John Bellamy Foster, cinque risposte su marxismo ed ecologia

Il marxismo può rafforzare la nostra comprensione della crisi ecologica? L’autore di Marx’s Ecology, John Bellamy Foster, replica alle critiche su temi quali frattura metabolica, sviluppo umano sostenibile, decrescita, crescita demografica e industrialismo.

Introduzione: il sito indiano Ecologize ha recentemente pubblicato la prefazione scritta da John Bellamy Foster al libro di Ian Angus, Facing the Anthropocene. Nel commentare l’articolo di Foster, il giornalista ed attivista Saral Sarkar, il quale definisce il proprio punto di vista come eco-socialista, solleva alcuni interrogativi che sfidano l’utilità dell’analisi marxista ai fini della comprensione della crisi ecologica globale. La replica di Foster è stata pubblicata da Ecologize il 26 marzo.

Lo scambio, qui riproposto, affronta importanti questioni circa le prospettive marxiste sulla crisi ecologica globale.

ALCUNE DOMANDE PER JOHN BELLAMY FOSTER

di Saral Sarkar

Il professor Bellamy Foster è un rinomato studioso. E se il suo lavoro ha anche lo scopo di servire le cause nelle quali è impegnato, di certo vorrà rispondere alle seguenti domande/commenti di un lettore di quest’articolo:

Quale utilità può avere sostituire la nozione comunemente usata e ben comprensibile di “grande crisi ecologica” con quella marxiana, poco conosciuta e di difficile comprensione, di “frattura metabolica nel rapporto tra l’uomo e la terra”?

Vi sono alcune altre dichiarazioni/frasi che suscitano commenti critici: ad esempio, “creare un mondo di sviluppo umano sostenibile…”. Questo in particolare mi ha fatto sgranare gli occhi. “Sviluppo sostenibile”, sin dagli anni Ottanta, ha rappresentato una parola d’ordine dell’economia dello sviluppo capitalista. Ma il concetto non indicava niente di nuovo. Ovviamente, Bellamy Foster ricorre all’attributo aggiuntivo “umano”. Tuttavia, “sviluppo umano” è anch’esso un concetto in circolazione da lungo tempo. In parole povere, cos’altro significa se non crescita economica sostenibile?

Una semplice domanda: Bellamy Foster ritiene o meno che l’eco-socialismo dovrebbe avere come obiettivo immediato l’avvio di una politica di decrescita, una contrazione dell’economia nonché della popolazione? E come obiettivo di lungo termine un’economia socialista di stato stazionario ad un basso livello?

Sappiamo quanta devastazione ecologica hanno causato l’Unione Sovietica ed altri paesi “socialisti” dell’europa dell’est. Non è dunque corretto, a mio modo di vedere, affermare che “è il capitalismo… che rappresenta la nostra “casa in fiamme”. Non sarebbe più accurato, perché più realistico, sostenere che l’industrialismo costituisce da ben due secoli la nostra casa in fiamme, essendo capitalismo e “socialismo” nient’altro che due varianti dello stesso modo di vivere industriale?

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Marx, Engels ed il “chimico rosso”

L’eredità dimenticata di Carl Schorlemmer

di Ian Angus

Avere una base per la vita e un’altra per la scienza è une falsità a priori

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Ian Angus è direttore di Climate and Capitalism, nonché autore di A Redder Shade of Green: Intersections of Science and Socialisml, di prossima pubblicazione per Monthly Review Press

Negli ultimi decenni del XX secolo una singolare idea ha preso piede in alcuni settori del mondo accademico. Con essa si è voluto sostenere che, lungi dall’essere i più stretti compagni e collaboratori, intenti a lavorare in armonia per quarant’anni, Karl Marx e Friedrich Engels di fatto erano in disaccordo riguardo a questioni fondamentali, sia teoriche che pratiche.

I presunti disaccordi tra i due avrebbero riguardato la natura e le scienze naturali. Ad esempio, Paul Thomas contrappone “il ben noto interesse di Engels per le scienze naturali” alla “mancanza di interesse da parte di Marx”, suggerendo che “Marx ed Engels erano divisi da un abisso concettuale che avrebbe resistito ad ogni tentativo d’insabbiamento”(1). Terrence Ball, analogamente, sostiene che “l’idea (successivamente abbracciata da Engels) secondo la quale la natura esiste indipendentemente, e prima, di ogni sforzo da parte dell’uomo di trasformarla, è del tutto estranea all’umanesimo di Marx”(2). Dal punto di vista di Ball, alla distorsione della filosofia di Marx compiuta da Engels  vanno addebitate “alcune delle più repressive caratteristiche dell’esperienza sovietica”(3). In una versione ancor più estrema di tale tendenza, Terrel Carver, insieme ad altri, insiste sul punto per il quale Marx non sarebbe stato un marxista – essendo il marxismo una dottrina inventata da Engels, il materialismo scientifico del quale sarebbe stato in contrasto coll’umanesimo liberale di Marx.

Da una prospettiva alquanto diversa, Theodor Adorno, Alfred Scmidt ed altri vicini alla Scuola di Francoforte ed al marxismo occidentale, hanno sostenuto che il materialismo scientifico si applica esclusivamente alla società umana, dunque gli sforzi di Engels al fine di adattarlo alle scienze naturali, nella sua incompiuta Dialettica della natura, costituivano una distorsione intellettuale contraria al metodo marxista.

I difensori di Engels hanno replicato che tra Marx ed Engels vigeva una divisione del lavoro, in base alla quale Engels si occupava della scienza, tuttavia, un numero sempre crescente di ricerche dimostra come una simile obiezione conceda troppo agli argomenti anti-engelsiani. Come scrive Kohei Saito, tale divisione del lavoro è un’illusione: “sebben Engels sia più noto per i suoi scritti circa le scienze naturali… Marx è stato uno studioso altrettanto acuto di molti degli stessi soggetti”(4).

Nuovi studi sui quaderni di appunti di Marx, per lungo tempo non disponibili, ora in corso di pubblicazione nella monumentale Marx-Engels-Gesamtausgabe (Opere complete di Marx ed Engels), confutano decisamente le affermazioni secondo le quali Marx era disinteressato alle scienze naturali, o le riteneva politicamente irrilevanti.

I quaderni di appunti di Marx ci mostrano chiaramente quali fossero i suoi interessi e preoccupazioni prima e dopo la pubblicazione del Capitale nel 1867, e le strade che avrebbe potuto intraprendere attraverso le sue intense ricerche circa discipline come la biologia, la chimica, la geologia e la mineralogia, molte delle quali non fu in grado di integrare pienamente nel Capitale. Sebbene il grande progetto del Capitale sarebbe rimasto incompiuto, negli ultimi quindici anni della sua vita Marx ebbe modo di compilare un enorme numero di quaderni con frammenti ed estratti. Di fatto, ben un terzo di essi risale a questo periodo, e quasi la metà riguardano le scienze naturali. La profondità e la portata degli studi scientifici compiuti da Marx è sorprendente (5).

Man mano che sempre più di questo materiale diviene disponibile, esso potrebbe gettare una luce inedita sul ruolo di Carl Schorlemmer, uno scienziato il cui contributo allo sviluppo del socialismo scientifico è stato ingiustamente ignorato. Molti resoconti della vita di Marx ed Engels, sempre che menzionino Schorlemmer, vi accennano solo come ad un amico, disconoscendo la sua influenza sugli studi di scienze naturali dei due pensatori(6). È giunto il momento di restituire a questa figura dimenticata la sua giusta collocazione nella tradizione marxiana ed engelsiana.

