L’Unione europea come progetto di classe e strategia imperialista

di Panagiotis Sotiris e Spyros Sakellaropoulos

Eurocrats

Gli interrogativi circa il carattere dell’Unione europea, intesa come progetto di classe, non hanno ricevuto la dovuta attenzione nei dibatti marxisti, e ciò malgrado alcuni importanti interventi, proprio da parte parte marxista, miranti a una teorizzazione dell'”integrazione europea” [1]. In contrasto rispetto alla tendenza a concepire teoricamente tale processo quale evoluzione di una federazione o confederazione, ci concentreremo sulle strategie di classe in esso inscritte. Un simile approccio dimostrerà come non ci si trovi di fronte ad una forma statale sovranazionale, bensì ad un’avanzata forma assunta dalla coordinazione e integrazione gerarchiche (e necessariamente contraddittorie) del progetto delle classi e stati capitalisti europei, in cui la riduzione della sovranità statale consente una strategia di intensificato sfruttamento capitalistico. Un approccio dal quale scaturiscono conseguenze di natura non solo analitica, ma anche politica, additando la continua rilevanza, per le classi subalterne, di una strategia finalizzata alla rottura del processo di integrazione europea.

Tenteremo dunque di analizzare il carattere di classe dell’Unione europea nella sua evoluzione storica, e le modalità della sua incorporazione all’interno del sistema imperialista. Su queste basi, cercheremo di valutare le dinamiche di integrazione e l’attuale crisi del “progetto europeo”.

I primi passi dell’integrazione europea

Le ricostruzioni storiche ufficiali dell’integrazione europea tendono a presentarla come un processo emergente dal desiderio di cooperazione pacifica dei popoli europei. Tuttavia, l’integrazione ha costituito un processo ben più complesso. L’istituzione della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA), nel 1951, non fu il prodotto di spontanee tendenze alla collaborazione tra stati europei, ma parte di una più ampia strategia USA mirante a contenere l’influenza sovietica, nel contesto della Guerra fredda, tramite il potenziamento dello sviluppo economico di un’Europa occidentale capitalista. Tenendo conto del fatto che le economie europee affrontavano ancora enormi problemi a seguito della Seconda guerra mondiale, nonché della presenza di grandi partiti comunisti in paesi come Francia e Italia, appariva ovvio, da parte degli Stati Uniti, fornire non solo forme di assistenza economica come il Piano Marshall (Piano per la ripresa europea), ma anche sostegno a progetti di integrazione economica  e politica. Il che era evidente nel requisito, per i paesi beneficiari, di partecipare a istituti di gestione collettiva dell’assistenza economica e a elaborare programmi per la ricostruzione europea [2].

Il contributo degli Stati Uniti a tale processo spiccava nel ruolo svolto da Jean Monnet durante le prime fasi della Comunità economica europea (CEE), ma anche nelle diverse forme di sostegno al rafforzamento e stabilizzazione delle economie capitaliste europee [3]. Tutto ciò configurava il tentativo da parte degli Stati Uniti di emergere come potenza egemonica, non solo nel senso di forza superiore, ma anche in quello di garante degli interessi capitalisti globali contro il pericolo rappresentato dall’URSS, da forti partiti comunisti e sindacati, anche laddove significasse aiuto economico ai propri concorrenti potenziali, o il supporto a progetti, come quello di integrazione europea, i quali avrebbero potuto agevolare la posizione di questi stessi competitori [4].

Un processo che, insieme alla necessità di integrare la Germania occidentale condusse alla formazione della CECA, istituita nel 1951 da Francia, Germania, Italia, Olanda, Belgio e Lussemburgo (“i sei”). Fondazione, quella della CECA, che facilitava la risoluzione di tutta una serie di questioni: la tendenza verso la collaborazione economica tra paesi capitalisti europei; la gestione del problema Germania; l’attenzione a due parametri fondamentali della produzione industriale, ovvero, il carbone e l’acciaio; l’operatività di un mercato libero.

Si stabiliva anche un modello di cooperazione franco-tedesca che sarebbe stato funzionale all’intero processo di integrazione. Nonostante il successo nella fondazione della CECA, gli esordi della NATO nell’assicurare l’alleanza militare occidentale, l’ingresso nella stessa della Repubblica federale tedesca nel 1954, le fasi iniziali dell’integrazione europea non furono esattamente un trionfo. Nel 1954, l’Assemblea nazionale francese rigettò le proposte di Comunità europea di difesa e unione politica. Tuttavia, la debacle di Suez, e il fatto che gli Stati Uniti rendessero manifesto il proprio ruolo di forza guida del “mondo occidentale”, in contrasto con le vecchie potenze coloniali e imperiali, portò  nel 1957 al Trattato di Roma [5]. Eppure, in questo frangente, i firmatari del trattato, il quale istituiva la CEEE, non andavano oltre i sei già citati. Il progetto “rivale” di Associazione europea di libero scambio (AELS), la quale rifletteva un approccio più classico, era anch’esso attivo, sebbene mancasse della tensione verso l’integrazione politica riscontrabile nella CEE. La crescente importanza dell’economia tedesca, esemplificata dal rapido incremento del commercio con gli altri paesi europei, faceva della Germania uno snodo rilevante e, gradualmente, i paesi AELS decisero di aderire alla CEE [6].

L’obiettivo fondamentale del Trattato di Roma, con l’istituzione della CEE e della Comunità europea dell’energia atomica (CEEA), consisteva nel creare un quadro comune fra i membri della Comunità in materia di diritto, amministrazione e fisco, nonché nel ristrutturare della produzione attraverso direttive comuni e accordi sulle specializzazioni. La fondazione della CEE coincise con l’emergere di tre differenti discorsi teorici, a segnare il terreno degli approcci mainstream all’integrazione: il federalismo, il funzionalismo e la cooperazione intergovernativa. Sebbene tutti e tre, dal punto di vista teorico, siano inadeguati a spiegare le dinamiche del’integrazione, forniscono comunque una mistura della sua ideologia ed un effettiva descrizione di diverse tendenze. Il “federalismo” può essere considerato un riferimento “metonimico” alla crescente importanza politica dell’integrazione europea; la fiducia nei cosiddetti “effetti di ricaduta” (principio cardine della scuola funzionalista) è stata la forza motrice dietro alcuni aspetti, dal ruolo della Corte europea all’unione monetaria; la cooperazione intergovernativa, infine, (per quanto in modo conflittuale e gerarchico) è rimasta il tipo di processo decisionale centrale (come indicato dall’intergovernamentalismo liberale) [7]. Al di là della mera descrizione, tuttavia, la questione teorica sul come concettualizzare al meglio l’integrazione rimane aperta e inevasa.

Contraddizioni nelle fasi iniziali dell’integrazione

Molte storie dell’integrazione europea tendono a presentarne il primo periodo come segnato, in gran parte, da fallimenti, dagli infiniti negoziati per l’istituzione della Politica agricola comune a episodi come la “crisi della sedia vuota”. Si trattava degli esiti di vecchi antagonismi, esemplificati dall’ambizione francese di rimanere forza guida dell’Unione europea, sfociata nel veto della Francia alla partecipazione della Gran Bretagna alla CEE. Ciò nonostante, possiamo già vedere all’opera la tendenza graduale all’integrazione, specialmente nei lavori delle istituzioni comunitarie, le quali iniziavano, progressivamente, a creare un “aquis comunitario“, a partire dall’operare della Corte europea, in particolare nel momento in cui quest’ultima iniziava a decidere della supremazia del diritto comunitario rispetto alla legislazione nazionale, ma anche nel caso della Commissione, sopratutto dopo il Trattato di fusione nel 1967. Sin dall’inizio vi era un certo impulso verso ciò che, in seguito, sarebbe stato definito “neoliberismo” [8]. Già nel 1939, Friedrich von Hayek difendeva l’idea di una federazione e dell’abrogazione della sovranità nazionale, quali mezzi utili a implementare la sua concezione di società di mercato. Secondo il pensatore austriaco, “l’abrogazione delle sovranità nazionali, e la creazione di un efficace ordinamento legislativo internazionale, costituiscono il necessario complemento e il logico compimento del programma liberale” [9]. Tale particolare variante delle politiche liberali e favorevoli al mercato, espressa dalla hayekiana Mont Pélerin Society, ha svolto un ruolo di primo piano nell’evoluzione della CEE e dell’UE. Ruolo altrettanto importante, quello giocato dalla tradizione del cosiddetto “ordoliberalismo” tedesco, ovvero un insieme di politiche economiche che hanno prevalso nella Germania ovest postbellica, rimanendo a tutt’oggi il retroterra teorico delle politiche fiscali tedesche e dell’UE. Esattamente la tradizione discussa da Michel Foucault in Nascita della biopolitica come esempio dell’emergente “neoliberismo”, nonché parte della formazione di una specifica governamentalità capitalistica [10]. Come sottolineato da John Gillingham, questi contenuti ideologici sono stati istituzionalizzati tramite il progetto di integrazione:

La Mont Pèlerin Society, della quale egli [Hayek] fu cofondatore nel 1947, servì come centro di diffusione non solo dei suoi propri punti di vista, ma anche di quelli delle scuole correlate e da essa influenzate, come il monetarismo, la teoria della scelta pubblica e l’istituzionalismo. […] La Direzione generale della concorrenza (DG IV), la branca più influente nella labirintica burocrazia della Commissione, ne divenne la sede [11].

