportare così come sostenere la produzione per le nostre necessità. Ma il regime politico neoliberista si fonda su governi che tagliano la spesa – appunto uno dei principali pilastri di tale politica, a parte il libero scambio, che costituisce l’altro. Vi è qui una contraddizione fondamentale: ai governi viene richiesto (dalle istituzioni finanziarie internazionali) di tagliare la spesa e così, non solo in India, tutti i paesi in via di sviluppo hanno tagliato drasticamente le proprie spese destinate allo sviluppo rurale, nonché la ricerca su nuovi varietà di colture. Come risultato, non si può aumentare la produttività della terra e, allo stesso tempo, viene richiesto di esportare sempre di più al fine di riempire gli scaffali dei supermarket del Nord. La deflazione del reddito insieme al libero scambio – politiche coloniali che vengono replicate in nuove e moderne forme. La nostra produzione di grano pro capite era destinata a calare e i redditi delle masse si trovavano schiacciati dalla deflazione, quindi la domanda pro capite cadeva. Dai primi anni Novanta, sono stata la sola ad avvertire ripetutamente che libero scambio e taglio della spesa pubblica sono pericolosi, e questo perché la nostra sicurezza alimentare ne risentirebbe gravemente.

Questo è esattamente ciò che è accaduto, dai 182 chilogrammi pro capiti e, dopo le esportazioni, 174 kg a disposizione nei primi anni Novanta siamo scesi a una disponibilità di 159 kg nel 2008, lo stesso livello degli anni Trenta, sette decenni prima!

Per quarant’anni dopo l’indipendenza, tra il 1950 e il 1990, abbiamo tentato di disgiungerci dal mercato globale. Abbiamo sostenuto che la sicurezza alimentare della nostra popolazione è della massima importanza, quindi avremo barriere al commercio e non consentiremo l’esportazione di grano, anche se i prezzi globali sono alti sin tanto che le necessità interne non sono soddisfatte. L’importazione di grano non sarebbe permessa solo perché i prezzi globali sono bassi, poiché simili importazioni minerebbero il reddito dei nostri agricoltori. Si è trattato di un atto di riequilibrio – al fine di proteggere i consumatori del proprio paese così come i produttori. È stato un discreto successo. Siamo riusciti a incrementare la nostra produzione di grano alimentare di base pro capite a circa 182 chilogrammi, questo dai primi anni Novanta. Ancora molto inferiore ai 205 chilogrammi del 1909-14, ma certamente molto meglio dei 135 chilogrammi del 1946. Tre milioni di persone sono morte nella carestia in Bengala del 1943-44, una carestia architettata di cui ho scritto di recente (nel numero 20, 2018, di Economic and Political Weekly).

Quando si guarda alla storia di questo rapporto inverso e poi improvvisamente, quarant’anni dopo, il Nord dice apritevi al commercio globale – immediatamente sorge un interrogativo: perché tanto entusiasmo circa la prospettiva di uno smantellamento della nostra struttura protezionistica? Perché vogliono che la nostra agricoltura si apra? La risposta è semplice: la loro necessità dei nostri prodotti non è diminuita. Al contrario, vi è attualmente una maggiore domanda, con una ulteriore diversificazione della dieta nei paesi ricchi del Nord. Prima eravamo protetti dal fatto che le merci esportate dovevano essere trasportate via nave. Partendo da India e Cina, anche transitando per il Canale di Suez, si trattava di un viaggio via mare dai quattordici ai ventuno giorni, per cui beni deperibili non potevano essere trasportati. Quando ero bambina, le tariffe aeree erano molto alte. Mio padre lavorava per il governo indiano indipendente e quando venne inviato a Londra, nel 1954,  ci fecero viaggiare in nave e quando rientrammo, nel 1958, fu di nuovo via mare. Tutto ciò cambiò dai primi anni Settanta, quando le tariffe e il trasporto aerei divennero molto più economici. Si ha l’ascesa delle multinazionali dell’agribusiness e delle grandi aziende alimentari, nonché l’emergere dei grandi supermarket, un fenomeno che non esisteva negli anni Cinquanta e Sessanta. A Londra c’erano i negozi di quartiere come quelli che avevamo nel nostro paese d’origine: piccoli esercizi a conduzione familiare. Tali mutamenti hanno fatto sì che i paesi avanzati volessero accesso alla nostra agricoltura, e questo per una gamma di prodotti ancor più ampia rispetto a prima, perché ora potevano far volare pesce fresco, frutta e verdure, tenendo inoltre conto che oggi ci vogliono solo quindici o sedici ore dall’India a Chicago o New York.

MA: Ha toccato numerose questioni, vorrei quindi soffermarmi su alcuni punti. Un chiarimento: ha detto che il punto più basso del consumo interno di grano è stato nel 1946, crollato precipitosamente dal 1909-14 al 1946?

UP: Di fatto, stava cadendo ancora prima. Tuttavia non abbiamo dati attendibili per l’India nel suo complesso riguardanti il periodo precedente, poiché i nostri censimenti e dati agricoli hanno iniziato a essere raccolti sistematicamente solo intorno al 1891. L’attuale consumo di grano nei paesi arabi varia dai 260 ai 280 chilogrammi. Quindi probabilmente avevamo questo livello all’inizio del XIX secolo ed è sceso a 205 kg pro capiti, ma non disponiamo di dati precisi per i periodo precedente.

MA: Con l’indipendenza inizia ad aumentare gradualmente, più o meno linearmente?

