Natura, lavoro e ascesa del capitalismo

di Martin Empson

15244333759_02a030bfe8_z
Capanne Montagnais e Nasquapee, Seven Islands. Foto: Biblio Archives/Library Archives 

Il capitalismo intrattiene un rapporto peculiare, per usare un eufemismo, col mondo naturale. (1) Karl Marx lo ha riassunto al meglio nei Grundrisse, dove ha scritto che con l’ascesa del modo di produzione capitalistico, “la natura diviene puro oggetto per l’uomo, puro oggetto dell’utilità; cessa di essere riconosciuta come potenza per sé; e la stessa conoscenza teoretica delle sue leggi autonome appare soltanto come un’astuzia per assoggettarla ai bisogni umani sia come oggetto del consumo sia come mezzo della produzione”. (2) Nella stessa sezione, egli nota come “il capitale crea dunque la società borghese e l’appropriazione universale tanto della natura quanto della connessione sociale stessa da parte dei membri della società”.

Questo rapporto strumentale col mondo naturale contrasta bruscamente con le modalità attraverso le quali la natura è stata considerata, ed usata, dalle precedenti società umane. Un’interazione inedita con la natura emersa dalle violente trasformazioni sociali che hanno accompagnato lo sviluppo del capitalismo in Europa occidentale, estendendosi con la diffusione di tale sistema al resto dl mondo. Marx ha catalogato le molteplici forme di saccheggio e distruzione perpetuate dal primo capitalismo, nel suo rifare il mondo a propria immagine: “La scoperta delle terre aurifere e argentifere in America, lo sterminio e la riduzione in schiavitù della popolazione aborigena, seppellita nelle miniere, l’incipiente conquista e saccheggio delle Indie Orientali, la trasformazione dell’Africa in una riserva di caccia commerciale delle pelli nere, sono i segni che contraddistinguono l’aurora dell’era della produzione capitalistica. Questi procedimenti idillici sono momenti fondamentali dell’accumulazione originaria“. (3) Il capitale, conclude egli in un celebre passo, fa il suo ingresso nel mondo “grondante sangue e sporcizia dalla testa ai piedi, da ogni poro”, nel momento in cui la natura stessa viene subordinata alle esigenze del sistema. (4)

In tutte le società storiche, gli esseri umani hanno avuto una qualche forma di interazione metabolica con la natura. Quest’ultima è sempre stata trasformata, tramite il lavoro, al fine di soddisfare le nostre necessità – in effetti, per ricorrere alle parole di Marx, l’essenza del lavoro è “appropriazione degli elementi naturali pei bisogni umani”:

In primo luogo il lavoro è un processo che si svolge fra l’uomo e la natura, nel quale l’uomo, per mezzo della propria azione, media, regola e controlla il ricambio organico tra se stesso e la natura: contrappone se stesso, quale una fra le potenze della natura, alla materialità della natura. Egli mette in moto le forze naturali appartenenti alla sua corporeità , braccia e gambe, mani e testa, per appropriarsi i materiali della natura in forma usabile per la propria vita. Operando mediante tale moto sulla natura fuori di sé e cambiandola, egli cambia allo stesso tempo la natura sua propria. (5)

Il capitalismo ha costituito una rottura radicale col passato: per la prima volta la produzione di beni fondamentali è stata guidata dall’accumulazione di ricchezza fine a se stessa, e non primariamente dalla soddisfazione dei bisogni umani. Tale sistema di generalizzata produzione delle merci ha cambiati anche noi stessi. Noi ci ritroviamo ad essere alienati dal mondo naturale, poiché i prodotti del nostro lavoro non sono più sotto il nostro controllo. La stessa nostra percezione della natura è modellata da un sistema economica che tratta “l’ambiente” come una raccolta di merci da sfruttare per il profitto.

Continue reading “Natura, lavoro e ascesa del capitalismo”

Da Naxalbari al Chhattisgarh

Mezzo secolo di maoismo in India

di Sumanta Banerjee

Sumanta Banerjee (suman5ban@yahoo.com), commentatore politico e collaboratore di lunga data di Economic & Political Weekly, è noto soprattutto per il suo libro In the Wake of Naxalbari: a History of the Naxalite Movement in India (1980).