Dopo la formazione della Politica agricola comune, i passi successivi verso l’integrazione e la politica del “Mercato comune” coincisero col modello di crescita economica postbellico, fatto che condusse all’allargamento dell’UE con l’adesione di Gran Bretagna, Irlanda e Danimarca. Inoltre, la Politica agricola comune, risultato di un tentativo congiunto mirante a creare un’alleanza sociale con gli agricoltori (in particolare quelli medi e grandi), oltreché a garantire un flusso cotante di prodotti agricoli, rappresentò a suo modo un successo [12].

Dietro il crescente richiamo esercitato dall’UE vi erano anche considerazioni di natura politica. Per quanto riguarda i paesi dell’Europa del sud, l’adesione alla CEE, specialmente in seguito alla caduta delle dittature, era vista come una forma di rafforzamento delle istituzioni democratiche, ma anche come da una condizione “periferica”, con “l’Europa” identificata quale punto di riferimento simbolico ed ideologico. Si tratta del processo che ha portato all’ingresso di Grecia, Spagna e Portogallo. Ancora, negli anni Settanta il percorso di integrazione europea iniziò a ricevere il sostegno di settori della sinistra, specie quella euro-comunista, la quale presentava l’Europa come terreno di lotte comuni, insistendo sulla possibilità che “un’Europa unita” potesse costituire un contrappeso democratico all’antagonismo tra Stati Uniti e Unione Sovietica [13].

Tra gli anni Sessanta e Settanta, la questione dell’unione economica e monetaria iniziava ad emergere. Il punto di svolta viene generalmente indicato nel Vertice dell’Aia svoltosi nel 1969, durante il quale vennero fissati nuovi obiettivi finalizzati all’allargamento e approfondimento dell’integrazione. Sebbene tale processo ebbe inizio prima del collasso del sistema di Bretton-Woods, e della piena esplosione della crisi strutturale capitalista degli anni Settanta, la decisione di accelerare l’integrazione fu una reazione sia alle crescenti contraddizioni del regime postbellico di accumulazione “fordista”, sia al radicalismo politico e sociale espresso tanto dall’attivismo degli studenti che dei luoghi di lavoro negli anni Sessanta. L’Unione monetaria, dunque, era concepita  come modo per accrescere la coordinazione tra economie europee. Tuttavia, ci si trovava a fronteggiare il fatto per cui i tassi di cambio, e i loro movimenti, riflettevano differenziali di produttività e competitività, e non esclusivamente flussi commerciali. La “correzione” garantita dai tassi di cambio, infatti, agiva non solo quale barriera protettiva per i capitali meno produttivi, ma anche come stimolo agli investimenti diretti esteri. La revoca di tale meccanismo richiedeva, oltre al coordinamento in termini di inflazione, anche un’armonizzazione dei livelli di produttività, al fine di evitare squilibri destabilizzanti. L’inizio della crisi capitalistica rese le cose ancor più difficili [14].

Dall’Atto unico europeo all’Euro: l’integrazione come strategia neoliberista

Malgrado le vittorie di partiti socialdemocratici con programmi relativamente radicali in Francia e Grecia nel 1981, l’ascesa di Margaret Thatcher in Gran Bretagna (1979) e di Helmuth Khol in Germania ovest (1982), insieme all’abbandono da parte del governo francese, nel 1983, degli aspetti più radicali del suo programma, nonché all’emergere su scala globale del neoliberismo (elezione di Ronald Reagan ecc.), portarono ad importanti cambiamenti negli orientamenti della CEE.

La strategia del Mercato europeo comune emerse come strumento per accrescere la competitività delle economie capitaliste europee. L’idea di fondo implicava che la rimozione degli ostacoli al libero flusso di merci e capitali avrebbe creato economie di scala, rafforzato la concorrenza e incrementato gli investimenti. L’Atto unico europeo (UAE), adottato nel 1986, fu un punto di svolta cruciale. Appariva ovvio che l’emergente “Unione europea” sarebbe stata caratterizzata da politiche neoliberiste, privatizzazioni ed erosione dei diritti sociali.

L’Atto unico europeo non costituì solo uno strumento mirante ad aumentare la portata degli scambi intracomunitari e dei flussi di capitale; eliminare le barriere protettive significava esporre i settori meno produttivi e competitivi a crescenti pressioni concorrenziali. Pressioni legate, oltreché alla necessità di introdurre nuove tecnologie, anche a quella di liquidare i diritti sociali passibili di ridurre la competitività (livelli salariali, accordi collettivi e protezioni sociali). Il carattere di classe di tale strategia è evidente se prendiamo in considerazione il ruolo centrale svolto dalla Tavola rotonda europea degli industriali (ERT), la quale agiva in rappresentanza dei segmenti più aggressivi del capitale, è fu determinante nella formazione delle politiche del Mercato europeo comune [15]. Inoltre, con l’introduzione del voto a maggioranza riguardo alle questioni di mercato interno, l’Atto unico europeo intensificava la pressione sugli stati membri, rafforzando l’espansione di un aquis comunitario neoliberista [16].

Il successivo e decisivo passo fu il Trattato di Maastricht (1991), col quale si gettavano le basi per l’Unione monetaria e l’Euro come moneta comune. L’introduzione di tassi di cambio fissi, e quindi della moneta comune, in un’area segnata da divergenze di produttività, sarebbe sfociata in una grande pressione a incrementare lo sfruttamento capitalistico. In un contesto di unione monetaria, come sottolineato da Guglielmo Carchedi, “i ritardatari in campo tecnologico hanno dovuto rinunciare a inflazione e svalutazione, [e] i loro capitali si sono trovati a competere tramite giornate (o settimane) lavorative più lunghe, nonché maggiore intensità del lavoro, ossia, imponendo tassi di plusvalore più alti in fase di produzione” [17]. Invece di una strategia utile ad affrontare simili divergenze, il che avrebbe significato una crescente redistribuzione dal centro europeo alla periferia, insieme a trasferimenti di tecnologia e know-how, il Trattato di Maastricht (così come quelli successivi) includeva principalmente parametri inflattivi e fiscali (massimali per deficit, debito e inflazione), i quali avrebbero potuto condurre solo all’austerità, allo smantellamento dello stato sociale e all’introduzione di forme di governance neoliberista in tutta Europa. Politiche salariali restrittive, tagli alla spesa pubblica e successive ondate di riforme pensionistiche, miranti a ridurre i deficit dei sistemi previdenziali (aumento dell’età pensionabile minima, riduzione dell’ammontare delle pensioni, introduzione forzata di fondi previdenziali privati, ecc.) sono divenuti gradualmente la norma nel vecchio continente. Al contempo, le politiche del Mercato europeo comune, negli anni Novanta, hanno consentito ulteriori privatizzazioni per mezzo dell’apertura forzata dei mercati delle telecomunicazioni, dell’energia e degli appalti pubblici.

Malgrado le battute d’arresto dell’unione economica e monetaria, coincidenti con un più ampio quadro di intense contraddizioni caratteristiche dei regimi di cambio fissi, esemplificate dalla decisione della Gran Bretagna di abbandonare il meccanismo dei tassi di cambio, l’Euro entrò comunque in vigore [18]. Più che con un’effettiva convergenza economica di tipo “strutturale”, tutto ciò ha avuto maggiormente a che fare con una convergenza nei tassi di inflazione, insieme a una dinamica dell’accumulazione relativamente favorevole.

Per i paesi del centro europeo, in particolare la Germania, la quale già vi intratteneva relazioni, l’allargamento dell’UE e l’inclusione dei paesi ex-socialisti rappresentava una strategia imperialista, aprendo nuovi mercati e prefigurando inedite opportunità di investimento – tanto più se si considera che quest’area offriva una mano d’opera esperta e altamente qualificata, basso costo del lavoro e una storia di industria e infrastrutture, nonché anticomunismo istituzionale e legislazione neoliberista e favorevole alle imprese. Le emergenti élite est europee, da parte loro, ritenevano che l’ingresso nell’UE avrebbe potuto proteggere i loro paesi dai pericoli comportati dalla rottura post-sovietica, garantendo, allo stesso tempo, opportunità ai settori più competitivi delle loro economie e attirando investimenti esteri.

Tuttavia, anche l’introduzione dell’Euro non ha portato a un’incremento della produttività. La cosiddetta “Strategia di Lisbona”, lanciata nel 2000, mirava a fare dell’UE “l’economia della conoscenza più competitiva e dinamica al mondo, in grado di raggiungere la crescita economica insieme a migliori opportunità di impiego e maggiore coesione sociale” [19]. A meta degli anni Duemila, ciononostante, il suo insuccesso era ormai ovvio [20]. Ma questa non era una tendenza uniforme, e alcuni paesi del nucleo europeo, in particolare la Germania, manifestavano una maggiore competitività, specialmente al’interno dell’Unione europea.