UP: Sì, e questo perché sono state seguite precise politiche, volte ad assicurare che la terra non venisse dirottata verso le colture da esportazione a scapito della sicurezza alimentare interna, il governo ha dunque istituito un sistema mirante a incoraggiare la produzione di grano, affermando che i coltivatori potevano vendere qualsiasi quota volessero all’agenzia statale – la Food Corporation of India – a un prezzo minimo di supporto, sufficiente a coprire non solo i costi di produzione ma anche a fornire loro mezzi di sostentamento. Non aumento lineare, vi sono state fluttuazioni come durante la grave siccità del 1965-6, ma la tendenza era verso l’alto. C’erano periodi in cui i prezzi globali erano molto più alti di quello minimo di supporto in India, ma in qualche modo i nostri agricoltori non erano massimizzatori. Erano abbastanza soddisfatti di non doversi rivolgere all’esportazione e vendere all’agenzia governativa. Sa, gli agricoltori non sono veramente massimizzatori, non sono impregnati di mentalità capitalistica. Ciò che vogliono è un reddito decente e stabile. Anche quando i prezzi globali sono aumentati rapidamente, come negli anni Settanta, i nostri agricoltori hanno continuato a vendere all’agenzia statale. Il sistema ha funzionato molto bene dal 1965 fino agli anni ottanta.

MA: Quando è iniziato lo smantellamento di queste politiche? Alla metà degli anni Ottanta?

UP: Dunque, per quanto riguarda America latina e Africa è iniziato nei primi anni Ottanta, ma in India nel 1991, perché è il momento in cui si verifica una svolta nelle politiche economiche intraprese. È ormai chiaro che tale svolta è stata pianificata da istituzioni finanziarie come Banca Mondiale e FMI per un certo periodo di tempo. Dopo le elezioni generali del 1991, un governo di minoranza del Congresso è andato al potere col Dr. Manmohan Singh ministro delle finanze. Questi aveva fatto parte in precedenza della South Commission assumendo posizioni condivisibili, ma ha compiuto un completo voltafaccia dopo la nomina a ministro delle finanze. Dobbiamo tenere a mente la storia, com’è accaduto che FMI e Banca Mondiale sono stati in grado di spingere l’India a cambiare le sue politiche economiche. Ciò è avvenuto a causa della prima guerra del Golfo. Numerosi cittadini indiani che lavoravano in Kuwait dovettero essere evacuati in India e i loro risparmi non furono accettati dalle banche indiane, un grosso errore compiuto dagli istituti poiché ritenevano che la valuta kuwaitiana sarebbe crollata rendendola priva di valore. Avrebbero dovuto accettare i risparmi dei cittadini indiani che facevano ritorno. Questo e il costo dell’evacuazione, in aggiunta a vari altri fattori, significava che stavamo esaurendo le nostre riserve di valuta estera. La scusa attesa da Banca Mondiale e FMI per venire qui e dire “l’India è in una situazione finanziaria davvero pessima”. Sono sempre alla ricerca di un’opportunità per mettere sul tavolo l’aggiustamento strutturale. Non si è trattato di una crisi ampia quanto si è voluto far credere. I controlli sulle importazioni e un esiguo prestito dell’FMI avrebbero coperto l’ammanco. Ma l’India ha accettato un prestito che ha costituito un’autentica scusa per una svolta totale nella politica economica. Il nuovo ministro delle finanze ha svalutato la rupia di un enorme 30 percento e imposto drastici tagli alla spesa pubblica, al punto che si è avuto un crollo del reddito pro capite nell’anno successivo. La crescita del reddito, nei paesi in via di sviluppo, è fortemente dipendente dalla spesa governativa, per cui se si taglia così aggressivamente si ha un impatto immediato. La scure si è abbattuta principalmente sulla spesa per lo sviluppo agricolo e sui settori sociali come l’istruzione e la sanità, la stessa storia di ogni paese in via di sviluppo. si tratta di settori nei quali è difficile organizzare la protesta. Gli intellettuali progressisti, ho l’impressione, furono presi alla sprovvista. Non erano consapevoli che questo piano sul quale si stava macchinando da tempo a Washington. All’improvviso abbiamo avuto tale ribaltamento di politiche economiche, senza alcuna discussione in parlamento, e alla gente è stato detto che tutto ciò era necessario altrimenti l’India sarebbe stata in bancarotta – il che è un’assurdità! Ma è da lì che è iniziato, alla metà degli anni Novanta.

MA: Questo è stato un periodo di avanzata imperialista a livello mondiale. È possibile collegare quanto accaduto in India alla sua macroeconomia dell’imperialismo? In particolare quella esposta nel recente volume di cui è coautrice?

UP: Si tratta di un fenomeno complesso. Nell’Europa e nell’America postbelliche le politiche erano assai diverse da quelle attuate dagli anni Settanta in poi, anni che hanno segnato un grande cambiamento a tal riguardo. L’Europa del dopoguerra era impegnata nella ricostruzione, il discorso teorico dominante era dunque fortemente influenzato dal keynesismo. Il boom della ricostruzione postbellica fu agevolato dagli aiuti americani al vecchio continente devastato dalla guerra. L’idea di dover recuperare l’occupazione andata persa e il potere d’acquisto, tramite la spesa pubblica, dominava. È solo dopo gli shock dei prezzi del petrolio nei primi anni Settanta che le politiche economiche sono cambiate, il denaro dell’Asia occidentale, frutto del petrolio, era stato depositato nelle banche del Nord producendo un enorme incremento della liquidità e, tutto d’un tratto, il potere della finanza è cresciuto rapidamente. Gli interessi finanziari, tradizionalmente, hanno sempre avuto un agenda molto chiara – un agenda di deflazione del reddito.

