‘Tutto il potere ai soviet’, una storia in sette parti, di Lars T. Lih

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“Il potere ai soviet degli operai, dei soldati e dei contadini”; “Abbasso il governo dei capitalisti”

Il seguente articolo è il primo di una serie di sette. Un’appendice a questo stesso articolo, “Mandato per le elezioni al soviet”, pubblicata separatamente nel caso dell’originale inglese, viene qui pubblicata in calce.

‘Tutto il potere ai soviet!’, parte prima: biografia di uno slogan

di Lars T. Lih (primavera 2017)

“Tutto il potere ai soviet!”, senza alcun dubbio uno dei più celebri slogan nella storia delle rivoluzioni. A giusto titolo a fianco di “Liberté, égalité, fraternité” quale simbolo di un’intera epoca rivoluzionaria. Nel presente saggio, e in altri che seguiranno, prenderò in esame la genesi di questo slogan nel suo contesto originario, quello della Russia del 1917.

Il nostro slogan consiste di tre parole: вся власть советам, vsya vlast’ sovetam. “Vsya” = “tutto”, “vlast’“potere” e “sovetam” = “ai soviet”. La parola russa sovet significa semplicemente “consiglio” (anche nel senso di suggerimento) e, da questo, “consiglio” (nel senso di assemblea). Oramai siamo ben abituati a questo termine russo, poiché evoca tutta una serie di significati specifici derivanti dall’esperienza rivoluzionaria del 1917.

In questa serie di articoli, ricorrerò spesso all’originale russo di una delle parole presenti nello slogan in questione, vlast’ (che d’ora in poi verrà traslitterata senza segnalare il cosiddetto jer molle [Ь] con l’apostrofo). “Potere” non ne dà una traduzione del tutto adeguata; difatti, nel tentativo di coglierne le sfumature, vlast viene spesso tradotto con la locuzione “il potere” (ad esempio da John Reed in I dieci giorni che sconvolsero il mondo). Il russo vlast riguarda un ambito più specifico rispetto al termine “potere”, ovvero quello dell’autorità sovrana di un particolare paese. Perché un soggetto sia ritenuto in possesso del vlast, deve avere il diritto di assumere decisioni definitive, essere dunque in grado di prenderle e vederle eseguite. Il vlast, per essere effettivo, richiede un fermo controllo delle forze armate, un forte senso della legittimità e missione assunte, nonché una base sociale. L’espressione di Max Weber sul “monopolio della violenza legittima” va dritto al cuore della questione.

Quando, perché e come i bolscevichi giunsero ad adottare tale slogan nella primavera del 1917? La consueta risposta a questi interrogativi è quella secondo cui il partito, per approdare a questa parola d’ordine, doveva procedere al proprio riarmo tramite le Tesi di aprile di Lenin. La metafora del riarmo venne utilizzata per la prima volta da Lev Trotsky nei primi anni Venti, ma oggi è tutt’altro che confinata a chi si richiama alla tradizione trotskista. In effetti, la narrazione del riarmo costituisce il cuore di un ampio consenso circa i bolscevichi nel 1917, consenso dovuto tanto ad attivisti quanto a storici accademici.

Alcune argomentazioni di base della narrazione sul riarmo sono le seguenti:

  • Le Tesi di aprile di Lenin contenevano una radicale innovazione politica e ideologica. L’esatta natura di quest’ultima rimane vaga, con scarso accordo tra i vari autori, ma di norma ha qualcosa a che fare con la rivoluzione sociale in Russia.
  • Le Tesi di aprile, di fatto, rappresentavano l’accettazione da parte di Lenin del punto di vista della “rivoluzione permanente” di Trotsky.
  • Le Tesi di aprile ebbero “l’effetto dell’esplosione di una bomba” tra i bolscevichi; questo ultimi ne rimasero scioccati e scandalizzati, a causa del rigetto del vecchio bolscevismo, quando non addirittura dei principi basilari del marxismo.
  • Le Tesi di aprile costituivano un netto cambiamento di linea politica rispetto all’operato “semi-menscevico” sino ad allora perseguito dai bolscevichi di Pietrogrado, i quali, in precedenza, avevano mostrato la propria confusione e sgomento censurando le Lettere da lontano di Lenin.
  • Lenin conquistò il partito ai sui punti di vista nel corso di una dura lotta, sebbene una parte significativa dello stesso, nonché dei suoi vertici, non ne rimasero convinti.
  • Le Tesi di aprile furono una condizione necessaria alla vittoria bolscevica dell’ottobre.

Ritengo tutte queste proposizioni inesatte o, nel migliore dei casi, gravemente fuorvianti. Come sfida rispetto ad esse, sostengo quella che potrei definire un’interpretazione “pienamente armata” della politica bolscevica nella primavera del 1917. In contrasto con la narrazione del riarmo, che separa il bolscevismo dal suo passato, sottolineo la continuità col vecchio bolscevismo. I bolscevichi non rimasero sconcertati dalla Rivoluzione di febbraio; essi fronteggiarono la situazione post-febbraio con una strategia vincente, saldamente fondata sullo scenario di classe prefigurato dal vecchio bolscevismo. Il ritorno di Lenin e altri leader emigrati, agli inizi di aprile, segnò un mutamento nella tattica – ma tale mutamento non fu dovuto alle controverse Tesi di aprile. I praktiki bolscevichi che espressero timori circa quest’ultimo testo lo fecero perché condividevano l’obiettivo del potere ai soviet. Il canonico slogan in tre parole, “Tutto il potere ai soviet!”, non venne adottato quale parola d’ordine del partito sino ai primi di maggio – dopo che il dibattito sulle Tesi di aprile era stato impostato nelle conferenze del partito bolscevico.