Esiste una tendenza verso uno stato federale europeo unito?

Per quanto ben pochi oggi sarebbero disposti a identificare l’UE come una federazione, mancandovi un demos comune e il tipo di coerenza politica che potrebbe condurre in quella direzione, la questione sull’orientamento dell’integrazione rimane aperta [21].

A nostro modo di vedere, l’UE non costituisce una forma statale sovranazionale. Resta semmai una forma di coordinamento multi-livello, necessariamente e contraddittoriamente gerarchica, tra capitali sociali totali e la loro rappresentanza  politica come stati capitalisti, una forma in cui si articolano strategie di classe. Ciò assume l’aspetto di numerose e intricate reti di interconnessioni sociali (economiche, politiche, ideologiche) che includono, a differenti livelli e stadi, meccanismi sovranazionali, stati nazione, amministrazioni regionali, multinazionali e gruppi di interesse dalla portata internazionale. Tuttavia, alla base di tali complessi processi, troviamo da una parte gli interessi dell’impresa capitalista, dall’altra, gli sforzi degli stati nazione finalizzati alla salvaguardia delle condizioni di riproduzione di questi capitali, in congiunzione con la specifica posizione gerarchica di ciascun paese all’interno dell’Unione europea. In tal senso, si può parlare della manifestazione di una tendenza più ampia all’internazionalizzazione dei rapporti sociali capitalistici, nonché delle forme di produzione, e dunque l’aspetto principale dell’imperialismo moderno.

Tuttavia, a nostro modo di vedere, questo processo non porta alla creazione di un superstato, o ad un nuovo tipo di stato ibrido o semi-stato, bensì alla coordinazione di strategie e progetti di classe. A fronte dell’intensificarsi della competizione internazionale, oltreché delle pressioni esercitate dalle dinamiche della lotta di classe all’interno di ciascuna formazione sociale, le borghesie europee hanno puntato sulla coordinazione delle rispettive strategie di classe. L’UE costituisce dunque la forma politica e internazionale assunta da tale complesso e ineguale coordinamento, segnato trasversalmente tanto dall’antagonismo tra capitali quanto dalle lotte di classe. Le sempre più complesse forme dell’internazionalizzazione dei capitali, in congiunzione alla costante espansione geografica dell’UE, hanno generato la necessità di una potente organizzazione burocratica, capace di dar corso a tale strategia.

L’espansione della burocrazia UE non è semplicemente una negazione dello stato-nazione. Il processo di integrazione compie effettivamente una cessione di sovranità, erodendo gli aspetti di quest’ultima che potrebbero essere utilizzati a beneficio delle classi subalterne. Viceversa, gli aspetti centrali della sovranità, inerenti il rafforzamento del potere capitalista, rimangano in vigore. Non si tratta di un’eliminazione dello stato-nazione, ma di una profonda trasformazione che lo rende sempre più prossimo alla dittatura della borghesia, immunizzandola da qualsiasi pressione derivante dalle lotte di classe e dalle rivendicazioni delle classi subalterne.

Inoltre, la coordinazione non preclude l’antagonismo. E su scala globale quest’ultimo si manifesta in diverse forme tra stati capitalistici. Sottostimare tali elementi di contrasto comporta il rischio di ricadere in qualcosa di analogo alla nozione kautskyana di ultra-imperialismo [22]. In effetti, le contraddizioni teoriche e analitiche del concetto di ultra-imperialismo sono simili a quelle contenute nelle teorie “sovranazionali” dell’integrazione europea, in particolare laddove tendono a sopravalutarne un aspetto, ovvero il rafforzamento delle istituzioni dell’UE e l’espansione della sua burocrazia, sottovalutando al contempo la persistente importanza ed efficacia di antagonismi e conflitti interni all’Unione europea. Pertanto, è necessario insistere sul fatto che il processo di integrazione europea è un progetto imperialista, tanto nel  senso delle relazioni fra UE e resto della catena imperialista, nonché degli antagonismi ad essa interni, quanto dentro l’UE in riferimento ai rapporti ineguali tra i differenti paesi.

Le discussioni sul carattere “sovranazionale” dell’UE trascurano il fatto che lo stato non ha solo funzioni economiche, nel senso più ampio del termine. Le sue funzioni includono la politica estera, l’istruzione, i sistemi sanitari, l’assistenza nella vita quotidiana dei cittadini, ecc. Molto di ciò rimane essenzialmente fuori dalla portata dell’integrazione sovranazionale, malgrado l’esistenza di “strategie europee”. Vi sono certo delle convergenze (un esempio e l’istruzione superiore a seguito del Processo di Bologna), ma permangono enormi divergenze. Il che è ancor più evidente nell’assenza di una politica estera e di difesa comune all’UE, esemplificata nelle differenti, quando non opposte, posizioni riguardo alla guerra in Iraq o al riconoscimento del Kosovo.

Ancora, il fatto che un paese come la Gran Bretagna abbia avuto la capacità di decidere la propria uscita dall’UE giustifica, a nostro modo di vedere, la nostra posizione, secondo la quale si è ben lontani dall’assistere all’emergere di un “super-stato” europeo, per quanto profondamente il processo di integrazione abbia potuto trasformare gli stati membri.

L’integrazione europea come progetto di classe

Il chiarimento teorico appena fornito non dovrebbe essere inteso come una sottovalutazione degli effetti dell’integrazione europea. Al contrario, tendiamo a considerarla come un percorso estremamente originale, il quale offre importanti spunti circa il carattere di classe dei processi contemporanei di internazionalizzazione del capitale.

L’integrazione europea non è solo una serie di accordi comuni definenti l’insieme delle politiche all’interno dell’Unione europea. Né si tratta esclusivamente di una moneta comune e della revoca dei controlli sui flussi di capitali. Sopratutto, ci si trova di fronte ad una strategia di classe che esprime gli sforzi comuni delle classi capitaliste europee in risposta alla crisi economica globale, nonché a quella del “modello sociale” europeo, tramite una strategia offensiva neoliberista di ristrutturazione capitalista. Come sottolineato da Bastiaan van Apeldoorn, il neoliberismo dell’UE rende l’integrazione europea non solo un processo economico, ma un progetto egemonico da parte delle forze del capitale in Europa [23]. In una tale prospettiva, l’integrazione europea

può essere intesa nei termini di ciò che ho definito “neoliberismo embedded”, il quale riflette un progetto egemonico o quello che potremmo anche definire un concetto comprensivo di controllo articolato e diffuso da – riflettendone e mediandone gli interessi – forze politiche e sociali legate al capitale europeo transnazionale [24].

Sebbene nominalmente il processo di integrazione europea sia una combinazione di aspirazioni liberali, neo-mercantiliste e socialdemocratiche, indicanti differenti tradizioni politiche europee postbelliche, in definitiva è stato il neoliberismo ad emergere come posizione dominante [25]. In effetti, ciò ha significato che

la ristrutturazione neoliberista, avviata dal rilancio del progetto di integrazione europea, attraverso il programma del mercato interno e l’unione monetaria, rafforzata dalla spinta verso il mercato culminante nell’agenda per la “competitività” di Lisbona, e ulteriormente garantita dall’allargamento ad est, ha subordinato l’obiettivo della coesione sociale ad uno inscritto in una logica di mercificazione [26].

Le priorità di classe che hanno guidato tale progetto emergono dunque chiaramente.

Unione monetaria, sovranità limitata e neoliberismo

L’aspetto cruciale dell’intero processo di integrazione europea consiste nell’inedita cessione di aspetti importanti della sovranità alle istituzioni dell’Unione europea. Gli stati membri dell’eurozona non hanno controllo sulla politica monetaria, devono coordinare le loro pratiche relative ai prestiti, accettare rigorose norme di bilancio sotto minaccia di sanzioni “automatiche” comminate da istituzioni di vigilanza dell’UE, aprire completamente i propri mercati interni (inclusi gli appalti pubblici) e rispettare le normative in materia di libera circolazione dei cittadini europei, comprese quelle sull’equivalenza di titoli e qualifiche. Inoltre. la privatizzazione di infrastrutture fondamentali sono state rese obbligatorie già negli anni Novanta. Non vi sono forme di sussidio al di fuori di quelle previste dalla Politica agricola comune. Come sottolineano Drahokoupil, van Apeldoorn e Horn, “la governance europea è divenuta innanzitutto una forma di gestione neoliberista”, la quale ha condotto ad un trasferimento del processo decisionale relativo alle funzioni normative dagli stati membri alle istituzioni UE [27].

