‘Esigiamo la pubblicazione dei trattati segreti’: biografia di uno slogan gemello

Settima e ultima parte di ‘Tutto il potere ai Soviet!’

Si veda anche, in calce a questo stesso post, l’appendice “Gli editoriali sulla guerra pubblicati nel marzo 1917 da Kamenev e Stalin”.

di Lars T. Lih

Il 4 marzo 1917 (secondo il vecchio calendario russo), Paul Miliukov, ministro degli esteri del Governo provvisorio appena insediato dalla Rivoluzione di febbraio, inviava un telegramma alle ambasciate russe all’estero. Vi si ribadiva ciò che i governi alleati volevano sentirsi dire: i nuovo governo post-zarista intendeva onorare pienamente i trattati tra loro e la Russia. Agli occhi di Miliukov, difatti, il punto era che la rivoluzione doveva essere in grado di assolvere più efficacemente gli obblighi imposti dai trattati. Eppure, nella sua fretta di rassicurare gli alleati, egli aveva innescato una bomba a orologeria – per sé stesso e, nel giro di pochi mesi, per il Governo provvisorio.

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Grigorii Zinoviev

In quel momento, il telegramma in questione e altri simili passarono inosservati in Russia. Tuttavia, alcuni rivoluzionari in esilio in Europa colsero immediatamente la centralità della questione dei trattati zaristi. Il bolscevico Grigorii Zinoviev, residente a Berna, impugnava le dichiarazioni di Miliukov quale prova che nessuna rivoluzione era avvenuta nella politica estera. Un articolo sulla questione dei trattati scritto da Zinoviev giunse in Russia prima del rientro del suo autore: venne pubblicato sulla Pravda il 25 marzo, subito dopo la pubblicazione della Lettera da lontano di Lenin. Il leader socialista rivoluzionario Viktor Chernov, anch’egli in esilio, comprese la discrepanza tra l’immagine dal Governo provvisorio proiettata all’estero e quella che rimandava in patria. Una discrepanza che non mancò di sottolineare con forza non appena ritornato nel suo paese all’inizio di aprile. Sebbene tanto Zinoviev che Chernov ritenessero uno scandalo i trattati segreti, i due trassero lezioni politiche drammaticamente differenti da tale scandalo.

Alla metà di marzo, due bolscevichi di primo piano, Lev Kamenev e Iosif Stalin, facevano ritorno a Pietrogrado dall’esilio interno in Siberia. I due dirigenti erano estremamente seri circa il prendere il potere e mantenerlo. Come ebbe a dire Kamenev, parlando confidenzialmente a un sodale bolscevico, “ciò che conta non è tanto prendere il vlast – ciò che conta è mantenere il vlast” [1]. Entrambi i leader compresero ben presto che guadagnare il sostegno dei soldati era la chiave di volta dei loro piani. Non si trattava di un compito semplice: i bolscevichi dovevano sfatare l’immagine di “disfattisti” che li faceva apparire nemici dei soldati e, d’altra parte, esporre la guerra come “imperialista”. Al fine di risolvere tale dilemma, Kamenev e Stalin ricorsero alla tradizionale tecnica socialista delle campagne di agitazione, mirando a presentare al Governo provvisorio rivendicazioni concrete perché avanzasse autentiche proposte di pace. Il loro calcolo era schietto: l’inevitabile fallimento da parte del Governo provvisorio ad agire nel senso di simili rivendicazioni avrebbe esposto, in maniera drammatica e visibile, i reali motivi della guerra.

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Viktor Nogin

Alla fine di marzo, queste tre correnti – la lealtà di Miliukov agli impegni zaristi, l’attenzione di Zinoviev ai trattati segreti e la campagna di agitazione lanciata dai bolscevichi di Pietrogrado – iniziarono a convergere in modo esplosivo. Immediatamente dopo la pubblicazione sulla Pravda, il 25 marzo, dell’articolo di Zinoviev, i trattati segreti occuparono il centro della campagna bolscevica. La prime risoluzione emanata da raduni di massa di operai e soldati, richiedente la pubblicazione dei trattati segreti, si ebbe a fine marzo. Nel mentre, lo scontro tra il Soviet di Pietrogrado e  il Governo provvisorio riguardo agli obiettivi della guerra si accelerava. Eppure, tra i vertici socialisti del Soviet, la risposta a questa crisi prese due direzioni assai diverse. Il 29 marzo, alla prima conferenza nazionale dei soviet, il bolscevico Viktor Nogin fece appello al consesso perché si richiedesse la pubblicazione dei trattati segreti. In risposta, un altro appena rientrato leader socialista – Irakli Tsereteli, in procinto di divenire portavoce del “difensismo rivoluzionario”, nonché esponente chiave dei vertici “moderati” del Soviet – argomentava contro la pubblicazione. Una solida maggioranza sostenne Tsereteli.

Così – alla viglia dell’arrivo di Lenin e Zinoviev agli inizi di aprile – il dado era tratto, le linee della battaglia tracciate. La rivendicazione della pubblicazione dei trattati segreti divenne un contrassegno dell’identità dei bolscevichi e un indicatore della loro crescente influenza tra la base del soviet. Uno dei primi atti del nuovo governo sovietico instaurato in ottobre consistette nel soddisfare tale rivendicazione, pubblicando appunti i trattati. Lo slogan dei trattati segreti merita pienamente di essere definito come il gemello di “Tutto il potere ai soviet!”, ma si tratta di una storia mai raccontata – fino ad ora.