La mia contro-narrazione ha incontrato non poca resistenza e, senza dubbio, continuerà a farlo. Una delle cause principali è che sembrerebbe volare al di sopra di fatti ben acclarati. Che dire a proposito del “sostegno critico” al Governo provvisorio borghese espresso da bolscevichi come Lev Kamenev e Stalin? Che dire della famigerata censura sulle Lettere da lontano  di Lenin da parte dei redattori della Pravda? Le Tesi di aprile non suscitarono forse enorme scandalo tra i bolscevichi? – Per esempio, una votazione nel comitato del partito di Pietrogrado respinse in toto le Tesi con uno sbilanciato esito contrario di tredici a due. Gli scritti di Trotsky del 1917 non illustrano la narrazione del riarmo? E così via.

Sono tutti validi interrogativi, e l’obiettivo della presente serie di testi consiste nel rispondervi dettagliatamente. Entro la fine della serie prevista, il tavolo risulterà ribaltato, e i difensori della narrazione dl riarmo avranno una montagna di nuove prove da considerare. Nel frattempo, sono rincuorato da fatto che studiosi impegnati in ricerche empiriche su questi temi, dopo la prima esposizione della mia ipotesi ormai un certo numero di anni fa, hanno convalidato parti essenziali della mia argomentazione, come illustrato dai recenti post di Eric Blanc.

Il saggio che apre la serie, “Biografia di uno slogan”, esporrà la mia interpretazione “pienamente armata” riducendo la polemica al minimo. Un ringraziamento di cuore per l’incoraggiamento e il supporto va a John Riddell, il quale ha generosamente fornito uno spazio a questa ampia serie di testi.

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Panafricanismo e comunismo: intervista ad Hakim Adi

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Lamine Senghor al congresso della Lega contro l’imperialismo e l’oppressione coloniale, Bruxelles 1927

Parallelamente alla storia dominante dei partiti comunisti europei, incentrata sulla classe operaia metropolitana, è possibile rintracciare la traiettoria sotterranea di quei militanti comunisti e panafricani, minoritari nei loro partiti, ma sostenuti da Mosca nel periodo tra le due guerre. Si tratta di un epoca nella quale i giovani partiti comunisti sono dominati, per quanto riguarda la metropoli, da Bianchi e, nelle colonie, da coloni. Al fine di combattere l’opportunismo e lo sciovinismo, più o meno espliciti, di questi militanti, l’Internazionale comunista procedette alla strutturazione di una serie di organizzazioni transnazionali, incaricate di coordinare l’attività rivoluzionaria circa la «questione nera»: Sudafrica, colonie dell’Africa nera, segregazione negli Stati Uniti, ecc. Hakim Adi racconta in questa intervista una storia inedita, ovvero quella di un originale incontro tra comunismo, nazionalismo nero e panafricanismo.

Come definiresti il panafricanismo?

Il panafricanismo può essere considerato, al contempo, come un’ideologia e come un movimento sfociante dalle lotte comuni degli afro-discendenti, tanto in Africa quanto nella diaspora africana, contro lo schiavismo, il colonialismo così come contro il razzismo anti-africano e le diverse forme di eurocentrismo che lo accompagnano. I termini «panafricano» e «panafricanismo» non sono emersi fino alla fine del XIX e l’inizio del XX secolo, ma era già presente una forma embrionale di panafricanismo nel XVIII secolo,  in organizzazioni abolizioniste come la British-based Sons of Africa, gestita da ex-schiavi africani quali Olaudah Equiano e Ottobah Cugoano, che riconoscevano la necessità per gli africani di unirsi al fine di difendere interessi comuni.

Il panafricanismo ha assunto differenti forme in diverse epoche, ma la sua caratteristica fondamentale è consistita nel riconoscimento del fatto che gli africani, quelli del continente come quelli della diaspora, devono far fronte a forme comuni di oppressione, sono impegnati in una lotta comune per la liberazione e, dunque, condividono un destino comune. Il panafricanismo, quindi, riconosce la necessità dell’unità tra africani al fine di liberarsi, ma anche il desiderio di unità del continente africano. In generale, difende l’idea secondo la quale gli africani della diaspora condividono un’origine comune con quelli del continente, riconoscendo ai primi il diritto al ritorno nella loro patria d’origine.

In Pan-Africanism and Communism, non mi sono occupato principalmente all’epoca in cui il movimento panafricano era guidato da personalità come Garvey o Du Bois. Da parte del Comintern tale panafricanismo era percepito in maniera critica, come essenzialmente riformista e incapace di condurre alla liberazione africana. Ciò nondimeno, il Comintern, sotto l’influenza dei comunisti neri, adotto aspetti del panafricanismo, in particolare l’idea per cui gli africani condividevano forme di oppressione ed erano impegnati in una lotta comune. Ugualmente, difendeva l’idea di Stati Uniti socialisti d’Africa. È inoltre doveroso ricordare che, nel periodo tra le due guerre mondiali, alcuni leader panafricani erano anche, si pensi a George Padmore, membri dell’Internazionale comunista.

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Fotografia e marxismo [un percorso di lettura]

di Steve Edwards

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«[…] nell’intera ideologia gli uomini e i loro rapporti appaiono capovolti come in una camera oscura […]» (Marx ed Engels, L’ideologia tedesca). In questa celebre metafora è possibile individuare, retrospettivamente, gli esordi di una tradizione ininterrotta di problematizzazione marxista del medium fotografico. Di fatto iniziata all’indomani della Rivoluzione del 1917 sulla scia dell’avanguardismo russo, prima di arricchirsi grazie al contributo del marxismo eterodosso proveniente dalla Germania, ha proseguito negli anni Settanta col rinnovarsi della fotografia operaia e il conseguente sviluppo degli studi teorici e storici, ricevendo infine nuovo slancio all’inizio del XXI secolo, nel quadro di una riflessione più generale circa gli intrecci tra storia dell’arte e del modo di produzione capitalistico. Rodtchenko, Tretiakov, Brecht, Benjamin, Kracauer, Berger, Spence, Rouillé, Nesbit, Sekula, Ribalta, ecco alcuni dei nomi, tra i tanti, che si incontreranno in questo ampio percorso di lettura firmato da Steve Edwards, a testimonianza della vitalità e irriducibile eterogeneità insite nella teoria e pratica materialiste della fotografia.

