Lenin filosofo: la sfida del materialismo

di Lilian Truchon

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Lenin e Bogdanov, ospiti di Gorkij a Capri nel 1908, durante una partita a scacchi

Affrontare Lenin in quanto filosofo, significa discutere lo statuto del materialismo e la sfida politica in ciò insita. A tal proposito, Materialismo ed empiriocriticismo è un’opera fondamentale del suo pensiero filosofico. Scritto nel 1908 e pubblicato nel 1909, questo lavoro tratta in particolare la teoria della conoscenza dal punto di vista del materialismo. Avremo modo di vedere, tra l’altro, come proprio qui si trovi il nocciolo del materialismo di Lenin. Innanzitutto, è doveroso sottolineare che, agli occhi del rivoluzionario russo, la sfida consistente nella difesa del materialismo non ha origine in una semplice questione filosofica o epistemologica: si tratta anche di una questione politica. In effetti, secondo Lenin, conoscere il mondo circostante «obiettivamente» è condizione necessaria per trasformarlo efficacemente, in modo tale che le cause reali dei fenomeni e delle forze operanti nella natura, e nella società, non risultino dissimulate dietro la facciata, indefinitamente rimaneggiata, di convenzioni sociali e ideologie dominanti.

Prima di entrare nel vivo della materia, vorrei fornire una rassegna delle numerose idee preconcette riguardanti il contesto in cui è stato redatto Materialismo ed empiriocriticismo. Infatti, benché false, queste ultime continuano, nonostante tutto, a trovare spazio nei vari commenti sull’opera in questione. È anche il caso dei migliori studiosi della vita e dell’opera di Lenin, come lo storico Lars Lih. Nel suo volume biografico Lenin, pubblicato nel 2011, egli afferma che Materialismo ed empiriocriticsmo era frutto di «appunti diligenti» circa soggetti con i quali il rivoluzionario russo aveva scarsa familiarità. Ora, un semplice vaglio del numero di libri e articoli – oltre duecento, tra filosofia, epistemologia, fisica e biologia, in molteplici lingue e citati o riassunti con spirito di sintesi- dimostra l’esatto contrario di quanto sostenuto da Lih. In effetti, Lenin aveva studiato in maniera approfondita la questione. Prendiamo come esempio Diderot e i riferimenti ai testi del filosofo francese. Non solo il rivoluzionario russo cita la Lettre sur les aveugles e L’entretien de D’Alembert avec Diderot da un edizione francese delle opere complete di Diderot, pubblicate in origine nel 1857, ma non si inganna neanche nella scelta delle citazioni appropriate. Dunque, un lettore intelligente nel suo individuare i passi rilevanti del dialogo immaginario con Berkley proposto dal filosofo francese. Una padronanza, quella di Lenin, acquisita in anni di studio da autodidatta della filosofia, studio iniziato in particolare nel 1898, allorquando emersero le polemiche, in seno al movimento socialista internazionale, tra Kautsky e Bernstein, nel contesto di quella che diverrà nota come prima crisi del marxismo. In tale frangente, Lenin aveva letto specialmente Kant e i materialisti francesi dell’età dei lumi, come il barone d’Holbach, Helvetius e, per l’appunto, Diderot.

Altro preconcetto, quello secondo il quale esisterebbe una rottura epistemologica all’interno degli stessi scritti di Lenin, ovvero tra, da una parte, le tesi difese in Materialismo ed empiriocriticismo e, dall’altra, quelle avanzate nei Quaderni filosofici, risalenti in buona sostanza al biennio 1914-1915. Una tesi, questa della rottura, sostenuta negli anni Sessanta sopratutto da Louis Althusser; eppure esiste un punto di vista analogo meno noto, ossia, quello del marxista tedesco Karl Korsch. Quest’ultimo affermava che, nel momento in cui Lenin esponeva le proprie teorie sul materialismo, nel 1909, ciò avveniva in totale contraddizione con quanto detto, dallo stesso Lenin, nel 1894. In seguito spiegherò perché le dichiarazioni di Althusser e Korsch siano da ritenersi fallaci. Anziché una rottura, dunque, è doveroso sottolineare una continuità sostanziale tra l’opera del 1909 e il resto della battaglia filosofica di Lenin. Così, quando critica l’idealismo degli empiriocriticisti russi, secondo i quali l’essere sociale e la coscienza sociale sono esattamente identici, egli riprende nuovamente un vecchia polemica contro la sociologia soggettiva dei populisti russi, salvo che, nel 1909, ha luogo all’interno delle fila bolsceviche.

