La lotta di classe nell’antichità greca e romana

di Geoffrey de Ste. Croix

Lo statuto teorico delle classi sociali nel pensiero di Marx ha suscitato numerose interpretazioni. Al fine di comprenderne il senso, G. E. M. de Ste. Croix propone di ritornare sulle difficoltà specifiche della sua pratica di storico, nonché dell’oggetto fortemente problematico di quest’ultima: le lotte di classe nell’antichità. Gli schiavi costituivano una classe nell’antica Grecia? A detta di altri storici marxisti come Vidal-Naquet e Vernant, la risposta non può che essere negativa. Di fronte a tali società, così lontane dal capitalismo contemporaneo, il solo modo per restituire senso al corso della storia, per de Ste. Croix, consiste nel ristabilire la prospettiva marxiana nella sua forma più rigorosa e coerente: le classi sono l’altra faccia del rapporto sociale di sfruttamento. L’intervento dello storico dell’antichità mostra dunque come un decentramento radicale, uno sguardo rivolto al lontano passato, possa chiarire la complessità dei rapporti sociali odierni.

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È allo stesso tempo un onore ed un piacere prendere la parola qui oggi (1). È un onore che mi sia stato chiesto di tenere la conferenza annuale in memoria di Isaac Deutscher, un uomo che ha sempre seguito il proprio pensiero con grande coraggio, il quale ha cercato per tutta la vita di dire la verità, così come egli la vedeva, senza lasciarsi intimidire dagli attacchi, da qualsiasi parte provenissero. (Non posso che rimpiangere vivamente di non aver avuto occasione di conoscerlo personalmente). Ed è un piacere tenere questa conferenza alla London School of Econmics [d’ora in poi abbreviato come LSE, n.dt.]. Infatti, e la cosa potrebbe forse sorprendervi, è proprio qui che ebbi il mio primo incarico accademico, insegnandovi per tre anni all’inizio degli anni Cinquanta. «Insegnato», tuttavia, è probabilmente un termine eufemistico, poiché i miei interessi, in quanto assistente in Storia economica dell’antichità, erano assai lontani da quanto previsto dal programma del corso; e in effetti, alcuni dei miei colleghi del Dipartimento di storia economica mi hanno talvolta fatto capire – molto educatamente, sia ben chiaro – di essere un po’ infastiditi dal mio occupare un posto che, altrimenti, sarebbe stato appannaggi di qualcuno realmente utile, capace, a differenza di me,  di farsi carico di parte del programma. Allora iniziai a far del mio meglio per trovar qualcuno interessato a quanto avevo da offrire; ma quando facevo il giro dei dipartimenti, chiedendo se potevo tenere delle conferenze suscettibili di riscuotere un qualche interesse fra i loro studenti, le mie proposte venivano prudentemente rifiutate. Poi, improvvisamente, con mia grande gioia, venni inserito nel programma, per quanto ad un livello marginale. Ricevetti una lettera del professore di contabilità, Will Baxter (un’autorità riconosciuta in materia nel mondo anglofono), il quale mi chiedeva di tenere dei corsi nel suo dipartimento. «Sarebbe un grande piacere per noi, era scritto nella lettera, sapere di più a proposito della contabilità dei greci e dei romani, in particolare se conoscevano il sistema della partita doppia – insomma, cose del genere». Ovviamente, io non sapevo niente in merito alla contabilità antica, non più della maggior parte degli altri antichisti, ma mi sono immerso nello studio della questione. Si rendeva necessario un enorme lavoro sulle fonti originali, poiché mi ero reso conto che non vi era praticamente niente di buono nei libri moderni. Viceversa, trovai una quantità sorprendente di testimonianze di prima mano, non solo nelle fonti letterarie e giuridiche, ma anche nelle iscrizioni e sopratutto nei papiri. Quello che scrissi rappresenta, che io sappia, l’unico studio generale sull’argomento ad aver impiegato tutte le differenti tipologie di fonte (2). (Credo venga ancora citato come riferimento). Tenni anche alcuni corsi alla LSE, tanto sulla contabilità antica quanto su argomenti correlati, come il prestito a cambio marittimo (un precursore dell’assicurazione marittima) (3): l’uditorio era costituito dal professore, dalla sua squadra e da storici dell’antichità provenienti da altre facoltà, ma non, per quanto mi era dato sapere, da studenti della LSE stessa. E persino dopo aver lasciato Londra per Oxford, ormai trent’anni fa, sono stato invitato ogni anno a ritornarvi per tenere una conferenza sulla contabilità antica e medioevale, sino alla fine degli anni Settanta.