La fotografia costituisce un oggetto di studio particolarmente instabile [1], collocandosi all’incrocio tra pittura, cinema, arte, scienza e lavoro. Inoltre, i concetti marxisti – merce, classe e ideologia – hanno plasmato gran parte della storiografia universitaria, il che, tuttavia, non riconduce necessariamente gli studi prodotti in tale ambito ad un approccio marxista consapevole. Ad esempio, come caratterizzare un’opera importante come Immagini malgrado tutto di Georges Didi-Huberman (2005) o, ancora, A.A.E. Disdéri and the Cartes de Visite Portrait Photograph (1985) di Elizabeth Anne McCauley, cosi come il suo Industrial Madness: Commercial Photography in Paris, 1848-71 (1996)? Sarebbe impossibile esporre l’insieme di elementi compresi nel quadro di una bibliografia marxista del soggetto  in questione, per tanto mi sono limitato agli autori che si identificano come marxisti o che, nel momento in cui elaboravano i propri studi, si consideravano tali. Ciò detto, quanto segue è senza dubbio meno rigido di quanto possa sembrare.

Come punti di riferimento generali, si possono raccomandare quattro opere in particolare. Vi sono due ampi studi sulla storia della fotografia, presa in considerazione mettendo da parte le controversie e partendo dalla storia sociale:  Jean-Claude Lemagny e André Rouillé (a cura di) Storia della fotografia (1988), e Michel Frizot, Nouvelle histoire de la photographie (1994). Lavori entrambi incentrati sulla Francia, i cui progetti hanno visto il coinvolgimento di numerosi autori. La prima parte dl volume di Lemagny e Rouillé è ben più solida della seconda. Nel 2006, ho pubblicato Photography: A Very Short Introduction. L’esplicito riferimento teorico a Marx e al marxismo è meno rilevante in quest’ultimo libro rispetto a tutto ciò che ho scritto, ma ha il vantaggio dell’accessibilità ed è disponibile in cinque lingue. L’altro volume è Rethinking Photography: Histories, Theories and Education (2016) di Peter Smith e Carolyn Lefley.

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Le realtà imperialiste e i miti di David Harvey

di John Smith

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John Smith

Quando David Harvey afferma “Lo storico drenaggio di ricchezza dall’oriente verso l’Occidente, protrattosi per oltre due secoli, ad esempio, è stato in larga parte invertito negli ultimi trent’anni”, i suoi lettori supporranno ragionevolmente che egli si riferisca ad un tratto caratteristico dell’imperialismo, vale a dire il saccheggio del lavoro vivo, nonché delle ricchezze naturali, nelle colonie e semicolonie da parte delle potenze capitaliste in ascesa in Nord America ed Europa. In effetti, egli non lascia dubbi in merito, dato che fa precedere a queste parole il riferimento alle “vecchie categorie dell’imperialismo”. Ma qui incontriamo il primo di tanti offuscamenti. Per oltre due secoli, l’Europa ed il Nord America imperialisti hanno drenato anche ricchezze dall’America Latina e dall’Africa, così come da tutte le parti dell’Asia… eccetto il Giappone, il quale a sua volta è emerso come potenza imperialista durante il XIX secolo. “Oriente-Occidente”, dunque, costituisce un sostituto imperfetto per “Nord-Sud”, ed è per questo che ho osato adeguare i punti della bussola di Harvey, attirandomi una risposta petulante.

Come David Harvey ben sa, tutte le parti coinvolte nel dibattito su imperialismo, modernizzazione e sviluppo capitalistico riconoscono una divisione primaria tra paesi definiti, variamente, come “sviluppati e in via di sviluppo”, “imperialisti e oppressi”, “del centro e della periferia”, ecc., persino laddove non vi è accordo su come tale divisione si stia evolvendo. Inoltre, i criteri per determinare l’appartenenza a questi gruppi di paesi possono validamente includere politica, economia, storia, cultura e molto altro, ma non la collocazione geografica – “Nord-Sud” non essendo altro che una scorciatoia descrittiva per altri criteri, come indicato dal fatto, generalmente riconosciuto, che il “Nord” comprende Australia e Nuova Zelanda. Eppure, nella sua replica alla mia critica, Harvey eleva la geografia al di sopra di tutto, gettando la Cina, il cui PIL pro capite nel 2017 era situato tra Thailandia e Repubblica Dominicana, nello stesso calderone di Corea del Sud, Taiwan e Giappone imperialista, all’interno di uno specifico “potente blocco [sic] nel contesto dell’economia globale”, relativo all’Asia orientale. Considerato lo stato moribondo dell’economa giapponese, con un PIL cresciuto in media meno dell’1% all’anno dal 1990, e nella consapevolezza dell’esplosiva rivalità economica, politica e militare del Giappone con la Cina, interrogarsi se tale “blocco” stia ora drenando ricchezza da Europa e Nord America capitalisti significa porsi la domanda sbagliata.

Per giudicare dell’affermazione di Harvey, secondo la quale i flussi di ricchezza associati con l’imperialismo si sono invertiti dovremmo porci un interrogativo più pertinente: i paesi capitalisti sviluppati dell’Europa, del Nord America e il Giappone continuano a drenare ricchezza dalla Cina a da altri “paesi emergenti” in Asia, Africa e America Latina? A meno che Harvey non ritenga i flussi di ricchezza dall’Africa e dall’America Latina verso “Occidente” grandi abbastanza da compensare il presunto flusso da Occidente verso il “blocco dell’Asia orientale”, la sua risposta dovrebbe essere no, non è più così.