Desidero anche affrontare le ragioni politiche che hanno spinto Lenin a scrivere il suo libro. Alcuni storici sostengono la tesi secondo la quale Materialismo ed empiriocriticismo è stato una bieca manovra politica, finalizzata a regolare i conti con Aleksandr Bogdanov, senza dubbio, all’epoca, il più importante dirigente bolscevico dopo Lenin. In breve, quest’ultimo, avrebbe peccato di sincerità nella sua polemica filosofica con Bogdanov. Riguardo al quale, a questo punto, si rende necessario fornire alcune indicazioni biografiche, considerato che il suo nome verrà più volte citato, oltre ad avere una certa importanza ai fini della comprensione dei rapporti con Lenin. Bogdanov era stato un compagno di lotta per Lenin sin dal 1904. Aveva svolto un ruolo decisivo nella battaglia contro i menscevichi, oppositori dei bolscevichi in seno al Partito operaio socialdemocratico russo (POSDR). L’anno successivo, il 1905, Bogdanov diveniva il leader dei bolscevichi in Russia, data l’assenza di Lenin, all’epoca in esilio. A questo titolo, egli ebbe modo in particolare di rappresentare il proprio partito nel soviet di San Pietroburgo, durante la rivoluzione del 1905. Tuttavia, a partire dal 1906, Bogdanov fece sistematicamente appello, contro il parere di Lenin, al boicottaggio della Duma, il parlamento russo appena istituito. Ora, Lenin non coglie ogni occasione per esprimere le proprie divergenze rispetto a Bogdanov circa la strategia politica da seguire in Russia. Sono altri testi, i quali niente hanno a che fare col materialismo, a dargli l’opportunità di criticare il boicottaggio e l’assenteismo politico del rivale. D’altra parte, in modo da preservare l’unità politica della frazione bolscevica, costituitasi solo pochi anni prima in seno al Partito operaio socialdemocratico russo, Lenin era deciso ad evitare dispute pubbliche di natura filosofica ed epistemologica, oltreché a mantenere tali divergenze teoriche con Bogdanov su un terreno neutro. Ma la situazione cambia a partire dal 1907. Sebbene l’attacco contro il materialismo fosse in corso da lungo tempo, Bogdanov e i suoi alleati conducevano ormai contro di esso un’offensiva propagandistica ed editoriale, specialmente con la pubblicazione, l’anno seguente (1908), di una raccolta intitolata Saggi intorno alla filosofia del marxismo. A detta degli autori, la vera epistemologia socialista era quella traente ispirazione dall’empiriocriticismo, vale a dire, la teoria della conoscenza proposta dal fisico austriaco Ernst Mach e dal filosofo Richard Avenarius.

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Diritti umani: una prospettiva marxiana

