L’Egitto: marxismo e specificità

di Georges Labica

L’Islam delle formazioni capitaliste periferiche può risolversi nel marxismo? È ciò su cui si interroga Georges Labica in questa dettagliata recensione dell’opera di Anouar Abdel-Malek «Ideologia e rinascita nazionale». Attraverso la magistrale ricostruzione della storia dell’ideologia nazionale in Egitto fornita da Abdel-Malek, tutte le ambiguità delle società post-coloniali a maggioranza musulmana vengono alla luce: l’incertezza tra la nazione e la comunità religiosa, il ruolo economico e militare dello stato centralizzato, la resistenza unitaria alla colonizzazione. Al di là di una storia intellettuale della rinascita egiziana, del suo fallimento e delle origini del nasserismo, Labica si impegna in una discussione sugli intellettuali progressisti del mondo arabo, il loro sradicamento e la loro resilienza. Il confronto con Abdel-Malek si rivela dunque un campo di ricerca fecondo per un marxismo risolutamente anti-eurocentrico.

Con Ideologia e rinascita nazionale (1) Abdel-Malek ci offre una summa di considerevole portata. Preziosa da una duplice prospettiva: in primo luogo apre, in particolare a noi europei – questo è il giusto contesto per ricordare la nostra appartenenza – , il campo poco o mal conosciuto di una civilizzazione geograficamente vicina e, a causa di nodi non del tutto sciolti, a noi prossima storicamente; in secondo luogo, essa si pone l’obbiettivo, esemplare per noi marxisti, di trattare in modo specifico la propria materia d’indagine. Prossimità e distanza, alterità e identità, sono quindi le premesse del nostro approccio, un po’ le sentinelle delle difficoltà che lo caratterizzano. Ma è necessario metterle sotto osservazione, non per uno scrupolo che preverrebbe i nostri passi falsi, invocando in anticipo indulgenza per loro, bensì per stabilire in tutto il suo rigore la problematica alla quale ci introduce l’opera di Abdel-Malek: quella del rapporto tra specificità e universale, o per meglio dire, quella della possibilità di un’analisi marxista concernente una realtà, una formazione economica e sociale, la quale parrebbe, a una prima approssimazione, presentare delle particolarità portatrici di una contraddizione di principio con l’approccio che intende renderne conto. In una parola: l’Egitto è un possibile oggetto di conoscenza scientifica? È passibile di una tale conoscenza, che non solo vuole produrre l’intelligibilità dei fenomeni sociali, ma anche i mezzi e le vie della transizione di ogni società a una forma superiore? A questa questione, notoriamente controversa (2), Anouar Abdel-Malek, che all’autorità dello studioso unisce quella del militante (3), dà una risposta affermativa. Diciamo, senza ulteriori indugi, che tale risposta è ormai tra quelle che contano, impossibili da eludere, e che per la ricchezza di informazioni, il rigore del suo metodo e la sua forza di persuasione, giungerà a tutti coloro in cui è viva la preoccupazione per il nostro mondo.

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Ideologia e rinascita nazionale porta a compimento il progetto di Esercito e società in Egitto (4). Questa prima opera trattava in effetti del periodo contemporaneo della storia egiziana e proponeva, partendo dai migliori lavori marxisti autoctoni sulla questione (5), una spiegazione del nasserismo della quale Maxime Rodinson ha illustrato magistralmente tutta l’importanza (6). Si trattava, nell’analizzare la composizione di classe della società egiziana insieme alle correnti di pensiero che la attraversavano, di stabilire, in un primo tempo, la natura e la funzione del gruppo politico degli Ufficiali liberi che prese il potere a seguito del colpo di stato del 1952, e in un secondo tempo, di individuare, secondo le tappe della sua pratica (7), il profilo di tale gruppo insieme a quello della società che si prefiggeva di plasmare. Ci si trovava di fronte, in tal modo, per quanto riguarda il decennio 1952-1962, a un regime segnato da profonde contraddizioni,  tanto sul piano della politica interna che su quello della politica estera (8), e ciononostante in grado di mantenere saldamente il potere e costruire una società indipendente. Queste contraddizioni rivelavano, tuttavia, la necessità di un’ideologia che consentisse al regime di auto giustificarsi e, al contempo, legittimare la propria azione presso le masse, al fine di mobilitarle. L’ambiguità tra il riferimento al socialismo (9) e l’egemonia di fatto lasciata ai sostenitori dell’Islam più reazionario, era a quel punto pronta a esplodere; lo stato militare stesso si bloccava all’interno di frontiere nazionali e nazionalistiche, nel momento stesso in cui affermava, attraverso motivazioni ideologiche nazionaliste, la sua vocazione a superarle. La tesi di Anouar Abdel-Malek tenta precisamente di risalire alle radici di tale situazione, ossia trovare nell’Egitto di ieri e di avantieri (10) la matrice di quello attuale; la preminenza, evidente sin dal titolo, attribuita all’analisi sovrastrutturale, risponde a una duplice preoccupazione: rendere conto della posizione ricoperta dall’ideologia dopo la prima rinascita egiziana e fino ai nostri giorni; sviluppare, in questo modo, un settore di ricerca lungamente trascurato (11). È così tracciata anche la nostra linea di condotta per le pagine che seguiranno: essa consisterà in una riflessione sull’obbiettivo dichiarato (12) del nostro autore, vale a dire, il problema teorico dell’ideologia.