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Il carattere della Rivoluzione russa: il Trotsky del 1917 contro quello del 1924

‘Tutto il potere ai Soviet!’, parte sesta

Si veda anche, in calce a questo stesso post, l’appendice ‘Il carattere della Rivoluzione russa’ di Leon Trotsky (1917).

di Lars T. Lih

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Lev (Leon) Trotsky

Nell’aprile del 1917, Georgii Plekhanov – venerando esponente della socialdemocrazia russa, ma in quel momento confinato nell’ala “difensista” dello spettro socialista – scriveva una coppia di articoli che, per una via inaspettata e sorprendente, sono divenuti la base dell’odierna narrazione del “riarmo” dei bolscevichi durante la rivoluzione. In questi articoli, Plekhanov formulava le seguenti asserzioni:

  1. Nelle sue Tesi di aprile, Lenin proclamava il carattere socialista della Rivoluzione russa.
  2. Così facendo, Lenin sottovalutava la natura arretrata della società russa.
  3. La nuova posizione assunta da Lenin costituiva un’esplicita rottura rispetto all’ortodossia marxista da lui stesso propugnata in precedenza.
  4. Affermare il carattere socialista della Rivoluzione russa rappresentava una necessità logica per chiunque sostenesse il trasferimento del vlast (l’autorità politica sovrana) ai soviet.
  5. Il riconoscimento della natura democratica-borghese della rivoluzione implicava logicamente il sostegno al  Governo provvisorio.

Queste cinque proposizioni sono ortodossia assolutamente incontrovertibile per la maggioranza degli autori, tanto accademici quanto militanti, che si occupano di Rivoluzione russa. Curiosamente, tuttavia, lo stesso Lenin respinse ognuna di queste affermazioni.

In un articolo rivolto contro Plekhanov, pubblicato sulla Pravda il 21 aprile, Lenin sottolineava che “se i piccoli proprietari costituiscono la maggioranza della popolazione e se non esistono le condizioni oggettive per il socialismo, come può la maggioranza della popolazione dichiararsi a favore del socialismo?! Chi può dire e chi dice di introdurre il socialismo contro la volontà della maggioranza?!”. Fatto cruciale, Lenin asseriva che la via verso il potere al soviet era cionondimeno dettata dalla natura democratica della rivoluzione: “Com’è allora possibile , senza tradire la democrazia, pur intesa alla maniera di Miliukov, pronunciarsi contro la «conquista del vlast politico» da parte della «massa lavoratrice russa»?” (Si veda il quinto post di questa serie, “‘Una questione fondamentale: le glosse di Lenin alle Tesi di aprile’”).

Lenin non era il solo bolscevico di spicco a dare addosso a Plekhanov. Nell’agosto del 1917, Lev Trotsky dedicava un articolo alla demolizione della “sociologia plekhanovita”. Secondo Trotsky, l’argomentazione di Plekhanov veniva utilizzata dai menscevichi e dai socialisti rivoluzionari come debole scusa per il rifiuto di sostenere il potere del soviet: essendo questa una rivoluzione democratica, dobbiamo forse garantire ai partiti borghesi una maggioranza di governo in alcun modo giustificata dal loro effettivo sostegno popolare. O, come riassumeva sarcasticamente Trotsky “il vero motto dei socialisti  rivoluzionari e dei menscevichi”: “Al diavolo la democrazia! Lunga vita alla sociologia plekhanovita!”.

Poiché sia Lenin che Trotsky si presero la briga di confutare Plekhanov, dobbiamo chiederci: in quale modo la caricatura della loro posizione fatta da quest’ultimo ha finito per risultare così accurata e incontrovertibile? La risposta è semplice: nel 1924, Trotsky compiva un voltafaccia, finendo per sostenere saldamente la “sociologia plekhanovita”. Nel suo breve volume Le lezioni d’ottobre, martellava sull’affermazione secondo la quale chiunque avesse definito la rivoluzione come “democratica-borghese” si trovava logicamente impossibilitato a sostenere la via del potere al soviet. Così – in maniera abbastanza sorprendente – Plekhanov, canalizzato da Trotsky (1924), poneva le basi per l’odierna ortodossia del “riarmo del partito”.

Le lezioni d’ottobre apparve per la prima volta come saggio introduttivo a un edizione in due volumi di discorsi, articoli e altri scritti di Trotsky risalenti al 1917 e ai primi del 1918. Sebbene tali scritti siano una miniera di materiali circa il dramma politico in questione, non sono a conoscenza di alcuna analisi approfondita che li riguardi (e ciò include le principali biografie, ovvero quelle di Isaac Deutscher, Tony Cliff e Pierre Broué) [1]. Sto lavorando a un esame su larga scala di questo materiale, e il presente post può considerarsi come un’anticipazione di tale sforzo più ampio. Per quanto in questo breve saggio mi concentri su un solo articolo, posso confermare che l’argomentazione di Trotsky in esso formulata è del tutto coerente con le sue altre dichiarazioni del 1917.

I testi dei pertinenti articoli di Lenin e Plekhanov sono disponibili in appendice alla parte quinta di questa serie. In calce al presente post viene data una nuova traduzione dell’articolo di Trotsky del 1917 intitolato “Il carattere della Rivoluzione russa”. Dopo aver fornito un commento a quest’ultimo testo, rivolgerò la mia attenzione al Trotsky del 1924 al fine di documentarne il drammatico cambio di posizione. In tal modo, il lettore interessato sarà pienamente in grado di giudicare la validità della mia interpretazione.

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‘Una questione fondamentale’: le glosse di Lenin alle Tesi di aprile

‘Tutto il potere ai Soviet!’, parte quinta

di Lars T. Lih

Si veda anche, in calce a questo stesso post, l’appendice ‘Lenin respinge un travisamento delle Tesi di aprile’.

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Lenin nel 1920, disegno di Isaak Brodsky

Nell’aprile del 1917 Lenin sfornava articoli per la Pravda con una cadenza sbalorditiva. Uno di questi articoli, “Una questione fondamentale”, venne scritto il 20 aprile e pubblicato il giorno seguente. Un testo che successivamente avrebbe trovato il proprio posto nelle Opere complete di Lenin, dov’è oggi facilmente reperibile. Non si tratta in alcun modo di un documento misconosciuto o da riportare alla luce – e tuttavia, nel contesto di un nuovo sguardo agli eventi della primavera 1917, “Una questione fondamentale” appare come un documento notevole e rivelatore. Pertanto, l’ho ritradotto di recente e ho provveduto a fornirne un commento.