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Globalizzazione, nient’altro che un termine contemporaneo per indicare il colonialismo finanziario

di Mark Karlin, Truthout  | Intervista

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I resti della fabbrica di indumenti Rana Plaza, crollata nei pressi di Dacca, Bangladesh, il 30 giugno del 2013. La polizia del paese asiatico, il 1 giugno 2015, ha accusato formalmente del reato di omicidio 41 persone coinvolte nel crollo dell’edificio, il quale ospitava diverse fabbriche di vestiario, crollo che ha causato oltre 1.100 vittime in quello che può essere considerato il più grave disastro nella storia dell’industria dell’abbigliamento. (Foto: Khaled Hasan / The new York Times)

Quali sembianze assumono, oggi, l’imperialismo ed il colonialismo? In Imperialism in the Twenty-First Century, John Smith afferma che le nazioni capitaliste del centro non si affidano più alla forza militare ed al controllo politico diretto degli altri paesi. Invece, esse mantengono una morsa finanziaria sull’emisfero sud, sfruttando il lavoro di tali paesi al fine di incrementare i propri profitti. 

Le nazioni “abbienti” aumentano i profitti delle proprie aziende a spese di lavoratori pesantemente sottopagati dei paesi in via di sviluppo. Le prime definiscono tale stato di cose col termine globalizzazione; è quanto sostiene John Smith, nel suo libro Imperialism in the Twenty-First Century: Globalization, Super-Exploitation, and Capitalism’s Final Crisis. Nell’intervista che segue, rilasciata a Truthout, Smith discute la sua tesi per cui la globalizzazione non sarebbe altro che neocolonialismo sotto un altro nome.

Mark karlin: Perché hai scelto di aprire il tuo libro con il crollo del Rana Plaza, avvenuto a Dacca nel 2013, il quale ha causato la morte di oltre mille operai tessili?

John Smith: Sono tre le ragioni principali. Primo, il disastro del Rana Plaza – un crimine atroce, e non un incidente – ha suscitato le simpatie e la solidarietà di centinaia di milioni di persone in tutto il mondo, e ha ricordato a tutti noi quanto siamo strettamente connessi alle donne ed agli uomini che producono le nostre T-shirt, i nostri pantaloni e la nostra biancheria. Si tratta di una vicenda che incarna le pericolose condizioni di sfruttamento ed oppressione subite da centinaia di milioni di lavoratori nei paesi a basso salario, il lavoro dei quali  fornisce alle imprese dei paesi imperialisti buona parte delle materie prime e dei componenti intermedi, nonché beni di consumo ai lavoratori. Ho voluto portare alla ribalta queste legioni di lavoratori a basso salario sin dall’inizio, al fine di mettere i lettori di fronte al fatto della nostra mutua interdipendenza, oltreché alle grandi differenze nei salari, nelle condizioni di vita e nelle opportunità di cui siamo a conoscenza, ma che troppo spesso scegliamo di ignorare.

Tutto ciò mi porta alla seconda ragione alla base della mia scelta. Fidel Castro, il più grande rivoluzionario dei nostri tempi, ha spiegato la solidarietà internazionale, senza precedenti, di Cuba come un pagamento del suo debito con l’umanità. Noi che viviamo nei paesi imperialisti abbiamo un enorme debito di solidarietà nei confronti delle nostre sorelle e fratelli di nazioni che sono stati, e sono tutt’ora, saccheggiati dai nostri governi e multinazionali! Abbiamo bisogno di ridefinire – o meglio, riscoprire – il reale significato del termine socialismo: la fase di transizione della società tra capitalismo e comunismo, nella quale ogni forma di oppressione e discriminazione che viola l’uguaglianza e l’unità dei lavoratori vengono progressivamente, e coscientemente, superate. È indiscutibile che le principali violazioni di tale uguaglianza, nonché maggiore ostacolo alla nostra unità, derivano dalla divisione tra un pugno di paesi oppressori ed il resto del mondo; i lavoratori dei paesi imperialisti devono prendere il potere politico ed assumere il controllo dei mezzi di produzione al fine di sanare questa mutilante divisione. Ecco ciò che ha determinato la mia decisione di aprire Imperialism in the Twenty-First Century col disastro del Rana Plaza.

Infine, la vicenda del Rana Plaza, e in generale l’industria dell’abbigliamento in Bangladesh, rappresentano un caso di studio estremamente utile, esemplificanti di caratteristiche condivise con altre nazioni manifatturiere a basso salario ed esportatrici. Caratteristiche comprendenti salari bassissimi, predilezione da parte dei padroni per il lavoro femminile e la crescente preferenza delle imprese, con sede nei paesi imperialisti, per il rapporto coi loro fornitori a basso costo, invece degli investimenti diretti esteri. Inoltre, l’analisi dell’industria dell’abbigliamento del Bangladesh pone una serie di questioni e paradossi irrisolvibile per l’economia mainstream e che gli economisti marxisti hanno appena iniziato ad affrontare. Innanzitutto vi è la dottrina mainstream secondo la quale i salari riflettono la produttività, per cui se sono così bassi in Bangladesh ciò significa che la produttività dei suoi lavoratori è corrispondentemente bassa – tuttavia, come si può ritenere veritiero questo considerando l’intensità dei loro ritmi di lavoro e la lunghezza dell’orario? In secondo luogo: qual è il rapporto tra lo spostamento della produzione verso i paesi a basso salario e la crisi economica globale, ancora nelle sue fasi iniziali? Si tratta di un interrogativo assente nei resoconti mainstream, e in buona part di quelli marxisti, della crisi, rendendoli, a mio modo di vedere, del tutto ridondanti. Lo studio del disastro del Rana Plaza e dell’industria dell’abbigliamento del Bangladesh genera dunque una serie di questioni e paradossi che forniscono i temi per i successivi capitoli, in funzione dell’organizzazione complessiva del libro.

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Una breve storia dell’imperialismo francese

di Claude Serfati

Attualmente, il complesso militare-industriale svolge un ruolo essenziale nella morfologia del capitalismo francese. È noto il posto centrale occupato dall’esercito e dagli apparati di sicurezza nella Quinta repubblica. Spesso la genealogia di questo stato di cose viene tracciata a partire dalla Guerra d’Algeria e dalle sue conseguenze costituzionali. Tuttavia, si direbbe che una tale posizione delle forze armate affondi le proprie radici lungo tutto il XX secolo, dalla Comune di Parigi alla Guerra d’Algeria, passando per le guerre di conquista coloniale. Appoggiandosi su di una solida concettualizzazione marxista, Serfati, in questo estratto dal volume Le Militaire, traccia un’impressionante genealogia dei dispositivi imperialisti francesi, evidenziando il ruolo della finanza nell’impresa coloniale, ma anche l’impatto dell’esercito sui rapporti sociali.

«L’eredità culturale non è accettabile se non alla condizione che essa sia la somma del pensiero universale»

André Breton, Entretiens

«Che queste ossa siano i fischietti della rivoluzione»

Benjamin Péret, Peau de tigre

La fine del XIX secolo è stata segnata da trasformazioni radicali nel funzionamento nel capitale. Si deve a John Hobson, economista vicino al socialismo liberale, una prima sintesi interpretativa del tema nella sua opera Imperialism: A Study (1921), nella quale si distingue accuratamente l’imperialismo moderno dagli imperi antichi. I marxisti hanno sviluppato, talvolta seguendo percorsi paralleli, le proprie analisi di tale inedito periodo storico.

Questa «prima mondializzazione», come l’ha definita lo storico dell’economia Paul Bairoch, è stata indotta da un aumento dei flussi di merci, e ancor di più da un considerevole sviluppo delle esportazioni di capitale monetario, investito in operazioni industriali – dando vita alle imprese multinazionali – così come in forma di prestiti agli stati dipendenti. La comparazione tra la Francia e al Gran Bretagna, le quali effettuavano la maggior parte delle esportazioni di capitali (rispettivamente, 20% e 42% del totale nel 1913, ben più avanti della Germania, 13%) è indicativa delle fisionomie nazionali dell’imperialismo. In effetti, le esportazioni di capitali della Francia, notevolmente acceleratesi a partire dagli anni Novanta dell’Ottocento, esibiscono caratteristiche differenti rispetto a quelle di Gran Bretagna e Germania. A prevalere sono i prestiti, piuttosto che gli investimenti diretti nella produzione. Inoltre, sono in larga parte destinati a paesi meno sviluppati, come la Russia (27,03%), l’Impero ottomano e i paesi balcanici, collocati a grande distanza da altre regioni, come Stati Uniti e gli altri paesi caratterizzati da un forte dinamismo industriale.