Innanzitutto, hanno un programma che prende di mira l’inflazione e, a questo fine, attuano un’agenda deflazionistica. Penso non sia troppo difficile, persino per i non economisti, comprendere come coloro che guadagnano prestando denaro ad altri, ciò che appunto fanno i finanzieri, hanno una serie di interessi ben diversi, come spiegato tempo fa da Karl Marx, da chi guadagna investendo nella produzione. Un capitalista manifatturiero vuole un mercato in espansione e credito facile, così da portare avanti la produzione e gli investimenti – i capitalisti vogliono prestiti con bassi tassi d’interesse. Il finanziere mira esattamente all’opposto, vuole alti tassi di interesse perché il suo guadagno è costituito dai rendimenti degli interessi sui prestiti, non dal produrre qualcosa.

Tuttavia, il tasso di interesse nominale non è ciò che interessa i finanzieri, i quali vogliono assicurarsi che il tasso di interesse reale sia alto. Se il tasso di inflazione aumenta, il loro tasso di rendimento reale diminuirà.

Giusto per avere un’idea, si supponga che il tasso di interesse sia del cinque percento e quello di inflazione sia uguale, allora per colui che sta prestando denaro il tasso di interesse reale sarà zero. Il tasso di interesse deve essere più alto di quello di inflazione. Al fine di massimizzare il tasso di interesse reale, vogliono sempre un tasso di inflazione molto basso. Motivo per cui si sente parlare in continuazione di obiettivi di inflazione quando la finanza domina l’industria. Ma vi è più di un modo di prendere di mira l’inflazione. Quello migliore consiste nell’incrementare la produzione, specialmente nell’agricoltura, al ritmo dell’incremento della domanda, così i prezzi non aumentano, un metodo questo che va a beneficio e non a danno della popolazione. Ma la via che gli interessi finanziari scelgono è sempre quella di limitare la domanda per un dato livello di produzione – non vogliono che la domanda di massa aumenti. Anche quando si ha disoccupazione raccomandano sempre ai governi di non spendere di più, tirando fuori argomenti errati. Ma il motivo reale è che una maggiore spesa pubblica metterebbe in moto il moltiplicatore keynesiano, a loro volta i redditi di massa aumenterebbero, così la domanda, l’inflazione potrebbe salire in particolare per i beni primari e costoro odiano l’inflazione, perché significa che i loro rendimenti caleranno. Un imprenditore del manifatturiero vorrebbe che il prezzo del suo output salisse rispetto a quello del’input, perché ne trarrebbe profitto. Ma il finanziere odia nel modo più assoluto l’inflazione e quando la finanza domina l’industria si ottengono queste politiche deflattive, le quali colpiscono duramente la popolazione, politiche uniformemente applicate a livello mondiale da FMI e Banca Mondiale sotto forma ‘misure di austerità’.

In molti paesi hanno spinto per una legislazione che effettivamente impedisca ai governi di spendere di più, sosterranno che prima di tutto bisogna mantenere il deficit sotto il 3 percento e i paesi l’hanno tagliato al di sotto di tale percentuale. Poi diranno che è necessario equilibrare il bilancio, ovvero, tagliare ulteriormente la spesa così da portare il deficit a zero. A questo punto vorranno probabilmente un’eccedenza di bilancio, ossia un deficit in positivo! È del tutto chiaro, quest’agenda  di ‘austerità’ perseguita oramai con  successo dagli interessi finanziari a  un livello mondiale. E ha avuto un impatto disastroso sull’occupazione e gli standard di vita per le masse della popolazione lavoratrice.

Anche in India il Fiscal Responsibility and Budget Management Act è passato nel 2004 sotto la pressione degli interessi finanziari globali. Con un obiettivo aggiuntivo per questi ultimi, vale a dire, comprimere la domanda così che la terra e le risorse siano spostate dal consumo locale al soddisfacimento dell’esigenza di consumo dei paesi avanzati.

MA: Tutto ciò, nella sua teoria dell’imperialismo, è visto come applicato in modo differenziato, in articolare riguardo alla compressione dei prezzi dei prodotti agricoli tropicali?

UP: Vi sono molteplici livelli di contraddizione. Da un lato, il dominio della finanza significa che le persone comuni nel mondo avanzato sono anch’esse colpite, questo perché si ha una maggiore disoccupazione. L’ascesa della destra nel mondo avanzato è dovuta al fatto che la sinistra non ha compreso l’agenda della finanza, oltre a non essersi opposta a sufficienza alle politiche neoliberiste.  Larga parte di essa è stata egemonizzata intellettualmente da tutte le teorie sbagliate promosse dagli interessi finanziari. Si è ceduto a tutto questo entusiasmo per la globalizzazione, l’efficienza e il libero mercato. Quando i progressisti non dispongono di una prospettiva teorica chiara sul fatto che l’austerità sta colpendo gli interessi dei lavoratori, allora anche nei paesi avanzati si assisterà all’ascesa di elementi fascisti, com’è accaduto nel caso classico della Germania degli anni Venti e Trenta (dove i creditori del paese insistettero sulla deflazione). La sinistra qui era abbastanza forte, ma non abbastanza saggia da unirsi con altri e lanciare un sfida teorica e pratica contro l’ascesa del fascismo. Le forze fasciste arrivano e dicono alla popolazione, siete disoccupati e state perdendo reddito. Di chi è la colpa? È dell’immigrato, o la minoranza religiosa. Costoro deviano la rabbia popolare nei canali sbagliati – prendendo di mira minoranze, immigrati e così via. Esattamente ciò che sta facendo Trump. Precisamente quello che sta avvenendo in Brasile e India. Penso che l’opposizione teorica al neoliberismo sia stata troppo debole da parte della sinistra progressista. era necessaria un’opposizione ben più salda e intransigente, ma erano tutti presi dal’entusiasmo sulla bontà della globalizzazione.