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Mohammed- ‘Ali

È utile, prima di giungere al nocciolo della ricerca, fornire almeno una rassegna delle fasi che vi hanno condotto, trattandosi evidentemente non solo di rispettare la più elementare logica, ma di lasciare al lettore il gusto di sondare una ricchezza della quale troverà qui solo il pallido riflesso. La rinascita nazionale dell’Egitto, tra l’altro «la nazione più antica e compatta della storia» (p. 13), risale agli ultimi anni del XVIII secolo. L’Egitto moderno vede la luce con Mohammad-‘Ali (da noi Mehmet Ali), il cui regno durerà dal 1805 al 1848. «Unico tra i governanti degli stati dell’oriente musulmano dell’epoca, Mohammad-‘Ali considera il fattore economico come fondamento di quello politico – e per ciò che questo astuto ufficiale albanese assurge al rango di statista. Lo stato che si tratta di edificare, nella fattispecie, è concepito in origine, nel 1805, come una formazione etnica, incentrata su di un esercito potente e efficace, poggiantesi su un’economia moderna e autarchica» (p. 24). La storia politica stessa, all’epoca, pone l’economia in primo piano; di conseguenza è opportuno, seguendo l’autore, rintracciare i tratti caratteristici del paese:

> instaurazione del monopolio di stato nel commercio e nell’industria, in aggiunta a quello sulla terra, appannaggio del viceré fino alla legge agraria del 1858

> creazione di un mercato nazionale unificato (grandi opere di d’Ismâ’îl, successore di Mohammad-‘Ali)

> integrazione, dopo l’occupazione britannica, dell’economia egiziana nel circuito dell’economia internazionale per mezzo di prestiti e, soprattutto, della monocoltura del cotone (p. 109),

> costituzione di strutture sociali: due fatti importanti, in particolare, emergono: nelle campagne  «il processo giuridico di costituzione della proprietà privata della terra» (p. 81), nella seconda metà del secolo, fa emergere la classe dei grandi proprietari terrieri, a fianco della quale si distinguono altri tre gruppi sociali, quello dei proprietari che hanno ricevuto terre incolte, quello dei piccoli proprietari terrieri e, infine, quello dei contadini senza terra, rispetto ai quali si dispone di rare informazioni (p. 88); in città, l’epoca di Mohammad-‘Ali vede la formazione di una classe operaia dalla quale emergerà, al volgere del secolo, un proletariato industriale (nel 1899, al Cairo, viene fondato il primo sindacato, quello dei lavoratori del tabacco); gli altri ceti urbani si scompongono in classi superiori (pascià, grandi proprietari redditieri, alti funzionari, gerarchi religiosi, capi militari, quadri superiori dell’economia), classi medie e, in fondo alla scala sociale, una sorta di lumpen-prolétariat nel quale vagabondi e prostitute hanno un posto di rilievo.

Precisiamo: questa distribuzione non è statica, essa evolve in rapporto diretto con lo sviluppo del settore capitalistico (13). Questi tratti sono espressivi della specificità che segna la rinascita della formazione nazionale egiziana: uno stato centralizzato, dotato di un potente apparato, che da impulso alla vita economica e mantiene, anche sotto l’occupazione straniera, un margine di autonomia sufficiente per l’insorgere del movimento nazionale; l’esistenza di un settore capitalistico (14) nazionale e contemporaneamente integrato nel mercato economico mondiale; a tutto ciò vanno aggiunte, per completezza, alcune distorsioni interne, come la disparità di sviluppo tra alto e basso Egitto, e un rapporto città-campagna differente, per l’epoca, da quello delle altre nazioni dominate (p. 111). Ma questa specificità non ha niente di irriducibile. Se da un lato fa giustizia dell’interpretazione che vedeva nell’Egitto, secondo alcuni fino al 1952, una formazione di tipo «feudale» (15), essa riconosce non meno che «l’Egitto condivide il destino di tutti i paesi soggetti all’imperialismo, del quale J.-A. Hobson, e in seguito Lenin e Rosa Luxemburg hanno fornito il quadro d’insieme» (p. 109). Tale è l’analisi che costituisce il punto di partenza dell’inchiesta condotta da Anouar Abdel-Malek. Su questo sfondo, che rappresenta il fallimento della prima rinascita egiziana sotto l’impatto dell’occupazione britannica, l’autore va a circoscrivere l’oggetto del suo lavoro la sociologia della cultura (p. 93), alla quale chiede di produrre le condizioni ideologiche del rinnovamento nazionale contemporaneo. Quattro passaggi successivi (dalla terza ala quarta parte) e due fasi storiche successive (1805-1879 e 1879-1892) illustrano il suo scopo; ne tracceremo le linee generali, riservandoci di insistere più particolareggiatamente sull’ultimo periodo (trattato nella quinta parte, 1879-1892), introduttivo al dibattito di fondo.

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