Alle origini della teoria fisiocratica del capitalismo, la piantagione schiavistica L’esperienza di Le Mercier de la Rivière, intendente della Martinica

di Florence Gauthier

La rappresentazione dei fisiocratici come liberali risale al XX secolo, è dunque assai tarda. Infatti, nel XVIII secolo, essi venivano denominati gli economisti, o i filosofi economisti, e inoltre, i loro critici contemporanei definivano la loro teoria o con termini ironici, come economistificazione nel caso di Galiani, o inediti, come economismo nel caso di Linguet. Mably, in uno dei suoi dialoghi, affibbia ad uno di essi il nomignolo beffardo di Eudosso, la buona dottrina. Ancora, il termine setta veniva loro largamente applicato, non da ultimo in Adam Smith [1]. All’epoca, i fisiocratici non venivano certo confusi con dei difensori della libertà, e quando presentavano se stessi quali teorici del dispotismo legale, ciò avveniva in ragione del fatto che erano effettivamente, cosa peraltro ben chiara ai loro contemporanei, sostenitori del dispotismo, dandone prova in particolare nel consigliare il re di Francia negli anni 1760-70.

Marx, da parte sua, non li ha mai qualificati come liberali. È nel XX secolo che tale definizione sembra fare la sua comparsa, ed è stata sottoposta a critica soltanto recentemente, allorquando viene accordata una certa importanza alla loro concezione politica del dispotismo legale, fondamentale nella loro dottrina. Così, Jean Cartelier, tra i maggiori specialisti della fisiocrazia, è pervenuto ad un’autocritica meritevole d’attenzione. Egli aveva infatti ripreso un’interpretazione della fisiocrazia che si spingeva sino ad accostare quest’ultima al «marxismo», in ragione di un suo sedicente materialismo:

«La tesi secondo la quale Quesnay, a causa dei suoi aspetti materialisti, anticiperebbe Marx (tesi avanzata da Meek, 1962, Cartelier, 1973, e altri) potrebbe essere basata su un grave equivoco, se fosse vero, come viene suggerito in questa sede, che è il disegno politico a costituire il reale fondamento del sistema» [2].

Cartelier quindi rigetta l’appartenenza della fisiocrazia alle correnti liberali, giungendo a definirla «pensiero totalitario»:

«Pensiero totalitario ante litteram, la fisiocrazia non si colloca all’interno delle correnti liberali e individualiste, dove talvolta la si è voluta annoverare a causa della sua apologia della libertà di commercio» [3].

Mercier_de_La_Rivière_-_Ordre_naturel_et_essentiel_des_sociétés_politiques,_1767_-_5679025.tifLa fisiocrazia è stata così interpretata, in successione, come appartenente alle correnti liberali, poi marxiste ed infine totalitarie. La misura della confusione, in proposito, è dunque colma. Notiamo di passaggio che i riferimenti interpretativi richiamano i tre colori politici che hanno dominato questo secolo.

Il nostro proposito è quello di ricostruire brevemente il progetto politico che Le Mercier de La Rivière ha esposto nella sua opera principale, L’ordre naturel et essentiel des sociétés politiques, pubblicata nel 1767 [4], per spostare in seguito l’attenzione sulla sua vita nelle colonie schiavistiche francesi in America e sull’esperienza come intendente della Martinica, le quali gettano una luce inattesa sulla sua teoria politica, consentendo di precisare i riferimenti concettuali corrispondenti all’epoca e agli sforzi teorici che gli sono propri.

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Natura, lavoro e ascesa del capitalismo

di Martin Empson

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Capanne Montagnais e Nasquapee, Seven Islands. Foto: Biblio Archives/Library Archives 

Il capitalismo intrattiene un rapporto peculiare, per usare un eufemismo, col mondo naturale. (1) Karl Marx lo ha riassunto al meglio nei Grundrisse, dove ha scritto che con l’ascesa del modo di produzione capitalistico, “la natura diviene puro oggetto per l’uomo, puro oggetto dell’utilità; cessa di essere riconosciuta come potenza per sé; e la stessa conoscenza teoretica delle sue leggi autonome appare soltanto come un’astuzia per assoggettarla ai bisogni umani sia come oggetto del consumo sia come mezzo della produzione”. (2) Nella stessa sezione, egli nota come “il capitale crea dunque la società borghese e l’appropriazione universale tanto della natura quanto della connessione sociale stessa da parte dei membri della società”.