Di fatto, la globalizzazione non rappresenta altro che una nuova fase del dominio del capitale finanziario a livello interno, per quanto riguarda i paesi del Nord, ma anche la ricolonizzazione del Sud globale. Si registrano malcontento e disoccupazione nei paesi avanzati. I loro governi e la finanza globale tentano di spostare l’onere, quanto più possibile, sui paesi in via di sviluppo. A questi ultimi vine costantemente detto di svalutare la propria moneta, in modo da rendere i loro prodotti meno costosi per il Nord. A dispetto della loro povertà, il loro stesso approvvigionamento e distribuzione pubblici di grano, al momento, sono sotto attacco all’OMC, in modo tale che il surplus di grano del Nord possa penetrare nei loro mercati. Subiscono pressioni affinché taglino i fondi pubblici per lo sviluppo. Tali misure, deflative e veicolo di crescente disoccupazione, portano a esiti ben peggiori per loro, poiché il livello stesso del reddito di partenza è molto più basso. I paesi capitalisti avanzasti partono da livelli di reddito molto più alti, hanno un qualche tipo di sussidio di disoccupazione e sistemi di  assistenza sociale. La finanza cerca di attaccare tutto ciò, ma in Gran Bretagna i medici si sono schierati contro lo smantellamento del servizio sanitario nazionale, praticamente gratuito, istituito dal governo laburista nell’immediato dopoguerra. Dunque, vi è ancora una qualche forma di protezione.

Ma se nei paesi in via di sviluppo, dove la popolazione ha un così basso livello di reddito, si sostiene che non si può fare spesa per lo sviluppo e che sono necessarie sanità e istruzione private, il che significa dai costi elevati, prezzi di mercato per energia e input degli agricoltori e, ancora, che bisogna esporre questi ultimi alla volatilità dei prezzi globali rimuovendo qualsiasi sostegno, il risultato è disastroso. In India non si era mai sentito parlare di suicidi di agricoltori a causa dei debiti prima degli anni Novanta, solo dal 1997, nel momento in cui l’attacco neoliberista nei loro confronti entra in azione, si assiste a questi atti estremi, ormai oltre 300.000. E la cosa triste è che è il nostro stesso governo ad esserne strumento – il nostro ministro delle finanze, i nostri economisti, i quali sono così totalmente egemonizzati da teorie sbagliate, spacciate dalla finanza globale, da spingerli ad attaccare gli interessi del loro stesso popolo implementando simili politiche. Si può immaginare qualcosa di più tragico di tutto ciò?

Penso che questo metta anche in risalto l’importanza della resistenza teorica. Dobbiamo mostrare le fallacie delle teorie acriticamente accettate. Da parte mia, ho cercato di farlo criticando le errate teorie a giustificazione della globalizzazione, passata e presente. Per esempio, la teoria dei vantaggi comparati di Ricardo afferma che vi è sempre beneficio reciproco nella specializzazione e nel commercio tra due paesi, ma si tratta di una teoria logicamente non corretta. Lo stesso Ricardo era un agente di cambio scarsamente istruito  e, tuttavia, assai intelligente. Dopo tutto, era un uomo di grande modestia. Affermava di non essere colto come Adam Smith, di non aver studiato la filosofia e la storia. Se si legge Ricardo, ci si rende conto che tale modestia era del tutto ragionevole! Perché se avesse studiato filosofia, che include la logica, non avrebbe potuto tirar fuori la teoria dei vantaggi comparati, la quale assume che entrambi i paesi che entrano in commercio possono produrre entrambe le merci. Si tratta di una fallacia materiale molto semplice, ovvero un’esposizione effettivamente incorretta, dato che il paese di Ricardo non potrebbe mai produrre beni tropicali il cui  ‘costo di produzione’ non vi potrebbe neanche essere definito. La sua ipotesi di base non è valida per alcun paese del Nord, per tanto la conclusione del beneficio reciproco non corrisponde a verità, come ho indicato con esempi numerici nel mio saggio ‘Ricardo’s Fallacy’ (in K. S. Jomo, a cura di, The Pioneers of Development Economics).

In effetti, Karl Marx, nella sua Storia delle teorie economiche, ha attaccato Ricardo in merito alla rendita, di fatto il primo è caustico circa gli errori logici della teoria della rendita del secondo. Marx, con la sua formazione filosofica, avrebbe anche criticato la teoria del commercio di Ricardo, solo che non ha potuto completare il suo progetto intellettuale. Egli intendeva studiare “capitale, proprietà fondiaria, lavoro salariato; Stato, commercio estero, mercato mondiale“. Un progetto, quest’ultimo, esposto nella PrefazionePer la critica dell’economia politica, pubblicata nel 1859. Leggendo il suo piano di lavoro ci si rende conto di come abbia completato meno della metà del progetto intellettuale prefissatosi, senza mai trattare formalmente “Stato, commercio estero, mercato mondiale”. Non ho dubbi di sorta che se avesse avuto modo di analizzare il commercio internazionale, avrebbe rimarcato l’errore di Ricardo, indicando la fallacia della teoria di quest’ultimo. Rimane della massima importanza criticare le teorie errate che hanno dominato nei nostri programmi, insegnate fino a oggi ai nostri studenti fuorviandoli. Una critica da portare avanti costantemente.

