Come David Harvey nega l’imperialismo

di John Smith

phpThumb_generated_thumbnailDavid Harvey, autore di La guerra perpetua: analisi del nuovo imperialismo e di altri acclamati volumi sul capitalismo e l’economia politica marxista, non solo crede che l’epoca dell’imperialismo sia conclusa, ma è anche convinto si sia ribaltata. Nel suo commento su A Theory of Imperialism di Prabhat e Utsa Patnaik, egli afferma:

Coloro fra di noi convinti che le vecchie categorie di imperialismo, al giorno d’oggi, non funzionino adeguatamente, non negano in alcun modo i complessi flussi di valore che espandono l’accumulazione di ricchezza e potere in una parte del mondo a scapito di un’altra. Semplicemente, riteniamo che tali flussi siano molto più complicati e cambino continuamente direzione. Lo storico drenaggio di ricchezza dall’Oriente verso l’Occidente, protrattosi per oltre due secoli, ad esempio, è stato in larga parte invertito negli ultimi trent’anni (enfasi mia, qui e nel prosieguo – JS, p. 169).

Invece di “dall’Oriente verso l’Occidente” si legga “dal Sud al Nord globali”, ovvero, paesi a basso salario e quelli che alcuni, incluso l’autore in questione, definiscono paesi imperialisti. Per riprendere la sorprendente affermazione di Harvey: durante l’epoca neoliberista, vale a dire, gli ultimi trent’anni, Nord America, Europa e Giappone non solo hanno cessato il loro secolare saccheggio di ricchezza da Africa , Asia e America Latina, ma il flusso è stato addirittura invertito: “i paesi in via di sviluppo” stanno ora drenando ricchezza dai centri imperialisti. Questa asserzione, fatta senza portare alcuna evidenza a suo sostegno o una qualsivoglia stima di grandezza, riprende affermazioni analoghe contenute nelle precedenti opere di Harvey. In Diciassette contraddizione e la fine del capitalismo, ad esempio, agli sostiene:

Le disparità nella distribuzione globale di ricchezza e reddito fra paesi si sono molto ridotte, con la crescita del reddito pro capite in molte parti del mondo in via di sviluppo. Il drenaggio netto di ricchezza, che per oltre due secoli è stato prevalentemente dall’Est verso l’Ovest, ora ha invertito la sua direzione, da quando l’Asia orientale in particolare è salita alla ribalta come grande potenza nell’economia globale (p. 173).

La prima frase della citazione esagera enormemente la convergenza globale: una volta rimossa la Cina dal quadro, e dato conto delle accresciute diseguaglianze di reddito in molte nazioni del sud, nessun progresso reale è stato compiuto nel superare l’enorme divario in termini di salari reali e livello di vita tra “Occidente” e resto del mondo.

La seconda frase è confutata da un rapido esame della più importante trasformazione verificatasi nell’epoca neoliberista – lo spostamento dei processi produttivi verso i paesi a basso salario. Le imprese multinazionali con sede in Europa, Nord America e Giappone hanno guidato questo processo, tagliando i costi di produzione e aumentando i margini di profitto, tramite il rimpiazzo della relativamente ben pagata manodopera domestica con quella estera più a buon mercato. Nel suo  Outsourcing, Protecionism, and the Global Labor Arbitrage Stephen Roach, già economista presso Monrgan Stanley, nonché suo responsabile per le operazioni in Asia, ne ha spiegato il motivo:

In un’epoca di eccesso d’offerta, le aziende sono quantomai prive di potere contrattuale relativo ai prezzi. Come tali, si trovano a dover essere inesorabili nella ricerca di nuove forme di efficienza. Non sorprende dunque che il centro di simili sforzi sia il lavoro, il quale rappresenta la maggior parte dei costi di produzione nel mondo sviluppato… I tassi salariali in Cina e India vanno dal 10 al 25% di quelli di lavoratori comparabili negli USA e resto del mondo sviluppato. Conseguentemente, la delocalizzazione che estrae prodotto da lavoratori a salario relativamente basso, nel mondo in via di sviluppo, è divenuta una sempre più urgente tattica di sopravvivenza per le aziende delle economie sviluppate.

La vasta scala raggiunta dalla delocalizzazione della produzione verso i paesi a basso salario, sia attraverso investimenti diretti esteri che tramite rapporti più indiretti, significa uno sfruttamento di gran lunga superiore della manodopera del Sud da parte delle imprese multinazionali di USA, Europa e Giappone, dunque legioni di lavoratori soggetti ad un maggiore tasso di sfruttamento. Talvolta, David Harvey, sembra riconoscere tale realtà. Nella sua critica ai Patnaik, ad esempio, appena due paragrafi prima dell’affermazione secondo la quale l’Oriente sta ormai drenando ricchezza dall’Occidente, osserva che “Foxconn, che produce i computer Apple in un regime lavorativo di supersfruttamento per i lavoratori migranti nel sud della Cina, registra un 3% di profitto, laddove Apple, la quale vende i PC nei paesi metropolitani, realizza il 27%”. Eppure, tutto ciò, nonché il quadro più ampio di cui fornisce un’eloquente illustrazione, implicano nuovi e sempre maggiori flussi di valore e plusvalore per le imprese multinazionali di USA, Europa e Giappone provenienti da lavoratori a basso salario cinesi, bangladesi, messicani e di altre aree, oltreché ragione di individuare in una simile trasformazione il segno di un nuovo stadio nello sviluppo dell’imperialismo. David Harvey, a dispetto delle evidenze, e tuttavia riflettendo un diffuso punto di vista fra i marxisti nei paesi imperialisti, ritiene sia vero il contrario.

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