Una breve storia dell’imperialismo francese

di Claude Serfati

Attualmente, il complesso militare-industriale svolge un ruolo essenziale nella morfologia del capitalismo francese. È noto il posto centrale occupato dall’esercito e dagli apparati di sicurezza nella Quinta repubblica. Spesso la genealogia di questo stato di cose viene tracciata a partire dalla Guerra d’Algeria e dalle sue conseguenze costituzionali. Tuttavia, si direbbe che una tale posizione delle forze armate affondi le proprie radici lungo tutto il XX secolo, dalla Comune di Parigi alla Guerra d’Algeria, passando per le guerre di conquista coloniale. Appoggiandosi su di una solida concettualizzazione marxista, Serfati, in questo estratto dal volume Le Militaire, traccia un’impressionante genealogia dei dispositivi imperialisti francesi, evidenziando il ruolo della finanza nell’impresa coloniale, ma anche l’impatto dell’esercito sui rapporti sociali.

«L’eredità culturale non è accettabile se non alla condizione che essa sia la somma del pensiero universale»

André Breton, Entretiens

«Che queste ossa siano i fischietti della rivoluzione»

Benjamin Péret, Peau de tigre

La fine del XIX secolo è stata segnata da trasformazioni radicali nel funzionamento nel capitale. Si deve a John Hobson, economista vicino al socialismo liberale, una prima sintesi interpretativa del tema nella sua opera Imperialism: A Study (1921), nella quale si distingue accuratamente l’imperialismo moderno dagli imperi antichi. I marxisti hanno sviluppato, talvolta seguendo percorsi paralleli, le proprie analisi di tale inedito periodo storico.

Questa «prima mondializzazione», come l’ha definita lo storico dell’economia Paul Bairoch, è stata indotta da un aumento dei flussi di merci, e ancor di più da un considerevole sviluppo delle esportazioni di capitale monetario, investito in operazioni industriali – dando vita alle imprese multinazionali – così come in forma di prestiti agli stati dipendenti. La comparazione tra la Francia e al Gran Bretagna, le quali effettuavano la maggior parte delle esportazioni di capitali (rispettivamente, 20% e 42% del totale nel 1913, ben più avanti della Germania, 13%) è indicativa delle fisionomie nazionali dell’imperialismo. In effetti, le esportazioni di capitali della Francia, notevolmente acceleratesi a partire dagli anni Novanta dell’Ottocento, esibiscono caratteristiche differenti rispetto a quelle di Gran Bretagna e Germania. A prevalere sono i prestiti, piuttosto che gli investimenti diretti nella produzione. Inoltre, sono in larga parte destinati a paesi meno sviluppati, come la Russia (27,03%), l’Impero ottomano e i paesi balcanici, collocati a grande distanza da altre regioni, come Stati Uniti e gli altri paesi caratterizzati da un forte dinamismo industriale.

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La Borsa di Parigi, 1910

In Francia, la diffusione della rendita è di vecchia data. La classe dei rentier ha iniziato a consolidarsi sotto l’Ancien régime grazie ai prestiti concessi ai sovrani per i loro sfarzi e per le guerre, in seguito sotto la Monarchia di luglio ed il Secondo impero, data la necessità di finanziare le spese militari e i conflitti. A partire dalla fine del XIX secolo, il declino relativo nell’emissione di titoli di stato ha spinto gli investitori francesi verso i titoli di stato stranieri, ritenuti sicuri e redditizi, rendendo più dinamico il comparto straniero della Borsa di Parigi. Come illustrato dai lavori di Jean Bouvier, le banche francesi trarranno notevoli profitti dall’incremento di tali prestiti agli stati esteri, mostrandosi invece timorose per quanto riguarda quelli all’industria. Lo scarto in rapporto allo sviluppo industriale dell’Inghilterra, in tal modo, cresce regolarmente, e laddovel’industria tedesca è, nel 1860, inferiore per dimensioni di più della metà rispetto a quella francese nello stesso anno, nel 1913 essa diviene due volte e mezzo più importante. Nel 1917, lo storico Paul Mantoux notava che non solo nella chimica e nella metallurgia, ma anche nei cosiddetti «articoli parigini» (beni di lusso, ma anche giocattoli, ferramenta, ecc.), la Francia aveva un vistoso deficit commerciale.