MA: Possiamo soffermarci per approfondire il pensiero di Marx? In A Theory of Imperialism, discutete su come Marx ha analizzato estemporaneamente e giornalisticamente il colonialismo. Ma questo è stato solo parzialmente ripreso dalla successiva tradizione marxista – ad esempio, affermate che Lenin e la Luxemburg hanno proposto analisi che potranno anche essere incomplete, ma dimostrano certamente molta attenzione per la questione dell’imperialismo. Tuttavia, da allora in poi non ha figurato spesso quale un elemento strutturante.

UP: Come ho detto prima, vi è un problema di fondo, ovvero che lo stesso progetto teorico di Marx non è mai stato completato. Questi scrisse a lungo a proposito del colonialismo nei suoi articoli giornalistici, pubblicati sul New York Daily Tribune, ma gli accademici del Nord non prendono sul serio tali scritti, gli economisti in particolare guardano solo al Capitale (del quale solo il primo volume è stato pubblicato Marx vivente), nel quale non viene trattato il commercio internazionale – Marx non si spinse mai fino ad aprire il modello chiuso del Capitale al commercio estero, sebbene avesse certamente intenzione di farlo. Quindi, vi è un problema col mancato compimento del suo rigoroso modello di capitalismo, col suo stesso progetto. I marxisti dovrebbero comprendere che si tratta di un progetto incompiuto, dunque non si può trattare il Capitale come un prodotto finito – Marx non ebbe mai l’intento di lasciarlo come un sistema chiuso, i debiti e la malattia lo condussero a una morte prematura. Ebbe una vita estremamente dura – quanto ci si può aspettare da un singolo uomo dopo tutto! Il suo progetto incompiuto avrebbe dovuto essere portato avanti da altri. Ma è necessario essere autentici marxisti per fare ciò e, sfortunatamente, la maggior parte di coloro che si definiscono tali nelle università del Nord, a mio modo di vedere, non lo sono affatto. Costoro vedono nelle opere di Marx pubblicate una sorta di bibbia, da trattare limitatamente e scolasticamente anziché guardare alla realizzazione del suo grande progetto di liberazione umana. L’umanità non finisce con la fine dell’Europa e dell’America. Il contributo di Lenin, così come l’opera di Rosa Luxemburg, sono entrambi di inestimabile valore perché applicano il metodo marxista ad aree che Marx stesso non aveva toccato. Verso la fine della sua vita, Marx si rese conto che la sua originaria visione della rivoluzione proletaria in Europa non si stava materializzando. Questo perché la valvola di sfogo di cui disponeva il capitalismo europeo era l’emigrazione. I suoi disoccupati venivano semplicemente esportati nel nuovo mondo. Come risultato, le contraddizioni economiche e sociali potenzialmente esplosive, interne all’Europa, venivano disinnescate. Marx se ne rese conto e, a partire dagli anni Settanta dell’Ottocento, iniziò a studiare il russo e a intrattenere scambi epistolari con rivoluzionari russi. Ciò che voleva vedere era la rivoluzione e la liberazione umana, ovunque si verificasse. Se la rivoluzione proletaria risultava indebolita in Europa dall’emigrazione e dalla ricchezza coloniale, voleva comunque vederla accadere altrove. Lenin ha portato avanti questa visione e per la prima volta ha integrato il ruolo dei contadini nel marxismo, così come quello dei popoli colonizzati e oppressi. Anche la Luxemburg l’ha fatto in modo esplicito nel suo L’accumulazione del capitale. È stata la sola a parlare dello sfruttamento coloniale tramite esempi molto specifici, compresi l’India e l’Egitto.

MA: Lenin sostiene che un aspetto costitutivo dell’imperialismo è l’esportazione di capitali. Ma nel suo lavoro e in quello di altri, come Amiya Kumar Bagchi, si discute come tale fenomeno fosse in realtà fondamentalmente differente quando i capitali venivano esportati nelle colonie d’insediamento, rispetto al caso in cui venivano esportati in altre località.

UP: Lenin aveva ragione sull’importanza generale dell’esportazione di capitali, basandosi sui dati forniti da John A. Hobson. Tuttavia, le informazioni cui entrambi avevano accesso un secolo fa erano assai limitate. Non ci si può aspettare un singolo individuo come Lenin alla guida di una rivoluzione in Russia e, al contempo, impegnato in dettagliate ricerche sui dettagli dello sfruttamento coloniale! Successive serie storiche dell’ONU sul commercio, compilate nel 1942 e 1962, hanno dimostrato che erano le colonie tropicali ad avere un enorme surplus commerciale, oltreché a guadagnare oro e valuta estera dal resto del mondo. Indagando sui dettagli, troviamo come la metropoli abbia sottratto tutte le entrate estere alle colonie, il che le ha consentito di esportare capitali nelle regioni d’insediamento europeo. I produttori dei beni esportati non sono mai stati effettivamente pagati per le loro esportazioni, poiché il ‘pagamento’ proveniva dalle tasse a loro stessi imposte.

Questo meccanismo, una volta spiegato, è in realtà abbastanza semplice, ma prima di essere esplicato non è facile da afferrare. Solo studiando intensivamente, e nel corso di molti anni, i dati del commercio sia indiano che britannico, ho potuto veder emergere i modelli reali. La questione che mi sono posta è la seguente: se vi è stato un drenaggio del surplus dall’India, la quale era enorme comparata alla piccola, in termini di risorse, Inghilterra, ciò doveva apparire da qualche parte nelle statistiche britanniche. Dunque, perché non un singolo storico dell’industrializzazione britannica, compreso il marxista Eric Hobsbawm, che abbia fornito almeno un riferimento sparso, anche solo una nota a piè di pagina, alla letteratura indiana sul drenaggio di ricchezza?

