Alle origini della teoria fisiocratica del capitalismo, la piantagione schiavistica L’esperienza di Le Mercier de la Rivière, intendente della Martinica

di Florence Gauthier

La rappresentazione dei fisiocratici come liberali risale al XX secolo, è dunque assai tarda. Infatti, nel XVIII secolo, essi venivano denominati gli economisti, o i filosofi economisti, e inoltre, i loro critici contemporanei definivano la loro teoria o con termini ironici, come economistificazione nel caso di Galiani, o inediti, come economismo nel caso di Linguet. Mably, in uno dei suoi dialoghi, affibbia ad uno di essi il nomignolo beffardo di Eudosso, la buona dottrina. Ancora, il termine setta veniva loro largamente applicato, non da ultimo in Adam Smith [1]. All’epoca, i fisiocratici non venivano certo confusi con dei difensori della libertà, e quando presentavano se stessi quali teorici del dispotismo legale, ciò avveniva in ragione del fatto che erano effettivamente, cosa peraltro ben chiara ai loro contemporanei, sostenitori del dispotismo, dandone prova in particolare nel consigliare il re di Francia negli anni 1760-70.

Marx, da parte sua, non li ha mai qualificati come liberali. È nel XX secolo che tale definizione sembra fare la sua comparsa, ed è stata sottoposta a critica soltanto recentemente, allorquando viene accordata una certa importanza alla loro concezione politica del dispotismo legale, fondamentale nella loro dottrina. Così, Jean Cartelier, tra i maggiori specialisti della fisiocrazia, è pervenuto ad un’autocritica meritevole d’attenzione. Egli aveva infatti ripreso un’interpretazione della fisiocrazia che si spingeva sino ad accostare quest’ultima al «marxismo», in ragione di un suo sedicente materialismo:

«La tesi secondo la quale Quesnay, a causa dei suoi aspetti materialisti, anticiperebbe Marx (tesi avanzata da Meek, 1962, Cartelier, 1973, e altri) potrebbe essere basata su un grave equivoco, se fosse vero, come viene suggerito in questa sede, che è il disegno politico a costituire il reale fondamento del sistema» [2].

Cartelier quindi rigetta l’appartenenza della fisiocrazia alle correnti liberali, giungendo a definirla «pensiero totalitario»:

«Pensiero totalitario ante litteram, la fisiocrazia non si colloca all’interno delle correnti liberali e individualiste, dove talvolta la si è voluta annoverare a causa della sua apologia della libertà di commercio» [3].

Mercier_de_La_Rivière_-_Ordre_naturel_et_essentiel_des_sociétés_politiques,_1767_-_5679025.tifLa fisiocrazia è stata così interpretata, in successione, come appartenente alle correnti liberali, poi marxiste ed infine totalitarie. La misura della confusione, in proposito, è dunque colma. Notiamo di passaggio che i riferimenti interpretativi richiamano i tre colori politici che hanno dominato questo secolo.

Il nostro proposito è quello di ricostruire brevemente il progetto politico che Le Mercier de La Rivière ha esposto nella sua opera principale, L’ordre naturel et essentiel des sociétés politiques, pubblicata nel 1767 [4], per spostare in seguito l’attenzione sulla sua vita nelle colonie schiavistiche francesi in America e sull’esperienza come intendente della Martinica, le quali gettano una luce inattesa sulla sua teoria politica, consentendo di precisare i riferimenti concettuali corrispondenti all’epoca e agli sforzi teorici che gli sono propri.

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Una breve storia dell’imperialismo francese

di Claude Serfati

Attualmente, il complesso militare-industriale svolge un ruolo essenziale nella morfologia del capitalismo francese. È noto il posto centrale occupato dall’esercito e dagli apparati di sicurezza nella Quinta repubblica. Spesso la genealogia di questo stato di cose viene tracciata a partire dalla Guerra d’Algeria e dalle sue conseguenze costituzionali. Tuttavia, si direbbe che una tale posizione delle forze armate affondi le proprie radici lungo tutto il XX secolo, dalla Comune di Parigi alla Guerra d’Algeria, passando per le guerre di conquista coloniale. Appoggiandosi su di una solida concettualizzazione marxista, Serfati, in questo estratto dal volume Le Militaire, traccia un’impressionante genealogia dei dispositivi imperialisti francesi, evidenziando il ruolo della finanza nell’impresa coloniale, ma anche l’impatto dell’esercito sui rapporti sociali.