Ufficialmente, questo articolo costituiva una controreplica a una critica delle Tesi di aprile, ad opera di Georgy Plekhanov, pubblicata il 20 aprile (una traduzione dell’articolo di Plekhanov si può trovare in appendice). In realtà, Lenin era meno interessato a confutare Plekhanov che a rassicurare i praktiki bolscevichi (gli attivisti di medio livello che compivano il lavoro pratico del partito). Sergei Bagdatev era appunto un praktik bolscevico, nonché un ardente sostenitore del potere al soviet; nella parte quarta di questa serie di post, abbiamo visto come egli esprimesse il timore che alcuni aspetti delle Tesi di Lenin potessero ostacolare la via all’instaurazione del potere del soviet. La sua preoccupazione di fondo riguardava le basi di classe della rivoluzione in corso: Lenin stava davvero affermando che non erano necessari i contadini come alleati, come sottinteso dalle Tesi di aprile e da svariati altri commenti? In “Una questione fondamentale”, Lenin rispondeva con enfasi a tale preoccupazione: no, non era ciò che intendeva, non lo era nel modo più assoluto.

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Tredici a due: i bolscevichi di Pietrogrado discutono le Tesi di aprile

‘Tutto il potere ai Soviet!’, parte quarta

di Lars T. Lih

Si veda anche, in calce a questo stesso post, l’appendice Le Tesi di aprile: i bolscevichi mettono le cose in chiaro’.

Ovunque e in ogni momento, quotidianamente, dobbiamo mostrare alle masse che sin quando il vlast non sarà trasferito nelle mani del Soviet dei deputati degli operai e dei soldati, non vi sarà speranza di una conclusione a breve della guerra, né possibilità alcuna per la realizzazione del loro programma. – Sergei Bagdatev così spiegava le sue apprensioni circa le Tesi di aprile di Lenin nel corso della Conferenza di aprile del partito bolscevico.

In quasi tutti i resoconti delle attività del partito bolscevico, nella primavera del 1917, si troverà una frase che afferma quanto segue: le Tesi di aprile di Lenin risultarono a tal punto scioccanti per i membri del partito che, nel corso di una riunione del Comitato di Pietrogrado tenutasi l’8 aprile, vennero respinte con un voto di tredici a due (e un astenuto). Un episodio al quale viene dedicata niente più che una singola frase, ma una frase che, anche solo presa di per sé, costituisce certamente un pugno nello stomaco. Tredici a due! – I bolscevichi dovevano essere rimasti davvero scandalizzati dal nuovo e radicale approccio di Lenin.

Il potere di una buona storia non dovrebbe essere sottovalutato. L’aneddoto sul voto di tredici a due, dopo il rientro di Lenin, si può collocare a giusto titolo accanto a quello sulla presunta “censura” delle sue Lettere da lontano prima del suo ritorno in Russia. Lo statuto di questi due aneddoti quali fatti indiscussi, probabilmente, conferisce alla consueta narrazione del riarmo più sostegno di qualsiasi seria argomentazione. Precedentemente, in questa serie di testi, prendendo in esame l’episodio delle Lettere di Lenin, ho dimostrato come si tratti di un “documento volubile”, che cambia dunque aspetto laddove messo in questione. Nel caso ora in esame, un aneddoto in precedenza a supporto della narrazione del “riarmo”, secondo cui le Tesi di aprile costituivano una rottura radicale rispetto a una prospettiva bolscevica di lunga data, supporta ora una narrazione per così dire “pienamente armata”.

In questo post, volgeremo la nostra attenzione verso gli altri principali pilastri aneddotici della narrazione del “riarmo”. Di fatto, è possibile affermare che il voto di tredici a due è l’unica solida evidenza fattuale a dimostrazione di un ampio, e totale, rigetto delle Tesi di aprile da parte dei membri del partito. Il problema e che – ad un attento esame – questa solida evidenza si scioglie come neve al sole. La nostra conoscenza del dibattito deriva da un insieme di minute, alquanto confuse, pubblicate per la prima volta nel 1927. Per quanto mi è dato di sapere, tali minute non sono mai state sottoposte, da parte di nessuno, a uno scrutinio dettagliato a seguito della loro prima pubblicazione. Nel momento in cui mi sono imbarcato in una simile impresa, mi sono ben presto accorto che qualcosa non funzionava nel resoconto corrente.

Il voto di tredici a due implica che solo in due supportavano le Tesi – ma quando guardiamo alle osservazioni dei sei che presero la parola durante la discussione del comitato, scopriamo che quattro di loro non avevano altro che elogi per il testo in questione. Gli altri due oratori (uno dei quali presenziava come ospite senza diritto di voto) erano preoccupati dalle possibili implicazioni di alcune delle Tesi, le quali, a loro modo di vedere, avrebbero potuto creare difficoltà nella pratica agitatoria. Persino questi due intervenuti, d’altro canto, riservavano parole calorose riguardo alle Tesi nel loro complesso.

Secondo le minute pubblicate nel 1927, il voto di tredici a due ruotava intorno alla questione dell’accettazione delle Tesi “nel loro complesso” [v tselom vse]. Poiché tutti i partecipanti misero in chiaro il proprio appoggio complessivo alle Tesi, il voto del comitato non può essere interpretato come un rigetto in blocco delle stesse. Semmai, esso indica come le riserve di alcuni membri del compitato impedissero a quest’ultimo di esprimere un sostegno categorico.