La moneta unica, l’Euro, è stata un aspetto importante in tale meccanismo di limitazione della sovranità. Inizialmente concepito quale congegno in grado di migliorare il mercato comune e creare un spazio economico unificato, che consentisse il libero flusso delle merci e dei capitali controbilanciano gli squilibri regionali, sin dall’inizio ha dovuto affrontare il problema di ampie divergenze di competitività e produttività. Ancora, sin dagli esordi incorporava la concezione, profondamente tedesca, della disciplina monetaria come per evitare l’inflazione con tutte le memorie traumatiche ad essa legate [28]. L’idea era che gli stati membri, compresi quelli della periferia, avrebbero ceduto sovranità, abbandonando i meccanismi di protezione cui erano abituatati, così da trarre vantaggio dalle pressioni concorrenziali indotte dall’esposizione alla concorrenza straniera. Ciò avrebbe promosso la ristrutturazione capitalistica e la riduzione del costo del lavoro, portando in tal modo, gradualmente, ad un’area monetaria più equilibrata, sostenuta da un maggiore accesso al credito. Come sostenuto da Sotiropoulos, Milios e Lapatsioras:

Le pressioni esercitate dal funzionamento dell’UEM [Unione economica e monetaria] sono concentrate sul nucleo dello sfruttamento capitalistico e creano le condizione per una ristrutturazione continua del lavoro. L’UEM mette in atto una variante estrema della strategia di esposizione alla concorrenza internazionale, la quale può continuare a esistere solo tramite un continuo “aggiustamento” del lavoro. Ne consegue che la strategia dell’UEM rappresenta una modalità specifica di organizzazione per il potere capitalista [29].

Questo aspetto disciplinare dell’integrazione europea dà conto anche di un altro paradosso di tale processo: l’adesione dei paesi periferici, caratterizzati da gravi divergenze di produttività e competitività rispetto a quelli del centro, a questo aggressivo regime di accumulazione, nonché l’esposizione ad enormi e pervasive pressioni competitive. L’aspetto cruciale è il tentativo di utilizzare queste pressioni come mezzo per eliminare qualsiasi compromesso fatto, nel passato, con segmenti delle classi subalterne ricorrendo, al contempo, alla legittimazione fornita dall'”ideale europeo”. Così, tale aspetto disciplinare, sebbene presentato come via alla modernizzazione dell’intero tessuto sociale, di fatto ha preso di mira le classi subalterne, cercando di forzarle ad accettare un aggressivo regime di accumulazione neoliberista.

La logica alla base della moneta unica – con una Banca centrale indipendente e sovranazionale al posto di una semplice coordinazione monetaria, come nel caso delle prime fasi dell’UEM – era che un’area economica unificata richiedeva la stabilità monetaria al fine di facilitare i movimenti di capitali e beni, la cui rapidità era anche aumentata nel contesto del più ampio processo di finanziarizzazione degli anni Ottanta e Novanta. In tal senso, l’UEM rappresenta “un momento chiave della finanziarizzazione dell’Europa” [30]. L’idea era che una Banca centrale europea indipendente avrebbe garantito la salvaguardia contro attacchi valutari e costose difese, esemplificate dall’uscita forzata della Gran Bretagna dall’UEM dopo il 1992, nonché dalla crisi del Sud-Est asiatico nel 1997-98, la quale mostrava i pericoli dell’ancorare artificialmente le monete al dollaro allo scopo di incrementare gli investimenti [31]. Perché ciò funzionasse e per evitare tendenze inflazionistiche, venivano poste severe restrizioni riguardo a deficit, debito pubblico e inflazione. Tuttavia, considerare l’evoluzione dell’Euro semplicemente come lo sviluppo di approcci tecnocratici, o anche come un’ossessione per l’inflazione, sottovaluta le modalità con le quali ha funzionato come meccanismo di erosione della democrazia in Europa. Come argomentato da Wolfgang Streeck:

L’unione monetaria, inizialmente concepita quale esercizio tecnocratico – escludendo, dunque, le questioni fondamentali della sovranità nazionale e della democrazia che l’unione politica implicherebbe – sta ora trasformando rapidamente l’UE in un’entità federale, nella quale la sovranità e quindi la democrazia degli stati-nazione, sopratutto nel Mediterraneo, esiste solo sulla carta. L’integrazione, oramai, “trabocca” dalla politica monetaria a quella fiscale. Gli Sachzwänge dei mercati internazionali – in realtà un rafforzamento storico, e senza precedenti, dei profitti e delle garanzie per i proprietari di asset finanziari – sta forgiando un’integrazione mai ricercata tramite mezzi politico-democratici e che oggi, probabilmente, lo è ancor meno [32].

La formazione di una banca centrale indipendente, immune da qualsiasi interferenza da parte delle rivendicazioni sociali, o persino del processo elettorale, è stata anch’essa parte di una più ampia tendenza alla salvaguardia degli interessi strategici capitalistici, contro le rivendicazioni e aspirazioni delle classi subalterne. Come evidenziato da Demophanis Papadatos:

Le crisi inflazionistiche degli anni Settanta e Ottanta hanno rappresentato il fallimento nel difendere il credito. Tale fallimento ha avuto implicazioni sociali e politiche, quantomeno perché la rapida inflazione significò perdite per i creditori e la contrattazione salariale venne interrotta, nel momento in cui i lavoratori tentarono di ottenere aumenti compensativi dei salari monetari. L’adozione di obiettivi inflazionistici e l’indipendenza della banca centrale sonno stati un segno della capacità da parte della classe capitalista di imparare da questa esperienza [33].

In un certo modo, l’idea era che adottando robuste parametri inflazionistici, ovvero una riduzione della spesa pubblica, insieme alla revoca di ogni meccanismo protettivo contro importazioni a buon mercato, si andava a costruire un a”gabbia di ferro” per la modernizzazione capitalistica. Per le economie dei paesi meno produttivi, al fine di sopravvivere e crescere in una tale ambiente, fortemente competitivo, non vi era altra scelta che ridurre il costo del lavoro e aumentare la produttività attraverso una ristrutturazione capitalistica, agevolata da un acceso al credito relativamente meno costoso.

Il problema era che per i paesi periferici ciò poteva anche condurre ad una costante perdita di competitività, impossibile da contrastare aumentando la produttività. È in tale contesto che l’idea di una svalutazione interna, vale a dire una riduzione non solo dei salari reali, ma anche di quelli nominali, è stata introdotta da Olivier Blanchard, capo economista dell’FMI dal 2008 al 2015, al fine di favorire la competitività in are valutarie comuni come l’eurozona:

Considerata l’adesione del Portogallo all’Euro, la svalutazione non costituisce un’opzione (e ritengo che uscire unilateralmente dall’Euro comporterebbe costi di gran lunga superiori a qualsiasi guadagno in termini di competitività ottenuto in tal  modo). Il medesimo risultato può essere ottenuto, almeno sulla carta, tramite una riduzione dei salari nominali e del prezzo dei beni non scambiabili, laddove il prezzo di quelli scambiabili rimane lo stesso. Ciò realizza chiaramente la stessa diminuzione dei salari reali, e lo stesso aumento nel prezzo relativo dei beni scambiabili [34].

È interessante notare come questa idea sia stata introdotta avendo in mente la situazione economica del Portogallo dopo l’introduzione dell’Euro. Tuttavia, una vera implementazione si è avuta solo in Grecia, come risposta alla crisi del paese.

Tale pressione verso forme di governance neoliberista sempre più aggressive, tanto per i paesi del centro quanto per quelli della periferia UE, non dovrebbe essere considerata come un processo “reciprocamente vantaggioso”, o quale semplice percorso di rafforzamento della posizione detenuta dalla borghesia europea in generale, nel più ampio, e antagonistico,  contesto della catena imperialista. Essa è anche parte, invece, di una strategia e pratica imperialiste interne all’UE. Le dinamiche dell’accumulazione all’interno dell’eurozona sono ineguali e gerarchiche, e l’Euro ha portato a crescenti divergenze, evidenti nell’erosione della competitività nei paesi periferici dell’UE (e nei concomitanti benefici per paesi del nucleo UE come la Germania), ma anche ad un loro maggiore indebitamento [35].

Un’Europa autoritaria

Cédric Durand e Razmig Keucheyan hanno fornito una descrizione estremamente rivelatrice del carattere inerentemente autoritario e antidemocratico dell’integrazione europea, tramite la loro analisi analisi del “cesarismo burocratico” dell’UE. Si tratta di un “cesarismo non di tipo militare, bensì finanziario e burocratico. Entità politica con una sovranità frammentata, l’Europa può concepire la propria unità solo laddove garantita dalla burocrazia di Bruxelles, nonché dalla commistione della finanza internazionale nel suo funzionamento” [36]. Attraverso un uso creativo delle nozioni gramsciane, i due autori prendono in considerazione il ruolo della finanza come quello di un “blocco pseudo-storico”, il quale compensa la mancanza di qualsiasi effettiva unificazione politica [37]. Ed è proprio tale cesarismo burocratico europeo a potere rendere conto del sempre crescente carattere disciplinare degli interventi delle istituzioni europee, e del processo di de-democratizzazione in corso. Ecco quanto scrivono in proposito:

A partire dal 2011, il Patto “Euro Plus”, il Patto di stabilità e crescita e il “Semestre europeo” hanno aumentato i vincoli relativi a bilancio e politiche economiche: le sanzioni riguardanti i paesi recalcitranti sono ormai automatiche, le bozze di bilancio vengono esaminate a livello europeo anche prima della loro discussione nei parlamenti nazionali, le riforme dei sistemi pensionistici e la liberalizzazione del mercato del lavoro diventano  obiettivi europei [38].