«L’eredità culturale non è accettabile se non alla condizione che essa sia la somma del pensiero universale»

André Breton, Entretiens

«Che queste ossa siano i fischietti della rivoluzione»

Benjamin Péret, Peau de tigre

La fine del XIX secolo è stata segnata da trasformazioni radicali nel funzionamento nel capitale. Si deve a John Hobson, economista vicino al socialismo liberale, una prima sintesi interpretativa del tema nella sua opera Imperialism: A Study (1921), nella quale si distingue accuratamente l’imperialismo moderno dagli imperi antichi. I marxisti hanno sviluppato, talvolta seguendo percorsi paralleli, le proprie analisi di tale inedito periodo storico.

Questa «prima mondializzazione», come l’ha definita lo storico dell’economia Paul Bairoch, è stata indotta da un aumento dei flussi di merci, e ancor di più da un considerevole sviluppo delle esportazioni di capitale monetario, investito in operazioni industriali – dando vita alle imprese multinazionali – così come in forma di prestiti agli stati dipendenti. La comparazione tra la Francia e al Gran Bretagna, le quali effettuavano la maggior parte delle esportazioni di capitali (rispettivamente, 20% e 42% del totale nel 1913, ben più avanti della Germania, 13%) è indicativa delle fisionomie nazionali dell’imperialismo. In effetti, le esportazioni di capitali della Francia, notevolmente acceleratesi a partire dagli anni Novanta dell’Ottocento, esibiscono caratteristiche differenti rispetto a quelle di Gran Bretagna e Germania. A prevalere sono i prestiti, piuttosto che gli investimenti diretti nella produzione. Inoltre, sono in larga parte destinati a paesi meno sviluppati, come la Russia (27,03%), l’Impero ottomano e i paesi balcanici, collocati a grande distanza da altre regioni, come Stati Uniti e gli altri paesi caratterizzati da un forte dinamismo industriale.

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La Borsa di Parigi, 1910

In Francia, la diffusione della rendita è di vecchia data. La classe dei rentier ha iniziato a consolidarsi sotto l’Ancien régime grazie ai prestiti concessi ai sovrani per i loro sfarzi e per le guerre, in seguito sotto la Monarchia di luglio ed il Secondo impero, data la necessità di finanziare le spese militari e i conflitti. A partire dalla fine del XIX secolo, il declino relativo nell’emissione di titoli di stato ha spinto gli investitori francesi verso i titoli di stato stranieri, ritenuti sicuri e redditizi, rendendo più dinamico il comparto straniero della Borsa di Parigi. Come illustrato dai lavori di Jean Bouvier, le banche francesi trarranno notevoli profitti dall’incremento di tali prestiti agli stati esteri, mostrandosi invece timorose per quanto riguarda quelli all’industria. Lo scarto in rapporto allo sviluppo industriale dell’Inghilterra, in tal modo, cresce regolarmente, e laddovel’industria tedesca è, nel 1860, inferiore per dimensioni di più della metà rispetto a quella francese nello stesso anno, nel 1913 essa diviene due volte e mezzo più importante. Nel 1917, lo storico Paul Mantoux notava che non solo nella chimica e nella metallurgia, ma anche nei cosiddetti «articoli parigini» (beni di lusso, ma anche giocattoli, ferramenta, ecc.), la Francia aveva un vistoso deficit commerciale.

Il consolidarsi di gruppi sociali dipendenti dalla rendita, dunque, va posto in relazione con la debole tradizione imprenditoriale delle élite francesi. I rentier francesi, quindi, non hanno esitato a privilegiare gli investimenti all’estero, anziché quelli industriali in Francia: le attività estere, alla soglia della Prima guerra mondiale, costituivano il 21,5% del patrimonio finanziario delle famiglie più ricche (1).

