Intervista a Utsa Patnaik: storia agraria e imperialismo

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Utsa Patnaik. Foto: Pradeep Gaur/Mint

Intervista rilasciata dalla professoressa Utsa Patnaik a Max Ajl come parte delle attività del workshop sul tema ‘Agricultura e imperialismo’, tenutosi a Beirut nel novembre 2018 e organizzato dal Thimar Collective con finanziamenti dal Leverhulme Trust. Intervista pubblicata in collaborazione con Review of African Political Economy website.

Max Ajl: Innanzitutto buongiorno e grazie per essere qui con noi. Per iniziare, potrebbe parlarci di come ha intrapreso lo studio dell’economia e quali sono state le sue prime ricerche?

Utsa Patnaik: Mi sono interessata all’economia in giovane età perché nella nostra casa circolava parecchia letteratura marxista – Il Capitale di Karl Marx, altri volumi di Marx e Engels nonché gli scritti di Lenin. Mio padre, sebbene ingegnere di professione, nutriva interesse per il marxismo. Dato l’accesso a queste letture nell’adolescenza, ho considerato di apprendere l’economia. Mi sono dunque iscritta alla Delhi School of Economics per compiere gli studi universitari. All’epoca avevamo ottimi docenti, inclusi i professori  Sukhamoy Chakravarty, Amartya K. Sen, K.N. Raj. In seguito ho completato il dottorato di ricerca in economia all’Università di Oxford in Gran Bretagna, con tema lo sviluppo dell’agricoltura capitalistica in India, facendo qui ritorno nel 1973 per insegnare alla nuova Jawaharlal Nehru University a Delhi, attività che vi ho svolto per trentasette anni prima di andare in pensione nel 2010.

MA: Attualmente, il suo nome potrebbe essere noto a molti grazie agli studi che ha compiuto sul drenaggio di ricchezza, oltreché al lavoro riguardante l’imperialismo, ma la sua prima attività era maggiormente incentrata sulla differenziazione contadina e la sociologia rurale. Può parlarci di alcuni dei temi da lei affrontati nel suo iniziale lavoro dedicato al mondo rurale?

UP: All’epoca in cui svolgevo la ricerca per il mio dottorato, molti cambiamenti stavano avvenendo nell’agricoltura indiana, dopo decenni di stagnazione sotto il dominio coloniale. A partire dai primi anni Cinquanta, il governo stava spendendo liberamente nello sviluppo rurale e i contadini godevano di protezione, i prezzi per i loro prodotti erano assicurati. Era in corso un processo di investimento privato in agricoltura, tanto da parte delle classi agrarie più agiate quanto per iniziativa di soggetti al di fuori di quell’ambito, e ciò perché l’agricoltura risultava redditizia per la prima volta. Fondamentalmente, si trattava di un processo di sviluppo del capitalismo in agricoltura, il che accendeva particolarmente il mio interesse essendomi noto Lo sviluppo del capitalismo in Russia di Lenin. Più della metà di quel libro e dedicata a dimostrare come, con la crescita dell’economia di mercato, un processo di differenziazione tra i contadini in Russia abbia condotto all’emergere di una classe di contadini ricchi. Ne ritenevo l’impianto teorico assai rilevante in relazione alla situazione indiana, nella quale stava avendo luogo esattamente lo stesso processo. La pubblicazione di alcuni risultati delle mie ricerche su The Economic and Political Weekly, sfociò in quello che è divenuto noto come “dibattito sul modo di produzione”. Dibattito che ha attirato contributi da varie parti del mondo, compresi Andre Gunder Frank, Hamza Alavi, non esclusi, ovviamente, gli indiani –  Ashok Rudra, Jairus Banaji,  Paresh Chattopadhyay. (In seguito mi è stato chiesto dall’EPW di curare la pubblicazione dei documenti di questo dibattito, comparsi sotto il titolo Agrarian Relations and Accumulation).

Secondo l’analisi comunemente accettata all’epoca, lo scenario agrario indiano era dominato da rapporti di produzione feudali, ovverosia, il surplus veniva estratto dai contadini sotto forma di affitto destinato ai grandi proprietari terrieri, nonché di interesse dovuto agli usurai. I contadini venivano inoltre derubati dai mercanti, i quali intascavano la sostanziosa differenza tra il basso prezzo a cui ne compravano i prodotti e quello a cui li vendevano.

Io sostenevo che tali rapporti avevano ancora il predominio, ma vi era un nuovo processo in corso del quale bisognava rendere conto:  coloro che passavano dai vecchi modi di estrarre il surplus a modalità nuove, vale a dire, assumendo manodopera e generando profitti. Questo è essenzialmente ciò in cui la crescita dell’agricoltura capitalistica consisteva, e io stavo cercando di identificarne i soggetti. Essi provenivano dalla cerchia degli ex proprietari feudali, perché erano stati compensati per qualsiasi terra sottratta nel contesto della riforma agraria del governo. Costoro controllavano migliaia di acri, alcuni di loro almeno – e solo una parte era stata rilevata dallo stato, ma questa parte non era stata confiscata. Erano stati compensati con denaro e obbligazioni, quindi disponevano di soldi in abbondanza per investire, cosa che molti iniziarono a fare. L’altro elemento che stava contribuendo alla crescita dell’agricoltura capitalistica era costituito da un segmento di contadini ricchi. I grandi proprietari terrieri non prendevano parte ad alcun tipo di lavoro nei campi,ma i contadini ricchi vi partecipavano effettivamente, sebbene facessero in larga parte affidamento su lavoro salariato per svolgere le attività. In alcune zone del paese, come il Punjab, l’elemento contadino ricco era dominante, mentre in altre prevaleva quello dei grandi proprietari terrieri – l’India presentava enormi variazioni nelle strutture di classe.