Non farò oggi dei rimandi nella forma dovuta alle differenti opere pubblicate che avrò occasione di citare, tuttavia, esse possono essere tutte identificate agevolmente appoggiandosi sia al mio recente volume The class Struggle in the Ancient Greek World, sottotitolo From the Archaic Age to the Arab Conquests (vi farò riferimento come al «mio libro sulla lotta di classe»), sia ad un recente articolo che presenterò al «colloque Marx» che si svolgerà a Parigi prossimamente, i cui atti verranno pubblicati appena possibile (4).

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Libri da tradurre: Ali Kadri, Arab Development Denied

Imperialismo e classe nel mondo arabo

di Max Ajl

Probabilmente, in nessuna altro luogo la violenza limita l’orizzonte quanto nel mondo arabo. Le guerre imperiali hanno demolito lo stato libico e trasformato la Siria in un carnaio. Lo Yemen, il paese più povero della regione, ha fatto da poligono di tiro per i droni USA prima che l’Arabia Saudita, la satrapia regionale in capo per conto degli Stati Uniti, lo attaccasse, precipitandolo nella spirale della carestia. L’Iraq scosso dalle autobombe dell’ISIS dopo decenni di sanzioni e guerra. E la Palestina che continua a sanguinare sotto il giogo del colonialismo israeliano.

In un simile clima di violenza imperiale – in effetti, una vera e propria guerra allo sviluppo – in pochi hanno tenuto salda la propria posizione. La Striscia di Gaza soffre a causa di quello che l’economista politica Sara Roy definisce “de-sviluppo” indotto da Israele [1]. La Siria ha subito un arretramento di oltre mezzo secolo, con un crollo dell’aspettativa di vita e una generazione di giovani uomini perduta [2]. Qual è il motivo di tanta violenza? I mercenari accademici degli studi sulla controinsurrezione si concentrano sul terrorismo come responso  a un’istanza materiale, e sulla guerra occidentale quale risposta [3]. Altri ascrivono il sottosviluppo di quest’area a un misto di inadeguatezza istituzionale e deficit democratico, rimediabile attraverso l’applicazione della potenza USA.

9781783082674Contro tale rappresentazione, Ali Kadri in Arab Development Denied fornisce un brillante e intelligente resoconto di come gli Stati Uniti hanno negato lo sviluppo arabo. Tramite le guerre, il colonialismo e le sanzioni, si e cercato per decenni di prevenire la sovranità della classe lavoratrice nella regione. In alcuni casi, Kadri assume un tono polemico, ma ciò non deve trarre in inganno. L’argomentazione del suo libro è costruita su una conoscenza enciclopedica dei meccanismi della politica macroeconomica, delle interazioni tra scambi di valuta, apertura e chiusura del conto capitale e ruolo dell’investimento pubblico e privato nel mettere in moto ciò che  Gunnar Myrdal definiva “circoli virtuosi” dello sviluppo. Il tutto inserito in una lettura ad amplissimo raggio della storia dell’area in questione, alla quale Kadri fa riferimento con una sin troppo agevole fluidità.

Cosa forse più cruciale, è il recupero compiuto da Kadri del concetto di sovranità, e la sostanza che vi infonde. Egli intende la sovranità come “il diritto da parte dei lavoratori a determinare le proprie condizioni di sussistenza”, chiarendone immediatamente le basi di classe (3). La guerra costituisce il solvente primario della sovranità: a ogni invasione imperiale, a ogni stato avviluppato dall’ombrello di sicurezza statunitense, la sovranità diviene un carapace sempre più essiccato. Inoltre, qualsiasi apparato politico che sfidi il controllo USA, “qualunque piattaforma sociale dalla quale la classe lavoratrice” possa, anche solo potenzialmente, “mettere alla prova la tenuta dell’imperialismo a guida statunitense”finiscono per essere smantellati (7). Ne danno testimonianza la distruzione della Libia, la tentata devastazione della Siria e l’attacco continuo all’Iran da parte degli Stati Uniti. Come scrive Kadri, “le guerre dislocano i lavoratori e i contadini e rimuovono le risorse nazionali dal controllo politico, anche potenziale, delle classi lavoratrici nazionali” (7). Egli mette in chiaro come la distruzione dello stato e delle sue istituzioni precluda anche la possibilità dello sviluppo. I capitoli successivi ampliano questa problematica di base.

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La nozione di popolo in Marx, tra proletariato e nazione

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La questione europea ha rilanciato i dibattiti, in seno alla sinistra radicale, sull’internazionalismo. Si è progressivamente affermata la necessità di ripensare a un internazionalismo concreto, il quale rifiuti l’alternativa disastrosa tra il nazionalismo razzista dell’estrema destra e l’internazionalismo del capitale incarnato dall’Unione europea, rinunciando altresì alle semplificazioni di un internazionalismo astratto.