I prestiti governativi massicciamente concessi dalla Francia venivano generalmente utilizzati dai paesi debitori al fine di finanziare lo sviluppo delle ferrovie, ma più frequentemente per intraprendere spese improduttive, tra le quali l’acquisto di materiali bellici occupava un posto essenziale. Gli imponenti prestiti a favore dello stato russo ritorneranno sotto forma di interessi, nonché di importanti commissioni di armamenti ai gruppi francesi. Lo stesso processo verificatosi nei casi di Turchia, Grecia e Serbia. Un a buona parte dei crediti garantiti a questi stati da consorzi organizzati dalle banche francesi è servito, alla viglia della Prima guerra mondiale, all’ordinazione di sei cacciatorpediniere e due sottomarini costruiti dalla società Creusot.

L’esportazione dei capitali, la quale consente senza ostacolarla quella delle merci, non rappresenta l’unico tratto distintivo dell’imperialismo. La «mano invisibile del mercato», il cui frutto dovrebbe essere la concorrenza ottimale, genera il suo contrario, ovvero la tendenza alla formazione di grandi imprese – monopoli, nel senso di enormi gruppi dominanti – che si spartiscono i mercati mondiali grazie ai cartelli e ad altre forme, più discrete, di accordo a livello mondiale. Successivamente, queste grandi imprese assumono la forma di società per azioni, segnando il controllo della borsa sulle attività industriali. Hilferding ha teorizzato tale evoluzione sottolineando l’emergere del capitale finanziario, «fusione del capitale industriale e di quello bancario, sotto il controllo delle banche» (2). La sua definizione incentrata sulle banche ha condotto numerosi marxisti a rigettare il concetto di capitale finanziario, da essi giudicato obsoleto considerato l’attuale dominio dei mercati finanziari. Si tratta senza dubbio di un modo per «buttare il bambino con l’acqua sporca», poiché lo schiacciante dominio della finanza contemporanea, al contrario, rende ancor più necessaria una riflessione – certamente critica – sul concetto di capitale finanziario e la sua pertinenza per l’attualità (3).

Il periodo dell’imperialismo ha visto anche la spartizione del mondo tra le grandi potenze, in particolare, sebbene non esclusivamente, nella forma della colonizzazione (cf. Riquadro 1). Nel 1900, il 90% dell’Africa, il 99% della Polinesia, il 56% dell’Asia ed il 27% dell’America, appartenevano alle grandi potenze europee ed agli Stati Uniti. La conquista del mondo rifletteva già la tendenza del capitale a sconfinare oltre le sue frontiere nazionali. Tuttavia, questa spartizione, tutt’altro che consensuale, esacerbava le rivalità tra stati che sarebbero poi sfociate nella guerra mondiale.

Tra le definizioni di imperialismo che sono state proposte, quella di Rosa Luxemburg, secondo la quale «l’imperialismo, è l’espressione politica del processo di accumulazione del capitale nella sua lotta di concorrenza intorno ai residui  di ambienti non-capitalistici non ancora posti sotto sequestro», conserva il suo interesse. Vi si insiste in effetti sull’interazione tra, da una parte, la dinamica internazionale del capitale  – già negli anni Quaranta dell’Ottocento, Marx ed Engels avevano notato che «la tendenza a creare il mercato mondiale è data immediatamente nel concetto stesso di capitale» – e dall’altra, l’organizzazione geopolitica mondiale. Un metodo che consente alla Luxemburg di concentrarsi sul ruolo del militarismo, inteso come strumento per conquistare territori e mercati, ma anche come «un mezzo di prim’ordine per la realizzazione del plusvalore, cioè come campo di accumulazione» per il capitale in cerca di profitti (4). Benché tale analisi sia stata criticata da alcuni marxisti, in quanto fondata su un’interpretazione «sottoconsumista» delle crisi capitalistiche, rimane comunque un lavoro pionieristico, in anticipo sui dibattiti che avranno luogo dopo la Seconda guerra mondiale circa il «keynesismo militare» ed il ruolo delle spese militari nella forte crescita economica dei paesi sviluppati.