Mi sono resa conto che gli storici britannici stavano facendo stime errate del loro stesso commercio. Phyllis Deane e W.A. Cole hanno pubblicato nel 1967 British Economic Growth 1688–1959, volume che ha costituito una lettura standard per chiunque volesse informarsi sulla storia economica britannica. Ma stavano usando una definizione sbagliata di commercio, una definizione che non si trova in alcun manuale di macroeconomia – e a cui non fanno ricorso la Banca Mondiale, l’UNCTAD o l’FMI, gli organismi che presentano dati sul commercio per ogni paese. Deane e Cole stavano lasciando del tutto fuori le riesportazioni, prendendo in considerazione solo parte del commercio britannico. Sommavano le importazioni utilizzate nel loro paese e le esportazioni dei beni di quest’ultimo. Ma la corretta definizione è data da importazioni totali più esportazioni totali, comprese le importazioni riesportate. Ho rielaborato i dati usando le stesse serie fornite da Deane e Cole per i secoli XVIII e XIX. Nell’anno 1800 il commercio reale ammontava a 82 milioni di sterline, ma la cifra che Deane e Cole ci danno è 51 milioni di sterline! La percentuale corretta del commercio rispetto al PIL, a quella data, era 56 percento, non 34 percento come dichiarato dai due autori in questione. È molto importante per noi osservare l’uso che gli accademici del Nord fanno dei loro stessi dati, ma restiamo intellettualmente colonizzati e li prendiamo per oro colato, dato che sono ben noti docenti di Cambridge devono essere corretti, ma molto spesso non lo sono.

Tutti i principali paesi colonialisti, dunque i Paesi Bassi, la Francia e la Gran Bretagna riesportavano beni tropicali da loro acquisiti gratis dalle rispettive colonie. La gran Bretagna stava tassando la popolazione in India, Birmania e Malesia raccogliendo ingenti entrate, molto più che nella stessa Inghilterra. In India usava circa un terzo delle entrate fiscali, ottenute principalmente da contadini e artigiani, per ‘acquistare’, da questi stessi produttori, beni da esportare. Ma la gran Bretagna non poteva assorbire tutti questi enormi volumi di beni gratuiti. Dopo l’importazione, ne riesportava una larga parte così da ottenere il grano e i beni di cui necessitava dall’Europa continentale e dal Nord America, dove i prodotti tropicali erano fortemente richiesti.

Ciò che la Gran Bretagna stava ottenendo dall’India e da altre colonie era potere d’acquisto internazionale, acquisendo tali beni come l’equivalente delle tasse. Si trattava di un sistema molto ingegnoso. Ma i produttori stessi non si rendevano di non venire pagati, perché l’agente governativo che ne comprava i beni era diverso da quello che ne raccoglieva le tasse, le transazioni avevano luogo in tempi differenti, per cui non vedevano la connessione tra le due e non realizzavano come una parte del loro stesso denaro tornava indietro, cosi ché non venivano effettivamente pagati ma tassati sui loro prodotti. Supponiamo che tu sia un contadino libanese, io rappresento la potenza coloniale e raccolgo 100 lire in tasse. Uso 50 di queste stesse lire per comprare la tua frutta al fine di esportarla. Tu pensi sia una normale transazione di mercato perché stai ricevendo denaro per la tua frutta, così come accadrebbe con un commerciante locale. Ma non è una normale transazione, questo perché in realtà non vieni pagato. Parte delle tasse che hai versato viene meramente convertita da denaro in beni.

Phyllis Deane nel 1965 aveva scritto un libro, The First Industrial Revolution [tr. it. La prima rivoluzione industriale, 1971, n.d.t.], con un intero capitolo dedicato a quanto fossero importanti le riesportazioni, perché avevano aiutato  la Gran Bretagna ad acquistare beni strategici dall’Europa continentale e dal Nord America. Poi appena due anni dopo, nel 1967, pubblicava il volume congiunto con Cole, nel quale tale discussione era del tutto tagliata fuori e dalle serie dei dati erano escluse le riesportazioni, fornendo in tal modo stime errate. Lo avevano fatto deliberatamente o si trattava solo di confusione concettuale? Non lo sapremo mai. E del resto, poco importa, rimane il fatto che si tratta di una stima sbagliata.