di Zoltan Zigedy

Per quasi trecentocinquanta anni, i diritti umani sono stati un importante, se non dominante, strumento dell’impegno mirante alla giustizia sociale. Nel corso di buona parte di questa storia, i diritti umani son stati invocati al fine di demarcare la propria posizione sul campo di battaglia. È altrettanto importante notare che, prima del XVII secolo, la giustizia sociale veniva promossa, il più delle volte, attraverso una lingua diversa da quella dei diritti umani. Se bisogna dare credito alle Chroniques di Froissart, le Jacquerie della campagna francese ed i contadini inglesi coinvolti nella rivolta del 1381 non possedevano una vera e propria nozione di diritti umani universali. Tentavano, invece, di rimpiazzare dei signori ritenuti iniqui, o facevano appello ai loro reggenti in modo da ottenere riparazione all’ingiustizia. Essi non reclamavano i propri diritti – poiché non ne avevano conoscenza – bensì equità e un trattamento umano. John Ball, uno dei leader della rivolta inglese, la quale giunse a un momento di illusoria “liberazione” contadina nel 1381, si riferisce abbia predicato: “Veniamo chiamati servi e picchiati se siamo lenti al loro servizio, eppure non abbiamo un signore cui rivolgere le nostre lamentele, nessuno che ci ascolti e ci renda giustizia. Andiamo dal Re – egli è giovane – e mostriamogli a qual punto siamo oppressi, riferiamogli che vogliamo che le cose cambino, o altrimenti le cambieremo noi stessi” [1]. Non ci si appellava, dunque, ad un insieme di diritti, bensì  alla saggezza ed al senso di giustizia incarnati da un potere superiore, potere superiore che, per altro, si sarebbe infine rivelato infido. Come affermato dal traduttore delle Chroniques, Geoffrey Brereton, Froissart “non si serve di una parola esattamente corrispondente di “eguale”. Invece, ricorre a “tutt’uno” o “tutti insieme” per indicare un destino condiviso. L’uguaglianza, sembrerebbe, è una condizione necessaria del ricorso moderno al concetto di “diritti universali”, priva di riscontro in Froissart.

humlev2Meno di trecento anni dopo, i diritti umani, diritti universali, avevano stabilito una solida testa di ponte nel pensiero sulla giustizia sociale. Portatrice di una nuova era costituzionale (codificazione dei diritti), la Guerra civile inglese innescò dibattiti in cui si evocava un mondo libero da privilegi feudali e diritto divino. Negli anni Quaranta del Seicento, in Inghilterra, la nozione di diritti “naturali” – di portata universale – informava i militanti anti-monarchici come Cromwell. I livellatori, fazione radicale del movimento contrapposto alla corona, si ergevano a favore dell’uguaglianza e dell’universalità dei diritti umani. Ed ancora, nella medesima epoca, emerge una “questione” a ciò inerente, la quale trova esposizione nella celebre dottrina dei rivoluzionari del XVII secolo, una question che permane tutt’oggi. Henry Ireton, generale dell’esercito di Cromwell, nonché uomo mal disposto nei confronti della difesa dei diritti comunitari avocata dai livellatori, ebbe a sostenere durante i dibattiti tenutisi nella chiesa di Putney:

La cosa principale su cui insisto è che vorrei si avesse riguardo alla proprietà. Spero che non arriveremo a litigare per la vittoria – ma che ciascuno rifletta se egli non intenda raggiungerla per abolire ogni proprietà. Poiché qui si tratta della parte più fondamentale della costituzione del regno; se sopprimete la quale, sopprimete con essa ogni cosa…  Ora vorrei sapere a quale diritto vi appellate affermando che tutti gli uomini devono avere il diritto di voto nelle elezioni. Forse al diritto naturale? Se vi mettete su questo terreno, allora credo che dobbiate negare anche ogni proprietà e per questa ragione; in base allo stesso diritto naturale (sia quel che sia) da voi invocato e che vi consente di dire che ogni uomo ha un uguale diritto di scegliersi chi deve governarlo – in base allo stesso diritto naturale, egli ha lo stesso eguale diritto a qualsiasi bene cada sotto i suoi occhi – cibi, bevande, vestiti -, il diritto di prenderseli e usarne per il proprio sostentamento [2].

humlev1Si tratta di un argomentazione semplice ma ingegnosa, raramente affrontata dagli odierni filosofi accademici. Ireton presuppone che la proprietà (individuale, non eguale, non universale) sia storicamente e logicamente prioritaria, oltreché sacrosanta, rispetto ai “diritti” così come intesi dai radicali. Dal suo punto di vista, nessuno può seriamente negare la validità della proprietà. Ma se assumiamo l’esistenza di diritti dotati di eguale ed universale applicabilità, naturalmente fondati, allora dobbiamo riconoscere che tutti hanno diritto ad acquisire qualsiasi cosa detenuta quale proprietà da qualcuno. Pertanto, l’idea di un diritto universale ed eguale a scegliere i governanti non può essere riconosciuta senza con ciò sancire il diritto a violare la proprietà. Ireton, dunque, confida che nessuno coinvolto nella discussione voglia giungere ad un simile risultato.