Tutto ciò può aiutarci a comprendere che, contrariamente alle apparenze, il meccanismo imposto alla Grecia dalla Troika non rappresenta un’eccezione. Di fatto, quella cui si è fatto ricorso è esattamente la condizione di sovranità limitata inscritta nel cuore del processo di integrazione europea. L’esperimento greco costituisce la prima e compiuta espressione della logica interna del progetto di integrazione europea, ma non è un’eccezione, bensì la nuova normalità.

Di particolare importanza, la modalità con cui l’integrazione europea rappresenta una forma di costituzionalismo neoliberista senza democrazia. Con ciò intendiamo che, sebbene vi sia un’insieme di istituzioni costituzionalizzate e indirizzi politici con un aggressivo orientamento neoliberista – una sorta di stato di diritto neoliberista europeo – questo non si combina ad alcun riferimento a un popolo europeo, a una società civile europea o persino a una politica europea. Le garanzie sovranazionali ultra-neoliberiste, in altre parole, non ricorrono a nessuna forma di decisione o legittimazione democratiche. A ciò dobbiamo aggiungere il principio di complementarità riguardo al rapporto tra legislazione europa e nazionale. Per quanto la legislazione europea non tocchi quello che si ritiene il nucleo culturale della nazione, come i contenuti dell’istruzione, tutti gli aspetti significativi della condizione socioeconomica sono delegati al primato della regolamentazione europea. Il che offre ai capitalisti europei, e ai loro rappresentanti politici, la possibilità di evitare processi di negoziazione e confronto con le classi subalterne, in nome della necessità di conformarsi alle linee guida europee in materia di privatizzazioni, riforma delle pensioni, nonché aspetti della riforma del lavoro.

Gli aspetti disciplinari dei programmi di austerità in Grecia hanno il loro corollario nella costituzionalizzazione del neoliberismo nell’intero tessuto istituzionale UE, così come nel costante indebolimento delle procedure democratiche e della sovranità popolare, e ciò a causa del carattere intrinsecamente non democratico dello “stato di diritto” in funzione al livello UE e nel processo di integrazione [39]. Come mostrato da Wolfgang Streeck, questo più ampio processo di erosione della democrazia, da parte del neoliberismo e dei meccanismi debitorii, è anche connessa alla sostituzione alla figura del cittadino di quella del debitore [40].

Gli aspetti autoritari e disciplinari dell’erosione della sovranità, da parte dell’integrazione europea, rappresentano anche la piena espressione di ciò che Poulantzas ha definito statalismo autoritario [41]. Gli aspetti base che lo caratterizzano, secondo l’intellettuale franco-greco, come il declino della democrazia parlamentare, ovvero il crescente ruolo decisionale dell’esecutivo e della burocrazia statale, oltreché l’isolamento dei processi decisionali dal controllo democratico, appaiono in forma esacerbata a livello UE. Dalle misure “anti-terrore” alle politiche anti-migranti e anti-rifugiati della “Fortezza Europa”, il carattere autoritario e antidemocratico dell’UE è evidente.

L’attuale crisi dell’integrazione europea e la necessità di una strategia di rottura

I segni di una profonda crisi dell’integrazione europea si sono moltiplicati. Il referendum britannico del 2016, e la decisione di iniziare un percorso di uscita dall’Unione europea ne sono un esempio. Quando la quinta economia del mondo decide, tramite un referendum, di abbandonare la presunta forma di integrazione economica  più avanzata, è ovvio che vi sono problemi nell’intero processo. Quest’ultimo attraversa una crescente crisi di legittimità, esemplificata esemplificata dalla reazione degli elettori ogniqualvolta hanno voce in capitolo riguardo a tali processi. Contrariamente alle tirate su “populismo” e “nazionalismo” rivolte a chiunque si mostri critico nei confronti dell’integrazione europea, insistiamo nell’affermare che non sta emergendo una qualche forma di “proto-fascismo”, ma l’ansia causata da un diffuso senso di mancanza di controllo sulle proprie vite, la rabbia contro una classe politica cinica, la scetticismo nei confronti del quadro istituzionale e politico UE, ritenuto non democratico e, infine, il desiderio di democrazia intesa come emancipazione, solidarietà e giustizia.

Il caso greco ha reso evidente l’impossibilità di negoziare una differente politica all’interno del quadro UE, altra rispetto alla piena adesione al suo neoliberismo embedded. L’abilità da parte del meccanismo UE di imporre la propria volontà su chiunque, rimanendovi all’interno, tenti una strada diversa, si è manifestata pienamente nella vicenda ellenica.

Se questo meccanismo di sovranità limitata è un aspetto basilare tanto del carattere neoliberista, quanto di quello autoritario e disciplinare, dell’integrazione europea, allora la rivendicazione della sovranità popolare, nel senso della rottura rispetto all’architettura finanziaria, monetaria e istituzionale del sistema europeo, nonché il rafforzamento dei processi democratici, divengono un imperativo politico centrale.

Il neoliberismo profondamente radicato e l’autoritarismo dell’UE, intesi come progetto di classe, significano che dobbiamo pensare oltre l’idea di “un’altra Europa”, superando l'”ostacolo epistemologico” dell’europeismo al fine di concepire effettivamente delle alternative [42]. In termini concreti, quanto detto suggerisce una strategia di rottura con l’UE, a partire dalla necessaria uscita dall’eurozona, quale ineludibile punto di partenza di qualsiasi politica realmente a favore delle classi subalterne [43]. Quest’ultima non andrebbe intesa come una questione esclusivamente “tecnica” di politica monetaria, bensì come un più ampio processo di recupero del controllo democratico, contro la violenza sistemica del capitale internazionale in generale, e quella del neoliberismo inscritto nell’UE in particolare. In questo senso si tratta di una rottura con l’imperialismo contemporaneo.

Sono noti a tutti i problemi legati alla nozione di sovranità, in particolare la sua associazione con nazionalismo, razzismo e colonialismo. Tuttavia, qui stiamo discutendo una forma di sovranità fondata su un’alleanza sociale differente da quella della sovranità “borghese”. Il “popolo” di tale rivendicata sovranità, appunto popolare, dovrebbe costituire un’alleanza basata sulla comune condizione delle classi subalterne, a prescindere da origine o etnia, contro le politiche delle classi capitaliste europee. Dovrebbe essere basata sulla solidarietà e le lotte comuni, l’elaborazione attraverso la lotta di una narrazione alternativa per la società. Una narrazione che potrebbe assumere la forma di un radicale programma di nazionalizzazioni, partecipazione democratica, redistribuzione e autogestione, in grado di condurci fuori dal circolo vizioso di austerità, debito e autoritarismo, aprendo la via ad una rinnovata prospettiva socialista. Stiamo dunque parlando di un potenziale nuovo blocco storico, nel senso dell’articolazione di un’ampia alleanza fra classi subalterne, un radicale programma di transizione, le forme democratiche di organizzazione di una nuova forma di “Fronte unito”, in parallelo alla sperimentazione e ingegnosità del popolo in lotta. Contro la costruzione imperialista dell’UE tutto ciò offre la possibilità di un vero internazionalismo. Una potenziale strategia di rottura, con forti movimenti che spingono i paesi fuori dall’eurozona e dall’UE, possono fornire degli esempi che possono effettivamente accelerare il processo di disintegrazione dell’Unione europea.

In quanto condensazione materiale di strategie di classe, l’integrazione europea è un processo attraversato da antagonismi di classe, e specifici rapporti di classe possono spiegarne tanto la storia quanto la particolare configurazione istituzionale. Tuttavia, dato questo punto di partenza, non dovremmo saltare alla conclusione che mutati rapporti di forza tra classi cambieranno l’Europa dall’interno, proprio perché la sua particolare architettura economica, istituzionale e monetaria  rappresentano degli ostacoli materiali ad un’effettiva coordinazione fra le lotte dell classi subalterne in tutta Europa, lotte che si configurano necessariamente come ineguali, a causa delle differenti temporalità degli antagonismi sociali nelle diverse formazioni sociali. Questo è quanto rende una strategia di rottura e uscita una condizione necessaria al cambiamento sociale, ma anche per la possibilità di creare nuove forme di coordinamento e cooperazione fra movimenti.

In contrasto col prevalente mito ideologico, l’integrazione europea non è “irreversibile”. Al contrario, si tratta di una strategia di classe, dipendente dalle particolari dinamiche della congiuntura e dei rapporti di forza. Oggi, di fronte al fatto che sempre più sono coloro che realizzano quanto il “sogno europeo” si sia trasformato in un “incubo europeo”, l’elaborazione di una simile strategia di rottura è quanto ma necessaria.