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Le realtà sul terreno: replica di David Harvey a John Smith

di David Harvey

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David Harvey

John Smith si è perso nel deserto, prossimo a morire di sete. Il suo fidato GPS gli segnala la presenza d’acqua dieci miglia ad Est. Dato che ritiene si debba leggere “dal Sud al Nord globali” al posto di “dall’Oriente verso l’Occidente”, si incammina verso Sud per non essere più visto. Questa, ahimè, è la qualità dei rilievi che mi rivolge.

L’Oriente di cui parlo quando osservo che la ricchezza si è spostata, in tempi recenti, da Occidente verso Oriente è costituito dalla Cina, oramai la seconda economia più grande al mondo (laddove si consideri l’Europa un’unica economia) seguita al terzo posto dal Giappone. Si aggiunga Corea del Sud, Taiwan e (con una certa licenza geografica) Singapore e ci si trova di fronte ad un potente blocco nel contesto dell’economia globale (talvolta identificato come modello di sviluppo capitalistico delle “oche volanti”), il quale rappresenta, al momento, circa un terzo del PIL globale (rispetto al Nord America, che conta ora solo per poco più di un quarto). Se guardiamo indietro a come era configurato il mondo, diciamo per esempio nel 1960, allora l’incedibile crescita dell’Asia orientale come centro di potere dell’accumulazione globale di capitale appare in tutta la sua evidenza.

Cinesi e Giapponesi posseggono ormai enormi fette del sempre crescente debito USA. Vi è stata anche un’interessante sequenza, in cui ogni economia nazionale dell’Asia orientale si è attivata alla ricerca di un fix spaziale per le massicce quantità di capitale eccedente, accumulate all’interno dei rispettivi confini. Il Giappone ha iniziato a esportare capitale alla fine degli anni Sessanta, la Corea del Sud alla fine dei Settanta e Taiwan nei primi Ottanta. Non poco di tale investimento è andato verso il Nord America e l’Europa.

Adesso è il turno della Cina. Un mappa degli investimenti esteri cinesi nel 2000 appariva vuota. Ora la loro ondata sta attraversando non solo la “Nuova via della seta”, lungo l’Asia centrale in direzione dell’Europa, ma anche l’Africa orientale, in particolare, e sino all’America Latina (più della metà degli investimenti esteri in Ecuador proviene dalla Cina). Quando la Cina ha invitato leader da tutto il mondo a partecipare, nel maggio del 2017, alla conferenza della Nuova via della seta, oltre quaranta fra loro sono venuti ad ascoltare il presidente Xi enunciare quello che molti hanno visto come l’esordio un nuovo ordine mondiale, nel quale la Cina dovrebbe essere una (se non la) potenza egemone. Questo significa che la Cina è la nuova potenza imperialista?

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Come David Harvey nega l’imperialismo

di John Smith

phpThumb_generated_thumbnailDavid Harvey, autore di La guerra perpetua: analisi del nuovo imperialismo e di altri acclamati volumi sul capitalismo e l’economia politica marxista, non solo crede che l’epoca dell’imperialismo sia conclusa, ma è anche convinto si sia ribaltata. Nel suo commento su A Theory of Imperialism di Prabhat e Utsa Patnaik, egli afferma:

Coloro fra di noi convinti che le vecchie categorie di imperialismo, al giorno d’oggi, non funzionino adeguatamente, non negano in alcun modo i complessi flussi di valore che espandono l’accumulazione di ricchezza e potere in una parte del mondo a scapito di un’altra. Semplicemente, riteniamo che tali flussi siano molto più complicati e cambino continuamente direzione. Lo storico drenaggio di ricchezza dall’Oriente verso l’Occidente, protrattosi per oltre due secoli, ad esempio, è stato in larga parte invertito negli ultimi trent’anni (enfasi mia, qui e nel prosieguo – JS, p. 169).

Invece di “dall’Oriente verso l’Occidente” si legga “dal Sud al Nord globali”, ovvero, paesi a basso salario e quelli che alcuni, incluso l’autore in questione, definiscono paesi imperialisti. Per riprendere la sorprendente affermazione di Harvey: durante l’epoca neoliberista, vale a dire, gli ultimi trent’anni, Nord America, Europa e Giappone non solo hanno cessato il loro secolare saccheggio di ricchezza da Africa , Asia e America Latina, ma il flusso è stato addirittura invertito: “i paesi in via di sviluppo” stanno ora drenando ricchezza dai centri imperialisti. Questa asserzione, fatta senza portare alcuna evidenza a suo sostegno o una qualsivoglia stima di grandezza, riprende affermazioni analoghe contenute nelle precedenti opere di Harvey. In Diciassette contraddizione e la fine del capitalismo, ad esempio, agli sostiene:

Le disparità nella distribuzione globale di ricchezza e reddito fra paesi si sono molto ridotte, con la crescita del reddito pro capite in molte parti del mondo in via di sviluppo. Il drenaggio netto di ricchezza, che per oltre due secoli è stato prevalentemente dall’Est verso l’Ovest, ora ha invertito la sua direzione, da quando l’Asia orientale in particolare è salita alla ribalta come grande potenza nell’economia globale (p. 173).

La prima frase della citazione esagera enormemente la convergenza globale: una volta rimossa la Cina dal quadro, e dato conto delle accresciute diseguaglianze di reddito in molte nazioni del sud, nessun progresso reale è stato compiuto nel superare l’enorme divario in termini di salari reali e livello di vita tra “Occidente” e resto del mondo.