Il consolidarsi di gruppi sociali dipendenti dalla rendita, dunque, va posto in relazione con la debole tradizione imprenditoriale delle élite francesi. I rentier francesi, quindi, non hanno esitato a privilegiare gli investimenti all’estero, anziché quelli industriali in Francia: le attività estere, alla soglia della Prima guerra mondiale, costituivano il 21,5% del patrimonio finanziario delle famiglie più ricche (1).

I prestiti governativi massicciamente concessi dalla Francia venivano generalmente utilizzati dai paesi debitori al fine di finanziare lo sviluppo delle ferrovie, ma più frequentemente per intraprendere spese improduttive, tra le quali l’acquisto di materiali bellici occupava un posto essenziale. Gli imponenti prestiti a favore dello stato russo ritorneranno sotto forma di interessi, nonché di importanti commissioni di armamenti ai gruppi francesi. Lo stesso processo verificatosi nei casi di Turchia, Grecia e Serbia. Un a buona parte dei crediti garantiti a questi stati da consorzi organizzati dalle banche francesi è servito, alla viglia della Prima guerra mondiale, all’ordinazione di sei cacciatorpediniere e due sottomarini costruiti dalla società Creusot.

L’esportazione dei capitali, la quale consente senza ostacolarla quella delle merci, non rappresenta l’unico tratto distintivo dell’imperialismo. La «mano invisibile del mercato», il cui frutto dovrebbe essere la concorrenza ottimale, genera il suo contrario, ovvero la tendenza alla formazione di grandi imprese – monopoli, nel senso di enormi gruppi dominanti – che si spartiscono i mercati mondiali grazie ai cartelli e ad altre forme, più discrete, di accordo a livello mondiale. Successivamente, queste grandi imprese assumono la forma di società per azioni, segnando il controllo della borsa sulle attività industriali. Hilferding ha teorizzato tale evoluzione sottolineando l’emergere del capitale finanziario, «fusione del capitale industriale e di quello bancario, sotto il controllo delle banche» (2). La sua definizione incentrata sulle banche ha condotto numerosi marxisti a rigettare il concetto di capitale finanziario, da essi giudicato obsoleto considerato l’attuale dominio dei mercati finanziari. Si tratta senza dubbio di un modo per «buttare il bambino con l’acqua sporca», poiché lo schiacciante dominio della finanza contemporanea, al contrario, rende ancor più necessaria una riflessione – certamente critica – sul concetto di capitale finanziario e la sua pertinenza per l’attualità (3).

Il periodo dell’imperialismo ha visto anche la spartizione del mondo tra le grandi potenze, in particolare, sebbene non esclusivamente, nella forma della colonizzazione (cf. Riquadro 1). Nel 1900, il 90% dell’Africa, il 99% della Polinesia, il 56% dell’Asia ed il 27% dell’America, appartenevano alle grandi potenze europee ed agli Stati Uniti. La conquista del mondo rifletteva già la tendenza del capitale a sconfinare oltre le sue frontiere nazionali. Tuttavia, questa spartizione, tutt’altro che consensuale, esacerbava le rivalità tra stati che sarebbero poi sfociate nella guerra mondiale.