Questi aspetti di quella votazione non sono l’unica ragione per cui il dibattito all’interno del Comitato di Pietrogrado indebolisce, anziché puntellare, la tradizionale narrazione del “riarmo”. Sulla base di quest’ultima, la resistenza alle Tesi di aprile viene letta come resistenza all’idea stessa di rovesciare il Governo provvisorio, rimpiazzandolo col potere del soviet. Eppure, il membro del comitato che manifestò maggiore perplessità  circa le Tesi di Lenin fu Sergei Bagdatev, un bolscevico talmente impaziente di conferire il poter al soviet da essere duramente bacchettato, da Lenin stesso e dal Comitato centrale, per aver lanciato lo slogan “abbasso il Governo provvisorio” durante le manifestazioni antigovernative svoltesi alla fine di aprile.

Come illustrato dall’epigrafe a questo articolo, Bagdatev affermava il proprio sostegno al potere del soviet al fine di spiegare i suoi dubbi riguardo alle Tesi. Sia durante la riunione del comitato di Pietrogrado che nel corso delle conferenze del partito, tenutesi sempre in aprile, Bagdatev sottolineò come egli parlasse in veste di praktik, ovverosia, come qualcuno direttamente interessato a cosa funzionava, e cosa invece no, quando ci si rivolgeva alla base bolscevica: “mi reco ai raduni e ascolto attentamente la voce delle masse, sono quindi giunto a una conclusione si ciò che dobbiamo chiedere al Soviet dei deputati degli operai e dei soldati, più precisamente al Governo provvisorio tramite il Soviet dei deputati degli operai e dei soldati” [1].

Almeno uno storico ha notato che Bagdatev non interpretava il ruolo assegnatogli nella narrazione del riarmo. Nella sua biografia di Lenin, Tony Cliff così scrive a proposito di questo episodio:

Bagdatev, l’estremista di sinistra segretario del Comitato bolscevico delle officine Putilov… poteva dire: “Il rapporto di Kamenev, nel complesso, ha anticipato la mia posizione. Ritengo inoltre che la rivoluzione democratica borghese non sia finita e la risoluzione di Kamenev e per me accettabile… penso che il compagno Lenin abbia respinto troppo presto il punto di vista del vecchio bolscevismo”.

Allo stesso tempo [Bagdatev] mostrava il proprio radicalismo affermando: “Ovunque e in ogni momento, quotidianamente, dobbiamo mostrare alle masse che sin quando il potere non sarà trasferito nelle mani del Soviet dei deputati degli operai e dei soldati, non vi sarà speranza di una conclusione a breve della guerra, né possibilità alcuna per la realizzazione del loro programma”.

Un pensiero decisamente confuso! [2]

A Cliff va reso merito di aver notato un’anomalia, ossia l’esistenza della prova che l’interpretazione consueta è difficile da accettare. Sfortunatamente, invece di considerare la possibilità che tale narrazione sia confusa, Cliff semplicemente dà per scontato che sia l’attivista bolscevico di lunga data a essere confuso. Come avremo modo di vedere, Bagdatev era tutt’altro che confuso: le sue perplessità circa le Tesi di aprile erano accorte e puntuali.

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Lettera da lontano, correzioni da vicino: censura o rimaneggiamento?

‘Tutto il potere ai Soviet!’, parte terza

di Lars T. Lih

L’interpretazione corrente del bolscevismo nel 1917 basata sul concetto di “riarmo del partito” è una narrazione avvincente e altamente drammatica, che può essere riassunta, grosso modo, nel modo seguente: il vecchio bolscevismo era stato reso irrilevante dalla Rivoluzione di febbraio, i bolscevichi in Russia si trovarono in affanno sino al ritorno di Lenin, il quale provvedette al riarmo del partito, e quest’ultimo, successivamente, si divise riguardo a questioni fondamentali nel corso di tutto quell’anno. L’unità del partito venne infine restaurata – quantomeno in una certa misura – dopo che gli altri principali esponenti bolscevichi cedettero alla superiore forza di volontà di Lenin. Solo in tal modo il partito intraprese quel riarmo che lo dotò di una nuova strategia, una strategia che proclamava il carattere socialista della rivoluzione – una condizione essenziale della vittoria bolscevica in ottobre.

Osservatori con punti di vista politici significativamente contrastanti avevano tutti le loro ragioni per sostenere una qualche versione della narrazione del riarmo [1]. Questa sembrò trovare duplice conferma quando, negli anni Cinquanta, divenne noto che la versione della prima lettera da lontano di Lenin, pubblicata dalla Pravda nel marzo 1917, era stata pesantemente emendata, con la rimozione di circa un quarto del testo. Fatto divenuto la base di un vivido e persuasivo aneddoto su come i bolscevichi di Pietrogrado, esterrefatti e impauriti, avrebbero censurato Lenin, il loro stesso vozhd [guida, leader, n.d.t.].

Ecco come viene generalmente raccontata questa storia: ai primi del marzo 1917, subito dopo la caduta dello zar, Lenin esponeva la propria reazione agli sconvolgimenti russi in quattro cosiddette Lettere da lontano, servendosi delle succinte notizie di cui disponeva in Svizzera. Ma i bolscevichi di Pietrogrado si mostrarono assai scandalizzati da quanto espresso nelle Lettere di Lenin, e questo a causa di audaci innovazioni in fondamentale rottura col vecchio bolscevismo. Il turbamento suscitato dall’audacia di Lenin nei redattori della Pravda fu tale che questi rifiutarono di pubblicare tre delle Lettere da lontano, e anche la sola che venne effettivamente diffusa subì pesanti censure, con tagli che ne sfiguravano l’essenza del messaggio.