Sebbene il movimento naxalita/maoista continui ad assillare lo stato indiano, il suo futuro non è assicurato, poiché la strategia rivoluzionaria di Mao, concepita per la Cina del periodo 1920-40, non è più applicabile all’India attuale. Il movimento, tuttavia, ha agito involontariamente come catalizzatore di riforme progressiste nell’India rurale. Una strategia rivoluzionaria post-maoista, tuttavia, non sembra essere all’ordine del giorno.

maxresdefault

Nel maggio del 1967 un’insurrezione contadina in un oscuro angolo della punta nordorientale del Bengala occidentale, noto come Naxalbari, innescò un movimento che avrebbe continuato ad ossessionare lo stato indiano nei cinquant’anni successivi. Sebbene la rivolta venisse schiacciata dalla polizia nel giro di pochi mesi, niente sarebbe più stato come prima in India. Le braci ardenti sotto i corpi di coloro che vennero cremati (i manifestanti contadini uccisi dalla polizia, ancor’oggi venerati come martiri nella storiografia del movimento naxalita) hanno esteso l’incendio ad altre aree del paese. Alcuni anni dopo, un poeta hindi, originario dell’India settentrionale, così esprimeva il clima di solidarietà evocato dal nome Naxalbari:

… Questa semplice parola di quattro sillabe

Non è solo il nome di un villaggio,

Bensì il nome dell’intero paese. (1)

Il diffondersi del messaggio da questo villaggio alle altre parti del paese nel corso dell’ultimo mezzo secolo solleva alcune questioni socioeconomiche e politiche basilari:

(i) la lotta armata naxalita/maoista ha costituito il più longevo movimento rivoluzionario nella storia della resistenza contadina in India. Il sostegno di cui gode può essere attribuito alla persistenza delle rivendicazioni dei poveri delle aree rurali, in particolare i dalit ed i cosiddetti tribali, che il Partito comunista d’India (maoista) [PCI (maoista)] è stato in grado di mobilitare in un movimento contro lo stato; (ii) la risposta dello stato indiano alle loro istanze è sempre consistita nel seguire la vecchia politica coloniale, e militarista, di soppressione di qualsiasi protesta da parte dei contadini in ogni parte dell’India – che si tratti della resistenza armata a guida maoista nell’Andhra Pradesh, nello Chhattisgarh o persino delle dimostrazioni nonviolente organizzate da coloro che sono stati espulsi dalle proprie case, in conseguenza di progetti come la diga Sardar Sarovar nel Gujarat, o l’acciaieria POSCO nell’Odisha; (iii) la necessità di un’autoanalisi tra i vertici e i seguaci del PCI (maoista) riguardo la loro strategia e tattica, nonché circa la direzione futura del movimento.

Può essere utile, a tal proposito, ricostruire in breve la traiettoria del movimento naxalita durante gli ultimi cinquant’anni.

Continue reading “Da Naxalbari al Chhattisgarh”

Il mito dell’imperialismo russo: in difesa dell’analisi di Lenin

di Renfrey Clarke e Roger Annis

Il testo seguente è una versione più lunga di un precedente saggio: Perpetrator or victim? Russia and contemporary imperialism, di Renfrey Clarke e Roger Annis, pubblicato sul sito Links International Journal of Socialist Renewal, nel febraio del 2016.