Quest’ultimo postula, proprio in ragione dell’internazionalizzazione del capitale, che sarebbero state risolte le questioni strategiche dell’articolazione degli spazi – locali, nazionali e internazionali – nella definizione di un progetto di rottura anticapitalista, e dell’appartenenza nazionale del proletariato. È a quest’ultimo problema, in particolare, che tenta di rispondere Isabelle Garo nel testo seguente, discutendo il concetto di popolo in Marx e le sue prese di posizione riguardo ai movimenti di liberazione nazionale.

Isabelle Garo è una filosofa marxista, ha pubblicato L’idéologie ou la pensée embarquée (La fabrique, 2009), Foucault, Deleuze, Althusser. La politique dans la philosophie (Demopolis, 2011) e L’or des images. Art – Monnaie – Capital (La ville brûle, 2013).

La questione del popolo in Marx è  complessa, a dispetto delle tesi troppo nette che spesso gli vengono attribuite in proposito. A una prima lettura, in effetti, si è portati a pensare che Marx costruisca la categoria politica di proletariato proprio in contrapposizione a quella classica di popolo, eccessivamente inglobante e soprattutto omogeneizzante, la quale, inoltre, occulterebbe i conflitti di classe. In tal senso, la nozione di popolo sarebbe  chimerica, foriera di pericolose illusioni laddove politicamente strumentalizzata.

Tuttavia, se Marx diffida di qualsiasi concezione organica di popolo, riprende comunque il termine in svariate occasioni e, in particolare, quando si occupa delle lotte nazionali del suo tempo, in specie se mirano a conquistare l’indipendenza dalle potenze colonizzatrici. E vi ricorre ugualmente se si tratta di definire le specificità nazionali, caratterizzanti i rapporti di forza sociali e politici costantemente singolari, i quali, a suo modo di vedere, vanno sempre analizzati in un tale quadro nazionale. Infine, la parola popolo designa un certo tipo di alleanza di classe in un contesto di conflitti sociali e politici di grande ampiezza.

In queste tre occorrenze, Marx non separa mai il termine «popolo» dalle divergenze sociali, quali che siano, al contrario. Va tenuto a mente come egli lo erediti direttamente dalla Rivoluzione francese e dalle opere politiche che le fanno da cornice, da Rousseau sino a Babeuf e Buonarrotti: secondo questa tradizione, il concetto di popolo indica i gruppi sociali opposti all’aristocrazia,  niente a che fare, dunque, col sostantivo indifferenziato valorizzato dagli usi posteriori.

Affronterò  questi tre diversi usi marxiani del termine, confrontandoli alla questione del proletariato elaborata da Marx contemporaneamente. Elaborazione nel corso della quale Marx si interessa, in modo specifico, alle lotte di emancipazione e alla colonizzazione, per quanto riguarda India e Cina, impegnandosi attivamente nel sostegno all’Irlanda e alla Polonia.

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L’incompiuta rivoluzione irlandese

Il periodo rivoluzionario innescato dalla Rivolta di Pasqua del 1916 ha offerto la prospettiva di un’Irlanda autenticamente democratica.

di Ronan Burtenshaw e Séan Byers

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Non vi è consenso tra gli storici dell’Irlanda sugli eventi del 1916-23, se possano essere considerati una rivoluzione o, eventualmente, su come simile rivoluzione debba essere interpretata.

Fianna Fáil, a lungo il partito politico di maggior successo della repubblica, ha favorito una narrazione che usa la rivolta del 1916 al fine di legittimare lo stato contemporaneo. Una narrazione limitata e nazionalista, che lega il suo leader, Pádraig Pearse e i suoi contemporanei al cattolicesimo conservatore del XX secolo.

Il rivale nel campo della borghesia irlandese, Fine Gael, raccoglie numerosi sostenitori del nazionalismo costituzionale del movimento per l’autogoverno. Meno critici rispetto al dominio britannico in Irlanda, tendono a minimizzare se non screditare l’insurrezione del 1916 come una tragica disavventura.

La sinistra dovrebbe rigettare sia la narrazione tradizionale che quella revisionista. In questo momento di rinnovata militanza della classe lavoratrice nell’isola, è necessario un approfondimento  del periodo rivoluzionario irlandese, il quale abbraccia la lotta per l’indipendenza nel contesto della rivoluzione democratica e sociale cui aspiravano molti dei suoi partecipanti.

Quale tipo di rivoluzione?

La rivoluzione irlandese è stata innanzitutto nazionale. Tuttavia interpretarla esclusivamente in questi termini significherebbe trascurarne la complessità. E non semplicemente perché si è trattato di un movimento dal forte carattere operaio e internazionalista. Bensì perché l’economia politica del dominio coloniale, in Irlanda, ha intrecciato gli aspetti nazionale, democratico e sociale.