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Marx, Engels, Bachofen e una leggenda urbana

di Christophe Darmangeat

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Marx ed Engels nella tipografia della Rheinische Zeitung 

Da alcuni decenni si assiste ad un fiorire, tra i commentatori (universitari) del marxismo, di molteplici variazioni intorno alla tesi di una presunta differenza d’idee che avrebbe diviso Marx ed Engels. Il metodo di tale tendenza consiste nel prendere paragrafi, frasi e persino la semplice punteggiatura (fornirò in seguito un esempio) al fine di dedurne le differenze di sfumatura, nonché di contenuto e di metodologia, che si ritiene abbiano contrapposto i due autori.

Ovviamente, si ha tutto il diritto di analizzare i testi. Ciò non significa che non lo si possa fare con una cera prudenza (mi verrebbe da dire con un certo buon senso); ogni esegeta dotato di un minimo di capacita, infatti, è in grado di individuare delle differenze (o similitudini) fra dei qualsivoglia estratti, che appartengano allo stesso autore o meno. Ora, nel caso di Marx ed Engels, si tratta di due autori che hanno collaborato lungo tutto il corso delle loro vite, firmato insieme libri, scritto in alcune occasioni capitoli per volumi pubblicati dall’altro e, last but not least, condiviso durante le loro battaglie le medesime posizioni politiche. Non posso certo vantarmi di conoscere integralmente la loro vastissima corrispondenza, ma nelle qualche centinaia di pagine che ho avuto modo di scorrere, non mi pare di aver trovato, sia pur una sola volta, una critica dell’uno riguardo all’altro che vada oltre la semplice sfumatura su di un punto preciso, e che si riferisca ad un testo pubblicato.

Detto in altri termini, vi è un che di pedante (e di ridicolo) nel voler a tutti i costi trovare delle differenze, persino delle contrapposizioni, tra personalità del tutto concordi nell’affermare come non ve ne fossero, oltre ad essere nella posizione di esprimere giudizi in proposito. Pertanto, non posso che rimanere perplesso quando, per esempio, Heather Brown, nel suo libro Marx Gender and the Family, pubblicato nel 2012 (disponibile a questo link), passati in rassegna numerosi autori (tra i quali Lukács, Carver, Manicas o l’ex segretaria di Lev Trotsky, Raya Dunayevskaya) sostenitori della tesi per cui Marx ed Engels non avevano lo stesso approccio al materialismo storico, vi aggiunge del suo:

“La differenza forse più significativa che è possibile trarre da una comparazione tra Marx ed Engels consiste nel carattere maggiormente determinista degli argomenti del secondo. Laddove Marx prende spesso atto della natura contingente di alcuni sviluppi e sottolinea le possibilità lasciate aperte all’azione umana – in aggiunta alle forze economiche e tecnologiche – nel cambiamento delle condizioni sociali, Engels volge la sua attenzione prioritariamente alle forze economiche e sociali al fine di spiegare le possibilità di mutamento. In tal modo, Engels rimane all’interno di un quadro relativamente determinista ed unilineare, mentre le formulazioni di Marx consentono una maggiore varietà di risultati, nonché uno spazio più ampio all’azione umana, in particolare per quanto riguarda le donne.”

Ma è davvero così?