In tempi recenti, un’aspra controversia si è sviluppata in seno alla sinistra internazionale riguardo al posto occupato dalla Russia nell’odierno sistema capitalistico mondiale. Nello specifico, si tratta di una potenza imperialista, parte integrante del “centro” del capitalismo globale? Oppure le sue caratteristiche economiche, sociali e politico-militari la rendono parte della “periferia”, o semi-periferia, globali – ovvero, parte della maggioranza dei paesi che, a diversi livelli, sono oggetto dell’aggressione e del saccheggio imperialisti? [1]

Tradizionalmente, la sinistra marxista ha utilizzato il termine “imperialismo” con un alto grado di discernimento. Dunque, per i marxisti, l’imperialismo non è un qualcosa che emerge misteriosamente quando i leader si lasciano sovrastare dall'”avidità”. Né può essere ridotto alla semplice azione militare esterna, per quanto aggressiva. Per i marxisti, viceversa, l’imperialismo attuale nasce da specifiche caratteristiche dell’ordine economico e sociale dei paesi capitalistici più avanzati.

Lenin_2La classica definizione marxista di imperialismo nell’epoca moderna è stata fornita da Lenin nel suo pamphlet del 1916,  L’imperialismo, fase suprema del capitalismo. Secondo il punto di vista del leader bolscevico, il capitalismo avanzato emerso nei decenni precedenti presentava le seguenti caratteristiche salienti:

“1) la concentrazione della produzione e del capitale, che ha raggiunto un grado talmente alto di sviluppo da creare i monopoli come funzione decisiva nella vita economica; 2) la fusione del capitale bancario col capitale industriale e il formarsi, sulla base di questo «capitale finanziario», di un’oligarchia finanziaria; 3) la grande importanza acquistata dall’esportazione di capitale in confronto con l’esportazione di merci; 4) il sorgere di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti, che si ripartiscono il mondo; 5) la compiuta ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitalistiche.” [2]

A partire dagli ultimi decenni del XIX secolo, affermava Lenin, le economie dei paesi più industrializzati si erano mosse in direzione di una nuova fase di “capitalismo monopolistico”. Il controllo sulla vita economica da parte delle maggiori concentrazioni di capitale era giunto al punto che, in ognuno di questi paesi, l’influenza detenuta da un gruppo strettamente interconnesso dei più potenti capitalisti, finanziari e industriali, era fuori questione.

Tuttavia, ancora incapaci di trovare campi di investimento per buona parte del capitale accumulato (affetti, in altri termini, da un cronico surplus di capitali), i magnati finanziari-industriali si vedevano costretti a moltiplicare ed intensificare le proprie operazioni all’estero. Con sempre maggior frequenza, le operazioni di mercato del passato venivano ampliate e superate dagli investimenti diretti, gran parte dei quali in regioni in cui lo sviluppo del capitalismo era, in generale, molto più debole. In tali regioni – la “periferia” dell’emergente sistema imperialista – le nuove figure globali egemoni potevano trovare materie prime a basso costo, un’abbondante forza lavoro a bassi salari e clienti per i beni prodotti nei paesi del “centro”. Alla fine del XIX secolo, la necessità di mettere al sicuro i nuovi investimenti e respingere i competitori aveva condotto all’incorporazione di numerose aree della periferia all’interno di vasti imperi coloniali.

Continue reading “Il mito dell’imperialismo russo: in difesa dell’analisi di Lenin”

Marx, Engels, Bachofen e una leggenda urbana

di Christophe Darmangeat

marxengels
Marx ed Engels nella tipografia della Rheinische Zeitung 

Da alcuni decenni si assiste ad un fiorire, tra i commentatori (universitari) del marxismo, di molteplici variazioni intorno alla tesi di una presunta differenza d’idee che avrebbe diviso Marx ed Engels. Il metodo di tale tendenza consiste nel prendere paragrafi, frasi e persino la semplice punteggiatura (fornirò in seguito un esempio) al fine di dedurne le differenze di sfumatura, nonché di contenuto e di metodologia, che si ritiene abbiano contrapposto i due autori.