La seconda frase è confutata da un rapido esame della più importante trasformazione verificatasi nell’epoca neoliberista – lo spostamento dei processi produttivi verso i paesi a basso salario. Le imprese multinazionali con sede in Europa, Nord America e Giappone hanno guidato questo processo, tagliando i costi di produzione e aumentando i margini di profitto, tramite il rimpiazzo della relativamente ben pagata manodopera domestica con quella estera più a buon mercato. Nel suo  Outsourcing, Protecionism, and the Global Labor Arbitrage Stephen Roach, già economista presso Monrgan Stanley, nonché suo responsabile per le operazioni in Asia, ne ha spiegato il motivo:

In un’epoca di eccesso d’offerta, le aziende sono quantomai prive di potere contrattuale relativo ai prezzi. Come tali, si trovano a dover essere inesorabili nella ricerca di nuove forme di efficienza. Non sorprende dunque che il centro di simili sforzi sia il lavoro, il quale rappresenta la maggior parte dei costi di produzione nel mondo sviluppato… I tassi salariali in Cina e India vanno dal 10 al 25% di quelli di lavoratori comparabili negli USA e resto del mondo sviluppato. Conseguentemente, la delocalizzazione che estrae prodotto da lavoratori a salario relativamente basso, nel mondo in via di sviluppo, è divenuta una sempre più urgente tattica di sopravvivenza per le aziende delle economie sviluppate.

La vasta scala raggiunta dalla delocalizzazione della produzione verso i paesi a basso salario, sia attraverso investimenti diretti esteri che tramite rapporti più indiretti, significa uno sfruttamento di gran lunga superiore della manodopera del Sud da parte delle imprese multinazionali di USA, Europa e Giappone, dunque legioni di lavoratori soggetti ad un maggiore tasso di sfruttamento. Talvolta, David Harvey, sembra riconoscere tale realtà. Nella sua critica ai Patnaik, ad esempio, appena due paragrafi prima dell’affermazione secondo la quale l’Oriente sta ormai drenando ricchezza dall’Occidente, osserva che “Foxconn, che produce i computer Apple in un regime lavorativo di supersfruttamento per i lavoratori migranti nel sud della Cina, registra un 3% di profitto, laddove Apple, la quale vende i PC nei paesi metropolitani, realizza il 27%”. Eppure, tutto ciò, nonché il quadro più ampio di cui fornisce un’eloquente illustrazione, implicano nuovi e sempre maggiori flussi di valore e plusvalore per le imprese multinazionali di USA, Europa e Giappone provenienti da lavoratori a basso salario cinesi, bangladesi, messicani e di altre aree, oltreché ragione di individuare in una simile trasformazione il segno di un nuovo stadio nello sviluppo dell’imperialismo. David Harvey, a dispetto delle evidenze, e tuttavia riflettendo un diffuso punto di vista fra i marxisti nei paesi imperialisti, ritiene sia vero il contrario.

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L’Unione europea come progetto di classe e strategia imperialista

di Panagiotis Sotiris e Spyros Sakellaropoulos

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Gli interrogativi circa il carattere dell’Unione europea, intesa come progetto di classe, non hanno ricevuto la dovuta attenzione nei dibatti marxisti, e ciò malgrado alcuni importanti interventi, proprio da parte parte marxista, miranti a una teorizzazione dell'”integrazione europea” [1]. In contrasto rispetto alla tendenza a concepire teoricamente tale processo quale evoluzione di una federazione o confederazione, ci concentreremo sulle strategie di classe in esso inscritte. Un simile approccio dimostrerà come non ci si trovi di fronte ad una forma statale sovranazionale, bensì ad un’avanzata forma assunta dalla coordinazione e integrazione gerarchiche (e necessariamente contraddittorie) del progetto delle classi e stati capitalisti europei, in cui la riduzione della sovranità statale consente una strategia di intensificato sfruttamento capitalistico. Un approccio dal quale scaturiscono conseguenze di natura non solo analitica, ma anche politica, additando la continua rilevanza, per le classi subalterne, di una strategia finalizzata alla rottura del processo di integrazione europea.

Tenteremo dunque di analizzare il carattere di classe dell’Unione europea nella sua evoluzione storica, e le modalità della sua incorporazione all’interno del sistema imperialista. Su queste basi, cercheremo di valutare le dinamiche di integrazione e l’attuale crisi del “progetto europeo”.

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Il nemico interno: l’imperialismo USA in Siria

di Patrick Higgins

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Diana al-Hadid, Nolli’s Orders, 2012

“Tutti i complotti sono uniti tra loro; come le onde che sembrano fuggirsi eppure si mescolano”

– Louis Antoine de Saint-Just

“… là dove non esiste il disordine, gli imperialisti lo creano…”

– C.L.R. James, I giacobini neri

Nel 1971, al culmine della spaventosa e omicida guerra statunitense al Vietnam, un gruppo di cineasti radicali argentini e italiani, conosciuti come Colectivo de Cine del Tercer Mundo, realizzarono un film dal titolo provocatorio: Palestine, Another Vietnam. Un titolo che dice molto in poche parole, una breve dichiarazione gravida di possibili significati. La principale suggestione del titolo – ovvero, che tanto il Vietnam quanto la Palestina fossero obiettivi di un’aggressione imperiale, così come di una resistenza ad essa – non sarebbe stata in alcun modo fuori luogo, o insolita, negli ambienti della sinistra globale del 1971. In effetti, i rivoluzionari palestinesi dell’epoca prestavano non poca attenzione al Vietnam, studiando sia le brutali tattiche militari utilizzate dall’imperialismo USA al fine di schiacciare un movimento rivoluzionario di popolo, sia la storica resistenza del popolo vietnamita. Quale lezione si poteva trarre da tutto ciò?