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Marx, Engels ed il “chimico rosso”

L’eredità dimenticata di Carl Schorlemmer

di Ian Angus

Avere una base per la vita e un’altra per la scienza è une falsità a priori

Karl Marx

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Ian Angus è direttore di Climate and Capitalism, nonché autore di A Redder Shade of Green: Intersections of Science and Socialisml, di prossima pubblicazione per Monthly Review Press

Negli ultimi decenni del XX secolo una singolare idea ha preso piede in alcuni settori del mondo accademico. Con essa si è voluto sostenere che, lungi dall’essere i più stretti compagni e collaboratori, intenti a lavorare in armonia per quarant’anni, Karl Marx e Friedrich Engels di fatto erano in disaccordo riguardo a questioni fondamentali, sia teoriche che pratiche.

I presunti disaccordi tra i due avrebbero riguardato la natura e le scienze naturali. Ad esempio, Paul Thomas contrappone “il ben noto interesse di Engels per le scienze naturali” alla “mancanza di interesse da parte di Marx”, suggerendo che “Marx ed Engels erano divisi da un abisso concettuale che avrebbe resistito ad ogni tentativo d’insabbiamento”(1). Terrence Ball, analogamente, sostiene che “l’idea (successivamente abbracciata da Engels) secondo la quale la natura esiste indipendentemente, e prima, di ogni sforzo da parte dell’uomo di trasformarla, è del tutto estranea all’umanesimo di Marx”(2). Dal punto di vista di Ball, alla distorsione della filosofia di Marx compiuta da Engels  vanno addebitate “alcune delle più repressive caratteristiche dell’esperienza sovietica”(3). In una versione ancor più estrema di tale tendenza, Terrel Carver, insieme ad altri, insiste sul punto per il quale Marx non sarebbe stato un marxista – essendo il marxismo una dottrina inventata da Engels, il materialismo scientifico del quale sarebbe stato in contrasto coll’umanesimo liberale di Marx.

Da una prospettiva alquanto diversa, Theodor Adorno, Alfred Scmidt ed altri vicini alla Scuola di Francoforte ed al marxismo occidentale, hanno sostenuto che il materialismo scientifico si applica esclusivamente alla società umana, dunque gli sforzi di Engels al fine di adattarlo alle scienze naturali, nella sua incompiuta Dialettica della natura, costituivano una distorsione intellettuale contraria al metodo marxista.

I difensori di Engels hanno replicato che tra Marx ed Engels vigeva una divisione del lavoro, in base alla quale Engels si occupava della scienza, tuttavia, un numero sempre crescente di ricerche dimostra come una simile obiezione conceda troppo agli argomenti anti-engelsiani. Come scrive Kohei Saito, tale divisione del lavoro è un’illusione: “sebben Engels sia più noto per i suoi scritti circa le scienze naturali… Marx è stato uno studioso altrettanto acuto di molti degli stessi soggetti”(4).

Nuovi studi sui quaderni di appunti di Marx, per lungo tempo non disponibili, ora in corso di pubblicazione nella monumentale Marx-Engels-Gesamtausgabe (Opere complete di Marx ed Engels), confutano decisamente le affermazioni secondo le quali Marx era disinteressato alle scienze naturali, o le riteneva politicamente irrilevanti.

I quaderni di appunti di Marx ci mostrano chiaramente quali fossero i suoi interessi e preoccupazioni prima e dopo la pubblicazione del Capitale nel 1867, e le strade che avrebbe potuto intraprendere attraverso le sue intense ricerche circa discipline come la biologia, la chimica, la geologia e la mineralogia, molte delle quali non fu in grado di integrare pienamente nel Capitale. Sebbene il grande progetto del Capitale sarebbe rimasto incompiuto, negli ultimi quindici anni della sua vita Marx ebbe modo di compilare un enorme numero di quaderni con frammenti ed estratti. Di fatto, ben un terzo di essi risale a questo periodo, e quasi la metà riguardano le scienze naturali. La profondità e la portata degli studi scientifici compiuti da Marx è sorprendente (5).