Tra le definizioni di imperialismo che sono state proposte, quella di Rosa Luxemburg, secondo la quale «l’imperialismo, è l’espressione politica del processo di accumulazione del capitale nella sua lotta di concorrenza intorno ai residui  di ambienti non-capitalistici non ancora posti sotto sequestro», conserva il suo interesse. Vi si insiste in effetti sull’interazione tra, da una parte, la dinamica internazionale del capitale  – già negli anni Quaranta dell’Ottocento, Marx ed Engels avevano notato che «la tendenza a creare il mercato mondiale è data immediatamente nel concetto stesso di capitale» – e dall’altra, l’organizzazione geopolitica mondiale. Un metodo che consente alla Luxemburg di concentrarsi sul ruolo del militarismo, inteso come strumento per conquistare territori e mercati, ma anche come «un mezzo di prim’ordine per la realizzazione del plusvalore, cioè come campo di accumulazione» per il capitale in cerca di profitti (4). Benché tale analisi sia stata criticata da alcuni marxisti, in quanto fondata su un’interpretazione «sottoconsumista» delle crisi capitalistiche, rimane comunque un lavoro pionieristico, in anticipo sui dibattiti che avranno luogo dopo la Seconda guerra mondiale circa il «keynesismo militare» ed il ruolo delle spese militari nella forte crescita economica dei paesi sviluppati.

Una simile interazione tra la dinamica del capitale e l’organizzazione geopolitica – ciò che può essere definito sistema interstatale – costituisce un problema centrale di questo studio. Certamente, lo stato svolgeva già un suo ruolo determinante in Europa, innanzitutto nelle fasi iniziali dell’espansione del capitalismo, in seguito nel momento della rivoluzione industriale. In Frnacia, la borghesia, spaventata dalle forze popolari da essa scatenate nella sua lotta contro l’assolutismo regio, in particolare tra il 1789 ed il 1793, si era nuovamente affidata allo stato, in forma realista (Luigi Filippo, 1830-1848) poi in forma bonapartista (Secondo impero, 1852-1870), al fine di difendere i propri interessi economici e proteggersi dal movimento operaio. Per queste ragioni, le relazioni tra le classi dominanti e  le istituzioni statali vi erano più strette che in altri paesi europei.

L’imperialismo moderno, tuttavia, ha conferito a questa interazione tra il capitale ed il «suo» stato nazionale un’importanza accresciuta. Si tratta, infatti, di un nuovo periodo storico, che ha combinato su scala mondiale gli effetti devastanti della concorrenza intercapitalistica e lo scontro esplosivo tra rivalità politiche. Dunque, non solo ha prodotto il mercato mondiale, ma anche le guerre tra stati. Gli ultimi decenni del XIX secolo sono stati contrassegnati dai conflitti armati, con l’obiettivo puro e semplice dell’annessione di nuovi territori da parte della Gran Bretagna e della Francia, e secondariamente della Germania. Prendere il controllo di territori e risorse strategiche rappresentava un obiettivo primario. I conflitti tra paesi europei erano in aumento, sia per via diretta – in tal senso, la Guerra franco-prussiana del 1870 è emblematica, ma quella russo-giapponese del 1905 ha avuto conseguenze non meno importanti – , sia indiretta (in particolare nei Balcani).

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Dal BDS alla CGT: cronaca della criminalizzazione attraverso la politica della paura

di Saïd Bouamama

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La campagna politica di criminalizzazione della CGT [Confédération générale du travail, il principale sindacato francese, n.d.t.] e il tentativo di interdire una manifestazione sindacale sono fatti caratteristici di questo periodo. Il principale sindacato operaio di Francia viene accusato esplicitamente da un prefetto, e implicitamente da un ministro, di complicità quantomeno passiva con i cosiddetti «casseurs». La logica qui all’opera non è nuova. È stata largamente utilizzata in passato e nel presente contro i militanti e le organizzazioni impegnati nel sostegno alla lotta del popolo palestinese, nonché contro quelli provenienti dall’immigrazione. In entrambi i casi si tratta di produrre, dal punto di vista politico e mediatico, un «nemico pubblico» al fine di autorizzare l’assunzione di misure eccezionali a lungo termine, il tutto col pretesto di proteggere la società e i suoi «valori repubblicani»