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La Borsa di Parigi, 1910

In Francia, la diffusione della rendita è di vecchia data. La classe dei rentier ha iniziato a consolidarsi sotto l’Ancien régime grazie ai prestiti concessi ai sovrani per i loro sfarzi e per le guerre, in seguito sotto la Monarchia di luglio ed il Secondo impero, data la necessità di finanziare le spese militari e i conflitti. A partire dalla fine del XIX secolo, il declino relativo nell’emissione di titoli di stato ha spinto gli investitori francesi verso i titoli di stato stranieri, ritenuti sicuri e redditizi, rendendo più dinamico il comparto straniero della Borsa di Parigi. Come illustrato dai lavori di Jean Bouvier, le banche francesi trarranno notevoli profitti dall’incremento di tali prestiti agli stati esteri, mostrandosi invece timorose per quanto riguarda quelli all’industria. Lo scarto in rapporto allo sviluppo industriale dell’Inghilterra, in tal modo, cresce regolarmente, e laddovel’industria tedesca è, nel 1860, inferiore per dimensioni di più della metà rispetto a quella francese nello stesso anno, nel 1913 essa diviene due volte e mezzo più importante. Nel 1917, lo storico Paul Mantoux notava che non solo nella chimica e nella metallurgia, ma anche nei cosiddetti «articoli parigini» (beni di lusso, ma anche giocattoli, ferramenta, ecc.), la Francia aveva un vistoso deficit commerciale.

Il consolidarsi di gruppi sociali dipendenti dalla rendita, dunque, va posto in relazione con la debole tradizione imprenditoriale delle élite francesi. I rentier francesi, quindi, non hanno esitato a privilegiare gli investimenti all’estero, anziché quelli industriali in Francia: le attività estere, alla soglia della Prima guerra mondiale, costituivano il 21,5% del patrimonio finanziario delle famiglie più ricche (1).

I prestiti governativi massicciamente concessi dalla Francia venivano generalmente utilizzati dai paesi debitori al fine di finanziare lo sviluppo delle ferrovie, ma più frequentemente per intraprendere spese improduttive, tra le quali l’acquisto di materiali bellici occupava un posto essenziale. Gli imponenti prestiti a favore dello stato russo ritorneranno sotto forma di interessi, nonché di importanti commissioni di armamenti ai gruppi francesi. Lo stesso processo verificatosi nei casi di Turchia, Grecia e Serbia. Un a buona parte dei crediti garantiti a questi stati da consorzi organizzati dalle banche francesi è servito, alla viglia della Prima guerra mondiale, all’ordinazione di sei cacciatorpediniere e due sottomarini costruiti dalla società Creusot.

L’esportazione dei capitali, la quale consente senza ostacolarla quella delle merci, non rappresenta l’unico tratto distintivo dell’imperialismo. La «mano invisibile del mercato», il cui frutto dovrebbe essere la concorrenza ottimale, genera il suo contrario, ovvero la tendenza alla formazione di grandi imprese – monopoli, nel senso di enormi gruppi dominanti – che si spartiscono i mercati mondiali grazie ai cartelli e ad altre forme, più discrete, di accordo a livello mondiale. Successivamente, queste grandi imprese assumono la forma di società per azioni, segnando il controllo della borsa sulle attività industriali. Hilferding ha teorizzato tale evoluzione sottolineando l’emergere del capitale finanziario, «fusione del capitale industriale e di quello bancario, sotto il controllo delle banche» (2). La sua definizione incentrata sulle banche ha condotto numerosi marxisti a rigettare il concetto di capitale finanziario, da essi giudicato obsoleto considerato l’attuale dominio dei mercati finanziari. Si tratta senza dubbio di un modo per «buttare il bambino con l’acqua sporca», poiché lo schiacciante dominio della finanza contemporanea, al contrario, rende ancor più necessaria una riflessione – certamente critica – sul concetto di capitale finanziario e la sua pertinenza per l’attualità (3).

Il periodo dell’imperialismo ha visto anche la spartizione del mondo tra le grandi potenze, in particolare, sebbene non esclusivamente, nella forma della colonizzazione (cf. Riquadro 1). Nel 1900, il 90% dell’Africa, il 99% della Polinesia, il 56% dell’Asia ed il 27% dell’America, appartenevano alle grandi potenze europee ed agli Stati Uniti. La conquista del mondo rifletteva già la tendenza del capitale a sconfinare oltre le sue frontiere nazionali. Tuttavia, questa spartizione, tutt’altro che consensuale, esacerbava le rivalità tra stati che sarebbero poi sfociate nella guerra mondiale.

Tra le definizioni di imperialismo che sono state proposte, quella di Rosa Luxemburg, secondo la quale «l’imperialismo, è l’espressione politica del processo di accumulazione del capitale nella sua lotta di concorrenza intorno ai residui  di ambienti non-capitalistici non ancora posti sotto sequestro», conserva il suo interesse. Vi si insiste in effetti sull’interazione tra, da una parte, la dinamica internazionale del capitale  – già negli anni Quaranta dell’Ottocento, Marx ed Engels avevano notato che «la tendenza a creare il mercato mondiale è data immediatamente nel concetto stesso di capitale» – e dall’altra, l’organizzazione geopolitica mondiale. Un metodo che consente alla Luxemburg di concentrarsi sul ruolo del militarismo, inteso come strumento per conquistare territori e mercati, ma anche come «un mezzo di prim’ordine per la realizzazione del plusvalore, cioè come campo di accumulazione» per il capitale in cerca di profitti (4). Benché tale analisi sia stata criticata da alcuni marxisti, in quanto fondata su un’interpretazione «sottoconsumista» delle crisi capitalistiche, rimane comunque un lavoro pionieristico, in anticipo sui dibattiti che avranno luogo dopo la Seconda guerra mondiale circa il «keynesismo militare» ed il ruolo delle spese militari nella forte crescita economica dei paesi sviluppati.

Una simile interazione tra la dinamica del capitale e l’organizzazione geopolitica – ciò che può essere definito sistema interstatale – costituisce un problema centrale di questo studio. Certamente, lo stato svolgeva già un suo ruolo determinante in Europa, innanzitutto nelle fasi iniziali dell’espansione del capitalismo, in seguito nel momento della rivoluzione industriale. In Frnacia, la borghesia, spaventata dalle forze popolari da essa scatenate nella sua lotta contro l’assolutismo regio, in particolare tra il 1789 ed il 1793, si era nuovamente affidata allo stato, in forma realista (Luigi Filippo, 1830-1848) poi in forma bonapartista (Secondo impero, 1852-1870), al fine di difendere i propri interessi economici e proteggersi dal movimento operaio. Per queste ragioni, le relazioni tra le classi dominanti e  le istituzioni statali vi erano più strette che in altri paesi europei.

L’imperialismo moderno, tuttavia, ha conferito a questa interazione tra il capitale ed il «suo» stato nazionale un’importanza accresciuta. Si tratta, infatti, di un nuovo periodo storico, che ha combinato su scala mondiale gli effetti devastanti della concorrenza intercapitalistica e lo scontro esplosivo tra rivalità politiche. Dunque, non solo ha prodotto il mercato mondiale, ma anche le guerre tra stati. Gli ultimi decenni del XIX secolo sono stati contrassegnati dai conflitti armati, con l’obiettivo puro e semplice dell’annessione di nuovi territori da parte della Gran Bretagna e della Francia, e secondariamente della Germania. Prendere il controllo di territori e risorse strategiche rappresentava un obiettivo primario. I conflitti tra paesi europei erano in aumento, sia per via diretta – in tal senso, la Guerra franco-prussiana del 1870 è emblematica, ma quella russo-giapponese del 1905 ha avuto conseguenze non meno importanti – , sia indiretta (in particolare nei Balcani).