 

  1. Si vedano tra gli altri: Ernest Mandel, Europe Versus America? Contradictions of Imperialism (Londra: Merlin Press, 1968); Nicos Poulantzas, Classes in Contemporary Capitalism (Londra: NLB, 1975); Werner Bonefeld, a cura di, The Politics of Europe: Monetary Union and Class (Londra: Palgrave, 2001); Guglielmo Carchedi, For Another Europe: A Class Analysis of European Economic Integration(Londra: Verso, 2001); Bastian van Apeldoorn, Transnational Capitalism and the Struggle for European Integration, (Londra: Routledge 2002); Bernard H. Moss, a cura di, Monetary Union in Crisis: The European Integration as a Neo-liberal Construction (Londra: Palgrave, 2005).
  2. Barry Eichengreen, La nascita dell’economia europea. Dalla svolta del 1945 alla sfida dell’innovazione (Il Saggiatore, 2009).
  3. Sulla figura di Jean Monnet si veda Perry Anderson, The New Old World (Londra: Verso, 2009). Sulla politica estera USA riguardo all’Europa postbellica, e circa la relazione tra integrazione europea e nesso atlantico nei rapporti economici e politici, si veda Kees van der Pilj, The Making of an Atlantic Ruling Class (Londra: Verso, 1984). Come notato da Milward: “Anche le proposte statunitensi avevano una logica essenzialmente politica, ovvero la creazione di un blocco politico strategico nell’Europa occidentale. […] Ma, sottostante a ciò, vi era anche un argomento economico. Un mercato più ampio, così si affermava, aumentando i livelli di produttività nella manifattura europea, avrebbe potuto ridurre i prezzi dei beni rendendo l’Europa meno dipendente dagli aiuti statunitensi”. Alan Milward, The European Rescue of the Nation-State, 2nd ed. (Londra: Routledge, 1999), 106.
  4. In proposito si veda Spyros Sakellaropoulos e Panagiotis Sotiris, “American Foreign Policy as Modern Imperialism: From Armed Humanitarianism to Preemptive War,” Science and Society 72, no. 2 (Aprile 2008): 208–35.
  5. Anderson, The New Old World, 10.
  6. Sull’importanza del commercio tra Europa occidentale e Germania occidentale si veda Milward, The European Rescue.
  7. Sui differenti approcci si veda il volume collettivo  Limits and Problems of European Integration. The Conference of May 30 – June 2, 1961 (The Hague: Martinus Nijhoff, 1963). Ancora, Anderson, The New Old World; Andrew Moravcsik, “In Defense of the ‘Democratic Deficit’: Reassessing Legitimacy in the European Union,” Journal of Common Market Studies 40, no. 4 (2002): 603–24; Michael Burgess, Federalism and European Union: The Building of Europe 1950-2000, (Londra: Routledge, 2000).
  8. John McCormick, Understanding the European Union: A Concise Introduction (Londra: MacMillan, 1999); Bernard H. Moss, “The Neo-liberal Constitution: EC Law and History,” in Moss, a cura di, Monetary Union in Crisis.
  9. F.A. Hayek, Individualism and Economic Order (Chicago: The University of Chicago Press, 1968), 269.
  10. Si veda Michel Foucault, Nascita della biopolitica. Corso al Collège de France (1978-1979) (Feltrinelli, 2015). Sull’ordoliberalismo si veda Christopher S. Allen, “‘Ordo-Liberalism’ Trumps Keynesianism: Economic Policy in the Federal Republic of Germany and the EU,” in Moss, a cura di, Monetary Union in Crisis; Pierre Dardot e Christian Laval, La nuova ragione del mondo. Critica della razionalità neoliberista (Derive Approdi, 2013). Sulla continua rilevanza di questa tradizione per scelte politiche tedesche nel quadro dell’UE, si veda Frédéric Lordon, On acheve bien les GrecquesChroniques de l’Euro (Parigi: les liens qui liberent, 2015).
  11. John Gillingham, European Integration, 1950–2003: Superstate or New Market Economy? (Cambridge: Cambridge University Press, 2003), 7.
  12. Sulla storia della PAC nel contesto dell’agricoltura de secondo dopoguerra in Europa si veda Milward, The European Rescue.
  13. Circa tale posizione, in particolare sull’atteggiamento dl Partito comunista italiano rispetto all’integrazione europea negli anni Sessanta e Settanta, si veda Donald Sassoon, “The Italian Communist Party’s European Strategy,” The Political Quarterly 47, no. 3 (July 1976): 253–75.
  14. Per un punto di vista marxista sull’unione monetaria e le contraddizioni inerenti ogni tentativo di implementare simili politiche, si veda Klaus Busch, Die Kriese der Europäischen Gemeinshaft (Köln-Francoforte: Europäishen Verlangsasalt, 1978), e Carchedi, For Another Europe.
  15. Sulla ERT si veda Bastiaan van Apeldoorn, Transnational Capitalism and the Struggle for Integration (Londra: Routledge, 2002); Otto Holman and Kees van der Pijl, “Structure and Process in Transnational European Business,” in Alan W. Cafruny and Magnus Ryner, a cura di, A Ruined Fortress? Neoliberal Hegemony and Transformation in Europe (Lanham: Rowman & Littlefield, 2003).
  16. “L’Atto unico europeo ha introdotto, quasi di nascosto, il più drammatico sviluppo nell’evoluzione istituzionale della Comunità, ottenuto con un emendamento al trattato: il voto a maggioranza in numerosi ambiti del mercato unico”. J.H.H. Weiler, “In defence of the status quo: Europe’s constitutional Sonderweg,” in J.H.H. Weiler e Marlene Wind, a cura di, European Constitutionalism Beyond the State (Cambridge: Cambridge University Press, 2003), 10.
  17. Carchedi, For Another Europe, 138.
  18. Sulle contraddizioni dei regimi di cambi fissi si veda Paul Krugman, Currencies and Crises (Cambridge, Mass.: The MIT Press, 1992) e Il ritorno dell’economia della depressione e la crisi del 2008 (Garzanti, 2009).
  19. Jennifer Blanke e Augusto Lopez-Claros, The Lisbon Review 2004: An Assessment of Policies and Reforms in Europe (Ginevra: World Economic Forum), 1.
  20. Tania Zgajewski e Kalila Hajjar, The Lisbon Strategy: Which failure? Whose failure? And why (Bruxelles: Academia Press, 2005).
  21. Persino teorici apertamente sostenitori di una maggiore integrazione suggeriscono che ciò con cui abbiamo a che fare somiglia più a una potenziale confederazione. Si veda Giandomenico Majone, Dilemmas of European Integration: The Ambiguities and Pitfalls of Integration by Stealth (Oxford: Oxford University Press 2005). Al contrario, Jan Zielonka ha ipotizzato che l’europa si possa muovere verso una forma “neo-medioevale” di impero, e non dunque un sistema “westfaliano” di stati sovrani. Si veda Jan Zielonka, Europe as Empire: The Nature of the Enlarged European Union (Oxford: Oxford University Press, 2006).
  22. “Dunque, dal punto di vista puramente economico, che il capitalismo possa vivere un’altra fase, ovvero un traslarsi della cartellizzazione nell’ambito della politica estera: una fase di ultra-imperialismo, contro la quale, ovviamente, dobbiamo combattere con la stessa energia spesa ne confronti dell’imperialismo, ma i cui pericoli vanno in un’altra direzione, non quella della corsa agli armamenti e della minaccia alla pace mondiale. […] La Guerra mondiale non si è verificata perché l’imperialismo era necessario all’Austria, ma perché in ragione della sua stessa struttura si metteva in pericolo col suo stesso imperialismo. L’imperialismo avrebbe potuto alimentare solo uno stato internamente omogeneo, il quale si annettesse zone agraria a esso culturalmente ben inferiori. […] Dal punto di vista puramente economico, tuttavia, nulla può prevenire che l’imperialismo sia rimpiazzato da una simile violenta esplosione, se non una santa alleanza tra imperialisti”. Karl Kautsky, “Ultra-Imperialism” (1914).
  23. Van Apeldoorn, Transnational Capitalism; Alan W. Cafruny and Magnus Ryner, eds., A Ruined Fortress? Neoliberal Hegemony and Transformation in Europe (Lanham: Rowman & Littlefield Publishers, 2003); Moss (a cura di), Monetary Union in Crisis.
  24. Bastiaan Van Apeldoorn, “The Contradictions of ‘Embedded Neoliberalism’ and Europe’s Multi-level Legitimacy Crisis: The European Project and its Limits,” in Bastiaan van Apeldoorn, Jan Drahokoupil e Laura Horn, a cura di, Contradictions and Limits of European Liberal Governance. From Lisbon to Lisbon (Londra: Palgrave Macmillan, 2009), 22.
  25. Van Apeldoorn, “The Contradictions,” 29.
  26. Van Apeldoorn, “The Contradictions,” 33.
  27. Jan Drahokoupil, Bastiaan van Apeldoorn e Laura Horn, “Introduction: Towards a Critical Political Economy of European Governance,” in Bastiaan van Apeldoorn, Jan Drahokoupil e Laura Horn, a cura di, Contradictions and Limits of European Liberal Governance. From Lisbon to Lisbon (Londra: Palgrave Macmillan, 2009), 4; all’interno dell’Europa non sono più gli stati nazionali a fornire il quadro normativo che consente all’economia di mercato capitalistica di funzionare – in misura sempre crescente, un ruolo chiave in tale ambito è svolto dall’UE e dal processo di integrazione europea. Si veda Drahokoupilvan Apeldoorn e Horn, “Introduction,” 12–13.
  28. Bernard H. Moss, “From ERM to EMU: EC Monetarism and Its Discontents,” in Moss, a cura di, Monetary Union in Crisis, 145–69; Lordon, On achève bien les Grecs.
  29. Dimitris P. Sotiropoulos, John Milios, e Spyros Lapatsioras, A Political Economy of Contemporary Capitalism and its Crisis: Demystifying Finance (Londra and New York: Routledge. 2013), 192.
  30. Cédric Durand, “Introduction: Qu’est-ce que l’Europe?” in Cédric Durand, a cura di, En finir avec l’Europe (Pargi: La Fabrique, 2013), 3.
  31. Krugman, Il ritorno dell’economia della depressione e la crisi del 2008.
  32. Wolfgang Streeck, “Markets and Peoples: Democratic Capitalism and European Integration,” New Left Review II, no. 73 (gennaio–Febbraio 2012): 67.
  33. Demophanes Papadatos, “Central Banking in Contemporary Capitalism: Inflation-Targeting and Financial Crises,” in Costas Lapavitsas, a cura di, Financialisation in Crisis (Leida: Brill, 2012), 133.
  34. Olivier Blanchard, “Adjustment within the Euro: The Difficult Case of Portugal,” Portuguese Economic Journal 6, no. 1 (Aprile 2007): 15.
  35. Risguardo alle dinamiche ineguali e divergenti dall’accumulazione all’interno dell’UE, nonché sul loro ruolo nello scoppio della crisi dell’eurozona, si veda Costas Lapavitsas et al., Crisis in the Eurozone (Londra: Verso, 2012).
  36. Cédric Durand e Razmig Keucheyan, “Un césarisme bureaucratique,” in Cédric Durand, a cura di, En finir avec l’Europe (Parigi: La Fabrique, 2013), 90–91.
  37. Durand and Keucheyan, “Un césarisme bureaucratique,” 101.
  38. Durand and Keucheyan, “Un césarisme bureaucratique,” 108.
  39. Giandomenico Majone ha sottolineato la necessità di distinguere tra costituzionalismo e democrazia quando si discute di Unione europea. Si veda Majone, Dilemmas of European Integration.
  40. Wolfgang Streeck, Tempo guadagnato. La crisi rinviata del capitalismo democratico (Feltrinelli, 2013).
  41. Nicos Poulantzas, State, Power and Socialism (Londra: Verso, 1980).
  42. Stathis Kouvelakis, “Introduction: The End of Europeanism,” in Costas Lapavitsas et al.Crisis in the Eurozone, xiv-xxi.
  43. Heiner Flassbeck e Costas Lapavitsas, Against the Troika. Crisis and Austerity in the Eurozone (Londra: Verso, 2015).