Questo rapporto strumentale col mondo naturale contrasta bruscamente con le modalità attraverso le quali la natura è stata considerata, ed usata, dalle precedenti società umane. Un’interazione inedita con la natura emersa dalle violente trasformazioni sociali che hanno accompagnato lo sviluppo del capitalismo in Europa occidentale, estendendosi con la diffusione di tale sistema al resto dl mondo. Marx ha catalogato le molteplici forme di saccheggio e distruzione perpetuate dal primo capitalismo, nel suo rifare il mondo a propria immagine: “La scoperta delle terre aurifere e argentifere in America, lo sterminio e la riduzione in schiavitù della popolazione aborigena, seppellita nelle miniere, l’incipiente conquista e saccheggio delle Indie Orientali, la trasformazione dell’Africa in una riserva di caccia commerciale delle pelli nere, sono i segni che contraddistinguono l’aurora dell’era della produzione capitalistica. Questi procedimenti idillici sono momenti fondamentali dell’accumulazione originaria“. (3) Il capitale, conclude egli in un celebre passo, fa il suo ingresso nel mondo “grondante sangue e sporcizia dalla testa ai piedi, da ogni poro”, nel momento in cui la natura stessa viene subordinata alle esigenze del sistema. (4)

In tutte le società storiche, gli esseri umani hanno avuto una qualche forma di interazione metabolica con la natura. Quest’ultima è sempre stata trasformata, tramite il lavoro, al fine di soddisfare le nostre necessità – in effetti, per ricorrere alle parole di Marx, l’essenza del lavoro è “appropriazione degli elementi naturali pei bisogni umani”:

In primo luogo il lavoro è un processo che si svolge fra l’uomo e la natura, nel quale l’uomo, per mezzo della propria azione, media, regola e controlla il ricambio organico tra se stesso e la natura: contrappone se stesso, quale una fra le potenze della natura, alla materialità della natura. Egli mette in moto le forze naturali appartenenti alla sua corporeità , braccia e gambe, mani e testa, per appropriarsi i materiali della natura in forma usabile per la propria vita. Operando mediante tale moto sulla natura fuori di sé e cambiandola, egli cambia allo stesso tempo la natura sua propria. (5)

Il capitalismo ha costituito una rottura radicale col passato: per la prima volta la produzione di beni fondamentali è stata guidata dall’accumulazione di ricchezza fine a se stessa, e non primariamente dalla soddisfazione dei bisogni umani. Tale sistema di generalizzata produzione delle merci ha cambiati anche noi stessi. Noi ci ritroviamo ad essere alienati dal mondo naturale, poiché i prodotti del nostro lavoro non sono più sotto il nostro controllo. La stessa nostra percezione della natura è modellata da un sistema economica che tratta “l’ambiente” come una raccolta di merci da sfruttare per il profitto.

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John Bellamy Foster, cinque risposte su marxismo ed ecologia

Il marxismo può rafforzare la nostra comprensione della crisi ecologica? L’autore di Marx’s Ecology, John Bellamy Foster, replica alle critiche su temi quali frattura metabolica, sviluppo umano sostenibile, decrescita, crescita demografica e industrialismo.

Introduzione: il sito indiano Ecologize ha recentemente pubblicato la prefazione scritta da John Bellamy Foster al libro di Ian Angus, Facing the Anthropocene. Nel commentare l’articolo di Foster, il giornalista ed attivista Saral Sarkar, il quale definisce il proprio punto di vista come eco-socialista, solleva alcuni interrogativi che sfidano l’utilità dell’analisi marxista ai fini della comprensione della crisi ecologica globale. La replica di Foster è stata pubblicata da Ecologize il 26 marzo.