Tutta la discussione sulla crescita dell’economia britannica ignora completamente il drenaggio di ricchezza dalle colonie. Pertanto, è una discussione teoricamente e analiticamente incompleta. Di fato, la qualità del lavoro accademico in merito alla crescita economica britannica è, a mio modo di vedere, piuttosto scarsa, in quanto non riesce a spiegare perché questo paese è stato il primo a industrializzarsi. Naturalmente, dato che ignorano il fatto che possedesse già il più vasto impero al mondo. Dalla metà del XIX secolo, dopo la grande ribellione in India, 1857-59, il governo del paese passo dalla Compagnia delle Indie Orientali alla Corona Britannica. Venne dunque messo in atto un meccanismo finalizzato a impadronirsi delle nostre entrate più complesso, ma pur sempre abbastanza semplice, attraverso l’uso dei titoli di credito. In Gran Bretagna, il ministro incaricato degli affari indiani era denominato Segretario di Stato per l’India. Al’epoca le merci indiane giungevano direttamente in tutto il mondo. Il Segretario di Stato per l’India, in Consiglio, disse agli importatori stranieri di beni indiani che necessitavano di pagare le loro importazioni, “tu depositi il tuo oro, o sterline, o la tua stessa valuta qui, a Londra, in cambio di un titolo per un equivalente valore in rupie che potrai inviare agli esportatori indiani, titolo da incassare nella loro moneta in India”. Così, tutto l’oro e la valuta estera guadagnata dai produttori indiani, il potere d’acquisto internazionale, finivano in conto al Segretario di Stato, a disposizione dei britannici. Gli esportatori in India che ricevevano tali titoli li depositavano nelle banche e ricevevano rupie, ma non nel modo usuale – le rupie per incassare i titoli erano pagate dal Tesoro in India, al di fuori del bilancio. Circa un terzo del bilancio era destinato all’incasso dei titoli in questione, un uso del tutto anormale dei fondi che non vediamo mai in nessun paese sovrano. Oggi, nell’India indipendente, diciamo che esporto merci negli USA per un valore di 1.000 dollari. Questi arrivano alla Reserve Bank of India (RBI) la quale, ovviamente, li mantiene e, quindi, vanno ad aggiungersi alla capacità di acquisto internazionale dell’India. Tuttavia, all’attuale tasso di cambio di 70 rupie per dollaro, la RBI mi rilascia una nuova emissione di 70.000 rupie non collegate in alcun modo al bilancio. Ma nell’India coloniale, le nostre entrate estere non son mai tornate indietro, inoltre persino il valore in rupie non è stato effettivamente pagato ai produttori, questo perché sono stati truffati usando abilmente i loro stessi versamenti fiscali per rimborsarli al di fuori dei fondi di bilancio. Motivo per cui l’eccedenza di esportazioni ha rappresentato una corretta misura del massiccio trasferimento delle nostre entrate estere verso la Gran Bretagna, nel frattempo i nostri produttori diventavano sempre più poveri quanto più esportavano, perché in tal caso venivano tassati ancor più pesantemente.

Supponiamo ci fosse stato accreditato anche un  quarto dell’ingente somma che avevamo effettivamente guadagnata in valuta straniera? Abbiamo avuto questa eccedenza di esportazioni sin dal primo giorno, dal 1765 in poi. Dunque, avremmo potuto importare tecnologia per costruire una moderna struttura industriale, e questo molti decenni prima che il Giappone iniziasse a farlo a seguito della restaurazione Meiji nel 1867. Ma non un solo dollaro né una sola sterlina delle entrate derivanti dall’eccedenza di esportazioni sono ritornati indietro. Questo era il bello del sistema gestito dalla Gran Bretagna dal suo punto di vista, ovvero che detenevano un simile ed enorme potere d’acquisto internazionale. Secondo i dati dell’ONU riferiti a tre decenni fino al 1928, l’India stava acquisendo la seconda eccedenza di esportazioni al mondo, seconda solo rispetto agli Stati Uniti.

Ho stimato che il drenaggio di ricchezza dall’India alla Gran Bretagna, per il periodo dal 1765 al 1938, ammontava a 9,2 bilioni di sterline (equivalenti a 45 bilioni di dollari), utilizzando l’eccedenza di esportazioni indiana come misura e tenendo conto di un basso tasso d’interesse del 5 percento. (Il mio saggio, ‘Revisiting the drain, or transfers from India to Britain in the context of global diffusion of capitalism’, è apparso in un volume in onore di uno storico, volume alla cui cura ho partecipato nel 2017 e intitolato Agrarian and Other Histories – Essays for Binay Bhushan Chaudhuri).

Ricorrere al suo controllo politico per impadronirsi degli enormi guadagni dell’eccedenza di esportazioni dell’india e di altre colonie significava, per la Gran Bretagna, poter diventare il maggior esportatore di capitali al mondo, nonché contribuire a diffondere l’industrializzazione capitalistica nelle regioni di insediamento coloniale europeo. Durante i cinquant’anni successivi al 1870 importava molto più di quanto non esportasse, dall’Europa continentale e dal Nord America – vale a dire che gestiva disavanzi delle partite correnti con queste aree. Eppure stava esportando ingenti capitali in queste stesse regioni, con le quali, dunque, gestiva anche disavanzi del conto capitale. (Si tenga a mente come l’esportazione di capitali, a differenza di quella di merci, sia una voce negativa e, normalmente, un paese dovrebbe avere un avanzo delle partite correnti per essere in grado di esportare capitali, poiché la bilancia dei pagamenti dev’essere sempre in equilibrio). La rapida crescita nel disavanzo della bilancia dei pagamenti, con l’Europa e il Nord America, era possibile solo perché prelevava le entrate di tutte le sue colonie al fine di pagare tali deficit. Così, tutto l’odierno mondo industriale ha effettivamente beneficiato, in modo parassitario, della ricchezza drenata dalle colonie.

MA: Potrebbe parlarci brevemente della ricezione avuta dal suo lavoro sull’imperialismo e sul drenaggio, nell’ambito intellettuale tanto dell’India che dell’Europa, in particolare nel campo del marxismo occidentale? Ammesso vi sia stata una qualche ricezione.

UP: Credo che il libro sull’imperialismo sia probabilmente troppo recente per aver una circolazione sufficientemente ampia e per assere assorbito pienamente dai lettori. Lo abbiamo scritto su sollecitazione del nostro amico professor  Akeel Bilgrami, il quale in segna filosofia presso la  Columbia University. Egli ha trovato le nostre idee interessanti e quando abbiamo detto “stiamo scrivendo un grosso volume supportato dai dati” ci ha risposto “sentite, il vostro libro può attendere, ma prima inserite queste idee in un volumetto più accessibile”.