Ovviamente, si ha tutto il diritto di analizzare i testi. Ciò non significa che non lo si possa fare con una cera prudenza (mi verrebbe da dire con un certo buon senso); ogni esegeta dotato di un minimo di capacita, infatti, è in grado di individuare delle differenze (o similitudini) fra dei qualsivoglia estratti, che appartengano allo stesso autore o meno. Ora, nel caso di Marx ed Engels, si tratta di due autori che hanno collaborato lungo tutto il corso delle loro vite, firmato insieme libri, scritto in alcune occasioni capitoli per volumi pubblicati dall’altro e, last but not least, condiviso durante le loro battaglie le medesime posizioni politiche. Non posso certo vantarmi di conoscere integralmente la loro vastissima corrispondenza, ma nelle qualche centinaia di pagine che ho avuto modo di scorrere, non mi pare di aver trovato, sia pur una sola volta, una critica dell’uno riguardo all’altro che vada oltre la semplice sfumatura su di un punto preciso, e che si riferisca ad un testo pubblicato.

Detto in altri termini, vi è un che di pedante (e di ridicolo) nel voler a tutti i costi trovare delle differenze, persino delle contrapposizioni, tra personalità del tutto concordi nell’affermare come non ve ne fossero, oltre ad essere nella posizione di esprimere giudizi in proposito. Pertanto, non posso che rimanere perplesso quando, per esempio, Heather Brown, nel suo libro Marx Gender and the Family, pubblicato nel 2012 (disponibile a questo link), passati in rassegna numerosi autori (tra i quali Lukács, Carver, Manicas o l’ex segretaria di Lev Trotsky, Raya Dunayevskaya) sostenitori della tesi per cui Marx ed Engels non avevano lo stesso approccio al materialismo storico, vi aggiunge del suo:

“La differenza forse più significativa che è possibile trarre da una comparazione tra Marx ed Engels consiste nel carattere maggiormente determinista degli argomenti del secondo. Laddove Marx prende spesso atto della natura contingente di alcuni sviluppi e sottolinea le possibilità lasciate aperte all’azione umana – in aggiunta alle forze economiche e tecnologiche – nel cambiamento delle condizioni sociali, Engels volge la sua attenzione prioritariamente alle forze economiche e sociali al fine di spiegare le possibilità di mutamento. In tal modo, Engels rimane all’interno di un quadro relativamente determinista ed unilineare, mentre le formulazioni di Marx consentono una maggiore varietà di risultati, nonché uno spazio più ampio all’azione umana, in particolare per quanto riguarda le donne.”

Ma è davvero così?

Continue reading “Marx, Engels, Bachofen e una leggenda urbana”

«Brecht e Lukács», analisi di una divergenza d’opinioni

di Klaus Völker

Gli autori che si richiamano al socialismo sono condannati ad intraprendere la via del realismo? Ancora non vi è intesa sulla definizione e sui principi di tale estetica, eretta da György Lukács al rango di dogma. Nel corso degli anni Trenta, una controversia divise gli ambienti artistici e letterari, trovando eco nelle riviste specializzate. Incentrata prevalentemente sulla contrapposizione tra György Lukács e Bertolt Brecht, ma coinvolgendo anche personalità quali Ernst Bloch, o ancora, il compositore Hanns Heisler, la querelle divise autori e teorici su questioni di estetica sollevate dalla produzione letteraria dell’epoca. Al di là dei disaccordi su cosa costituisca o meno l’avanguardia letteraria di un regime, il dibattito mette in luce questioni fondamentali riguardo alla dialettica che forma e contenuto, finzione e realtà devono intrattenere, nonché circa il ruolo dello scrittore nella società.

E io credo che la nostra situazione attuale sia tale che noi siamo ancora lungi dall’aver distribuito botte abbastanza numerose e abbastanza efficaci contro la decadenza.

György Lukács, lettera ad Anna Seghers, 28/07/1938

Quale senso può mai avere tutto questo chiasso sul realismo, quando non ne viene fuori più niente di reale? (Come in alcuni saggi di Lukács).

Berolt Brecht, nota del 1938.

