L’abolizione del lavoro nell’insegnamento di Marx

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Pieter Bruegel il Vecchio, Paese della cuccagna, 1567.

“la rivoluzione comunista… sopprime il lavoro”

“i proletari invece, per affermarsi personalmente, devono abolire… il lavoro”

“non si tratta di liberare il lavoro, ma di abolirlo”

Karl Marx

LE VICISSITUDINI DELL’IDEA DELL’ABOLIZIONE DEL LAVORO NELL’INSEGNAMENTO DI MARX – UN’IDEA CHE PUÒ ESSERE RIVITALIZZATA?                                                              

di Uri Zilbersheid

INTRODUZIONE

Una delle più importanti idee di Karl Marx è quella dell’abolizione del lavoro. Nonostante la centralità di tale concetto nei primi scritti marxiani e, in una certa misura, anche negli ultimi, esso non è stato oggetto di molte discussioni nella letteratura marxista. In effetti, numerosi studiosi occidentali del pensiero marxiano hanno riconosciuto il carattere umanistico dell’insegnamento di Marx, identificando il desiderio di superare l’alienazione, all’interno e all’esterno della produzione, come loro motivo fondamentale. Ciononostante, la radicale visione marxiana – l’abolizione dl lavoro – non ha ottenuto il dovuto riconoscimento. Il pensiero marxiano è votato alla liberazione dell’uomo da ogni forma di asservimento, e l’abolizione del lavoro costituisce un aspetto rilevante di questa liberazione.

Naturalmente, il concetto marxiano dell’abolizione del lavoro è stato preso in considerazione da pensatori di primo piano come Herbert Marcuse [1] e Erich Fromm, [2] i quali cercano di integrarlo nel loro insegnamento, sopratutto nella loro prospettiva socialista. È stato anche discusso, in Israele, da Ygal Wagner [3] e Michael Strauss, [4] non esitando nell’attribuirgli grande importanza. Robert Tucker e Robert steigerwald andrebbero citati tra gli studiosi che si sono occupati del concetto. Tucker sostiene correttamente che la rivoluzione comunista, come paventata da Marx, dovrebbe costituire “un modo di produzione radicalmente nuovo che abolisce e trascende… il ‘lavoro’ stesso nel senso in cui l’umanità lo ha sempre conosciuto”. [5] L’atteggiamento di Steigerwald nei confronti dell’idea marxiana di abolizione del lavoro, d’altra parte, è negativo. nel suo libro su Herbert Marcuse, egli rimprovera a quest’ultimo l’aver adottato la “più estrema e ‘escatologica’ delle conclusioni di Marx, da lui in seguito ulteriormente esasperata… ‘l’ida dell’abolizione del lavoro'”. [6] Alcuni aspetti di quest’idea sono stati discussi da Benedito Rodiguesde, Moraes Neto e Bruno Gulli nel corso della conferenza “Marxism 2000” (Amherst, massachusetts, 21-24 settembre 2000). [7] Per quanto mi riguarda, basandomi sulla mia interpretazione degli insegnamenti di Marx, appartengo al filone stabilito da Fromm e, in particolare, da Marcuse.

Né i marxisti né gli studiosi più in generale che hanno trattato il concetto di lavoro di Marx possono essere biasimati per non aver tenuto in debito conto l’abolizione del lavoro, dal momento che, come nota Steigerwald, lo stesso Marx sembrerebbe aver abbandonato una simile idea nei suoi ultimi scritti. Un abbandono dalle conseguenze fatali e di lungo termine per la piena realizzazione della libertà umana. Esso suggerisce, infatti, che non solo la produzione non può essere trasformata in un’attività libera, ma anche che le relazioni sociali di sfruttamento non possono essere abolite.

Al cuore della fase culminante della società comunista, come descritta da Marx nei primi scritti, vi è l’abolizione del lavoro. La più nota abolizione della proprietà privata, dello stato e quella meno conosciuta della divisione del lavoro, sono tutte condizionate all’abolizione del lavoro stesso. In seguito sarà ulteriormente chiarito che abolizione del lavoro non è abolizione della produzione, bensì trasformazione del prevalente modo di produzione in uno del tutto nuovo non più definibile come “lavoro”.

Per Marx la trasformazione dell’attività umana, specificamente l’attività produttiva, in una forma nuova e non alienata è essenziale per il cambiamento della società. Se non modifichiamo la nostra attività, ogni sforzo al fine di creare nuovi rapporti socialisti, e dunque senza sfruttamento, è destinato necessariamente a una regressione allo stato precedente. Naturalmente, una tale regressione non significa inevitabilmente, per fare un esempio, un immediato risorgere del capitalismo. Significa che lo sfruttamento può assumere molteplici forme, anche di tipo “socialista”. Il ripristino del capitalismo può, prima o poi, seguire lo sviluppo di forme di sfruttamento “socialiste”, se gli esperimenti socialisti avvengono in un contesto capitalista. Così ogni ritirata rispetto all’idea dell’abolizione del lavoro è un fattore critico, poiché segna l’inevitabile impossibilità di sopprimere i rapporti di sfruttamento. Sebbene Marx non ha mai effettivamente ammesso l’abbandono della convinzione circa la possibilità di abolire i rapporti di sfruttamento, una simile conclusione, come cercherò di dimostrare, è ineluttabile.

Cosa è, in effetti, l’abolizione del lavoro? Come possiamo comprendere la relazione tra essa e l’abolizione dei rapporti di sfruttamento? Quali sono le possibili ragioni alla base dell’accantonamento da parte di Marx di tale idea? È possibile rivitalizzarla, tenendo conto dei nuovi sviluppi nella tecnologia? Questi sono i quesiti che verranno discussi in questo articolo.

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