Lo scambio, qui riproposto, affronta importanti questioni circa le prospettive marxiste sulla crisi ecologica globale.

ALCUNE DOMANDE PER JOHN BELLAMY FOSTER

di Saral Sarkar

Il professor Bellamy Foster è un rinomato studioso. E se il suo lavoro ha anche lo scopo di servire le cause nelle quali è impegnato, di certo vorrà rispondere alle seguenti domande/commenti di un lettore di quest’articolo:

Quale utilità può avere sostituire la nozione comunemente usata e ben comprensibile di “grande crisi ecologica” con quella marxiana, poco conosciuta e di difficile comprensione, di “frattura metabolica nel rapporto tra l’uomo e la terra”?

Vi sono alcune altre dichiarazioni/frasi che suscitano commenti critici: ad esempio, “creare un mondo di sviluppo umano sostenibile…”. Questo in particolare mi ha fatto sgranare gli occhi. “Sviluppo sostenibile”, sin dagli anni Ottanta, ha rappresentato una parola d’ordine dell’economia dello sviluppo capitalista. Ma il concetto non indicava niente di nuovo. Ovviamente, Bellamy Foster ricorre all’attributo aggiuntivo “umano”. Tuttavia, “sviluppo umano” è anch’esso un concetto in circolazione da lungo tempo. In parole povere, cos’altro significa se non crescita economica sostenibile?

Una semplice domanda: Bellamy Foster ritiene o meno che l’eco-socialismo dovrebbe avere come obiettivo immediato l’avvio di una politica di decrescita, una contrazione dell’economia nonché della popolazione? E come obiettivo di lungo termine un’economia socialista di stato stazionario ad un basso livello?

Sappiamo quanta devastazione ecologica hanno causato l’Unione Sovietica ed altri paesi “socialisti” dell’europa dell’est. Non è dunque corretto, a mio modo di vedere, affermare che “è il capitalismo… che rappresenta la nostra “casa in fiamme”. Non sarebbe più accurato, perché più realistico, sostenere che l’industrialismo costituisce da ben due secoli la nostra casa in fiamme, essendo capitalismo e “socialismo” nient’altro che due varianti dello stesso modo di vivere industriale?

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Globalizzazione, nient’altro che un termine contemporaneo per indicare il colonialismo finanziario

di Mark Karlin, Truthout  | Intervista

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I resti della fabbrica di indumenti Rana Plaza, crollata nei pressi di Dacca, Bangladesh, il 30 giugno del 2013. La polizia del paese asiatico, il 1 giugno 2015, ha accusato formalmente del reato di omicidio 41 persone coinvolte nel crollo dell’edificio, il quale ospitava diverse fabbriche di vestiario, crollo che ha causato oltre 1.100 vittime in quello che può essere considerato il più grave disastro nella storia dell’industria dell’abbigliamento. (Foto: Khaled Hasan / The new York Times)

Quali sembianze assumono, oggi, l’imperialismo ed il colonialismo? In Imperialism in the Twenty-First Century, John Smith afferma che le nazioni capitaliste del centro non si affidano più alla forza militare ed al controllo politico diretto degli altri paesi. Invece, esse mantengono una morsa finanziaria sull’emisfero sud, sfruttando il lavoro di tali paesi al fine di incrementare i propri profitti. 

Le nazioni “abbienti” aumentano i profitti delle proprie aziende a spese di lavoratori pesantemente sottopagati dei paesi in via di sviluppo. Le prime definiscono tale stato di cose col termine globalizzazione; è quanto sostiene John Smith, nel suo libro Imperialism in the Twenty-First Century: Globalization, Super-Exploitation, and Capitalism’s Final Crisis. Nell’intervista che segue, rilasciata a Truthout, Smith discute la sua tesi per cui la globalizzazione non sarebbe altro che neocolonialismo sotto un altro nome.