Ci ha spronati e spinti a completare A Theory of Imperialism. Gli accademici sono pignoli, vogliono mettere i puntini sulle i, avere note a piè di pagina appropriate e tutti i dati. Quindi ci detto “potrete fare tutto ciò in seguito, ma per iniziare tirate fuori un libretto da pubblicare tramite la Columbia University Press”. Aveva ragione nel ritenere che se pubblichi dall’India, o dal Libano, o da qualsiasi altro luogo del Sud, per quanto il tuo libro sia il risultato di un genuino lavoro di diversi anni, non verrà preso in considerazione nel Nord. Abbiamo detto che volevamo un’edizione indiana, perché quella statunitense sarebbe stata troppo costosa per i nostri lettori. C’è stata una pubblicazione simultanea, alla fine del 2016, presso la Columbia University Press e la Tulika Publishers di Delhi. L’edizione rilegata della Tulika è andata esaurita molto rapidamente nel giro di un anno, quindi è ora in programma una seconda tiratura in brossura.

Sì, in India è stato letto abbastanza diffusamente e all’estero ha attirato una certa attenzione – credo ciò si spieghi perché il professor Bilgrami ha anche insistito affinché vi fosse un commento alle nostre argomentazioni. Originariamente, ha chiesto a un certo numero di persone di esprimere un parere, compreso Noam Chomsky, il quale ha sostenuto che il nostro libro necessiterebbe di un’attenta lettura richiedente più tempo di quanto inizialmente aveva pensato. David Harvey, delle tre o quattro persone interpellate, ha acetato di fornire un suo commento. Il che è stato utile poiché, come molti marxisti delle università del Nord, egli non è mai stato esposto alla teoria e discussione, ormai lunghe un secolo, circa il drenaggio di ricchezza sotto il colonialismo. Dunque, dal suo punto di vista affrontare il nostro specifico progetto è stato forse difficile e significato entrare in un terreno nuovo. Non eravamo d’accordo con i rilievi da lui avanzati, tuttavia è stato comunque un bene che sia dato la pena di leggere il libro e esporre le sue critiche. Ora, credo lentamente, la nostra argomentazione può iniziare a filtrare, questo perché i libri non vengono letti immediatamente, né le idee si disseminano molto velocemente, in particolare se non si inseriscono nel modello convenzionale.

Dovrei menzionare il fatto che oggi internet svolge un ruolo positivo e le idee circolane più rapidamente di prima. La mia stima del drenaggio di ricchezza dall’India pubblicata un anno prima del nostro libro, nel 2017, cioè nel riferimento che ho fornito prima, è stata commentata positivamente su Al Jazeera da Jason Hickel, un studioso della London University, così come anche da un accademico attivo in Australia, Gideon Polya, il cui pezzo è stato ripreso recentemente dall’edizione online della Monthly Review. I giornali di affari indiani e i quotidiani mi hanno intervistato, in merito alle mie stime, dopo aver visto il dibattito sviluppatosi su internet. Spero che gli studiosi di altri paesi in via di sviluppo esploreranno il legame fra tasse e commercio durante il loro periodo coloniale.

MA: Ha accennato a una versione più corposa della sua teoria dell’imperialismo. Che cosa possiamo aspettarci e per quando?

UP: La prima bozza è quasi interamente scritta, salvo un paio di capitoli. Ciò di cui ha bisogno ora è una sostanziale revisione. Prabhat svolge la maggior parte del lavoro di stesura essendo molto energico, mentre io sono lenta e, inoltre, per svariate altre ragioni posso dedicare meno tempo alla scrittura accademica. I capitoli ancora da scrivere sono i miei, quelli riguardanti la storia economica! Ovviamente, lui ha incluso molto del mio materiale anche nei primi capitoli, dato che si tratta di uno sforzo collaborativo. In più o meno altri sei mesi speriamo di portare a termine il volume. Per quanto riguarda la mia esposizione ampliata del meccanismo di drenaggio, sto pensando nei termini di un libro breve, comprensibile ai non economisti. Questo richiederà un altro anno o giù di lì.

MA: Bene, in attesa dell’uscita di entrambi, grazie davvero!

Utsa Patnaik ha insegnato economia presso la  Jawaharlal Nehru University, in India, a partire dal 1973, dopo aver completato la tesi di dottorato alla Oxford University, sino al suo ritiro nel 2010. Ha scritto e curato numerosi libri tra i quali, Agrarian Relations and Accumulation – the Mode of Production Debate (1991),  The Agrarian Question in Marx and his Successors in due volumi  (2007, 2011), The Agrarian Question in the Neoliberal Era (2013) con Sam Moyo e, più recentemente, A New Theory of Imperialism (2016).

Max Ajl è dottorando presso il Department of Development Sociology della Cornell University. Il suo lavoro si concentra sula sociologia storica, la giustizia ambientale, il mutamento agrario, la pianificazione, nonché il pensiero sociale eterodosso arabo e nordafricano. Al centro della sua ricerca il Medio Oriente e l’area del Nord Africa, in particolare la Tunisia. La sua dissertazione traccia una storia della moderna Tunisia, incentrata sulle origini sociali ed ecologiche del sottosviluppo, oltreché sulla traiettoria della pianificazione post-coloniale.

Link all’intervista originale in inglese www.athimar.org

 

 

 

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