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L’imperialismo e la trasformazione dei valori in prezzi

di Torkil Lauesen e Zak Cope

Introduzione

Con questo articolo, ci proponiamo di dimostrare che i bassi prezzi dei beni prodotti nel Sud globale, ed il concomitante modesto contributo delle sue esportazioni al prodotto interno lordo del Nord, occultano la reale dipendenza delle economie di quest’ultimo dal lavoro a basso costo del Sud. Dunque, sosteniamo che la delocalizzazione  dell’industria nel Sud globale, nel corso dei tre decenni passati, ha condotto ad un massiccio incremento del valore trasferito al Nord. I principali meccanismi di tale processo consistono nel rimpatrio del plusvalore tramite investimenti diretti esteri, lo scambio ineguale di prodotti incorporanti differenti quantità di valore e l’estorsione per mezzo del servizio del debito.

L’assorbimento di enormi economie del Sud all’interno del sistema capitalistico mondiale, dominato da multinazionali e istituzioni finanziarie con base nel Nord globale, ha posto le prime nella condizione di dipendenze socialmente disarticolate votate all’esportazione. I miseramente bassi livelli dei salari di tali economie trovano fondamento (1) nella pressione imposta dalle loro esportazioni al fine di competere per limitate porzioni del mercato, in larga parte metropolitano, dei consumatori; (2) il drenaggio di valore e risorse naturali, che altrimenti potrebbero essere utilizzati per costruire le forze produttive necessarie all’economia nazionale; (3) l’irrisolta questione agraria sfociante in una sovra offerta di lavoro; (4) governi compradori repressivi, i quali accettano, traendone beneficio, l’ordine neoliberista e sono quindi incapaci e non disposti a concedere aumenti salariali, per timore di stimolare rivendicazioni di maggior potere politico da parte dei lavoratori; e infine (5) frontiere militarizzate così da prevenire la circolazione dei lavoratori verso il Nord globale, e di conseguenza, un equalizzazione dei rendimenti da lavoro.

La globalizzazione imperialista della produzione

Il dibattito circa il trasferimento di valore e lo scambio ineguale non è certo nuovo. Oggi, tuttavia, la produzione di sempre più crescenti porzioni dei beni consumati nel mondo avviene nel Sud globale. La produzione non è, come negli anni Settanta, limitata a semplici e primari beni industriali, come petrolio, minerali, caffè o giocattoli. Piuttosto, malgrado un relativamente basso “valore aggiunto” manifatturiero, praticamente ogni tipo di input e output industriali vengono prodotti nel Sud globale: questi includono prodotti chimici, beni in metallo lavorati, macchinari, prodotti elettronici, mobili e attrezzature di trasporto per tessili, scarpe, indumenti, tabacco e carburanti [1]. Ma perché, e come, è avvenuto un simile cambiamento nella dislocazione della produzione?

Il mutamento nella divisione internazionale del lavoro è il prodotto dell perenne ricerca di maggiori profitti da parte dei capitali, e si basa, in primo luogo, sull’enorme crescita nel numero di proletari integrati nel sistema capitalistico globale, in secondo luogo, sulla sostanziale industrializzazione  del Sud nei tre decenni passati. Ciò è stato reso possibile dalla dissoluzione delle economie del “socialismo realmente esistente” nell’Europa sovietica e dell’est, dall’apertura della Cina al capitalismo globale e dall’esternalizzazione della produzione in India, Indonesia, Vietnam, Brasile, Messico e altri paesi di recente industrializzazione. Il risultato è consistito in un incremento pari ad almeno un miliardo di proletari a basso salario all’interno del capitalismo globale. Oggi oltre l’80 percento dei lavoratori industriali del mondo si trovano nel Sud globale, mentre la proporzione scende costantemente nel Nord (figura 1). Si potrebbe anche parlare di società post-industriale per quanto riguarda il Nord, ma il mondo nel suo complesso è più industriale che mai.

Figura 1. La forza lavoro industriale globale, 1950-2010

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Fonte: John Smith “Imperialism and the Law of Value” Global Discourse 2, no. 1 (2011): 20, https://globaldiscourse.files.wordpress.com. Il dato del 2010 sulla forza industriale è stato estrapolato dalla distribuzione settoriale della forza lavoro, per il 2008, nel Key Indicators of the Labor Market (KILM) dell’International Labor Organization (ILO), 6° edizione (ILO, 2010); popolazione economicamente attiva (EAP), dal database dell’ILO Laborsta, http://laborsta.ilo.org/default.html; le proiezioni circa la forza lavoro industriale nelle “regioni più sviluppate” includono le stime dell’ILO riguardo il declino dovuto alla recessione. Le categorie dell’ILO di regioni “più” o “meno” sviluppate corrispondono, rispettivamente e approssimativamente, a quelle di economie “sviluppate” e “in via di sviluppo”.

L’industrializzazione del Sud non è stata prevista dalla teoria della dipendenza negli anni Sessanta e Settanta. In essa si riteneva che il centro capitalista avrebbe bloccato qualsiasi sviluppo industriale avanzato nella cosiddetta periferia, lasciando quest’ultima nella condizione di fornitrice di materie prime, prodotti agricoli tropicali e semplici produzioni industriali ad alta intensità di lavoro, da scambiare con i più avanzati prodotti industriali del centro stesso. Pochi analisti hanno previsto l’industrializzazione del Sud come guidata dal commercio col capitalismo metropolitano, nonché dagli investimenti di quest’ultimo.

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Il comunismo nella storia cinese: riflessioni su passato e futuro della Repubblica popolare cinese

di Maurice Meisner

I. Introduzione

I critici di Mao Zedong paragonano spesso gli ultimi anni del Presidente a quelli di Qin Shihuangdi, il primo Imperatore che nell’anno 221 a.C. unificò i vari regni feudali dell’antica Cina in un impero centralizzato sotto la dinastia Qin, la prima in una serie lunga 2000 anni di regimi imperiali. Nella tradizionale storiografia confuciana, il Primo imperatore viene ritratto come l’epitome del governante malvagio e tirannico – non da ultimo perché mise al rogo tanto i libri quanto gli studiosi di tale tradizione. Mao Zedong, negli ultimi anni del suo stesso regno (i Sessanta e i primi Settanta), abbracciò con entusiasmo l’analogia storica, lodando il Primo imperatore e il suo ministro legista Li Si per aver promosso il progresso storico nell’antica Cina, sgravata delle antiquate tradizioni del passato. Mao, inoltre, difese la durezza del governo del Primo imperatore (e implicitamente il proprio governo) quale modello di vigilanza rivoluzionaria necessaria alla soppressione dei reazionari e all’accelerazione del movimento progressivo della storia.

L’immedesimazione di Mao Zedong col Primo imperatore ha rinsaldato una forte tendenza diffusa tra gli storici occidentali ad ipotizzare un’essenziale continuità fra il lungo passato imperiale cinese ed il suo presente comunista. La Repubblica popolare, secondo tale punto di vista, appare come l’ennesima dinastia in una lunga serie che ha caratterizzato la Cina, con Mao Zedong esponente di un’altrettanto lunga serie di imperatori cinesi; la burocrazia comunista quale reincarnazione di quella imperiale; ed il marxismo/pensiero di Mao Zedong, come ideologia ufficiale dello stato, in un ruolo funzionalmente simile a quello del confucianesimo imperiale sotto il vecchio regime (1).