I

brecht-729x1024Il drammaturgo marxista Bertolt Brecht e lo storico della letteratura, anch’egli marxista, György Lukács non hanno mai nutrito molta stima l’uno dell’altro. Brecht vivente, fu Lukács ad avere il sopravento in tale controversia: la dottrina estetica ufficiale del realismo socialista, nei paesi a guida comunista, fondandosi essenzialmente sul lavoro teorico dell’erudito ungherese. Dopo il 1956, i discepoli più dogmatici di Lukács trattano il loro maestro come un «revisionista», canonizzando nel frattempo Brecht. Tuttavia, persino questa canonizzazione avviene secondo le parole d’ordine fornite da Lukács. Colui che aveva sempre ritenuto Brecht un’agente della «decadenza», zelantemente impegnato nella liquidazione della tradizione classica, sbalordiva tutti pronunciando un elogio funebre nel corso della serata in memoria di Brecht al Berliner Ensemble. In tale occasione, Lukács conferiva a Brecht il titolo di «autentico drammaturgo», al quale riconosceva la volontà di trasformare le masse spettatici ed auditrici della sua poesia. In Brecht, affermava, l’effetto estetico ne produce uno morale: «ma era proprio questo il senso più profondo della «catarsi» aristotelica, così come concepita da Lessing». Brecht si è sforzato di raggiungere un simile obiettivo, riuscendovi nelle sue opere migliori, e in ragione di ciò egli è stato vero drammaturgo.

Lukács, che collocava Brecht sullo stesso piano dei suoi drammaturghi favoriti, Ibsen,  Čechov e Shaw, ne fece anche, a titolo postumo, un discepolo di Aristotele e Lessing. Nell’introduzione all’edizione della Grmania dell’est della Breve storia della letteratura tedesca, Lukács si scusa, in modo assai singolare, per non aver mai fornito un’analisi rigorosa dell’opera di Brecht: «ero restio riguardo alla sua produzione dei primi anni Trenta, nonché alle sue teorie. Ciò si riflette chiaramente in questo libro. Non è stato che dopo il mio ritorno nel paese, nel momento in cui ho avuto modo di conoscere opere come L’anima buona del SezuanMadre coraggio e i suoi figli, ecc., che ho cambiato radicalmente opinione». Purtroppo, come Lukács stesso non manca di sottolineare con rimpianto, sino ad allora non vi era stato tempo di dare forma teorica a tale mutamento d’opinione.

lukacs1919Le sue rare dichiarazioni positive, o di moderata approvazione su Brecht non testimoniano alcun cambiamento fondamentale, ma lasciano supporre che egli volesse semplicemente dimostrare di aver sempre avuto ragione contro quest’ultimo, il quale nelle sue ultime opere si sarebbe avvicinato alla sua concezione estetica: «maturando, egli ha abbandonato gradualmente quel carattere eccessivamente immediato. Ne sono risultati dei drammi potenti, in grado di elevare l’intenzione posta a loro fondamento ad una dimensione creativa, di ordine poetico – a dispetto dell’effetto di straniamento». Certo, contemporaneamente, Lukács concede a Brecht che, malgrado le sue aberrazioni formaliste o avanguardiste, le sue ultime opere sono orientate «secondo la vera evoluzione della realtà»: «la realtà che l’avanguardismo contesta, sforzandosi di distruggerla tramite la sua estetica, costituisce il punto di partenza «dell’effetto di straniamento», nonché il suo obiettivo». Tuttavia, Lukács, ora non meno che in passato, rifiuta categoricamente la teoria brechtiana dello straniamento. Egli rimane fermo sulla propria concezione estetica e teoria del realismo, derivante da Goethe e dal romanzo borghese del XIX secolo. Laddove scopre presso un autore la scrittura auspicata e le «forme permanenti», egli ricorre alla classificazione di realista. Soltanto dopo aver rinunciato, durante l’esilio, «all’opposizione astratta», Brecht è pervenuto a creare degli autentici tipi umani. Questi ha allora riconosciuto «sempre più chiaramente, nel corso della battaglia contro l’hitlerismo, che far emergere la sostanza umana della minaccia esterna ed interna rappresentava il problema centrale della forma drammatica». Ciò nonostante, i suoi ultimi drammi rivelano, anch’essi, elementi d’astrazione tipici della sua fase di transizione. Brecht, dunque, ha rinunciato ad ammettere con sufficiente vigore che la «razionalità poetica» del suo programma necessitava di essere realizzata senza effetto di straniamento.

