Lavoro digitale e imperialismo

di Christian Fuchs

È trascorso ormai un secolo dalla pubblicazione di L’imperialismo, fase suprema del capitalismo (1916) di Lenin e L’economia mondiale e l’imperialismo (1915) di Bucharin, i quali, insieme a L’accumulazione del capitale (1913) di Rosa Luxemburg, identificavano l’imperialismo come una forza e uno strumento del capitalismo. Era l’epoca della guerra mondiale, dei monopoli, delle leggi antitrust, degli scioperi per gli aumenti salariali, dello sviluppo da parte di Ford della linea di assemblaggio, della Rivoluzione d’Ottobre, di quella messicana e di quella, fallita, tedesca, e tanto altro ancora. Un momento storico che ha registrato la diffusione e l’approfondirsi della sfida globale al capitalismo.

Questo articolo si pone l’obiettivo di esaminare la divisione internazionale del lavoro attraverso le classiche concezioni marxiste  dell’imperialismo, estendendo tali idee alla divisione internazionale del lavoro nell’ambito della produzione di informazioni e tecnologie dell’informazione odierne. Argomenterò la tesi secondo la quale il lavoro digitale, in quanto nuova frontiera dell’innovazione e dello sfruttamento capitalisti, ha un ruolo centrale nelle strutture dell’imperialismo contemporaneo. Attingendo a questi concetti classici la mia analisi mostra come, nel nuovo imperialismo, le industrie dell’informazione formino uno dei settori economici più concentrati; come iper-industrializzazione, finanza e informazionalismo vadano di pari passo; come le società multinazionali dell’informazione siano radicate negli stati-nazione ma operino globalmente; e infine, quanto le tecnologie dell’informazione siano divenute uno strumento di guerra.(1)

Definire l’imperialismo

Nel suo “Saggio Popolare”, così è sottotitolato il suo scritto del 1916, Lenin definisce l’imperialismo come

il capitalismo giunto a quella fase di sviluppo in cui si è formato il dominio dei monopoli e del capitale finanziario, l’esportazione di capitali ha acquistato grande importanza, è cominciata la ripartizione del mondo tra i trust internazionali, ed è già compiuta la ripartizione dell’intera superficie terrestre tra i più grandi paesi capitalistici.(2)

Bucharin e Preobrazenskij intendono l’imperialismo come “La politica di conquista, che il capitalismo finanziario conduce nella sua lotta per i mercati, delle fonti di materie prime e dei territori dove il capitale possa investire le sue riserve”.(3) Bucharin, contemporaneo di Lenin e redattore della Pravda dal 1917 al 1929, ha tratto delle conclusioni simili alla lista delle caratteristiche chiave dell’imperialismo stilata da Lenin, identificando l’imperialismo come “un prodotto del capitalismo finanziario” e sostenendo che “il capitale finanziario non può perseguire altra politica che quella imperialista”.(4)

Secondo Bucharin, l’imperialismo è anche, necessariamente, una forma di capitalismo di stato, un concetto difficile da applicare nel contesto del neoliberalismo, il quale è basato più su un dominio a livello mondiale da parte delle grandi società che sugli stati-nazione. Egli vede le nazioni come “trust capitalisti di stato” bloccati in una “lotta mondiale” che conduce a una guerra globale.(5) Per Bucharin, l’imperialismo è semplicemente “l’espressione della competizione tra” questi trust, i quali mirano tutti a “centralizzare e concentrare il capitale nelle loro mani”.(6) Lenin, al contrario, scrive “per l’imperialismo è caratteristica la gara di alcune grandi potenze in lotta per l’egemonia, cioè per la conquista di terre, diretta non tanto al proprio beneficio, quanto a indebolire l’avversario e a minare la sua egemonia”.(7) La formula leniniana di una competizione tra “grandi potenze” è molto più accurata del concetto di trust capitalisti di stato elaborato da Bucharin, poiché comprende sia le grandi società che gli stati.

Rosa Luxemburg, d’altra parte, concepisce l’imperialismo come la violenta espansione geografica e politica dell’accumulazione del capitale, la

lotta di concorrenza intorno ai residui di ambienti non-capitalistici non ancora posti sotto sequestro… Dati l’alto sviluppo e la sempre più accesa concorrenza dei paesi capitalistici per la conquista di zone non-capitalistiche, l’imperialismo cresce in energia e forza d’urto, sia nella su aggressività contro il mondo non-capitalistico, sia nell’inasprimento dei contrasti fra i paesi capitalistici concorrenti. Ma con quanta maggiore energia, potenza d’urto e sistematicità l’imperialismo opera all’erosione delle civiltà non-capitalistiche, tanto più rapidamente toglie il terreno sotto i piedi   all’accumulazione del capitale.(8)

La Luxemburg sostiene che il capitale punta a estendere globalmente lo sfruttamento, “ha bisogno di poter disporre senza limiti di tutte le braccia del mondo per mobilitare tutte le forze produttive del globo”.(9)

Quali che siano le loro divergenze, Lenin, Bucharin e la Luxemburg condividono la convinzione che l’imperialismo sia la “fase terminale del capitalismo”,(10) o una forma di “putrefazione del capitalismo”,(11) per cui “è fatale il tramonto della borghesia”.(12) Simili affermazioni riflettono non soltanto l’ottimismo politico dei rivoluzionari dell’epoca, ma anche un’interpretazione strutturalista e funzionalista del capitalismo, allora comune, la quale assumeva come scontato l’inevitabile declino del sistema. In effetti, tutti e tre scrivevano allo scoppio della Prima guerra mondiale, che sarebbe stata seguita, dopo un breve periodo di prosperità, dalla Grande depressione e dalla Seconda guerra mondiale  – il che forniva un adeguato supporto ai loro argomenti circa l’instabilità globale del sistema. A distanza di cento anni il capitalismo perdura.  Ma per quanto possa aver assunto qualità inedite, esso può ancora essere caratterizzato come imperialismo, e continua a sperimentare gravi focolai della sue inerenti tendenze alla crisi.(13)

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