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Nel marzo 1917 Aleksandra Kollontai, all’epoca risiedente a Oslo, faceva da collegamento tra Lenin, ancora in Svizzera, e i bolscevichi in Russia

Alcuni anni fa, mentre esaminavo una raccolta di documenti  di epoca sovietica, mi sono imbattuto in un telegramma indirizzato a Lenin da parte di sua sorella Maria, spedito da quest’ultima subito dopo la pubblicazione sulla Pravda della prima lettera (alla quale, d’ora in poi, farò riferimento semplicemente come Lettera). Maria Ulyanova era una componente di quella redazione della Pravda che aveva, presumibilmente, sfigurato il testo di Lenin, eppure gli scriveva dicendo che la Lettera aveva incontrato “piena solidarietà” e sollecitando altri articoli. Questo telegramma, di certo, non collimava con la suddetta narrazione! Mi sono ben presto reso conto che né io né, a quanto pare, nessun’altro potevamo vantare una reale comprensione di ciò che era stato tagliato, e aggiunto, nella versione pubblicata. È così ho intrapreso per un anno intero un’avventurosa indagine, durante la quale ho attentamente investigato sul servizio postale tra Zurigo e Oslo, la politica interna dei bolscevichi a Pietrogrado e la complicata storia successiva del testo della Lettera.

Le mie scoperte sono state pubblicate un anno e mezzo fa dalla rivista Kritika col titolo “Letter from Afar, Corrections from Up Close: The Bolshevik Consensus of March 1917 [2]. Ho mostrato come l’aneddoto dell’articolo censurato sulla Pravda fosse una “narrazione volubile”, ovvero, una storia che sottoposta ad esame cambiava aspetto: invece di servire da pilastro della narrazione corrente, diveniva una considerevole sfida ad essa. I redattori della Pravda non rifiutarono di pubblicare nessuna delle Lettere da lontano, poiché solo la prima giunse a Pietrogrado in tempo. Lungi dall’essere scandalizzati dal messaggio politico della Lettera di Lenin, i bolscevichi di Pietrogrado lo approvavano entusiasticamente. Le modifiche apportate al suo testo avevano specifici e limitati obiettivi: non miravano a censurarne o deformarne l’argomentazione, né avevano quell’esito.

Come appare da questo resoconto delle mie conclusioni, il mio obiettivo in quel momento era essenzialmente negativo: volevo screditare una narrazione che semplicemente non coincideva coi fatti. Riprendendo gli stessi materiali, un anno e mezzo dopo e da una prospettiva più ampia, vorrei ora far emergere l’aspetto maggiormente positivo di questo episodio. I redattori della Pravda non rimossero semplicemente alcuni travisamenti fattuali da parte di Lenin – ma rimaneggiarono attivamente l’articolo di Lenin, sulla scorta della loro comprensione di prima mano della situazione politica russa. Come ogni rimaneggiamento riuscito (ad esempio, conferendo ulteriore isolamento a un vecchio edificio), i tagli e le aggiunte dei redattori della Pravda non interferirono sull’efficienza della struttura originale – al contrario, il messaggio fondamentale di Lenin giungeva con meno distorsioni e più forza.

Le caratteristiche inaspettate della situazione del dopo febbraio potevano essere colte solo attraverso l’esperienza diretta a Pietrogrado, nel vortice della politica nazionale. Kamenev e Stalin dovettero adattarsi a queste realtà nel momento in cui rientrarono dalla Siberia a metà marzo, così come Lenin e Zinoviev quando giunsero dalla Svizzera all’inizio di aprile.

Non che tali inaspettate realtà invalidassero la strategia di base bolscevica dell'”egemonia” (come delineata nei testi precedenti di questa serie) – tutt’altro! Ma degli adattamenti andavano fatti, adattamenti evidenti e logici, ma nient’affatto automatici, e riassumibili in una formula generale: i bolscevichi dovevano tirarsi fuori dall’ormai atrofizzante ambiente dell’agitazione clandestina, così da trasferirsi nel dominio dell’autentica politica di massa, su scala nazionale, come seri pretendenti al potere.

Quando Lenin scrisse la sua Lettera, il 7 marzo, le sue informazioni manchevoli lo condussero ad imporre un quadro datato alle politiche successive a febbraio. Nel momento in cui i bolscevichi di Pietrogrado ricevettero, due settimane dopo, la sua Lettera, essi vantavano necessariamente una conoscenza maggiore, e dunque riformularono il testo di Lenin su tali basi. Un volta rientrato, a distanza di due settimane, Lenin aveva già compiuto alcuni degli adattamenti necessari al suo impianto generale, ed era in procinto di apportarne altri in seguito alla sua immersione nel turbinio della politica pietrogradese. Non è esagerato parlare persino di una ratifica de facto, da parte di Lenin, alle modifiche redazionali effettuate sulla sua bozza originale.

Ecco quindi l’ironia: la Lettera di Lenin viene, solitamente, descritta come un tentativo fallito di spronare i bolscevichi di Pietrogrado nel senso delle Tesi di aprile. È semmai il contrario! – Dovremmo ribaltare questo punto di vista e affermare che i bolscevichi orientarono la Lettera di Lenin nel senso delle Tesi di aprile.

Per questo motivo, l’esame dettagliato di modifiche redazionali, apparentemente minori, ci fornisce un’immagine dinamica e senza precedenti degli adattamenti bolscevichi in azione. Vediamo con esattezza quali sfaccettature della situazione erano nuove e inaspettate, tanto per Lenin in Svizzera che per i bolscevichi a Pietrogrado. Vediamo, inoltre, i contorni fondamentali di questo adeguamento, prima da parte di importanti bolscevichi come Kamenev e Stalin e, in seguito, da parte degli emigrati come Lenin e Zinoviev. Invece che a una forma di censura, ci troviamo di fronte a un lavoro di squadra – lavoro di squadra possibile solo in ragione della condivisa comprensione dei compiti di base.