Continue reading “«Brecht e Lukács», analisi di una divergenza d’opinioni”

John Bellamy Foster, cinque risposte su marxismo ed ecologia

Il marxismo può rafforzare la nostra comprensione della crisi ecologica? L’autore di Marx’s Ecology, John Bellamy Foster, replica alle critiche su temi quali frattura metabolica, sviluppo umano sostenibile, decrescita, crescita demografica e industrialismo.

Introduzione: il sito indiano Ecologize ha recentemente pubblicato la prefazione scritta da John Bellamy Foster al libro di Ian Angus, Facing the Anthropocene. Nel commentare l’articolo di Foster, il giornalista ed attivista Saral Sarkar, il quale definisce il proprio punto di vista come eco-socialista, solleva alcuni interrogativi che sfidano l’utilità dell’analisi marxista ai fini della comprensione della crisi ecologica globale. La replica di Foster è stata pubblicata da Ecologize il 26 marzo.

Lo scambio, qui riproposto, affronta importanti questioni circa le prospettive marxiste sulla crisi ecologica globale.

ALCUNE DOMANDE PER JOHN BELLAMY FOSTER

di Saral Sarkar

Il professor Bellamy Foster è un rinomato studioso. E se il suo lavoro ha anche lo scopo di servire le cause nelle quali è impegnato, di certo vorrà rispondere alle seguenti domande/commenti di un lettore di quest’articolo:

Quale utilità può avere sostituire la nozione comunemente usata e ben comprensibile di “grande crisi ecologica” con quella marxiana, poco conosciuta e di difficile comprensione, di “frattura metabolica nel rapporto tra l’uomo e la terra”?

Vi sono alcune altre dichiarazioni/frasi che suscitano commenti critici: ad esempio, “creare un mondo di sviluppo umano sostenibile…”. Questo in particolare mi ha fatto sgranare gli occhi. “Sviluppo sostenibile”, sin dagli anni Ottanta, ha rappresentato una parola d’ordine dell’economia dello sviluppo capitalista. Ma il concetto non indicava niente di nuovo. Ovviamente, Bellamy Foster ricorre all’attributo aggiuntivo “umano”. Tuttavia, “sviluppo umano” è anch’esso un concetto in circolazione da lungo tempo. In parole povere, cos’altro significa se non crescita economica sostenibile?

Una semplice domanda: Bellamy Foster ritiene o meno che l’eco-socialismo dovrebbe avere come obiettivo immediato l’avvio di una politica di decrescita, una contrazione dell’economia nonché della popolazione? E come obiettivo di lungo termine un’economia socialista di stato stazionario ad un basso livello?

Sappiamo quanta devastazione ecologica hanno causato l’Unione Sovietica ed altri paesi “socialisti” dell’europa dell’est. Non è dunque corretto, a mio modo di vedere, affermare che “è il capitalismo… che rappresenta la nostra “casa in fiamme”. Non sarebbe più accurato, perché più realistico, sostenere che l’industrialismo costituisce da ben due secoli la nostra casa in fiamme, essendo capitalismo e “socialismo” nient’altro che due varianti dello stesso modo di vivere industriale?

expropriating-earth

Continue reading “John Bellamy Foster, cinque risposte su marxismo ed ecologia”

Marx, Engels ed il “chimico rosso”

L’eredità dimenticata di Carl Schorlemmer

di Ian Angus

Avere una base per la vita e un’altra per la scienza è une falsità a priori

Karl Marx

Carl_Schorlemmer-300x211
Ian Angus è direttore di Climate and Capitalism, nonché autore di A Redder Shade of Green: Intersections of Science and Socialisml, di prossima pubblicazione per Monthly Review Press

Negli ultimi decenni del XX secolo una singolare idea ha preso piede in alcuni settori del mondo accademico. Con essa si è voluto sostenere che, lungi dall’essere i più stretti compagni e collaboratori, intenti a lavorare in armonia per quarant’anni, Karl Marx e Friedrich Engels di fatto erano in disaccordo riguardo a questioni fondamentali, sia teoriche che pratiche.