Dal nemico di civiltà…
I sistemi di dominazione hanno un bisogno consustanziale di suscitare la paura e mettere in scena un qualche pericolo. Il non potersi presentare per ciò che sono li costringe a legittimarsi tramite una simile minaccia artefatta, dalla quale affermano di preservarci. Dovendo mascherare la loro violenza strutturale e sistemica, necessitano di una figura che incarni la minaccia, così da giustificare la repressione contro la resistenza a tale violenza primaria. Più la legittimità di un potere statale è in difficoltà, più la produzione di uno o più nemici pubblici diviene necessaria. A questo proposito, la moltiplicazione dei discorsi di designazione dei nemici è rivelatrice di una crisi di legittimità
Su scala internazionale è l’assenza di legittimità delle nuove guerre coloniali per il petrolio, il gas e i minerali strategici, a condurre alla produzione di un «nemico di civiltà», nella figura del «mussulmano». Dallo scontro delle civiltà di Samuel Huntington all’«asse del male» di George Bush, assistiamo alla declinazione dal campo teorico a quello propagandistico di questo processo di creazione del nemico di civiltà.
Il primo, sin dalle righe iniziali della prefazione a Lo scontro delle civiltà, teorizza:
«l’elemento centrale e più pericoloso dello scenario politico internazionale che va delineandosi oggi è il crescente conflitto tra gruppi di diverse civiltà.» (1)
Il secondo traduce questa tesi nel linguaggio della propaganda:
«Questi stati [l’Iran e l’Iraq], e i loro alleati terroristi, costituiscono un asse del male, che vuole armarsi per minacciare la pace mondiale»(2)
Il filosofo Marc Crépon ha ben messo in evidenza l’obiettivo principale della dimostrazione «scientifica» di Huntington: «Sapere di cosa dobbiamo aver paura» (3)
Una volta designato il nemico, il meccanismo mirante a trasformare una simile tesi in «aroma ideologico immediato», per riprendere un’espressione di Antonio Gramsci, può dispiegarsi. I media, ovviamente, ne costituiscono il primo componente atto alla diffusione. Diamo qualche esempio:
1) Il Nouvelle Observateur intitola uno dei suoi numeri speciali «la guerra tra Dii» (4) con tre sottotitoli «Il conflitto tra valori è inevitabile? I diritti dell’uomo sono universali? Lo scontro tra otto grandi civiltà». Persino il numero di civiltà viene ripreso da Huntington.
2) Il settimanale Le Point gli fa eco in un numero che titola: «I cristiani di fronte all’Islam, inchiesta su uno scontro mondiale» (5). L’uso del termine «scontro» e dell’aggettivo «mondiale» è correlato direttamente alla teoria di Huntington.
3) Un altro settimanale, «Valeurs actuelles», si lancia in conclusioni bellicose: «La Francia in guerra, – contro la barbarie in nome dell’Islam, – contro la barbarie antisemita, – contro la cecità delle élite» (6). Il riferimento all’«asse del male» di Bush è evidente.
Le tre fasi della teoria dello scontro delle civiltà sono in tal modo esposte: l’annuncio di un pericolo; la designazione di un nemico; la chiamata all’azione virile e bellicosa. Naturalmente, la definizione del nemico può modellarsi in funzione di preoccupazioni tattiche. Se globalmente l’islam rappresenta il nemico, delle sfumature vengono fatte per i «paesi moderati». La distinzione binaria tra «moderati» e «radicali» coincide completamente con gli interessi economici e geo-strategici degli Stati Uniti. In tal modo, L’Arabia Saudita e le altre petro-monarchie vengono considerate moderate, laddove la Siria e l’Iran rientrano nell’asse del male.
La stampa europea in generale e quella francese in particolare è stata una componente del meccanismo della teoria dello scontro di civiltà, così come della fabbricazione del nemico che le fa da corollario. Riproducendo la trama, la logica e i leitmotiv dei grandi media statunitensi, essa ha contribuito alla produzione di uno «scontro di rappresentazioni»:
«Dopo gli attentati dell’11 settembre  2001, le grandi catene di media americane, attraverso le loro reti di copertura e diffusione dominanti, si sono imposte come riferimento degli altri grandi media occidentali, secondo lo schema inappropriato, inadeguato e ideologicamente concepito dello «scontro delle civiltà»: il male assoluto proveniva dal Vicino e Medio Oriente, dai quali era necessario proteggersi e differenziarsi mobilitando gli stereotipi più triti dell’orientalismo. Trasposto sul piano della produzione di immagini, un simile imperativo ideologico ha contribuito alla fabbricazione di uno «scontro di rappresentazioni» (7).