Il recente volume di China Miéville, Ottobre, è la prima esposizione, basata su fonti secondarie, a contenere un accurato resoconto circa la Lettera da lontano (è ciò è indicativo di conoscenza ampia e accurata, da parte di Miéville, della migliore ricerca attuale). Questi, nondimeno, si mostra riluttante nell’abbandonare completamente la tradizionale enfasi posta sulla rottura e sul conflitto:

Eppure mentre questo conflitto [la Lettera da lontano] in particolare era in gran parte una narrazione a posteriori, innegabilmente ottenne plausibilità grazie al modo in cui le formulazioni di Lenin, compresa la sua polemica senza controllo, lasciavano intuire una tendenza irremovibile, una caratteristica logica politica che effettivamente sarebbe stata la chiave per altri dibattiti reali all’interno del partito.Non ad ogni costo inevitabile, ma che si scontava con la moderazione e la coalizione bolscevica. Le “Lettere da lontano” erano dunque un bolscevismo di “continuità”, eppure contenevano i semi di una posizione distinta e più incisiva. Una posizione che si sarebbe chiarita con il ritorno di Lenin [3].

Un presentazione accurata ed eloquente, ma che, a mio modo di vedere, ci porta nella direzione sbagliata. Nel momento in cui dovessimo osservare il nocciolo degli effettivi cambiamenti, avremo non poche difficoltà a rintracciare persino i germi del successivo conflitto in tale episodio. Saremo meno tentati dall’insistere sull’idea che deve esserci stata una sorta di linea di confine tra Lenin e gli altri bolscevichi. Ovviamente, come dimostrato in gran dettaglio da Alexander Rabinowitch, vi furono conflitti in abbondanza tra i ranghi dei bolscevichi durante il 1917 (come, del resto, in precedenza e in seguito) – ma si trattava di conflitti interni a un sentire condiviso, conflitti tattici che produssero differenti raggruppamenti in merito a differenti questioni.

La sezione seguente espone conclusioni fattuali che di per sé invalidano il consueto resoconto sulla Lettera (per argomenti a supporto, precisazioni , riferimenti, ecc., si veda il già citato articolo su Kritika). Il resto del saggio esamina il processo redazionale nei dettagli. Pur basandosi sulle mie scoperte precedenti, la presente discussione ricorre a un nuovo e più inclusivo impianto, il quale pone maggiore enfasi sulla rifinitura creativa attuata dalla squadra della Pravda.

A supplemento della mia analisi, due appendici [qui poste in calce a differenza dell’originale inglese, n.d.t.], nelle quali se ne presenta la fonte originale:

  • Appendice 1: La Lettera da lontano di Lenin, così come stampata dalla Pravda, 21 e 22 marzo 1917.
  • Appendice 2: Passi espunti dalla Lettera di Lenin.

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Il proletariato e il suo alleato: la logica dell’‘egemonia bolscevica’

‘Tutto il potere ai soviet!’, parte seconda

di Lars T. Lih

I bolscevichi erano essenzialmente preparati, sulla base dei loro precedenti punti di vista, ad affrontare le sfide del 1917? Per rispondere a questo interrogativo è necessario, innanzitutto, giungere ad una piena comprensione della strategia politica del vecchio bolscevismo. Una strategia politica che, per ritenersi coerente, doveva rispondere a due quesiti fondamentali:

  1. Quali sono le forze motrici della rivoluzione in Russia – vale a dire, quali classi della società russa sarebbero in grado di determinare il corso della rivoluzione, quali sono i loro interessi e grado di organizzazione, in che modo queste classi si scontrerebbero e interagirebbero?
  2. Quali sono le prospettive dell’imminente rivoluzione – ovvero, in quali risultati progressisti possono ragionevolmente sperare i socialisti e quali, invece, è improbabile si ottengano?
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Karl Kautsky

Alla fine del 1906, Karl Kautsky pubblicava un articolo col quale rispondeva proprio a tali interrogativi, come evidente sin dal titolo: “Le forze motrici e le prospettive della rivoluzione russa”. Un’analisi, quella di Kautsky, accolta  dall’ala sinistra della socialdemocrazia russa con grande entusiasmo e approvazione senza riserve. Lenin e Trotsky si fecero carico entrambi di una traduzione russa, oltre a dedicargli commenti lusinghieri, così come fece Iosif Stalin per un’edizione georgiana. A proposito dell’articolo di Kautsky, Lenin scriveva: “è la più brillante conferma del principio fondamentale del bolscevismo… L’analisi di Kautsky ci soddisfa pienamente”. Nel suo commento, Trotsky equiparava fermamente il punto di vista di Kautsky con quello che egli stesso aveva espresso in Bilanci e prospettive, la sua classica esposizione del concetto di “rivoluzione permanente”: “Non ho ragione alcuna per respingere anche una sola delle posizioni formulate nell’articolo di Kautsky che ho tradotto, poiché lo svilupparsi del nostro pensiero in questi due testi e identico”. Ancora, in una lettera privata a Kautsky del 1908, a proposito dell’articolo di quest’ultimo, così si esprimeva Trotsky: “è la migliore esposizione teorica dei miei punti di vista, ed è per me fonte di grandi soddisfazioni”.

Persino dopo il 1917, l’articolo di kautsky del 1906 veniva ricordato come una classica esposizione della tattica bolscevica, sebbene ormai più con sdegno che dispiacere per la sua apparente rinuncia a tali punti di vista. Nel suo La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky, scritto nel tardo 1918, Lenin accusava Kautsky di occultare il suo precedente sostegno alle tattiche bolsceviche. Trotsky, senza dubbio, aveva in mente questo stesso articolo quando, nel 1922, scriveva che Kautsky aveva, a suo tempo, pubblicato “un’impietosa confutazione del menscevismo e, dunque, una piena difesa teorica delle susseguenti tattiche politiche dei bolscevichi”. Ancora, Stalin scelse il commento da lui scritto all’articolo di Kautsky come testo di apertura del secondo volume delle proprie opere complete, e il suo orgoglio per l’appoggio al bolscevismo espresso da una simile ed eminente autorità non manca di farsi notare [1].