I presunti disaccordi tra i due avrebbero riguardato la natura e le scienze naturali. Ad esempio, Paul Thomas contrappone “il ben noto interesse di Engels per le scienze naturali” alla “mancanza di interesse da parte di Marx”, suggerendo che “Marx ed Engels erano divisi da un abisso concettuale che avrebbe resistito ad ogni tentativo d’insabbiamento”(1). Terrence Ball, analogamente, sostiene che “l’idea (successivamente abbracciata da Engels) secondo la quale la natura esiste indipendentemente, e prima, di ogni sforzo da parte dell’uomo di trasformarla, è del tutto estranea all’umanesimo di Marx”(2). Dal punto di vista di Ball, alla distorsione della filosofia di Marx compiuta da Engels  vanno addebitate “alcune delle più repressive caratteristiche dell’esperienza sovietica”(3). In una versione ancor più estrema di tale tendenza, Terrel Carver, insieme ad altri, insiste sul punto per il quale Marx non sarebbe stato un marxista – essendo il marxismo una dottrina inventata da Engels, il materialismo scientifico del quale sarebbe stato in contrasto coll’umanesimo liberale di Marx.

Da una prospettiva alquanto diversa, Theodor Adorno, Alfred Scmidt ed altri vicini alla Scuola di Francoforte ed al marxismo occidentale, hanno sostenuto che il materialismo scientifico si applica esclusivamente alla società umana, dunque gli sforzi di Engels al fine di adattarlo alle scienze naturali, nella sua incompiuta Dialettica della natura, costituivano una distorsione intellettuale contraria al metodo marxista.

I difensori di Engels hanno replicato che tra Marx ed Engels vigeva una divisione del lavoro, in base alla quale Engels si occupava della scienza, tuttavia, un numero sempre crescente di ricerche dimostra come una simile obiezione conceda troppo agli argomenti anti-engelsiani. Come scrive Kohei Saito, tale divisione del lavoro è un’illusione: “sebben Engels sia più noto per i suoi scritti circa le scienze naturali… Marx è stato uno studioso altrettanto acuto di molti degli stessi soggetti”(4).

Nuovi studi sui quaderni di appunti di Marx, per lungo tempo non disponibili, ora in corso di pubblicazione nella monumentale Marx-Engels-Gesamtausgabe (Opere complete di Marx ed Engels), confutano decisamente le affermazioni secondo le quali Marx era disinteressato alle scienze naturali, o le riteneva politicamente irrilevanti.

I quaderni di appunti di Marx ci mostrano chiaramente quali fossero i suoi interessi e preoccupazioni prima e dopo la pubblicazione del Capitale nel 1867, e le strade che avrebbe potuto intraprendere attraverso le sue intense ricerche circa discipline come la biologia, la chimica, la geologia e la mineralogia, molte delle quali non fu in grado di integrare pienamente nel Capitale. Sebbene il grande progetto del Capitale sarebbe rimasto incompiuto, negli ultimi quindici anni della sua vita Marx ebbe modo di compilare un enorme numero di quaderni con frammenti ed estratti. Di fatto, ben un terzo di essi risale a questo periodo, e quasi la metà riguardano le scienze naturali. La profondità e la portata degli studi scientifici compiuti da Marx è sorprendente (5).

Man mano che sempre più di questo materiale diviene disponibile, esso potrebbe gettare una luce inedita sul ruolo di Carl Schorlemmer, uno scienziato il cui contributo allo sviluppo del socialismo scientifico è stato ingiustamente ignorato. Molti resoconti della vita di Marx ed Engels, sempre che menzionino Schorlemmer, vi accennano solo come ad un amico, disconoscendo la sua influenza sugli studi di scienze naturali dei due pensatori(6). È giunto il momento di restituire a questa figura dimenticata la sua giusta collocazione nella tradizione marxiana ed engelsiana.

Continue reading “Marx, Engels ed il “chimico rosso””