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La guerra di Mitterand

Nella carriera politica di François Mitterrand le atrocità francesi in Algeria hanno rappresentato delle pietre miliari nel corso della scalata al potere.

di Ian Birchall

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François Mitterrand e Chadli Bendjedid durante un incontro in Algeria nel 1981. Photo Vintage France

La storia completa dell’imperialismo francese nel XX secolo sta lentamente venendo alla luce. Ciò che appare particolarmente sconvolgente è a qual punto le organizzazioni e i singoli individui appartenenti alla sinistra ne siano stati complici sino in fondo.

François Mitterand sarà ricordato come il presidente socialista della Francia dal 1981 al 1985, tuttavia egli ha avuto una parte di primo piano nella politica francese già molti anni addietro, culminata nel ruolo giocato nel governo Mollet durante la Guerra d’Algeria. Dopo la fine della Seconda guerra mondiale la Francia è determinata a conservare il proprio impero, specialmente in Indocina e Algeria.

Determinazione che ha condotto a una durissima guerra nel sud-est asiatico, nonché a una selvaggia repressione in Madagascar nel 1947, nel corso della quale ci sono state migliaia di vittime. Mitterand ha espresso pieno sostegno a tale repressione.

Nel 1954 la lotta algerina per l’indipendenza nazionale, guidata dal Fronte di Liberazione Nazionale (FLN), ha inizio. Il governo francese definisce i membri del FLN criminali piuttosto che attivisti politici, inviando sempre più truppe in Algeria al fine di ripristinare “l’ordine”.

Uno degli aspetti più inquietanti della Guerra d’Algeria è come le tradizionali organizzazioni della classe lavoratrice abbiano abbandonato qualsiasi pretesa di internazionalismo.

Guy Mollet, leader della Sezione francese dell’Internazionale operaia (SFIO), è stato responsabile, come primo ministro, dell’escalation bellica, e  il Partito comunista francese (PCF) – con l’obiettivo di rilanciare il “Fronte popolare” – ne ha supportato  la decisione di introdurre i “poteri speciali” allo scopo di schiacciare il movimento di liberazione nel paese nord-africano.

Il ruolo di François Mitterand è stato meno discusso. Dopo l’indipendenza algerina né Mitterand né i suoi sostenitori (alcuni dei quali già esponenti della sinistra) erano interessati a indagare il suo operato durante la guerra; ciò nonostante, un libro del 2010, scritto in collaborazione dallo storico Benjamin Stora e dal giornalista politico François Malye – basato sulle testimonianze dei contemporanei e su di una documentazione in precedenza mai utilizzata – ci fornisce un quadro più chiaro.

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Chi si occupa ancora dell’imperialismo francese? Intervista a Claude Serfati

Spesso rimesso in causa, il concetto di imperialismo è essenziale per la nostra comprensione del mondo. Lungi dall’essere una fissazione cospirazionista, o un sinonimo di colonialismo, comporta una dimensione politica, economica e sociale. Per Claude Serfati è necessario intendere l’imperialismo come espressione degli imperativi dell’accumulazione del capitale. Attraverso tale concetto traccia un quadro impressionante della Francia di oggi: un’industria esangue e un debole potenziale di espansione, compensati da una politica ultra-bellicista, neo-coloniale, appoggiata da grandi gruppi strategici (armamenti, nucleare, petrolio). Questa «economia politica della Quinta repubblica» costituisce una proposta teorica marxista innovativa, che consente di articolare stato e capitale in modo risolutamente dialettico.