Mark karlin: Perché hai scelto di aprire il tuo libro con il crollo del Rana Plaza, avvenuto a Dacca nel 2013, il quale ha causato la morte di oltre mille operai tessili?

John Smith: Sono tre le ragioni principali. Primo, il disastro del Rana Plaza – un crimine atroce, e non un incidente – ha suscitato le simpatie e la solidarietà di centinaia di milioni di persone in tutto il mondo, e ha ricordato a tutti noi quanto siamo strettamente connessi alle donne ed agli uomini che producono le nostre T-shirt, i nostri pantaloni e la nostra biancheria. Si tratta di una vicenda che incarna le pericolose condizioni di sfruttamento ed oppressione subite da centinaia di milioni di lavoratori nei paesi a basso salario, il lavoro dei quali  fornisce alle imprese dei paesi imperialisti buona parte delle materie prime e dei componenti intermedi, nonché beni di consumo ai lavoratori. Ho voluto portare alla ribalta queste legioni di lavoratori a basso salario sin dall’inizio, al fine di mettere i lettori di fronte al fatto della nostra mutua interdipendenza, oltreché alle grandi differenze nei salari, nelle condizioni di vita e nelle opportunità di cui siamo a conoscenza, ma che troppo spesso scegliamo di ignorare.

Tutto ciò mi porta alla seconda ragione alla base della mia scelta. Fidel Castro, il più grande rivoluzionario dei nostri tempi, ha spiegato la solidarietà internazionale, senza precedenti, di Cuba come un pagamento del suo debito con l’umanità. Noi che viviamo nei paesi imperialisti abbiamo un enorme debito di solidarietà nei confronti delle nostre sorelle e fratelli di nazioni che sono stati, e sono tutt’ora, saccheggiati dai nostri governi e multinazionali! Abbiamo bisogno di ridefinire – o meglio, riscoprire – il reale significato del termine socialismo: la fase di transizione della società tra capitalismo e comunismo, nella quale ogni forma di oppressione e discriminazione che viola l’uguaglianza e l’unità dei lavoratori vengono progressivamente, e coscientemente, superate. È indiscutibile che le principali violazioni di tale uguaglianza, nonché maggiore ostacolo alla nostra unità, derivano dalla divisione tra un pugno di paesi oppressori ed il resto del mondo; i lavoratori dei paesi imperialisti devono prendere il potere politico ed assumere il controllo dei mezzi di produzione al fine di sanare questa mutilante divisione. Ecco ciò che ha determinato la mia decisione di aprire Imperialism in the Twenty-First Century col disastro del Rana Plaza.

Infine, la vicenda del Rana Plaza, e in generale l’industria dell’abbigliamento in Bangladesh, rappresentano un caso di studio estremamente utile, esemplificanti di caratteristiche condivise con altre nazioni manifatturiere a basso salario ed esportatrici. Caratteristiche comprendenti salari bassissimi, predilezione da parte dei padroni per il lavoro femminile e la crescente preferenza delle imprese, con sede nei paesi imperialisti, per il rapporto coi loro fornitori a basso costo, invece degli investimenti diretti esteri. Inoltre, l’analisi dell’industria dell’abbigliamento del Bangladesh pone una serie di questioni e paradossi irrisolvibile per l’economia mainstream e che gli economisti marxisti hanno appena iniziato ad affrontare. Innanzitutto vi è la dottrina mainstream secondo la quale i salari riflettono la produttività, per cui se sono così bassi in Bangladesh ciò significa che la produttività dei suoi lavoratori è corrispondentemente bassa – tuttavia, come si può ritenere veritiero questo considerando l’intensità dei loro ritmi di lavoro e la lunghezza dell’orario? In secondo luogo: qual è il rapporto tra lo spostamento della produzione verso i paesi a basso salario e la crisi economica globale, ancora nelle sue fasi iniziali? Si tratta di un interrogativo assente nei resoconti mainstream, e in buona part di quelli marxisti, della crisi, rendendoli, a mio modo di vedere, del tutto ridondanti. Lo studio del disastro del Rana Plaza e dell’industria dell’abbigliamento del Bangladesh genera dunque una serie di questioni e paradossi che forniscono i temi per i successivi capitoli, in funzione dell’organizzazione complessiva del libro.