Non vi è dubbio che il comunismo cinese, se non vettore di una qualche tradizionale “essenza” cinese, sia intriso quantomeno di alcuni aspetti e frammenti del pensiero e della cultura tradizionali. Quando Mao Zedong si interrogava sulla “sinizzazione del marxismo” nel 1938, suggeriva qualcosa di più che rivestirlo in abiti cinesi così da renderlo maggiormente attraente agli occhi dei suoi connazionali. Infatti, intendeva anche rendere il contenuto del marxismo rilevante per le condizioni storiche cinesi, consentendogli di incorporare ed ereditare quanto vi era di valido nel passato cinese. In una certa misura, dunque, il marxismo cinese era effettivamente “cinese”, almeno in parte. Ed è inoltre probabile che Mao si sia ulteriormente avvicinato, nei suoi ultimi anni, alla tradizione, come sostenuto da molti studiosi (2). In varie fasi della sua vita intellettuale e politica, Mao ha mostrato interesse per numerose personalità eroiche della storia tradizionale cinese. Proprio come il giovane Mao prendeva quale eroe di riferimento lo statista confuciano conservatore Zeng Guofan, vissuto alla metà del XIX secolo, ed il Mao rivoluzionario guardava alla tradizione eterodossa del ribelle-bandito della letteratura cinese, così il Mao governante volgeva lo sguardo ai potenti imperatori del passato, specialmente Qin Shihuangdi, il Primo imperatore, predecessore di Mao come uno dei due grandi unificatori della storia cinese.

Eppure tali affinità comuniste con la storia e la cultura tradizionali, per quanto reali, emergono in quella che è essenzialmente un’epoca post-tradizionale. Al fine di stimare dove si colloca il comunismo nel lungo divenire della storia cinese, è necessario tenere conto di due fondamentali rotture con la tradizione, le quali hanno luogo nella prima metà del XX secolo, una precedente all’ascesa del comunismo cinese, l’altra coincidente con la vittoria comunista del 1949. Entrambe devono essere tenute a mente nel considerare il posto della Repubblica popolare cinese nella storia della Cina.

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Raduno di studenti a Pechino durante il Movimento del 4 maggio

Innanzitutto, vi fu la rottura cruciale con la tradizione intellettuale confuciana, un processo relativamente graduale di alienazione rispetto ai valori tradizionali, iniziato alla metà del XIX secolo con le Guerre dell’oppio e col crescente impatto dell’imperialismo occidentale. Si trattò dell’inizio di una rottura con la tradizione che si manifestò con l’emergere di un moderno senso nazionalista negli anni Novanta dell’Ottocento (in particolare, dopo l’umiliante disfatta cinese nella guerra sino-giapponese del 1894-95), il quale trovò in seguito espressione nel nazionalismo politico militante durante il Movimento del 4 maggio (circa 1919). Fu un nazionalismo paradossalmente accompagnato da potenti correnti di iconoclastia culturale, un nazionalismo tendente più a scartare la cultura tradizionale che a celebrarla. Negli anni Novanta del XIX secolo, giovani membri della classe dirigente, costituita da piccola nobiltà-letterati-proprietari, iniziò a perdere fiducia nell’utilità degli antichi valori confuciani. Essi iniziarono ad interrogarsi sulla capacità delle credenze tradizionali di salvare la Cina dalla crescente minaccia dell’imperialismo straniero, e di riscattarla da quella che sempre più veniva riconosciuta come la terribile arretratezza del paese. Ancor più importante, ciò che emerse da questo processo di alienazione di valori tradizionali fu un nuovo metro di giudizio per misurare il valore delle questioni sia materiali che spirituali. Tale nuovo standard di misura nazionalista era rappresentato dalla ricchezza e dal potere della Cina, in quanto nazione, in un mondo social darwiniano di avidi stati-nazione. Ormai ciò che era considerato rilevante non consisteva più nella preservazione di una qualche antica essenza culturale cinese (ti), tradizionalmente concepita in termini di principi morali confuciani, bensì nella conservazione e rafforzamento della nazione cinese, con o senza la moralità confuciana. Il metro di giudizio era drammaticamente mutato.

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Edward Hallett Carr, storia e rivoluzione

di Matthijs Krul

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Edward Hallett Carr

Quella che segue è la trascrizione di un’intervista al celebre storico britannico E. H. Carr come pubblicata dalla New Left Review nel 1978, col titolo “La sinistra oggi”. Carr, uno dei primi seri specialisti della storia russa e sovietica (forse un po’ datato ma ancora utile e leggibile), all’epoca aveva ottantasei anni. Pur non essendo mai stato comunista, egli si identificava chiaramente con la sinistra politica, dedicando gran parte dei suoi sforzi accademici a combattere la storiografia conservatrice e liberale (Whig). Ciò nonostante, per una significativa parte della sua carriera non fu un accademico, lavorando presso il Foreign Office, ed in seguito come vicedirettore del Times, due organi non certo noti per la loro vicinanza alla sinistra. Questo gli consentì di avere una prospettiva ampia e non settaria sugli eventi.

Il discorso di Carr tocca questioni ancor’oggi rilevanti per il comunismo, a dispetto del fatto che l’articolo qui riprodotto abbia ormai più di trent’anni. Per molti versi, esso è rappresentativo della disillusione della sinistra post-stalinista. Disillusione allora talmente profonda in alcuni comunisti, e frutto dello scontro tra la realtà e le loro aspettative, da spingerli a trarre conclusioni opposte e divenire rabbiosi esponenti della destra. Carr, d’altra parte, non seguì tale percorso, conservando una prospettiva più distante e dunque maggiormente obiettiva, nonché meno isterica. Ancor più importante, egli non solo fu in grado di separare il grano dal loglio nell’esperienza comunista, e ciò nonostante l’enorme pressione accademica e politica esercitata contro di lui (persino Orwell lo considerava pericoloso), ma ebbe anche la capacità in età avanzata di analizzare correttamente gli sviluppi politici ricorrendo al metodo di Marx. Meglio di tanti comunisti, in particolare i cosiddetti “eurocomunisti”, esaminò  gli sviluppi nelle relazioni economiche che avevano avuto luogo dopo la morte di Marx e, in particolare, dopo la Seconda guerra mondiale, indicando, inoltre, la sempre più aristocratica e compromessa condizione della classe operaia nelle nazioni più sviluppate, se comparata con quella dei paesi caratterizzati da un’industria, e dunque, un proletariato sottosviluppati. Senza timore di trarre le conclusioni necessarie, diede un forte impulso ad una migliore comprensione storica di tale fenomeno, il quale a posteriori diverrà generalmente accettato come una delle decisive rotture storiche del XX secolo.

La fama di Carr non è legata esclusivamente alla sua eccellente analisi della storia economica sovietica, campo nel quale è stato un pioniere insieme a R. W. Davies, bensì è dovuta in egual misura al suo lavoro storiografico Sei lezioni sulla storia. Un libro generalmente considerato come l’espressione maggiore della scrittura storiografica moderna, una presa di distanza dalla vecchia storia Whig, così come da un certo positivismo sterile e conservatore (à la Namier). In esso viene inaugurata un’epoca in cui il mestiere dello storico, in maniera crescente, è stato visto come un particolare modo di selezionare e disporre gli elementi storici, che si vogliano o meno definire questi ultimi “fatti storici”; e nel fare ciò, ha aperto la strada, sostenendole, a quelle modalità di scrittura storiografica che hanno enfatizzato inediti trattamenti di materiali esistenti e ignorati, allo scopo di condurre alla ribalta segmenti sino ad allora oscuri della storia, quali la storia sociale, quella delle donne, del quotidiano e così via. Il clima generale instaurato dall’ascesa della New Left e dall’influenza del gruppo degli storici vicini al PCGB, particolarmente in Gran Bretagna, ha senz’altro avuto un ruolo. Altro aspetto importante del contributo fornito da Carr alla storiografia, nel libro in questione come in altri, è la sua rivendicazione dell’idea di progresso nella storia, come prerequisito necessario al fine di rendere la disciplina storica un’impresa, in primo luogo, comprensibile ed utile. Il tutto senza invocare il deus ex machina del Geist o concezioni analoghe, cosa di per sé degna di nota, per quanto anche un prodotto della peculiare avversione britannica nei confronti della filosofia della storia. Gran parte di questa intervista e da vedersi sotto questa luce, compresi i riferimenti al lavoro succitato. Poiché è essenziale difendere l’idea di progresso nella storia senza cadere nella trappola del progressismo o idealismo whig, Edward Hallett Carr è stato un grande storico anche solo per quest’unico motivo.