A questo proposito, nel 1973, allorquando la rivoluzione anti-coloniale vietnamita proclamava la vittoria sulla superiorità militare degli Stati Uniti, un gruppo di rivoluzionari palestinesi e intellettuali arabi convocava una tavola rotonda moderata da Haytham Ayyoubi, capo della Divisione studi militari dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP). “Gli Stati Uniti, col loro violento intervento contro la rivoluzione e il popolo vietnamiti, hanno tentato di porre una questione, e lo hanno fatto nella pratica”, così dichiarava Tahsin Bashir, allora Assistente del Segretario generale della Lega araba. Gli Stati Uniti volevano lasciare intendere che “la scienza e tecnologia moderne, ricorrendo a computer e pianificatori, erano in grado di sconfiggere gli umani”. In risposta a questa arrogante affermazione, Bashir sosteneva quella che, a suo modo di vedere, era la principale lezione scaturita dalla fallimentare guerra USA al Vietnam: “Il successo dell’esperienza vietnamita si basa su quello degli umani sulla tecnologia”. Dawud Talhami, della Divisione studi mondiali del Centro di ricerche dell’OLP, proclamava il Vietnam come “l’esperienza più ricca fornitaci dall’eredità rivoluzionaria moderna nell’affrontare le più diverse forme di oppressione”. Dopo tutto, si trattava di una società, quella del Vietnam, che gli USA avevano cercato di distruggere – esattamente come le forze del colonialismo britannico e il sionismo in Palestina, anche prima delle devastanti vicende del 1948, quando le milizie sioniste, attuando una pulizia etnica, avevano espulso circa 750.000 palestinesi, riducendo la società palestinese in brandelli. Nel caso del Vietnam, ci si trovava di fronte ad una società che era riuscita a liberarsi dalle forze della distruzione imperialista.

Non stupisce il fatto che nessuna copia di Palestine, Another Vietnam sia sopravvissuta in pellicola – un film dimenticato, al pari di molto altro risalente all’epoca della solidarietà antimperialista durante la quale era stato realizzato. Dopo la controrivoluzione globale degli anni Ottanta, sembrava, specialmente agli occhi degli intellettuali di sinistra o ex tali, che l’internazionalismo antimperialista dei tardi anni Sessanta e dei primi Settanta fosse ormai divenuto un relitto del passato. Inoltre, emergeva un certa forma di consenso circa la campagna militare USA in Vietnam, secondo la quale: si era trattato del prodotto di una crisi, una disavventura e un pantano nei quali i panificatori imperiali statunitensi erano incappati con estrema violenza, controintuitiva, per altro, riguardo agli interessi USA. Ma a passare in rassegna gli odierni obiettivi dell’imperialismo statunitense, in particolare nel mondo arabo, pur tenendo in conto tutte le differenze tra allora e oggi, la pratica USA consistente nel distruggere le società nella loro interezza, ciò che effettivamente tentarono di fare gli Stati Uniti in Vietnam, si direbbe operante a pieno regime. La Palestina, causa storicamente fondamentale per il mondo arabo, rimane in stato di occupazione. I paesi vicini, Iraq, Libia, Yemen e Siria sono stati frammentati e, in alcune parti, ridotti a brandelli. Si è fatta strada l’ipotesi secondo la quale ciascuno di questi paesi – ognuno oggetto della violenza militare su larga scala degli USA – costituisca una “Nakba”, o “catastrofe”, il termine utilizzato dagli arabi in riferimento alle vicende della Palestina del 1948, riassumibili in un tentativo di cancellazione della società palestinese nel suo complesso, tramite l’invasione militare sionista, seguita dalla pulizia etnica e dall’assassinio degli abitanti palestinesi, cui fece seguito la sostituzione ai nomi dei villaggi e alle infrastrutture fisiche palestinesi di quelli israeliani.

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Lenin filosofo: la sfida del materialismo

di Lilian Truchon

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Lenin e Bogdanov, ospiti di Gorkij a Capri nel 1908, durante una partita a scacchi

Affrontare Lenin in quanto filosofo, significa discutere lo statuto del materialismo e la sfida politica in ciò insita. A tal proposito, Materialismo ed empiriocriticismo è un’opera fondamentale del suo pensiero filosofico. Scritto nel 1908 e pubblicato nel 1909, questo lavoro tratta in particolare la teoria della conoscenza dal punto di vista del materialismo. Avremo modo di vedere, tra l’altro, come proprio qui si trovi il nocciolo del materialismo di Lenin. Innanzitutto, è doveroso sottolineare che, agli occhi del rivoluzionario russo, la sfida consistente nella difesa del materialismo non ha origine in una semplice questione filosofica o epistemologica: si tratta anche di una questione politica. In effetti, secondo Lenin, conoscere il mondo circostante «obiettivamente» è condizione necessaria per trasformarlo efficacemente, in modo tale che le cause reali dei fenomeni e delle forze operanti nella natura, e nella società, non risultino dissimulate dietro la facciata, indefinitamente rimaneggiata, di convenzioni sociali e ideologie dominanti.

Prima di entrare nel vivo della materia, vorrei fornire una rassegna delle numerose idee preconcette riguardanti il contesto in cui è stato redatto Materialismo ed empiriocriticismo. Infatti, benché false, queste ultime continuano, nonostante tutto, a trovare spazio nei vari commenti sull’opera in questione. È anche il caso dei migliori studiosi della vita e dell’opera di Lenin, come lo storico Lars Lih. Nel suo volume biografico Lenin, pubblicato nel 2011, egli afferma che Materialismo ed empiriocriticsmo era frutto di «appunti diligenti» circa soggetti con i quali il rivoluzionario russo aveva scarsa familiarità. Ora, un semplice vaglio del numero di libri e articoli – oltre duecento, tra filosofia, epistemologia, fisica e biologia, in molteplici lingue e citati o riassunti con spirito di sintesi- dimostra l’esatto contrario di quanto sostenuto da Lih. In effetti, Lenin aveva studiato in maniera approfondita la questione. Prendiamo come esempio Diderot e i riferimenti ai testi del filosofo francese. Non solo il rivoluzionario russo cita la Lettre sur les aveugles e L’entretien de D’Alembert avec Diderot da un edizione francese delle opere complete di Diderot, pubblicate in origine nel 1857, ma non si inganna neanche nella scelta delle citazioni appropriate. Dunque, un lettore intelligente nel suo individuare i passi rilevanti del dialogo immaginario con Berkley proposto dal filosofo francese. Una padronanza, quella di Lenin, acquisita in anni di studio da autodidatta della filosofia, studio iniziato in particolare nel 1898, allorquando emersero le polemiche, in seno al movimento socialista internazionale, tra Kautsky e Bernstein, nel contesto di quella che diverrà nota come prima crisi del marxismo. In tale frangente, Lenin aveva letto specialmente Kant e i materialisti francesi dell’età dei lumi, come il barone d’Holbach, Helvetius e, per l’appunto, Diderot.