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L’imperialismo e la trasformazione dei valori in prezzi

di Torkil Lauesen e Zak Cope

Introduzione

Con questo articolo, ci proponiamo di dimostrare che i bassi prezzi dei beni prodotti nel Sud globale, ed il concomitante modesto contributo delle sue esportazioni al prodotto interno lordo del Nord, occultano la reale dipendenza delle economie di quest’ultimo dal lavoro a basso costo del Sud. Dunque, sosteniamo che la delocalizzazione  dell’industria nel Sud globale, nel corso dei tre decenni passati, ha condotto ad un massiccio incremento del valore trasferito al Nord. I principali meccanismi di tale processo consistono nel rimpatrio del plusvalore tramite investimenti diretti esteri, lo scambio ineguale di prodotti incorporanti differenti quantità di valore e l’estorsione per mezzo del servizio del debito.

L’assorbimento di enormi economie del Sud all’interno del sistema capitalistico mondiale, dominato da multinazionali e istituzioni finanziarie con base nel Nord globale, ha posto le prime nella condizione di dipendenze socialmente disarticolate votate all’esportazione. I miseramente bassi livelli dei salari di tali economie trovano fondamento (1) nella pressione imposta dalle loro esportazioni al fine di competere per limitate porzioni del mercato, in larga parte metropolitano, dei consumatori; (2) il drenaggio di valore e risorse naturali, che altrimenti potrebbero essere utilizzati per costruire le forze produttive necessarie all’economia nazionale; (3) l’irrisolta questione agraria sfociante in una sovra offerta di lavoro; (4) governi compradori repressivi, i quali accettano, traendone beneficio, l’ordine neoliberista e sono quindi incapaci e non disposti a concedere aumenti salariali, per timore di stimolare rivendicazioni di maggior potere politico da parte dei lavoratori; e infine (5) frontiere militarizzate così da prevenire la circolazione dei lavoratori verso il Nord globale, e di conseguenza, un equalizzazione dei rendimenti da lavoro.

La globalizzazione imperialista della produzione

Il dibattito circa il trasferimento di valore e lo scambio ineguale non è certo nuovo. Oggi, tuttavia, la produzione di sempre più crescenti porzioni dei beni consumati nel mondo avviene nel Sud globale. La produzione non è, come negli anni Settanta, limitata a semplici e primari beni industriali, come petrolio, minerali, caffè o giocattoli. Piuttosto, malgrado un relativamente basso “valore aggiunto” manifatturiero, praticamente ogni tipo di input e output industriali vengono prodotti nel Sud globale: questi includono prodotti chimici, beni in metallo lavorati, macchinari, prodotti elettronici, mobili e attrezzature di trasporto per tessili, scarpe, indumenti, tabacco e carburanti [1]. Ma perché, e come, è avvenuto un simile cambiamento nella dislocazione della produzione?

Il mutamento nella divisione internazionale del lavoro è il prodotto dell perenne ricerca di maggiori profitti da parte dei capitali, e si basa, in primo luogo, sull’enorme crescita nel numero di proletari integrati nel sistema capitalistico globale, in secondo luogo, sulla sostanziale industrializzazione  del Sud nei tre decenni passati. Ciò è stato reso possibile dalla dissoluzione delle economie del “socialismo realmente esistente” nell’Europa sovietica e dell’est, dall’apertura della Cina al capitalismo globale e dall’esternalizzazione della produzione in India, Indonesia, Vietnam, Brasile, Messico e altri paesi di recente industrializzazione. Il risultato è consistito in un incremento pari ad almeno un miliardo di proletari a basso salario all’interno del capitalismo globale. Oggi oltre l’80 percento dei lavoratori industriali del mondo si trovano nel Sud globale, mentre la proporzione scende costantemente nel Nord (figura 1). Si potrebbe anche parlare di società post-industriale per quanto riguarda il Nord, ma il mondo nel suo complesso è più industriale che mai.