Man mano che sempre più di questo materiale diviene disponibile, esso potrebbe gettare una luce inedita sul ruolo di Carl Schorlemmer, uno scienziato il cui contributo allo sviluppo del socialismo scientifico è stato ingiustamente ignorato. Molti resoconti della vita di Marx ed Engels, sempre che menzionino Schorlemmer, vi accennano solo come ad un amico, disconoscendo la sua influenza sugli studi di scienze naturali dei due pensatori(6). È giunto il momento di restituire a questa figura dimenticata la sua giusta collocazione nella tradizione marxiana ed engelsiana.

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Genere e famiglia in Marx: una rassegna

di Heather Brown

Molte studiose femministe hanno avuto, nel migliore dei casi, un rapporto ambiguo con Marx e il marxismo. Una delle questioni oggetto di maggiore contesa riguarda il rapporto Marx/Engels.

Gli studi di György Lukács, Terrel Carver e altri, hanno mostrato significative differenze tra Marx ed Engels circa la dialettica, così come su molte altre problematiche (1). Basandomi su tali lavori, ho esplorato le loro differenze riguardo alle questioni di genere nonché della famiglia. Ciò è di particolare rilevanza in rapporto ai dibattiti attuali, considerato che un certo numero di studiose femministe hanno criticato Marx ed Engels per quello che considerano il determinismo economico di questi ultimi. Tuttavia, Lukács e Carver indicano proprio nel grado di determinismo economico una notevole differenza tra i due. Entrambi considerano Engels più monistico e scientista di Marx. Raya Dunayevskaya è tra le poche a separare Marx ed Engels riguardo al genere, indicando nel contempo la natura maggiormente monistica e deterministica della posizione di Engels, in contrasto con una comprensione dialetticamente più sfumata delle relazioni di genere da parte di Marx (2).

In anni recenti, vi è stata scarsa discussione intorno agli scritti di Marx su genere e famiglia, ma negli anni Settanta e Ottanta, essi erano oggetto di numerosi dibattiti. In alcuni casi, elementi della più complessiva teoria marxiana andavano a fondersi con la teoria femminista, psicoanalitica o di altra forma, nel lavoro di studiose femministe come Nancy Hartsock e Heidi Hartmann (3). Queste hanno visto la teoria di Marx come primariamente chiusa rispetto alle questioni di genere, insistendo sulla necessità di integrazioni teoriche al fine di comprendere meglio le relazioni di genere. Ciò nonostante, hanno continuato a ritenere il materialismo storico di Marx come un punto di partenza per comprendere la produzione. Inoltre, un certo numero di femministe marxiste hanno fornito il loro contributo, dai tardi anni Sessanta fino agli Ottanta, in particolare nell’ambito dell’economia politica. Per esempio, Margaret Benston, Mariarosa Dalla Costa, Silvia Federici e Wally Seccombe, hanno tentato una rivalutazione del lavoro domestico (4). In aggiunta, Lise Vogel ha cercato di andare oltre il sistema duale, verso una comprensione unitaria dell’economia politica e della riproduzione sociale (5). Ancora, Nancy Holmstrom ha mostrato come Marx possa essere utilizzato al fine di comprendere lo sviluppo storico della natura femminile (6).

La teoria del sistema duale di patriarcato e capitalismo, che ha rappresentato una forma comune di femminismo socialista negli anni Settanta e Ottanta, è stata considerato da molti, negli anni Novanta e oltre, un progetto fallito. Ad ogni modo, la caduta del comunismo in Unione Sovietica e nell’Europa dell’est ha probabilmente avuto un’effetto negativo sulla popolarità del femminismo socialista. Come già argomentato da Iris Young, la teoria del sistema duale era inadeguata in quanto basata su due teorie della società molto diverse – una implicante lo sviluppo storico dinamico della società, innanzitutto sociale, economico e tecnologico, e l’altra basata su una visione psicologica statica della natura umana (7). Queste due teorie sono estremamente difficili da riconciliare a causa di tali differenze. Tuttavia, le loro critiche a ciò che hanno individuato come determinismo di Marx, alle sue categorie chiuse rispetto alle questioni di genere e l’enfasi sulla produzione a scapito della riproduzione, forniscono un punto di partenza al mio riesame dell’opera di Marx per mezzo di una rigorosa analisi testuale – questo in aggiunta al lavoro delle femministe marxiste già menzionate.