 

Pangiotis Sotiris ha insegnato filosofia sociale e politica come docente a contratto presso l’Università di Creta, l’Università Panteion, l’Università dell’Egeo e l’Università di Atene. I suoi interessi di ricerca comprendono la filosofia marxista, l’opera di Louis Althusser e i movimenti politici e sociali greci.

Spiros Sakellaropoulos è professore associato nel Dipartimento di politica sociale dell’Università Panteion, come specialista in teoria dello stato e politica. I suoi interessi di ricerca si incentrano sulla teoria dello stato, lo studio delle moderne società greca e cipriota e la teoria dello sviluppo del modo di produzione capitalistico. È autore di numerosi volumi e articoli in greco, inglese, spagnolo e francese.

Link all’articolo originale in inglese Viewpoint Magazine

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Il nemico interno: l’imperialismo USA in Siria

di Patrick Higgins

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Diana al-Hadid, Nolli’s Orders, 2012

“Tutti i complotti sono uniti tra loro; come le onde che sembrano fuggirsi eppure si mescolano”

– Louis Antoine de Saint-Just

“… là dove non esiste il disordine, gli imperialisti lo creano…”

– C.L.R. James, I giacobini neri

Nel 1971, al culmine della spaventosa e omicida guerra statunitense al Vietnam, un gruppo di cineasti radicali argentini e italiani, conosciuti come Colectivo de Cine del Tercer Mundo, realizzarono un film dal titolo provocatorio: Palestine, Another Vietnam. Un titolo che dice molto in poche parole, una breve dichiarazione gravida di possibili significati. La principale suggestione del titolo – ovvero, che tanto il Vietnam quanto la Palestina fossero obiettivi di un’aggressione imperiale, così come di una resistenza ad essa – non sarebbe stata in alcun modo fuori luogo, o insolita, negli ambienti della sinistra globale del 1971. In effetti, i rivoluzionari palestinesi dell’epoca prestavano non poca attenzione al Vietnam, studiando sia le brutali tattiche militari utilizzate dall’imperialismo USA al fine di schiacciare un movimento rivoluzionario di popolo, sia la storica resistenza del popolo vietnamita. Quale lezione si poteva trarre da tutto ciò?

A questo proposito, nel 1973, allorquando la rivoluzione anti-coloniale vietnamita proclamava la vittoria sulla superiorità militare degli Stati Uniti, un gruppo di rivoluzionari palestinesi e intellettuali arabi convocava una tavola rotonda moderata da Haytham Ayyoubi, capo della Divisione studi militari dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP). “Gli Stati Uniti, col loro violento intervento contro la rivoluzione e il popolo vietnamiti, hanno tentato di porre una questione, e lo hanno fatto nella pratica”, così dichiarava Tahsin Bashir, allora Assistente del Segretario generale della Lega araba. Gli Stati Uniti volevano lasciare intendere che “la scienza e tecnologia moderne, ricorrendo a computer e pianificatori, erano in grado di sconfiggere gli umani”. In risposta a questa arrogante affermazione, Bashir sosteneva quella che, a suo modo di vedere, era la principale lezione scaturita dalla fallimentare guerra USA al Vietnam: “Il successo dell’esperienza vietnamita si basa su quello degli umani sulla tecnologia”. Dawud Talhami, della Divisione studi mondiali del Centro di ricerche dell’OLP, proclamava il Vietnam come “l’esperienza più ricca fornitaci dall’eredità rivoluzionaria moderna nell’affrontare le più diverse forme di oppressione”. Dopo tutto, si trattava di una società, quella del Vietnam, che gli USA avevano cercato di distruggere – esattamente come le forze del colonialismo britannico e il sionismo in Palestina, anche prima delle devastanti vicende del 1948, quando le milizie sioniste, attuando una pulizia etnica, avevano espulso circa 750.000 palestinesi, riducendo la società palestinese in brandelli. Nel caso del Vietnam, ci si trovava di fronte ad una società che era riuscita a liberarsi dalle forze della distruzione imperialista.

Non stupisce il fatto che nessuna copia di Palestine, Another Vietnam sia sopravvissuta in pellicola – un film dimenticato, al pari di molto altro risalente all’epoca della solidarietà antimperialista durante la quale era stato realizzato. Dopo la controrivoluzione globale degli anni Ottanta, sembrava, specialmente agli occhi degli intellettuali di sinistra o ex tali, che l’internazionalismo antimperialista dei tardi anni Sessanta e dei primi Settanta fosse ormai divenuto un relitto del passato. Inoltre, emergeva un certa forma di consenso circa la campagna militare USA in Vietnam, secondo la quale: si era trattato del prodotto di una crisi, una disavventura e un pantano nei quali i panificatori imperiali statunitensi erano incappati con estrema violenza, controintuitiva, per altro, riguardo agli interessi USA. Ma a passare in rassegna gli odierni obiettivi dell’imperialismo statunitense, in particolare nel mondo arabo, pur tenendo in conto tutte le differenze tra allora e oggi, la pratica USA consistente nel distruggere le società nella loro interezza, ciò che effettivamente tentarono di fare gli Stati Uniti in Vietnam, si direbbe operante a pieno regime. La Palestina, causa storicamente fondamentale per il mondo arabo, rimane in stato di occupazione. I paesi vicini, Iraq, Libia, Yemen e Siria sono stati frammentati e, in alcune parti, ridotti a brandelli. Si è fatta strada l’ipotesi secondo la quale ciascuno di questi paesi – ognuno oggetto della violenza militare su larga scala degli USA – costituisca una “Nakba”, o “catastrofe”, il termine utilizzato dagli arabi in riferimento alle vicende della Palestina del 1948, riassumibili in un tentativo di cancellazione della società palestinese nel suo complesso, tramite l’invasione militare sionista, seguita dalla pulizia etnica e dall’assassinio degli abitanti palestinesi, cui fece seguito la sostituzione ai nomi dei villaggi e alle infrastrutture fisiche palestinesi di quelli israeliani.