Figura 1. La forza lavoro industriale globale, 1950-2010

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Fonte: John Smith “Imperialism and the Law of Value” Global Discourse 2, no. 1 (2011): 20, https://globaldiscourse.files.wordpress.com. Il dato del 2010 sulla forza industriale è stato estrapolato dalla distribuzione settoriale della forza lavoro, per il 2008, nel Key Indicators of the Labor Market (KILM) dell’International Labor Organization (ILO), 6° edizione (ILO, 2010); popolazione economicamente attiva (EAP), dal database dell’ILO Laborsta, http://laborsta.ilo.org/default.html; le proiezioni circa la forza lavoro industriale nelle “regioni più sviluppate” includono le stime dell’ILO riguardo il declino dovuto alla recessione. Le categorie dell’ILO di regioni “più” o “meno” sviluppate corrispondono, rispettivamente e approssimativamente, a quelle di economie “sviluppate” e “in via di sviluppo”.

L’industrializzazione del Sud non è stata prevista dalla teoria della dipendenza negli anni Sessanta e Settanta. In essa si riteneva che il centro capitalista avrebbe bloccato qualsiasi sviluppo industriale avanzato nella cosiddetta periferia, lasciando quest’ultima nella condizione di fornitrice di materie prime, prodotti agricoli tropicali e semplici produzioni industriali ad alta intensità di lavoro, da scambiare con i più avanzati prodotti industriali del centro stesso. Pochi analisti hanno previsto l’industrializzazione del Sud come guidata dal commercio col capitalismo metropolitano, nonché dagli investimenti di quest’ultimo.

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Il comunismo nella storia cinese: riflessioni su passato e futuro della Repubblica popolare cinese

di Maurice Meisner

I. Introduzione

I critici di Mao Zedong paragonano spesso gli ultimi anni del Presidente a quelli di Qin Shihuangdi, il primo Imperatore che nell’anno 221 a.C. unificò i vari regni feudali dell’antica Cina in un impero centralizzato sotto la dinastia Qin, la prima in una serie lunga 2000 anni di regimi imperiali. Nella tradizionale storiografia confuciana, il Primo imperatore viene ritratto come l’epitome del governante malvagio e tirannico – non da ultimo perché mise al rogo tanto i libri quanto gli studiosi di tale tradizione. Mao Zedong, negli ultimi anni del suo stesso regno (i Sessanta e i primi Settanta), abbracciò con entusiasmo l’analogia storica, lodando il Primo imperatore e il suo ministro legista Li Si per aver promosso il progresso storico nell’antica Cina, sgravata delle antiquate tradizioni del passato. Mao, inoltre, difese la durezza del governo del Primo imperatore (e implicitamente il proprio governo) quale modello di vigilanza rivoluzionaria necessaria alla soppressione dei reazionari e all’accelerazione del movimento progressivo della storia.

L’immedesimazione di Mao Zedong col Primo imperatore ha rinsaldato una forte tendenza diffusa tra gli storici occidentali ad ipotizzare un’essenziale continuità fra il lungo passato imperiale cinese ed il suo presente comunista. La Repubblica popolare, secondo tale punto di vista, appare come l’ennesima dinastia in una lunga serie che ha caratterizzato la Cina, con Mao Zedong esponente di un’altrettanto lunga serie di imperatori cinesi; la burocrazia comunista quale reincarnazione di quella imperiale; ed il marxismo/pensiero di Mao Zedong, come ideologia ufficiale dello stato, in un ruolo funzionalmente simile a quello del confucianesimo imperiale sotto il vecchio regime (1).