Ormai ha completato la sua “Storia della Russia sovietica”, la quale copre gli anni dal 1917 al 1929 in quattordici volumi, e domina l’intero campo di studi della prima esperienza dell’URSS. A partire da un ampio sguardo retrospettivo, come giudica il significato della Rivoluzione di ottobre – tanto per la Russia, quanto per il resto del mondo?

Iniziamo dal suo significato per la Russia stessa. Non richiede un grande sforzo oggi soffermarsi sulle conseguenze negative della Rivoluzione. Per diversi anni, e sopratutto negli ultimi mesi, esse hanno costituito un tema ossessivo nei libri pubblicati sull’argomento, nei giornali, nella radio e nella televisione. Il pericolo non sarebbe dunque quello di stendere un velo sulle enormi macchie del bilancio della Rivoluzione, sui costi umani e sulle sofferenze, sui crimini commessi in suo nome. Il pericolo, semmai, sarebbe quello di dimenticare tutto, e di passare sotto silenzio le sue immense conquiste. Mi riferisco in parte alla determinazione, all’impegno, all’organizzazione  e al duro lavoro che negli ultimi sessant’anni hanno trasformato la Russia in un grande paese industriale e in una superpotenza. Chi, prima del 1917, avrebbe potuto predire tutto ciò? Ma oltre a questo, mi riferisco alla trasformazione, avvenuta a partire dal 1917, nella vita della gente comune: la trasformazione della Russia da paese nel quale oltre l’ottanta percento della popolazione era composta da analfabeti o semianalfabeti in uno la cui popolazione urbana supera il sessanta percento, oltre ad essere totalmente alfabetizzata e in rapida acquisizione degli elementi della cultura urbana. La maggior parte dei membri di questa nuova società sono nipoti di contadini; alcuni pronipoti di servi. Costoro non possono che essere consapevoli di ciò che la Rivoluzione ha fatto per loro. E queste cose sono state realizzate  rigettando i principali criteri della produzione capitalistica – i profitti e la legge del mercato – sostituendovi un piano economico complessivo volto a promuovere il bene comune. Per quanto molto di quanto realizzato possa essere rimasto al di sotto delle promesse, ciò che è stato fatto in URSS negli ultimi sessant’anni, nonostante le spaventose interruzioni dall’esterno, rappresenta un notevole progresso verso la realizzazione del programma economico del socialismo. Naturalmente, sono consapevole che chiunque parli delle conquiste della rivoluzione può essere bollato come stalinista. Ma non sono disposto a prestarmi a un simile ricatto morale. Dopo tutto, uno storico inglese può lodare i risultati del regno di Enrico VIII senza che ciò implichi tollerare la decapitazione delle mogli.

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Ripensare l’oppressione femminile

di Johanna Brenner e Maria Ramas

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L’oppressione femminile potrebbe non essere il risultato del «patriarcato», e nemmeno degli interessi fondamentali del capitalismo. È questa il presupposto da cui partono la Brenner e la Ramas, al pari dell’obiettivo della loro potente critica, Michèle Barrett. Secondo quest’ultima, l’oppressione femminile è il prodotto di un’ideologia borghese, la quale plasma la soggettività delle classi popolari e favorisce la divisione salariale tra uomini e donne. Per le autrici del testo che segue, una simile spiegazione non regge. Ma è necessario compiere una deviazione al fine di spiegare l’oppressione femminile: comprendere come la riproduzione biologica ed il lavoro industriale hanno degradato i rapporti di forza tra uomini e donne a beneficio dei primi. La sfida teorica rappresentata dal tema dell’oppressione femminile richiede una risposta dialettica, una risposta che sia agli antipodi rispetto al funzionalismo. Un tale approccio consente di identificare lo Stato-provvidenza e la lotta per la socializzazione della cura delle persone a carico come il nodo del problema e, pertanto, della battaglia femminista.

Nell’ultimo decennio si è assistito ad un’espansione straordinaria delle analisi e dei dibattiti marxisti-femministi. La recente opera di Michèle Barrett, Women’s Oppression Today, costituisce un tentativo ambizioso di presentare e sintetizzare queste ricerche. Attraverso un dialogo con le correnti più influenti del pensiero socialista-femminista, la Barrett cerca di elaborare, senza alcun riduzionismo o idealismo, un’analisi marxista del rapporto tra oppressione femminile e sfruttamento di classe in seno al capitalismo. In questo senso, il progetto della Barrett si integra non solo a quello del femminismo marxista, ma anche alle rivalutazioni contemporanee dell’insieme della teoria marxista, nelle quali hanno una rinnovata importanza l’ideologia, lo stato e la lotta di classe. Due interrogativi teorici, in particolare, si sono ritrovati al cuore dei dibattiti marxisti-femministi dell’ultimo decennio.

  1. In quale misura l’oppressione femminile si costituisce indipendentemente dalle più generali operazione della produzione capitalista?
  2. In quale misura l’oppressione femminile si colloca al livello dell’ideologia? Barrett, nell’identificare il dilemma centrale che la sua analisi mira a superare, sostiene che gli approcci marxisti-femministi tendono verso il riduzionismo poiché presuppongono, come le teorie del lavoro domestico, che l’oppressione femminile, in quanto parte integrante del capitalismo, non può avere determinazioni indipendenti. È impossibile mostrare in maniera convincente che la riproduzione privatizzata, fondata sul lavoro domestico, sia in grado di fornire al capitale i mezzi per riprodurre la forza lavoro ad un costo più basso. Inoltre, il fatto di vedere in tale sistema di riproduzione un effetto, o una condizione, dei rapporti di classe capitalistici non consente di spiegare perché siano proprio le donne a rimanere in casa, né tiene conto del dominio maschile sulle donne all’interno della classe operaia. Le teorie marxiste, sfociano naturalmente in una strategia politica che dissolve la lotta per l’emancipazione femminile nella lotta di classe: la posizione sociale delle donne esprime il loro sfruttamento da parte del capitale, anziché una relazione di dipendenza e impotenza rispetto ai loro mariti e padri.

Gli approcci marxisti-femministi che hanno utilizzato il concetto di patriarcato come strumento analitico si sono giustamente preoccupati di integrare il fatto del potere maschile in un’analisi di classe. L’interesse di questo concetto deriva dal suo riconoscere il fatto che gli uomini, in quanto tali, possiedono determinati privilegi ed esercitano quindi un potere sule donne, anche in seno alla classe operaia. La difficoltà è consistita, tuttavia, nel districare il rapporto tra le gerarchie di classe e quelle di genere. Stiamo parlando di due sistemi, uno governante la «produzione» e la’altro la «riproduzione», o di uno solo? La Barrett rimarca che i tentativi di costruire un sistema semplice tendono verso il riduzionismo e il funzionalismo, nel loro voler dimostrare che il patriarcato si mantiene a beneficio della classe detentrice del capitale. Le analisi dualiste, d’altra parte, non hanno ancora stabilito in maniera soddisfacente la relazione tra i due tipi di gerarchia. Sono queste in conflitto o si accomodano l’un l’altra? E ancor più importante, tramite quale processo un simile accomodamento può realizzarsi?