Altro preconcetto, quello secondo il quale esisterebbe una rottura epistemologica all’interno degli stessi scritti di Lenin, ovvero tra, da una parte, le tesi difese in Materialismo ed empiriocriticismo e, dall’altra, quelle avanzate nei Quaderni filosofici, risalenti in buona sostanza al biennio 1914-1915. Una tesi, questa della rottura, sostenuta negli anni Sessanta sopratutto da Louis Althusser; eppure esiste un punto di vista analogo meno noto, ossia, quello del marxista tedesco Karl Korsch. Quest’ultimo affermava che, nel momento in cui Lenin esponeva le proprie teorie sul materialismo, nel 1909, ciò avveniva in totale contraddizione con quanto detto, dallo stesso Lenin, nel 1894. In seguito spiegherò perché le dichiarazioni di Althusser e Korsch siano da ritenersi fallaci. Anziché una rottura, dunque, è doveroso sottolineare una continuità sostanziale tra l’opera del 1909 e il resto della battaglia filosofica di Lenin. Così, quando critica l’idealismo degli empiriocriticisti russi, secondo i quali l’essere sociale e la coscienza sociale sono esattamente identici, egli riprende nuovamente un vecchia polemica contro la sociologia soggettiva dei populisti russi, salvo che, nel 1909, ha luogo all’interno delle fila bolsceviche.

Desidero anche affrontare le ragioni politiche che hanno spinto Lenin a scrivere il suo libro. Alcuni storici sostengono la tesi secondo la quale Materialismo ed empiriocriticismo è stato una bieca manovra politica, finalizzata a regolare i conti con Aleksandr Bogdanov, senza dubbio, all’epoca, il più importante dirigente bolscevico dopo Lenin. In breve, quest’ultimo, avrebbe peccato di sincerità nella sua polemica filosofica con Bogdanov. Riguardo al quale, a questo punto, si rende necessario fornire alcune indicazioni biografiche, considerato che il suo nome verrà più volte citato, oltre ad avere una certa importanza ai fini della comprensione dei rapporti con Lenin. Bogdanov era stato un compagno di lotta per Lenin sin dal 1904. Aveva svolto un ruolo decisivo nella battaglia contro i menscevichi, oppositori dei bolscevichi in seno al Partito operaio socialdemocratico russo (POSDR). L’anno successivo, il 1905, Bogdanov diveniva il leader dei bolscevichi in Russia, data l’assenza di Lenin, all’epoca in esilio. A questo titolo, egli ebbe modo in particolare di rappresentare il proprio partito nel soviet di San Pietroburgo, durante la rivoluzione del 1905. Tuttavia, a partire dal 1906, Bogdanov fece sistematicamente appello, contro il parere di Lenin, al boicottaggio della Duma, il parlamento russo appena istituito. Ora, Lenin non coglie ogni occasione per esprimere le proprie divergenze rispetto a Bogdanov circa la strategia politica da seguire in Russia. Sono altri testi, i quali niente hanno a che fare col materialismo, a dargli l’opportunità di criticare il boicottaggio e l’assenteismo politico del rivale. D’altra parte, in modo da preservare l’unità politica della frazione bolscevica, costituitasi solo pochi anni prima in seno al Partito operaio socialdemocratico russo, Lenin era deciso ad evitare dispute pubbliche di natura filosofica ed epistemologica, oltreché a mantenere tali divergenze teoriche con Bogdanov su un terreno neutro. Ma la situazione cambia a partire dal 1907. Sebbene l’attacco contro il materialismo fosse in corso da lungo tempo, Bogdanov e i suoi alleati conducevano ormai contro di esso un’offensiva propagandistica ed editoriale, specialmente con la pubblicazione, l’anno seguente (1908), di una raccolta intitolata Saggi intorno alla filosofia del marxismo. A detta degli autori, la vera epistemologia socialista era quella traente ispirazione dall’empiriocriticismo, vale a dire, la teoria della conoscenza proposta dal fisico austriaco Ernst Mach e dal filosofo Richard Avenarius.

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Il marxismo e la storiografia della Rivoluzione messicana

di Luis F. Ruiz

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Un esercito di popolo: soldati, soldatesse e i loro figli (foto, Sabino Osuna)

Studiosi appartenenti ai più diversi ambiti accademici hanno cercato di dare un senso alla Rivoluzione messicana, ovvero a un movimento iniziato come ribellione pluriclassista alla dittatura di Porfirio Diaz, ma sfociato in una serie di scontri regionali in cui fazioni, con agende contrastanti, combattevano l’una contro l’altra  in una lotta per la terra, il potere e l’autonomia. La complessa sequenza di eventi dispiegatasi in Messico, tra il 1910 e il 1920, ha ispirato (e continua ad ispirare) gli storici a proporre differenti interpretazioni del processo rivoluzionario. Questo articolo discuterà come le interpretazioni fornite da diversi storici marxisti hanno modellato la storiografia della Rivoluzione messicana. I modelli interpretativi sviluppati da due generazioni di marxisti – quelli degli anni Trenta e le loro controparti dei Settanta – hanno influenzato le modalità attraverso le quali gli studiosi hanno percepito la storia del Messico in generale, e della sua rivoluzione in particolare. A grandi linee, gli storici marxisti l’hanno definita come (a) un’abortita o incompiuta rivoluzione proletaria, e (b) la vittoria della media borghesia e dello sviluppo del capitalismo.