Non vi è dubbio che il comunismo cinese, se non vettore di una qualche tradizionale “essenza” cinese, sia intriso quantomeno di alcuni aspetti e frammenti del pensiero e della cultura tradizionali. Quando Mao Zedong si interrogava sulla “sinizzazione del marxismo” nel 1938, suggeriva qualcosa di più che rivestirlo in abiti cinesi così da renderlo maggiormente attraente agli occhi dei suoi connazionali. Infatti, intendeva anche rendere il contenuto del marxismo rilevante per le condizioni storiche cinesi, consentendogli di incorporare ed ereditare quanto vi era di valido nel passato cinese. In una certa misura, dunque, il marxismo cinese era effettivamente “cinese”, almeno in parte. Ed è inoltre probabile che Mao si sia ulteriormente avvicinato, nei suoi ultimi anni, alla tradizione, come sostenuto da molti studiosi (2). In varie fasi della sua vita intellettuale e politica, Mao ha mostrato interesse per numerose personalità eroiche della storia tradizionale cinese. Proprio come il giovane Mao prendeva quale eroe di riferimento lo statista confuciano conservatore Zeng Guofan, vissuto alla metà del XIX secolo, ed il Mao rivoluzionario guardava alla tradizione eterodossa del ribelle-bandito della letteratura cinese, così il Mao governante volgeva lo sguardo ai potenti imperatori del passato, specialmente Qin Shihuangdi, il Primo imperatore, predecessore di Mao come uno dei due grandi unificatori della storia cinese.

Eppure tali affinità comuniste con la storia e la cultura tradizionali, per quanto reali, emergono in quella che è essenzialmente un’epoca post-tradizionale. Al fine di stimare dove si colloca il comunismo nel lungo divenire della storia cinese, è necessario tenere conto di due fondamentali rotture con la tradizione, le quali hanno luogo nella prima metà del XX secolo, una precedente all’ascesa del comunismo cinese, l’altra coincidente con la vittoria comunista del 1949. Entrambe devono essere tenute a mente nel considerare il posto della Repubblica popolare cinese nella storia della Cina.

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Raduno di studenti a Pechino durante il Movimento del 4 maggio

Innanzitutto, vi fu la rottura cruciale con la tradizione intellettuale confuciana, un processo relativamente graduale di alienazione rispetto ai valori tradizionali, iniziato alla metà del XIX secolo con le Guerre dell’oppio e col crescente impatto dell’imperialismo occidentale. Si trattò dell’inizio di una rottura con la tradizione che si manifestò con l’emergere di un moderno senso nazionalista negli anni Novanta dell’Ottocento (in particolare, dopo l’umiliante disfatta cinese nella guerra sino-giapponese del 1894-95), il quale trovò in seguito espressione nel nazionalismo politico militante durante il Movimento del 4 maggio (circa 1919). Fu un nazionalismo paradossalmente accompagnato da potenti correnti di iconoclastia culturale, un nazionalismo tendente più a scartare la cultura tradizionale che a celebrarla. Negli anni Novanta del XIX secolo, giovani membri della classe dirigente, costituita da piccola nobiltà-letterati-proprietari, iniziò a perdere fiducia nell’utilità degli antichi valori confuciani. Essi iniziarono ad interrogarsi sulla capacità delle credenze tradizionali di salvare la Cina dalla crescente minaccia dell’imperialismo straniero, e di riscattarla da quella che sempre più veniva riconosciuta come la terribile arretratezza del paese. Ancor più importante, ciò che emerse da questo processo di alienazione di valori tradizionali fu un nuovo metro di giudizio per misurare il valore delle questioni sia materiali che spirituali. Tale nuovo standard di misura nazionalista era rappresentato dalla ricchezza e dal potere della Cina, in quanto nazione, in un mondo social darwiniano di avidi stati-nazione. Ormai ciò che era considerato rilevante non consisteva più nella preservazione di una qualche antica essenza culturale cinese (ti), tradizionalmente concepita in termini di principi morali confuciani, bensì nella conservazione e rafforzamento della nazione cinese, con o senza la moralità confuciana. Il metro di giudizio era drammaticamente mutato.

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Libri da tradurre: Robert Brenner, Merchants and Revolution: Commercial Change, Political Conflict and London’s Overseas Traders, 1550–1653

La Rivoluzione inglese e la transizione dal feudalesimo al capitalismo

di Brian Manning

Tratto da International Socialism 2:63, estate 1994.