La critica della Barrett in dettaglio

Secondo la Barrett, il principale difetto delle teorie dualiste risiede nel loro limitare inutilmente la portata della teoria marxista cercando una compensazione nel concetto di patriarcato, al fine di colmare le presunte insufficienze delle categorie marxiste, ritenute «avulse rispetto al genere». In fin dei conti, l’introduzione di tale concetto non risolve niente, quantomeno dal punto di vista marxista-femminista, poiché allontana da  intuizioni fondamentali del quadro teorico marxista, conducendo fermamente sul terreno della sociologia empirica. Per la Barrett, il progetto marxista-femminista deve invece ratificare e sviluppare la teoria marxista affinché essa possa abbracciare diverse strutture sociali e demistificarne i rapporti reciproci. Confinando la teoria marxista al dominio della produzione, le teorie dualiste impediscono di costruire sulla base delle fondamenta gettate da una concezione materialista della società – vale a dire il rapporto determinante esistente tra i diversi livelli dell’esperienza e dell’organizzazione umana.

L’ultimo approccio marxista-femminista valutato dalla Barrett si concentra sulla creazione delle soggettività maschile e femminile, così come sulla rappresentazione delle differenze tra i generi nella produzione culturale. Questo approccio è stato influenzato considerevolmente dallo spostamento del pensiero marxista sul tema del’ideologia, in particolare grazia a l’impulso fornito da Althusser. Il rigetto dell’economicismo e la rivalutazione dell’ideologia hanno aperto la porta al marxismo-femminismo mirante a situare i rapporti tra generi al centro dell’analisi marxista., evitando al contempo i problemi del riduzionismo e dell’empirismo che affliggono gli approcci organizzati attorno ai concetti di riproduzione e patriarcato.

La Barrett identifica in questo punto di vista due problemi interdipendenti, il primo consistente in una forte tendenza astorica, causata da una massiccia mobilitazione del pensiero psicanalitico. Tale approccio non è ancora pervenuto a fornire un’analisi dell’ideologia e della soggettività di genere in grado di mostrare come questi ultimi si sono evoluti nel tempo, o come hanno potuto connettersi a formazioni sociali specifiche nel corso della storia. In secondo luogo, si tratta di un approccio che tende a  dimenticare l’affermazione di Althusser, senza dubbio nebulosa ma essenziale, secondo la quale «in ultima istanza» la priorità va alla dimensione economica, al fine di difendere più efficacemente l’autonomia assoluta dell’ideologia – una tendenza che si rivela con maggiore chiarezza nelle teorie del discorso, qui estesamente criticate. Per la Barrett, l’ideologia non possiede alcuna utilità analitica laddove è separata dalla realtà materiale, poiché diviene impossibile proporre una teoria della determinazione – ossia del mutamento storico, fondata sul principio di contraddizione. Simili approcci, come le teorie dualiste, portano in fin dei conti ad una teoria borghese della determinazione frammentata in diversi fattori – politico, ideologico, economico e via dicendo.

Dopo aver identificato i problemi principali dell’attuale riflessione teorica, la Barrett tenta di risolverli tramite un’analisi che riconosca l’importanza degli elementi ideologici – la costruzione della soggettività di genere, le sue determinazioni e conseguenze – senza strappare l’ideologia al suo ancoraggio ai rapporti materiali. Allo stesso tempo, propone di utilizzare un’analisi di tipo storico allo scopo di navigare tra la Scilla del riduzionismo e la Cariddi dell’empirismo.

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Marx, il marxismo e gli storici della Rivoluzione francese nel XX secolo (1)

di Julien Louvrier

L’autore del saggio che segue adotta un approccio rigorosamente diacronico. Partendo dalle analisi di Marx sulla Rivoluzione francese, egli dimostra come gli scritti di quest’ultimo, spesso associato a Engels riguardo a tale soggetto, siano sempre precisamente contestualizzati e legati al tentativo di comprendere il presente. È Jean Jaures, con la sua Storia socialista della Rivoluzione francese, a fornire per primo una lettura globale degli eventi rivoluzionari basata sulla griglia interpretativa proposta da Marx. Una forma di banalizzazione di questa lettura si produce in seguito, attraverso lo sviluppo della storia economica e sociale, ad opera di storici che, senza aver letto troppo Marx, conservano del suo pensiero l’idea dell’importanza determinante della realtà economica. Nel contesto della Guerra fredda, tale interpretazione «sociale» della Rivoluzione è oggetto di vigorosi attacchi e condanne, in quanto espressione di un marxismo riduttivistico. Una rimessa in causa che prende le mosse da letture privilegianti il fattore politico, le quali, tuttavia, si aprono nuovamente, dopo alcuni anni, a ricerche che ripropongono la questione delle appartenenze sociali.

Pensare il rapporto tra il marxismo e la storiografia della Rivoluzione francese comporta l’affermazione di un’ovvietà e di un paradosso. Lo storico della rivoluzione francese, che sia marxista o meno, non può fare a meno di Marx. Per descrivere le lotte sociali caratteristiche della società di Ancien Régime, comparare l’economia francese della fine del XVIII secolo con quella di altre potenze europee, formulare delle ipotesi circa le origini della Rivoluzione, appare difficile sottrarsi al lessico e alle analisi sviluppati dal filosofo di Treviri in tutta la sua opera.

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Luigi XVI compare davanti alla Convenzione nel dicembre del 1792

Tuttavia, sebbene abbia accarezzato il progetto di scrivere una storia della Convenzione, Marx non ha elaborato nel corso della sua vita nessuna opera che presentasse una visione sintetica e definitiva della storia della Rivoluzione francese. Inoltre, i giudizi di Marx o di Engels riguardo la Rivoluzione non sono mai stati rigorosamente coerenti, convergenti, né mai hanno preteso di coprire tutte le problematiche poste dall’irruzione della rivoluzione nella Francia della fine del XVIII secolo. Infine, per quanto numerose, le riflessioni di Marx sulla Rivoluzione del 1789 non costituiscono un corpus paragonabile alle grandi sintesi storiche scritte nel corso del XIX secolo, ad opera di storici liberali e romantici quali Guizot, Tocqueville o Michelet, l’apporto dei quali alla storiografia rivoluzionaria è considerevole. Se Marx, dunque, non può aspirare al titolo di storico della Rivoluzione francese, perché mai i ricercatori impegnati a lavorare sulla storia rivoluzionaria hanno attribuito così tanta importanza al suo pensiero? Quale genere di relazione si è stabilita tra l’analisi dello sviluppo delle società fornita da Marx e la comprensione del corso della Rivoluzione francese, e del suo significato, nella storia del mondo occidentale? Per essere più precisi: perché è stata posta, e lo è tutt’ora, la questione del marxismo presso gli storici della Rivoluzione francese (2), e assai più raramente quella – per esempio – del marxismo negli storici specialisti della Guerra dei cent’anni?