In questa seconda puntata della mia serie “Tutto il potere ai soviet!” mi propongo di documentare la strategia politica del vecchio bolscevismo utilizzando l’articolo di Kautsky, nonché i commenti su di esso forniti dai “socialdemocratici rivoluzionari” russi. Ho inoltre provveduto ad una recente traduzione della parte finale dell’articolo in questione [la traduzione italiana viene qui proposta in calce, n.d.t.], nel quale (come notato da Trotsky) “Kautsky espone le conclusioni tattiche basilari derivanti dalla sua analisi”.

Kautsky intitolò questa sezione finale “Il proletariato e il suo alleato”. Lenin prese in prestito le stesse parole per il titolo di uno dei suoi due commenti e io, a mia volta, le ho prese in prestito dal leader bolscevico. Parole che rivelano il nocciolo della strategia politica del vecchio bolscevismo: il rapporto tra il proletariato russo socialista e i contadini. Dopo a rivoluzione del 1905, i bolscevichi riassumevano la propria strategia politica classificandola come “egemonia”, termine col quale intendevano il ruolo di guida assegnato al proletariato e al suo partito, nel contesto della comune lotta rivoluzionaria di operai e contadini.

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Lenin, disegno di Isaak Brodsky

Dato che il termine “egemonia” assume svariati significati a seconda dei diversi contesti, il testo di Kautsky ha il vantaggio di aiutarci a cogliere la logica sottostante allo scenario dell’egemonia, al riparo da particolari formulazioni polemiche. Sia Lenin che Stalin stabilirono una connessione diretta tra l’articolo in questione ed il precedente libro del primo Due tattiche della socialdemocrazia; entrambi affermavano che la formula leniniana della “dittatura democratica rivoluzionaria del proletariato e dei contadini” seguiva la logica dell’argomentazione di Kautsky. Lenin, tuttavia, sottolineava che “per noi, è ovvio, non è importante questa o quella formulazione data dai bolscevichi alla loro tattica, ma la sostanza di questa tattica, confermata interamente da Kautsky”. Da parte sua, Trotsky evidenziava nel suo commento che mentre Kautsky “parla assai raramente di materialismo dialettico, egli ne usa il metodo in modo eccellente laddove analizza i rapporti sociali”.

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Leon Trotsky

Kautsky scrisse il suo articolo nel 1906 in risposta a interrogativi posti da Georgy Plekhanov riguardanti dispute tattiche all’interno della socialdemocrazia russa. Le risposte del primo vennero immediatamente colte dall’ala sinistra del partito russo come una schiacciante difesa della sua strategia. Questi commenti da parte russa aumentano il valore di questo serie di materiali. La questione per noi, circa il 1917, non è, in primo luogo, “come Lenin stesso intendeva il vecchio bolscevismo”, bensì “come lo intendevano altri attivisti bolscevichi di spicco”. Lo stesso Stalin è una figura chiave nelle controversie sull’impatto delle Tesi di aprile, visto e considerato il suo ruolo ai vertici dei bolscevichi di Pietrogrado nel marzo 1917. Le discussioni riguardo tali questioni, inoltre, danno per scontata l”esistenza di un abisso tra il vecchio bolscevismo e la “rivoluzione permanente” di Trotsky, eppure sia quest’ultimo che Lenin aderivano, senza cavilli di sorta, alla posizione di Kautsky. Sostegno reciproco che ci consente di concentrarci sulla vistosa sovrapposizione tra punti di vista di Lenin e Trotsky, anziché sulle differenze relativamente minori.

In definitiva, lo scritto di Kautsky “Le forze motrici” e i commenti russi ad esso formano un insieme di materiali relativamente compatto, in buona parte reperibile (anche se è deplorevole la mancanza di una versione del fondamentale articolo di Kautsky facilmente accessibile online) [2]. Qui Esporrò il dipanarsi dell’argomentazione di Kautsky in modo tale da farne emergere la logica sottostante (laddove non specificato tutte le citazioni sono tratte dal testo in questione e dai commenti russi). In chiusura del saggio, un breve sguardo di insieme al 1917 e oltre.

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‘Tutto il potere ai soviet’, una storia in sette parti, di Lars T. Lih

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“Il potere ai soviet degli operai, dei soldati e dei contadini”; “Abbasso il governo dei capitalisti”

Il seguente articolo è il primo di una serie di sette. Un’appendice a questo stesso articolo, “Mandato per le elezioni al soviet”, pubblicata separatamente nel caso dell’originale inglese, viene qui pubblicata in calce.

‘Tutto il potere ai soviet!’, parte prima: biografia di uno slogan

di Lars T. Lih (primavera 2017)

“Tutto il potere ai soviet!”, senza alcun dubbio uno dei più celebri slogan nella storia delle rivoluzioni. A giusto titolo a fianco di “Liberté, égalité, fraternité” quale simbolo di un’intera epoca rivoluzionaria. Nel presente saggio, e in altri che seguiranno, prenderò in esame la genesi di questo slogan nel suo contesto originario, quello della Russia del 1917.

Il nostro slogan consiste di tre parole: вся власть советам, vsya vlast’ sovetam. “Vsya” = “tutto”, “vlast’“potere” e “sovetam” = “ai soviet”. La parola russa sovet significa semplicemente “consiglio” (anche nel senso di suggerimento) e, da questo, “consiglio” (nel senso di assemblea). Oramai siamo ben abituati a questo termine russo, poiché evoca tutta una serie di significati specifici derivanti dall’esperienza rivoluzionaria del 1917.