Robert Brenner, Merchants and Revolution: Commercial Change, Political Conflict and London’s Overseas Traders, 1550–1653, Verso, 2003

brenner-cf5674bd25d97b2fd7281f8d78ccf776Il primo grande dibattito sulla transizione dal feudalesimo al capitalismo ha avuto inizio con la pubblicazione, nel 1946, di Studies in the Development of Capitalism di Maurice Dobb [1], mentre il secondo è stato innescato dall’articolo di Robert Brenner, Agrarian Class Structure and Economic Development in Pre-Industrial Europe, pubblicato su Past And Present (1976) [2].  Dibattiti che forniscono ai marxisti un quadro all’interno del quale interpretare il periodo della Rivoluzione inglese, dal 1640 al 1660. In  questo senso, il nuovo importante libro di Robert Brenner costituisce un contributo prezioso. Esso si occupa del ruolo svolto dai mercanti londinesi nella rivoluzione, tuttavia, una postfazione di 78 pagine inquadra il soggetto del volume nel contesto di un’interpretazione più generale della rivoluzione.

Nel 1961, Valerie Pearl ha compiuto il primo dettagliato tentativo per documentare le Posizioni assunte dai mercanti londinesi durante la Rivoluzione inglese. Scoprendo, in tal modo, che buona parte dei principali mercanti delle grandi compagnie impegnate nel commercio oltremare erano realisti, laddove i sostenitori del parlamento erano “mercanti di medio livello”, “… senza dubbio benestanti, ma non certo gli uomini più ricchi della città”, “… mercanti di rilievo ma non ai vertici delle compagnie commerciali” [3]. Brenner ha portato avanti ulteriormente tale ricerca in un articolo del 1973, di fatto l’embrione del presente libro [4].

Un serio problema, nell’analisi degli schieramenti, è rappresentato dal fatto che anche tra i gruppi per i quali si dispone di una buona documentazione, come la gentry e i mercanti, il numero di coloro sui quali non si hanno informazioni, rispetto al loro posizionamento durante la guerra civile, è consistente. Brenner ha esaminato 274 membri dell’élite dei mercanti londinesi, ma per circa la metà di essi non vi sono prove su quale fazione abbiano sostenuto, un fatto da tenere presente quando si traggono delle conclusioni. Dei 130 mercanti riconducibili ai partiti, 78 erano realisti, 43 parlamentaristi e nove tenevano una posizione mutevole. Scremando verticalmente questi dati, Brenner ha riscontrato che i mercanti ai vertici delle compagnie del Levante e delle Indie Orientali, i quali detenevano il controllo della città prima della rivoluzione, erano prevalentemente realisti, mentre i cosiddetti  Merchant Adventurers, oramai in una posizione meno predominante rispetto al XVI secolo, erano grosso modo ugualmente distribuiti [5].

Indipendentemente l’uno dall’altro, Robert Brenner e Keith Lindley hanno analizzato i firmatari londinesi delle petizioni dei partiti nel 1641-2, raggiungendo in linea di massima le stesse conclusioni. L’ampio resoconto di Lindley mostra che i cittadini realisti erano “uomini di ricchezza e condizione superiore, la tradizionale classe dirigente della città… “. I mercanti con l’estero erano tanto fra i realisti quanto tra i parlamentaristi. Il tipico parlamentarista “era il commerciante domestico più modestamente prospero, con la propria casa e bottega, talvolta con qualche proprietà in un’altra città, impegnato nella vendita al dettaglio di tessuti e altri beni”. Egli era un cittadino agiato ma “generalmente meno prospero, ben introdotto e potente” del tipico realista. “Era questo genere di cittadino londinese, il quale lavorava con altri militanti nella propria chiesa, rione e associazione commerciale, e pronto ad esercitare un’influenza radicale sugli affari della città e del regno, a fornire gran parte del dinamismo della Rivoluzione inglese” [6].

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