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Quanto è pertinente oggi il concetto di imperialismo dati i numerosi tentativi di metterlo in causa, tentativi provenienti da parte di non-marxisti ma anche da marxisti di primo piano (Panitch, Teschke, Robinson, ecc.)?

È senz’altro pertinente. Personalmente mi pongo meno interrogativi rispetto ai suoi detrattori, ai quali si può aggiungere Ellen Meiksins Wood per completare la vostra lista, i quali non si interrogano sulla questione dell’attualità del termine «capitalismo» per esempio. Parlo di marxisti che non hanno alcun problema nel qualificare la dominazione del capitalismo, e che al contrario tacciano la nozione di imperialismo di ogni male. Ne contestano la pertinenza perché alla fine del XIX secolo, effettivamente, si è prodotto un cambiamento. Ci ritorneremo in seguito.

Esistono numerose definizioni dell’imperialismo. Se si prendono in considerazione i cinque criteri di Lenin vedrà che non sono poi così desueti. Certo è necessario rivedere la questione della fusione tra capitale industriale e capitale bancario, ma nessuno dei cinque criteri ne esce, a tutt’oggi, ridimensionato. Detto questo, apprezzo, perché feconda per un avanzamento della categoria di imperialismo, la definizione di Rosa Luxemburg secondo la quale l’imperialismo è «la traduzione politica dell’accumulazione del capitale». Senza dubbio conciso e mirato e si badi che traggo la frase da un libro estremamente denso. Ovviamente essa non abbraccia tutta la realtà dell’imperialismo. Non si tratta di affermare che tale definizione copre interamente il concetto, ma mi piace, accanto a quelle dei classici marxisti sul tema, poiché illustra ciò che è accaduto alla fine del XIX secolo, vale a dire, le relazioni tra economia e politica. Marx, nel suo lavoro, non si è concentrato sulla questione perché non era il suo obiettivo (egli aveva previsto di includere la questione dello stato in Il capitale), ma vedremo che ci ha indicato alcune piste da seguire. L’imperialismo è la congiunzione di alcune tendenze profonde inerenti al capitalismo – la creazione del mercato mondiale, la supremazia della forma-denaro del capitale, così come tendenze politiche – il ruolo degli stati. Alcuni ricercatori, per esempio Callinicos, hanno ugualmente sviluppato un simile punto di vista.

Tra i marxisti viene mossa una grande obiezione alla nozione di imperialismo, ossia l’obsolescenza delle guerre inter-imperialistiche. In effetti, se si vuole sostenere che l’imperialismo è cambiato da un secolo a questa parte, sono d’accordo, tuttavia nessuno di questi marxisti ha ridotto l’imperialismo a delle guerre tra paesi capitalisti sviluppati. Quindi, il fatto che una tendenza la quale ha portato a una certa caratterizzazione dell’imperialismo sia oggi superata da certe condizioni non mi pare invalidi la teoria nel suo insieme. Tanto più che sono ormai qualche decina di anni che mi occupo di militarismo, e se non ci sono conflitti diretti che siano la continuazione tramite la guerra di rivalità inter-imperialistiche, vi sono, malgrado tutto, guerre che sono il prodotto dell’imperialismo contemporaneo. Anche in questo caso, i dettatori dovrebbero spiegare in cosa le guerre per le risorse, profondamente integrate al capitalismo dai flussi finanziari sud-nord, e dal fatto per cui gli stai dominanti necessitano di quelli falliti nei quali si dispiegano le guerre, non possono essere esplicate nel quadro dell’imperialismo. Al contrario, sono convinto che esse siano perfettamente spiegabili in tale quadro. Si potrebbe aggiungere la questione della Cina, sarebbe a dire la questione delle rivalità inter-imperialistiche e delle sue possibili conseguenze militari, benché uno scontro militare tra la Cina e l’imperialismo americano sia poco probabile. Analogamente, si può riflettere a proposito dei conflitti tra gli imperialismo occidentali e la Russia, i quali sfociano in conflitti ‘per procura’.

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