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L’emergere della critica di Marx all’agricoltura moderna

Le intuizioni sull’ecologia nei quaderni di estratti

di Kohei Saito

Introduzione

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Karl Marx nel 1861

Durante la preparazione in vista della sua critica dell’economia politica, Marx ha compilato un’enorme quantità di quaderni di appunti e estratti. Spesso accompagnati da commenti, consistono in larga parte di citazioni dirette tratte da numerosi libri, riviste e giornali che avevano attratto la sua attenzione. Sebbene a lungo trascurati dagli studiosi marxisti e mai pubblicati in alcuna lingua (1), tali quaderni, al pari dei manoscritti e delle lettere, costituiscono una preziosa e originale fonte per la comprensione del processo alla base del pensiero di Marx. Di fatto, con l’inizio della loro pubblicazione nella quarta sezione della nuova Marx-Engels Gesamtausgabe (MEGA2), l’importanza di questi quaderni sta divenendo sempre più evidente (2). I taccuini di Marx sono la testimonianza di uno sforzo incessante finalizzato a cogliere la totalità del capitalismo e, considerata l’incompiutezza del Capitale, forniscono indicazioni di grande utilità sulla direzione che avrebbe potuto prendere il progetto marxiano di critica dell’economia politica.

Nel tentativo di comprendere lo sviluppo della teoria di Marx, questo saggio analizza i suoi estratti dai volumi di due chimici agrari, Justus von Liebeg e James F.W. johnston, così da far luce sul significativo mutamento nell’approccio di Marx riguardo alla pratica della moderna agricoltura, il quale lo ha condotto, negli ultimi anni della sua vita, a intensificare lo studio delle scienze naturali (3). Marx lesse accuratamente i lavori dei due chimici, prima negli anni Cinquanta, agli esordi delle ricerche sull’economia politica, e successivamente negli anni Sessanta, mentre era impegnato nella preparazione dei manoscritti del Capitale (4). A un esame approfondito dei suoi estratti, ci si rende conto di come egli abbia raggiunto una comprensione critica e ecologica della moderna agricoltura, una comprensione, che alla metà degli anni Sessanta, si spinge ben oltre il paradigma ricardiano della rendita differenziale. Nonostante l’iniziale ottimismo di Marx circa gli effetti della moderna agricoltura basata sull’applicazione delle scienze naturali e della tecnologia, in seguito egli non ha mancato di sottolinearne le conseguenze negative, in regime capitalistico, derivanti proprio da tale applicazione, illustrando come essa conduca, inevitabilmente, a delle forti disarmonie nel “ricambio organico” (Stoffwechsel) transtorico tra gli esseri umani e la natura.

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Le origini agrarie del capitalismo

di Ellen Meiksins Wood

Una delle più consolidate convenzioni della cultura occidentale è l’associazione del capitalismo con la città. É invalsa la supposizione che esso sia nato e cresciuto nelle città. Non solo, tutto ciò implica che qualsiasi città – con le sue caratteristiche attività di traffico e commercio – sia per natura, e sin dagli inizi, potenzialmente capitalista, e come solo ostacoli esterni abbiano impedito a ogni civiltà urbana di dare i natali al capitalismo. Solo la religione sbagliata, la forma di stato sbagliata, o ogni altro genere di catene ideologiche, politiche e culturali che abbiano frenato le classi urbane, hanno impedito al capitalismo di sorgere ovunque e comunque, sin da tempi immemorabili – o perlomeno da quando la tecnologia ha permesso un’adeguata produzione di eccedenze.

Ciò che spiega lo sviluppo del capitalismo in occidente, secondo questo punto di vista, è l’autonomia delle sue città e della loro classe per eccellenza: la borghesia. In altre parole, il capitalismo è emerso in occidente non tanto a causa di ciò che era presente bensì a causa di ciò che era assente: i vincoli alle pratiche economiche urbane. In tali condizioni è stata sufficiente una più o meno naturale espansione del commercio per innescare lo sviluppo del capitalismo sino alla sua piena maturità. Unico fattore assolutamente necessario la crescita quantitativa, la quale si è verificata inevitabilmente col passare del tempo (in alcune versioni, ovviamente, agevolata ma non causata originariamente dall’etica protestante).

Ci sarebbero numerose obbiezioni che si potrebbero rivolgere alle ipotesi di una naturale connessione tra città e capitalismo. Tra le tante, il fatto che esse tendano a naturalizzare il capitalismo, così da occultarne il carattere distintivo come specifica forma sociale storicamente determinata, con un inizio e (senza alcun dubbio) una fine. La propensione a identificare il capitalismo con la città, e il commercio urbano, è stata generalmente accompagnata dall’inclinazione a considerarlo, più o meno automaticamente, come una conseguenza di pratiche antiche come l’umanità; se non, addirittura, un’automatica conseguenza della natura umana, la “naturale” inclinazione, nelle parole di Adam Smith, a “trafficare, barattare e scambiare”.

Probabilmente il più salutare correttivo a simili assunzioni – nonché alle loro implicazioni ideologiche – consiste nel riconoscere che il capitalismo, con le sue particolari forme di accumulazione e massimizzazione dei profitti, è nato non nelle città ma nelle campagne, in un luogo specifico, e molto tardi nella storia umana. Esso non richiede una semplice estensione o espansione dei traffici e degli scambi, ma una completa trasformazione delle più basilari pratiche e relazioni umane, una rottura con secolari modelli d’interazione umana con la natura, finalizzati alla produzione di fondamentali necessità della vita. Se la tendenza a assimilare il capitalismo con la città è associata con quella a oscurare la specificità del capitalismo, allora il modo migliore per mettere in luce quest’ultima e quello di considerare le origini agrarie del capitalismo.

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