In questa serie di articoli, ricorrerò spesso all’originale russo di una delle parole presenti nello slogan in questione, vlast’ (che d’ora in poi verrà traslitterata senza segnalare il cosiddetto jer molle [Ь] con l’apostrofo). “Potere” non ne dà una traduzione del tutto adeguata; difatti, nel tentativo di coglierne le sfumature, vlast viene spesso tradotto con la locuzione “il potere” (ad esempio da John Reed in I dieci giorni che sconvolsero il mondo). Il russo vlast riguarda un ambito più specifico rispetto al termine “potere”, ovvero quello dell’autorità sovrana di un particolare paese. Perché un soggetto sia ritenuto in possesso del vlast, deve avere il diritto di assumere decisioni definitive, essere dunque in grado di prenderle e vederle eseguite. Il vlast, per essere effettivo, richiede un fermo controllo delle forze armate, un forte senso della legittimità e missione assunte, nonché una base sociale. L’espressione di Max Weber sul “monopolio della violenza legittima” va dritto al cuore della questione.

Quando, perché e come i bolscevichi giunsero ad adottare tale slogan nella primavera del 1917? La consueta risposta a questi interrogativi è quella secondo cui il partito, per approdare a questa parola d’ordine, doveva procedere al proprio riarmo tramite le Tesi di aprile di Lenin. La metafora del riarmo venne utilizzata per la prima volta da Lev Trotsky nei primi anni Venti, ma oggi è tutt’altro che confinata a chi si richiama alla tradizione trotskista. In effetti, la narrazione del riarmo costituisce il cuore di un ampio consenso circa i bolscevichi nel 1917, consenso dovuto tanto ad attivisti quanto a storici accademici.

Alcune argomentazioni di base della narrazione sul riarmo sono le seguenti:

  • Le Tesi di aprile di Lenin contenevano una radicale innovazione politica e ideologica. L’esatta natura di quest’ultima rimane vaga, con scarso accordo tra i vari autori, ma di norma ha qualcosa a che fare con la rivoluzione sociale in Russia.
  • Le Tesi di aprile, di fatto, rappresentavano l’accettazione da parte di Lenin del punto di vista della “rivoluzione permanente” di Trotsky.
  • Le Tesi di aprile ebbero “l’effetto dell’esplosione di una bomba” tra i bolscevichi; questo ultimi ne rimasero scioccati e scandalizzati, a causa del rigetto del vecchio bolscevismo, quando non addirittura dei principi basilari del marxismo.
  • Le Tesi di aprile costituivano un netto cambiamento di linea politica rispetto all’operato “semi-menscevico” sino ad allora perseguito dai bolscevichi di Pietrogrado, i quali, in precedenza, avevano mostrato la propria confusione e sgomento censurando le Lettere da lontano di Lenin.
  • Lenin conquistò il partito ai sui punti di vista nel corso di una dura lotta, sebbene una parte significativa dello stesso, nonché dei suoi vertici, non ne rimasero convinti.
  • Le Tesi di aprile furono una condizione necessaria alla vittoria bolscevica dell’ottobre.

Ritengo tutte queste proposizioni inesatte o, nel migliore dei casi, gravemente fuorvianti. Come sfida rispetto ad esse, sostengo quella che potrei definire un’interpretazione “pienamente armata” della politica bolscevica nella primavera del 1917. In contrasto con la narrazione del riarmo, che separa il bolscevismo dal suo passato, sottolineo la continuità col vecchio bolscevismo. I bolscevichi non rimasero sconcertati dalla Rivoluzione di febbraio; essi fronteggiarono la situazione post-febbraio con una strategia vincente, saldamente fondata sullo scenario di classe prefigurato dal vecchio bolscevismo. Il ritorno di Lenin e altri leader emigrati, agli inizi di aprile, segnò un mutamento nella tattica – ma tale mutamento non fu dovuto alle controverse Tesi di aprile. I praktiki bolscevichi che espressero timori circa quest’ultimo testo lo fecero perché condividevano l’obiettivo del potere ai soviet. Il canonico slogan in tre parole, “Tutto il potere ai soviet!”, non venne adottato quale parola d’ordine del partito sino ai primi di maggio – dopo che il dibattito sulle Tesi di aprile era stato impostato nelle conferenze del Partito bolscevico.

La mia contro-narrazione ha incontrato non poca resistenza e, senza dubbio, continuerà a farlo. Una delle cause principali è che sembrerebbe volare al di sopra di fatti ben acclarati. Che dire a proposito del “sostegno critico” al Governo provvisorio borghese espresso da bolscevichi come Lev Kamenev e Stalin? Che dire della famigerata censura sulle Lettere da lontano  di Lenin da parte dei redattori della Pravda? Le Tesi di aprile non suscitarono forse enorme scandalo tra i bolscevichi? – Per esempio, una votazione nel comitato del partito di Pietrogrado respinse in toto le Tesi con uno sbilanciato esito contrario di tredici a due. Gli scritti di Trotsky del 1917 non illustrano la narrazione del riarmo? E così via.

Sono tutti validi interrogativi, e l’obiettivo della presente serie di testi consiste nel rispondervi dettagliatamente. Entro la fine della serie prevista, il tavolo risulterà ribaltato, e i difensori della narrazione dl riarmo avranno una montagna di nuove prove da considerare. Nel frattempo, sono rincuorato da fatto che studiosi impegnati in ricerche empiriche su questi temi, dopo la prima esposizione della mia ipotesi ormai un certo numero di anni fa, hanno convalidato parti essenziali della mia argomentazione, come illustrato dai recenti post di Eric Blanc.

Il saggio che apre la serie, “Biografia di uno slogan”, esporrà la mia interpretazione “pienamente armata” riducendo la polemica al minimo. Un ringraziamento di cuore per l’incoraggiamento e il supporto va a John Riddell, il quale ha generosamente fornito uno spazio a questa ampia serie di testi.

Continua a leggere “‘Tutto il potere ai soviet’, una storia in sette parti, di Lars T. Lih”