Dopo il 1980, tuttavia, il contributo del marxismo è stato sminuito e marginalizzato da un certo numero di eminenti storici messicanisti [1]. I tradizionalisti hanno messo in questione i meriti delle sintesi marxiste, mentre i revisionisti affermavano che ogni sintesi, compresa dunque quella marxista, aveva fallito nel fornire una spiegazione alle apparenti incongruenze della Rivoluzione messicana. Negli ultimi venticinque anni, un numero crescente di storici ha scelto quindi di interpretarla come un insieme di “molte rivoluzioni”, verificatesi contemporaneamente nelle varie regioni del paese. Studi recenti si sono concentrati su aspetti particolari, come i singoli individui, le fazioni, le industrie, le classi, la razza, il genere e le aree geografiche [2]. I revisionisti si sono orientati verso la storia regionale, sancendo l’obsolescenza delle interpretazioni marxiste [3]. L’obiettivo del presente articolo, per tanto, consiste nel rivalutare il posto occupato dai marxisti nella storiografia della Rivoluzione messicana. Le interpretazioni marxiste , dunque, son davvero obsolete? Come possono contribuire ulteriormente a scrivere la storia di questo evento?

Messicanisti come Alan Knight e David Bailey hanno imputato al marxismo di ridurre meccanicamente la Rivoluzione a una storia di scontro di classe ed economico [4]. Ma le interpretazioni marxiste non andrebbero definite esclusivamente quali sistematiche applicazioni dell’ideologia alla storia. Le varie argomentazioni prodotte da due generazioni di marxisti hanno creativamente mediato tra un’ideologia rigida e i caotici, apparentemente incoerenti, eventi svoltisi fra il 1910 e il 1920. Sebbene gli storici marxisti non abbiano fornito soluzioni a tutti i problemi storiografici, le loro interpretazioni hanno costretto altri storici a riconsiderare l’importanza dei movimenti radicali, dei rapporti di classe e dei cambiamenti sociopolitici ed economici verificatisi, plasmandone la storia, durante la Rivoluzione messicana. Inoltre, i marxisti hanno sviluppato alcuni modelli concettuali che gli storici futuri potranno utilizzare quali piattaforme su cui costruire interpretazioni alternative della Rivoluzione.

Dunque chi erano questi marxisti? Tutte le personalità che verranno discusse erano storici, intellettuali o studiosi che si servivano della metodologia marxista al fine di interpretare la storia. Per quanto molti fra di essi fossero coinvolti in attività politiche, concentrerò la mia attenzione sulla loro opera come storici, e non quali politici, agitatori o membri di partito [5]. La prima generazione di marxisti emerse negli anni Trenta, e tra i suoi principali esponenti vi erano i messicani Rafael Ramos Pedrueza e Alfonso Teja Zabre. I marxisti degli anni Trenta ottennero preminenza nel contesto del regime di sinistra di Lázaro Cárdenas (1934-1940). Ammiratori della Rivoluzione russa, furono tra i primi a introdurre il marxismo nei circoli intellettuali messicani [6]. Al termine del mandato di Cárdenas, tuttavia, il paese attraversò un periodo maggiormente conservatore tra il 1940 e il 1968. In quest’epoca, il marxismo iniziò a perdere consenso fra i politici e gli intellettuali messicani. In seguito, due eventi di enorme influenza – la Rivoluzione cubana ed il Massacro di Tlatelolco nel 1968 – suscitarono un rinnovato interesse per il marxismo, dando vita ad una seconda generazione di storici ad esso ispirati. Si trattava di studiosi impegnati nella revisione della precedente interpretazione marxista, ponendo tutta una serie di questioni inedite. Ad esempio, iniziarono a definire il porfiriato, cioè i trentacinque anni di dittatura che precedettero la Rivoluzione, come una fase di consolidamento del capitalismo borghese, anziché un periodo di semi- feudalismo (come suggerito invece dalla generazione degli anni Trenta). Il gruppo degli anni Settanta comprendeva i messicani  Arnaldo Córdova ed Enrique Semo, l’argentino Adolfo Gilly, gli statunitensi James Cockcroft, Donald Hodges e Ross Gandy, nonché il messicano-americano  Ramón Eduardo Ruiz.

Le figure citate non comprendono tutti i marxisti che si sono espressi a proposito della Rivoluzione messicana. Altri, compresi José Carlos Mariátegui, Leon Trotsky e Vicente Lombardo Toledano, hanno contribuito alla storiografia, scrivendo su riviste, giornali e pubblicando pamphlet. Tuttavia, questo studio si concentrerà prevalentemente sul lavoro di coloro che hanno sviluppato un’analisi della Rivoluzione più comprensiva e dettagliata. I modelli marxisti che verranno presi in considerazione derivano specificamente da monografie sulla Rivoluzione messicana. Le interpretazioni proposte dai diversi storici marxisti possono essere raggruppate in sei modelli. Quello degli anni Trenta include (1) la teoria della rivoluzione borghese democratica di Ramos Pedrueza e (2) l’idea di marxismo umanista di Teja Zabre. Quello degli anni Settanta comprende (3) la teoria della non-rivoluzione di Ruiz e Cockroft, (4) il modello bonapartista proposto da Córdova, Hodges e Gandy, (5) il ciclo di rivoluzioni borghesi avanzato da Semo e (6) la rivoluzione interrotta teorizzata da Gilly.

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