La rivolta degli Irlandesi Uniti nel 1798, appoggiata dalla Repubblica francese, ha rappresentato una fonte d’ispirazione per la successiva tradizione radicale. Ma laddove gli aspetti politici della ribellione vengono spesso citati, le sue conseguenze sull’economia sono non di rado sottostimate. Dopo aver sedato la sollevazione, il governo britannico limitò severamente l’autonomia irlandese all’interno dell’impero, sciogliendo quello che era noto come “Parlamento di Grattan” nell’Atto di unione del 1800. Nonostante tale misura combinasse i due regni in un’unione più ampia, l’effetto concreto è stato di instaurare un diretto domino coloniale sull’Irlanda.

I risultati furono di portata devastante per l’economia dell’Irlanda del sud. Nel 1800, in quanto sede del governo, centro commerciale e finanziario, nonché fulcro dell’industria tessile, Dublino era la seconda città del più grande impero al mondo. Il dominio diretto, col ritorno dei poteri fiscale e economico a Westminster, cui va aggiunto l’aumento delle tariffe sulle merci irlandesi, causò un esodo di pari irlandesi, e dei loro investimenti, in Gran Bretagna. In sessant’anni Dublino venne relegata a sesta città più popolosa del Regno Unito.

Mentre introduceva tariffe al fine di proteggere la propria industria, il governo britannico adottava l’approccio del laissez-faire rispetto all’interventismo economico nell’ambito del welfare. Un approccio che ha contribuito alla Grande carestia del 1845-52. Le esportazioni dall’Irlanda alla Gran Bretagna proseguirono, nonostante la morte di circa un milione di persone e l’emigrazione di altrettante. Come il Conte di Clarendon, lord luogotenente d’Irlanda, scrisse al primo ministro nel 1857, “Nessuno può arrischiarsi ora a contestare il fatto che l’Irlanda è stata sacrificata ai commercianti di grano londinesi… e che alcuno stento si sarebbe verificato se l’esportazione del grano irlandese fosse stata proibita”.

Oltre a dimezzare la popolazione dell’isola, la carestia modificò profondamente l’economia politica dell’Irlanda rurale, liberando enormi distese di terra prima coltivata da piccoli proprietari. Nel 1841 solo il 18 percento delle aziende irlandesi superavano i 15 acri. Dieci anni dopo erano giunte al 51 percento. In questo vuoto emerse una potente classe di fittavoli agricoli.

Decimata dal sottosviluppo e traumatizzata dalla carestia, l’Irlanda era divenuta un terreno fertile per l’ascesa della Chiesa cattolica, il cui clero proveniva in percentuale sproporzionata dagli ambienti dei grandi fittavoli o della borghesia – i settori della società irlandese in grado di permettersi l’educazione dei propri figli.

In molti vedevano nella chiesa, a sua volta repressa dalle autorità imperiali britanniche, un alleato più affidabile del governo, favorendo la partecipazione alle sue istituzioni rispetto a quelle dello stato. Il coinvolgimento della chiesa nelle campagne per l’emancipazione cattolica e per l’abrogazione dell’Atto di unione acuirono tale affinità.

Il potere della chiesa cresceva proprio mentre imboccava una svolta chiaramente antimoderna col Sillabo degli errori moderni di Pio IX pubblicato nel 1864. L’enciclica attaccava direttamente il socialismo e “tale idea di governo sociale, assolutamente falsa”, sottoscrivendo una dottrina sociale che considerava la povertà una questione morale, sulla quale era meglio intervenire attraverso la carità. Seguendo questa filosofia, la chiesa si pose come un potente avversario di qualsiasi riforma progressista.

L’ascesa della Chiesa cattolica ebbe anche conseguenze sulla condizione delle donne. Sebbene non certo emancipate, le donne nell’Irlanda precedente la carestia spesso avevano un ruolo nell’economia, ricorrendo alle loro abilità nella tessitura e nella filatura al fine di raggiungere un certo grado d’indipendenza economica. Col tempo, l’industrializzazione rese simili competenze obsolete, e l’emergere delle grandi aziende agricole ridusse la necessità della manodopera femminile. La Chiesa cattolica stabilì un nuovo ruolo per le donne, come pilastro religioso della famiglia, esortandole a prendere il proprio posto nella casa e a crescere i loro figli nella fede.

All’inizio del XX secolo il declino economico irlandese aveva prodotto un diffuso immiserimento. Gli slum di Dublino erano annoverati tra i peggiori al mondo. Il tasso di mortalità toccava il 27,6 per 1.000 – superando quello di Calcutta. Più di 20.000 persone vivevano in abitazioni popolari formate da una sola stanza, situate spesso in grandi case georgiane appartenute all’ormai scomparsa aristocrazia, persistente ricordo della prosperità che la città aveva ora perso.

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