Marxismo e darwinismo

di Lilian Truchon

karl-marx-244x350Quando nel 1980, Patrick Tort, storico delle idee e specialista francese dell’opera di Charles Darwin, presenta pubblicamente le sue prime analisi del libro di quest’ultimo, L’origine dell’uomo e la selezione naturale (The Descent of Man, 1871) [1], analisi che porteranno – nel 1983 – alla pubblicazione di La pensée hiérarchique et l’évolution, il «grande pubblico», così come gli accademici, scoprono l’esistenza di un pensiero inedito del naturalista inglese circa l’uomo e la civilizzazione. Questa rivalutazione, che da allora ha obbligato a leggere quest’opera di Darwin (vittima di un’incomprensione pressoché generale), si è accompagnata alla critica di un dogma «marxista» basato proprio su un disconoscimento di tale antropologia darwiniana [2] (benché in realtà non derivante dal corpus marxista e proveniente principalmente dalle lettere di Marx ed Engels sulle scienze naturali [3]).

Prima di affrontare la problematica di questa antropologia nel suo rapporto col marxismo, è importante vedere in cosa consiste l’«effetto reversivo dell’evoluzione», nozione mai nominata nell’opera di Darwin e, tuttavia, operante in diversi rilevanti capitoli del suo volume del 1871. Darwin osserva che, grazie alla selezione degli istinti sociali e al correlato accrescimento delle capacità mentali, nonché delle tecnologie razionali (igiene, medicina, esercizio fisico), ciò che per comodità viene definito «cultura» (o civilizzazione) prevale sulla «natura»: l’altro, in quanto essere umano, è riconosciuto come simile, dunque il sentimento di simpatia si estende, così come la solidarietà e il soccorso agli «inadatti». Questa tendenza evolutiva oggettiva e di recente egemonica (in relazione al precedente corso evolutivo eliminatorio) si è imposto progressivamente alla tribù, alla nazione e poi all’umanità intera. In altre parole, «la selezione naturale seleziona la civilizzazione, la quale si oppone alla selezione naturale» [4]. Nessuno specialista e commentatore ha dimostrato, in modo serio, la falsità o il carattere forzato della rigorosa analisi  fornita da Patrick Tort, in particolare nel suo studio delle sequenze testuali del discorso darwiniano circa l’uomo, così come proposto in particolare in un articolo fondamentale: «Darwinismo ed evoluzionismo filosofico» [5].

Darwin quindi non è responsabile del «darwinismo sociale» [6], sociologia evoluzionista il cui vero padre fondatore è il filosofo-ingegnere inglese Herbert Spencer (1820-1903), così come altri autori immediatamente successivi, tra i quali Ernst Haeckel, padre del Sozial-Darwinismus tedesco, nonché Francis Galton, cugino di Darwin e teorico dell’eugenismo moderno. Sebbene le rispettive ideologie biologizzanti di tali «evoluzionismi» comportino notevoli differenze, esse hanno avuto in comune il fatto di parlare abusivamente a nome di Darwin sulle questioni di sociologia ed etica, inaugurando in questo modo la confusione perenne tra «darwinismo» e selezionismo sociale. Mentre Darwin promuoveva l’assimilazione dei deboli e degli inabili, costoro raccomandavano l’esatto opposto: l’eliminazione naturale dei meno adatti nella lotta sociale o l’esclusione pianificata dei deboli di corpo e di spirito.

Ormai, è comunemente accettato che Darwin e Spencer non sono fondamentalmente la stessa cosa. Il primo opera nel campo della scienza, il secondo in quello dell’ideologia. Eppure, si tratta di una sorta di riconoscimento a metà dell’antropologia darwiniana, poiché non ne evoca necessariamente il contenuto positivo; come nel caso in cui, una volta approvata e accolta la confutazione delle accuse di razzismo, schiavismo, eugenismo e sessismo delle quali Darwin fino a poco tempo fa era oggetto, ci si rifiuta ancora oggi di considerare l’esistenza, nel naturalista inglese, di un pensiero ateo (e non semplicemente «agnostico») [7], materialista (eppure effettivo nella sua genealogia naturalista della morale) e dialettico (rovesciamento senza rottura dalla «natura» alla «cultura»), incompatibile con le diverse filosofie spiritualiste e religiose relative ai problemi dell’evoluzione e della morale. Dunque, Patrick Tort ha sottolineato che l’effetto reversivo non deriva da una qualsivoglia filosofia personale di Darwin, ma dipende interamente dalla logica della scienza darwiniana, al fine di pensare l’articolazione natura/civilizzazione e l’emergere evolutivo del fattore morale [8]. Al contrario di un attitudine di indecisione e riserva, si tratta quindi di stimare pienamente un gesto teorico meritevole, in sommo grado, della definizione di dialettica: quello di concepire il superamento sotto la forma di una continuità reversiva, così da essere «in grado di pensare ciò che, tanto all’interno delle strutture quanto dei processi, lavora alla loro stessa trasformazione» [9].

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