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La divisione sessuale del lavoro alle origini del dominio maschile: una prospettiva marxista

di Christophe Darmangeat

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Engels, a sinistra, con Marx e le tre figlie di quest’ultimo, Laura , Eleanor e Jenny

Di tutti i temi trattati da Engels, ormai centotrenta anni fa, nell’Origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato, quello dell’oppressione delle donne è senza alcun dubbio tra quelli ancora oggi più carichi di implicazioni. Le femministe più coerenti, in effetti, hanno sempre ritenuto di doversi appoggiare su una chiara comprensione delle cause e dei meccanismi di ciò contro cui lottavano. Ora, dopo la redazione dell’opera di Engels, le conoscenze allora ancora balbettanti circa le società primitive e la preistoria sono avanzate a passi da gigante, rendendo effimeri non pochi sviluppi. Col presente scritto, dunque, ci si propone di indicare lungo quali assi andrebbero aggiornate le argomentazioni marxiste riguardo questa tematica, alla luce delle scoperte accumulatesi da allora (1).

Le posizioni marxiste tradizionali

Nel corso della seconda metà del XIX secolo, nel momento in cui l’archeologia e, ancor più l’antropologia, iniziavano a malapena a costituirsi in quanto scienze, una serie di indizi concordanti militavano a favore del’idea secondo la quale il dominio maschile non era sempre esistito. Johann Jacob Bachofen (1861), mobilitando al contempo l’analisi dei miti degli antichi greci e alcuni elementi archeologici, giungeva alla conclusione che, prima delle epoche storiche, note per il regno indiscusso del sesso maschile, le società greche – e al di là di queste, tutte le società umane – avevano attraversato un lungo periodo segnato dal «diritto materno». Era diffusa anche la convinzione secondo la quale tale matriarcato primitivo, prima di venir rovesciato dagli uomini, fosse culminato in una forma suprema e militarizzata, il cosiddetto amazzonato.

Simili tesi suscitarono un clamore considerevole; ebbero un eco particolare presso Lewis Morgan, specialista degli Irochesi. L’organizzazione sociale di questi indiani del nordest degli Stati Uniti era notoriamente caratterizzata dall’esistenza di clan matrilineari, nonché dalla posizione elevata ricoperta dalle donne. Oltre ad una grande autonomia in materia coniugale (esse potevano separarsi dal marito come meglio credevano, semplicemente ponendo la sua roba alla porta), le irochesi detenevano un forte potere economico, possedendo le abitazioni e gestendo le scorte di grano della tribù, e le loro rappresentanti potevano destituire dei capi maschi. Fatto rarissimo, la compensazione da versare in caso di omicidio era superiore laddove la vittima fosse donna. In breve, gli irochesi costituivano una confutazione vivente dell’idea in base alla quale, nelle società primitive, le donne venivano trattate come semi-schiave e parevano illustrare a meraviglia il matriarcato teorizzato da Bachofen.

Nel suo schema generale dell’evoluzione sociale, Morgan (2013) vedeva nella matrilinearità una caratteristica universale delle società degli esordi della «barbarie» (oggi noi diremmo Neolitico). Coniugata ad una struttura economica che si presumeva egalitaria, si riteneva avesse garantito alle donne una posizione favorevole, sino a quando nel corso dell’età dei metalli non si svilupparono contemporaneamente la proprietà privata, le ineguaglianze materiali e il dominio maschile.

Questi lavori, la cui prospettiva evoluzionista derivava da una conoscenza enciclopedica del materiale allora disponibile, susciteranno gli entusiasmi di Marx ed Engels. Agli occhi di questi ultimi, rappresentavano l’opera scientifica più compiuta del loro tempo. A seguito della morte di Marx, sarà Engels, nel 1884, a popolarizzarne le tesi principali con l’opera che sarebbe divenuta il riferimento di generazioni di marxisti sul soggetto: L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato.

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