Innanzitutto, una banalità: non è in campo storico che gli scritti di Marx hanno conosciuto le loro prime ripercussioni. Infatti, prima di suscitare l’interesse degli storici e di penetrare, gradualmente, la storiografia rivoluzionaria a partire dalla fine del XIX secolo, il pensiero di Marx (3) ha inizialmente, e principalmente, occupato l’ambito filosofico, la sfera politica e il dibattito ideologico. A tal proposito, che si applichi specificamente alla rivoluzione francese, alla critica della filosofia hegeliana o all’analisi dei conflitti di classe nelle società moderne e contemporanee, il pensiero di Marx ha avuto, sin dalle sue prime formulazioni, degli avversari risoluti. Benché non siano senza rapporto, sarebbe comunque affrettato associare le riserve espresse sul marxismo dagli storici della Rivoluzione francese alle critiche lanciate a Marx dai suoi contemporanei. Queste riserve, in effetti, sono legate più alla strumentalizzazione di cui è stata oggetto l’opera di Marxiana nel XX secolo tramite la rivoluzione russa, e l’esperienza sovietica, che ai dibattiti filosofici che agitavano la sinistra intellettuale negli anni 1848-1870. Occorre ricordare che Lenin vedeva nel marxismo «una guida per l’azione rivoluzionaria», e che l’Unione Sovietica di Stalin fece delle teorie marxiste una dottrina di stato erigendola al rango di scienza? Tali circostanze spiegano naturalmente il fatto che siano state messe in dubbio delle letture della rivoluzione francese che si richiamavano ad un marxismo rigoroso, e che alcuni storici si siano interrogati circa l’opportunità di accordare al punto di vista del filosofo tedesco un’autorità scientifica incontestabile, in particolare quando si trattava di interpretare le rivoluzioni (4). Ciononostante, ultimo paradosso, pochi storici presentati come «marxisti» hanno rivendicato l’etichetta di «storici marxisti». Al contrario, da Georges Lefebvre a Michel Vovelle, passando per Albert Soboul, hanno tutti, in misura diversa, affermato la propria vicinanza ad un «metodo marxista», più che alla filosofia e alla storia elaborate da Marx e conosciute come «materialismo dialettico» (5). Si può dire che questi storici, tutti autori di contributi notevoli all’approfondimento e al rinnovamento delle nostre conoscenze storiche sulla Rivoluzione, hanno manifestato un maggiore attaccamento allo spirito dell’opera che alla lettera. Questo partito preso nei confronti di Marx va inteso come volontà di tenersi a distanza dalla vulgata marxista-leninista, così come professata nelle Repubbliche socialiste nonché nelle scuole dei partiti comunisti occidentali, rivendicando al contempo il diritto dello storico della Rivoluzione francese di ispirarsi al lavoro del filosofo servendosi delle sue teorie e concetti.

Sarebbe dunque inconcepibile parlare di una storiografia marxista della Rivoluzione francese, o di un’interpretazione marxista della Rivoluzione francese, considerata l’oggettiva differenza nel rapporto degli storici con Marx. Questi rapporti sono ovviamente funzione delle circostanze sociali e politiche del momento, e dipendendo strettamente dalla struttura stessa del campo storiografico. Esse determinano delle modalità attraverso le quali pensare la Rivoluzione con Marx, le quali vanno ricollegate allo stato della diffusione materiale dei suoi testi, nonché della loro conoscenza da parte degli storici. Se è dunque legittimo mettere in discussione il marxismo degli storici della Rivoluzione, ciò dovrebbe riguardare il carattere storico, vale a dire costantemente rinnovato e circostanziato, del rapporto tra la storiografia rivoluzionaria e Marx. Nel seguito di questo saggio, tenteremo di ritornare, in particolare, sulle principali tappe che hanno strutturato la relazione storica tra marxismo e storiografia della Rivoluzione francese. Questa storia, lunga pressapoco un secolo e mezzo, è composta di diverse fasi, a partire dall’elaborazione lenta e costantemente rinnovata di un’interpretazione del fenomeno rivoluzionario da parte di Marx stesso. Dopo aver ricostruito l’evoluzione dei punti di vista di Marx circa la Rivoluzione francese, dai suoi primi testi rivolti contro la filosofia hegeliana sino agli scritti della maturità, concentreremo la nostra attenzione sugli snodi e le mediazioni che hanno consentito l’incontro tra il marxismo e la storiografia rivoluzionaria. Richiameremo, dunque, il ruolo decisivo giocato da Jaures nello sviluppo di una lunga tradizione di studi sulla Rivoluzione francese ispirata a Marx, prima di rivolgere il nostro sguardo alle critiche di cui il «marxismo» di tale tradizione è stato oggetto.

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Libri da tradurre: Robert Brenner, Merchants and Revolution: Commercial Change, Political Conflict and London’s Overseas Traders, 1550–1653

La Rivoluzione inglese e la transizione dal feudalesimo al capitalismo

di Brian Manning

Tratto da International Socialism 2:63, estate 1994.

Robert Brenner, Merchants and Revolution: Commercial Change, Political Conflict and London’s Overseas Traders, 1550–1653, Verso, 2003

brenner-cf5674bd25d97b2fd7281f8d78ccf776Il primo grande dibattito sulla transizione dal feudalesimo al capitalismo ha avuto inizio con la pubblicazione, nel 1946, di Studies in the Development of Capitalism di Maurice Dobb [1], mentre il secondo è stato innescato dall’articolo di Robert Brenner, Agrarian Class Structure and Economic Development in Pre-Industrial Europe, pubblicato su Past And Present (1976) [2].  Dibattiti che forniscono ai marxisti un quadro all’interno del quale interpretare il periodo della Rivoluzione inglese, dal 1640 al 1660. In  questo senso, il nuovo importante libro di Robert Brenner costituisce un contributo prezioso. Esso si occupa del ruolo svolto dai mercanti londinesi nella rivoluzione, tuttavia, una postfazione di 78 pagine inquadra il soggetto del volume nel contesto di un’interpretazione più generale della rivoluzione.

Nel 1961, Valerie Pearl ha compiuto il primo dettagliato tentativo per documentare le Posizioni assunte dai mercanti londinesi durante la Rivoluzione inglese. Scoprendo, in tal modo, che buona parte dei principali mercanti delle grandi compagnie impegnate nel commercio oltremare erano realisti, laddove i sostenitori del parlamento erano “mercanti di medio livello”, “… senza dubbio benestanti, ma non certo gli uomini più ricchi della città”, “… mercanti di rilievo ma non ai vertici delle compagnie commerciali” [3]. Brenner ha portato avanti ulteriormente tale ricerca in un articolo del 1973, di fatto l’embrione del presente libro [4].

Un serio problema, nell’analisi degli schieramenti, è rappresentato dal fatto che anche tra i gruppi per i quali si dispone di una buona documentazione, come la gentry e i mercanti, il numero di coloro sui quali non si hanno informazioni, rispetto al loro posizionamento durante la guerra civile, è consistente. Brenner ha esaminato 274 membri dell’élite dei mercanti londinesi, ma per circa la metà di essi non vi sono prove su quale fazione abbiano sostenuto, un fatto da tenere presente quando si traggono delle conclusioni. Dei 130 mercanti riconducibili ai partiti, 78 erano realisti, 43 parlamentaristi e nove tenevano una posizione mutevole. Scremando verticalmente questi dati, Brenner ha riscontrato che i mercanti ai vertici delle compagnie del Levante e delle Indie Orientali, i quali detenevano il controllo della città prima della rivoluzione, erano prevalentemente realisti, mentre i cosiddetti  Merchant Adventurers, oramai in una posizione meno predominante rispetto al XVI secolo, erano grosso modo ugualmente distribuiti [5].

Indipendentemente l’uno dall’altro, Robert Brenner e Keith Lindley hanno analizzato i firmatari londinesi delle petizioni dei partiti nel 1641-2, raggiungendo in linea di massima le stesse conclusioni. L’ampio resoconto di Lindley mostra che i cittadini realisti erano “uomini di ricchezza e condizione superiore, la tradizionale classe dirigente della città… “. I mercanti con l’estero erano tanto fra i realisti quanto tra i parlamentaristi. Il tipico parlamentarista “era il commerciante domestico più modestamente prospero, con la propria casa e bottega, talvolta con qualche proprietà in un’altra città, impegnato nella vendita al dettaglio di tessuti e altri beni”. Egli era un cittadino agiato ma “generalmente meno prospero, ben introdotto e potente” del tipico realista. “Era questo genere di cittadino londinese, il quale lavorava con altri militanti nella propria chiesa, rione e associazione commerciale, e pronto ad esercitare un’influenza radicale sugli affari della città e del regno, a fornire gran parte del dinamismo della Rivoluzione inglese” [6].

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