Una simile interazione tra la dinamica del capitale e l’organizzazione geopolitica – ciò che può essere definito sistema interstatale – costituisce un problema centrale di questo studio. Certamente, lo stato svolgeva già un suo ruolo determinante in Europa, innanzitutto nelle fasi iniziali dell’espansione del capitalismo, in seguito nel momento della rivoluzione industriale. In Frnacia, la borghesia, spaventata dalle forze popolari da essa scatenate nella sua lotta contro l’assolutismo regio, in particolare tra il 1789 ed il 1793, si era nuovamente affidata allo stato, in forma realista (Luigi Filippo, 1830-1848) poi in forma bonapartista (Secondo impero, 1852-1870), al fine di difendere i propri interessi economici e proteggersi dal movimento operaio. Per queste ragioni, le relazioni tra le classi dominanti e  le istituzioni statali vi erano più strette che in altri paesi europei.

L’imperialismo moderno, tuttavia, ha conferito a questa interazione tra il capitale ed il «suo» stato nazionale un’importanza accresciuta. Si tratta, infatti, di un nuovo periodo storico, che ha combinato su scala mondiale gli effetti devastanti della concorrenza intercapitalistica e lo scontro esplosivo tra rivalità politiche. Dunque, non solo ha prodotto il mercato mondiale, ma anche le guerre tra stati. Gli ultimi decenni del XIX secolo sono stati contrassegnati dai conflitti armati, con l’obiettivo puro e semplice dell’annessione di nuovi territori da parte della Gran Bretagna e della Francia, e secondariamente della Germania. Prendere il controllo di territori e risorse strategiche rappresentava un obiettivo primario. I conflitti tra paesi europei erano in aumento, sia per via diretta – in tal senso, la Guerra franco-prussiana del 1870 è emblematica, ma quella russo-giapponese del 1905 ha avuto conseguenze non meno importanti – , sia indiretta (in particolare nei Balcani).

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La guerra di Mitterand

Nella carriera politica di François Mitterrand le atrocità francesi in Algeria hanno rappresentato delle pietre miliari nel corso della scalata al potere.

di Ian Birchall

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François Mitterrand e Chadli Bendjedid durante un incontro in Algeria nel 1981. Photo Vintage France

La storia completa dell’imperialismo francese nel XX secolo sta lentamente venendo alla luce. Ciò che appare particolarmente sconvolgente è a qual punto le organizzazioni e i singoli individui appartenenti alla sinistra ne siano stati complici sino in fondo.

François Mitterand sarà ricordato come il presidente socialista della Francia dal 1981 al 1985, tuttavia egli ha avuto una parte di primo piano nella politica francese già molti anni addietro, culminata nel ruolo giocato nel governo Mollet durante la Guerra d’Algeria. Dopo la fine della Seconda guerra mondiale la Francia è determinata a conservare il proprio impero, specialmente in Indocina e Algeria.

Determinazione che ha condotto a una durissima guerra nel sud-est asiatico, nonché a una selvaggia repressione in Madagascar nel 1947, nel corso della quale ci sono state migliaia di vittime. Mitterand ha espresso pieno sostegno a tale repressione.

Nel 1954 la lotta algerina per l’indipendenza nazionale, guidata dal Fronte di Liberazione Nazionale (FLN), ha inizio. Il governo francese definisce i membri del FLN criminali piuttosto che attivisti politici, inviando sempre più truppe in Algeria al fine di ripristinare “l’ordine”.

Uno degli aspetti più inquietanti della Guerra d’Algeria è come le tradizionali organizzazioni della classe lavoratrice abbiano abbandonato qualsiasi pretesa di internazionalismo.

Guy Mollet, leader della Sezione francese dell’Internazionale operaia (SFIO), è stato responsabile, come primo ministro, dell’escalation bellica, e  il Partito comunista francese (PCF) – con l’obiettivo di rilanciare il “Fronte popolare” – ne ha supportato  la decisione di introdurre i “poteri speciali” allo scopo di schiacciare il movimento di liberazione nel paese nord-africano.

Il ruolo di François Mitterand è stato meno discusso. Dopo l’indipendenza algerina né Mitterand né i suoi sostenitori (alcuni dei quali già esponenti della sinistra) erano interessati a indagare il suo operato durante la guerra; ciò nonostante, un libro del 2010, scritto in collaborazione dallo storico Benjamin Stora e dal giornalista politico François Malye – basato sulle testimonianze dei contemporanei e su di una documentazione in precedenza mai utilizzata – ci fornisce un quadro più chiaro.

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