Continua a leggere “Il nemico interno: l’imperialismo USA in Siria”

Ho Chi Minh (1890-1969)

Voce scritta da Walden Bello per The Palgrave Encyclpedia of Imperialism and Anti-Imperialism

Una panoramica

Ho Chi Minh – conosciuto anche come Nguyen Sinh Cung, Nguyen Tat Thanh e Nguyen Ai Quoc – è stato la figura centrale della lotta vietnamita per la liberazione nazionale nel XX secolo. Nacque nella provincia di Nghe An, Vietnam centrale, il 19 maggio 1890. Il padre, che era riuscito a superare gli esami per accedere al mandarinato dopo tre tentativi, ma aveva perso l’opportunità di divenire un burocrate reale, gli aveva insegnato la scrittura cinese. Costretto ad interrompere la sua istruzione formale in quanto accusato di aver preso parte ad uno sciopero di contadini, Ho firmò per imbarcarsi come cuoco e tuttofare in una nave francese, lasciando il Vietnam nel 1911. Ciò gli consentì di visitare, nel corso degli anni successivi, New York, Londra, Parigi, l’Algeria, la Tunisia e il Senegal. Il suo primo significativo atto politico consistette nel presentare la “Petizione della nazione annamita” alla conferenza di versailles, nel 1919. Ma sulla base di quanto da lui steso riferito, l’evento trasformativo della sua vita ebbe luogo nel 1920, quando venne a contatto con le “Tesi sulle questioni nazionale e coloniale” di Lenin. Col che ebbe inizio una rimarchevole carriera nel movimento comunista internazionale. Egli fu tra i fondatori del Partito comunista francese, e operò in diversi paesi, particolarmente in Cina, quale agente della Terza internazionale, fondata al fine di assistere le lotte rivoluzionarie a livello globale.

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Ho Chi Minh al Congresso di Tours, 1920, durante il quale venne fondata la Sezione francese dell’Internazionale comunista, in seguito Partito comunista francese

Nel 1930 presiedeva, ad Hong Kong, la conferenza che avrebbe portato all’unificazione delle varie organizzazioni comuniste vietnamite. Seguirono alcuni anni durante i quali si trovò messo da parte e assegnato a Mosca, probabilmente a causa di divergenze circa la cosiddetta linea del “Terzo periodo”, allora prevalente nell’Internazionale, in base alla quale veniva posta eguale enfasi sull’opposizione all’imperialismo e sullo svolgimento della lotta di classe interna. Una tendenza che secondo Ho, a quanto pare, minava la creazione di un ampio fronte nazionalista, necessario per abbattere il dominio coloniale francese.

Col fascismo in ascesa in Europa, l’Internazionale comunista abbandonò la linea del Terzo periodo a favore di una strategia basata sulla formazione di un ampio “Fronte popolare”. Questi sviluppi aprirono la strada al ritorno di Ho in Asia, nel 1939, e nel 1941 in Vietnam, dove presiedette l’ottavo congresso del Partito comunista indocinese, obiettivo del quale era la creazione di un largo fronte unito contro l’imperialismo e il fascismo. Da questo momento in poi la sua guida della rivoluzione sarebbe stata indiscussa.

Nell’agosto del 1945, Il Partito comunista lanciava un’insurrezione generale al fine di prendere il potere, ed il 2 settembre Ho leggeva in piazza Ba Dinh, ad Hanoi, la Dichiarazione d’indipendenza dal dominio coloniale francese. Il leader vietnamita cercò di negoziare un ritiro pacifico della Francia, ma una volta fallito questo tentativo condusse una lotta, protrattasi per nove anni, che culminò nella catastrofica disfatta francese di Dien Bien Puh, nel 1954. Quello stesso anno, alla Conferenza di Ginevra, il Vietnam veniva temporaneamente suddiviso in due zone, le quali avrebbero dovuto riunirsi, due anni dopo, a seguito di elezioni nazionali, che ci si aspettava Ho avrebbe vinto agevolmente.

Quando gli statunitensi fecero marcia indietro sull’accordo, installando un governo del Vietnam del sud, ebbero inizio altri 20 anni di guerra, che ebbero fine nel 1975 con la completa sconfitta di Washington. Ho, tuttavia, non visse abbastanza da vedere la vittoria finale e l’unificazione del paese, scomparve infatti il 2 settembre del 1969. Ma la sua fiducia nella futura riunificazione del Vietnam non vacillò mai. Una sicurezza colta da una dichiarazione del 1966, rilasciata nel momento in cui gli USA intensificavano i bombardamenti, preparandosi ad inviare ancora più truppe in Vietnam: “Gli imperialisti USA possono mandare in questo paese 500.000 truppe, e anche di più… La guerra può continuare per cinque, dieci, vent’anni e ancora oltre. Hanoi, Haiphong ed altre città possono essere distrutte. Ma il popolo vietnamita non è in alcun modo intimorito! Niente è più prezioso dell’indipendenza e della libertà. Quando il giorno della vittoria sarà arrivato, ricostruiremo il nostro paese, rendendolo ancora più bello e magnifico” (citato in Vo Nguyen Giap 2011: 42).

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Un nazionalismo vestito di rosso

Grant Evans e Kelvin Rowley analizzano lo sviluppo dei movimenti comunisti in Vietnam, Laos e Cambogia e replicano alle affermazioni degli analisti occidentali, i quali hanno visto i conflitti fra questi tre paesi, successivi al 1975, come espressione di antagonismi “tradizionali”.

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Soldati del Pathet Lao, Vientiane, 1973. Wikimedia Commons.

Pubblicato per la prima volta nel 1984 e rivisto nel 1990, il libro di Grant Evans e Kelvin Rowley, Red Brotherhood at War: Vietnam, Cambodia and laos since 1975, esplora le cause dietro la guerra inter-comunista in Asia seguita alle riuscite rivoluzioni in Vietnam, Laos e Cambogia

A detta di alcuni, tali eventi esprimevano la fine delle idee basate sull’internazionalismo socialista. Il New York Times pubblicava un editoriale intitolato “La fratellanza rossa in guerra”, nel quale annunciava con esultanza: “Questa settimana cantavano ‘L’internazionale’ in ogni angolo dei campi di battaglia asiatici, mentre seppellivano le speranze dei padri comunisti insieme ai corpi dei loro figli”. Le “speranze dei padri comunisti” potevano essere sintetizzate, dato che la guerra era causata dall’imperialismo capitalista, nel’auspicio che il socialismo internazionale avrebbe portato la pace. Questi ideali si ritrovano ora sconvolti dai nuovi conflitti che attraversano l’Indocina. Non c’è da sorprendersi se molti nella sinistra occidentale sono stati colti da confusione e disorientamento di fronte a simili sviluppi. 

I tardi anni Settanta son stati l’epoca di quella che Fred Halliday ha definito Seconda guerra fredda. Ovunque in Europa, era la destra ad essere in ascesa, sia politicamente che intellettualmente. Inevitabilmente, le percezioni degli sviluppi in Indocina venivano in larga parte osservate attraverso le lenti dell’anticomunismo militante. Gli anticomunisti vedevano Mosca come l’origine di ogni male, additando la guerra tra Vietnam e Kampuchea Democratica come la prova della natura brutale ed espansionista dell'”internazionalismo socialista” sovietico. Il che forniva anche una legittimazione retrospettiva all’intervento statunitense in Vietnam.

Eppure, tale punto di vista garantiva ai propri sostenitori più una soddisfazione di tipo emozionale che una vera e propria comprensione degli eventi. Vi era tutta una serie di fatti scomodi che non collimavano, ma lo stato d’animo dell’epoca era tale da farli passare generalmente inosservati. Nel loro zelo sconsiderato, gli anticomunisti militanti si imbarcavano in un’aperta alleanza col comunismo di Deng Xiaoping, ed in una assai più furtiva con quello di Pol Pot, contro il comunismo vietnamita. 

I liberali si lasciarono portare dalla corrente intellettuale prevalente, come si può constatare comparando i due libri sulla Cambogia scritti da William Shawcross (il primo pubblicato nel 1979, il secondo nel 1984).

Nell’estratto che segue, Evans e Rowley, guardano allo sviluppo dei movimenti comunisti nei tre paesi in questione, replicando alle affermazioni degli analisti occidentali, i quali hanno visto i conflitti fra i tre paesi in questione come espressione di antagonismi “tradizionali”.

Il nuovo ciclo di guerre in Indocina, successivo al 1975, è comunemente oggetto in occidente di due spiegazioni. La prima, avanzata in particolare dalla destra negli Stati Uniti, lo associa all’aggressivo “internazionalismo” dei comunisti vietnamiti e al fallimento dell’intervento statunitense. Secondo i sostenitori di tale tesi, non appena conquistato il Vietnam del Sud, i comunisti hanno rivoto le proprie energie all’assoggettamento dei vicini Laos e Cambogia, senza alcun dubbio per conto di Mosca. Gli USA, paralizzati da un mal riposto senso di colpa, sono rimasti inerti, senza far nulla per salvare le ultime vittime in ordine di tempo dell’aggressione comunista.

Ben pochi esperti di Indocina concorderebbero nell’affermare che le cose siano state così semplici, e per conto nostro dimostreremo quanto una simile interpretazione sia errata nel capitolo 2. In questo capitolo, invece, concentreremo l’attenzione sulla seconda spiegazione, la quale è di gran lunga più influente tra gli specialisti della regione ed i commentatori liberali occidentali. In essa i nuovi conflitti vengono spiegati in termini di trionfo di antichi e radicati antagonismi sui legami ideologici della solidarietà internazionalista e comunista.

Una simile interpretazione ha senza dubbio un qualche fondamento nella retorica degli stessi antagonisti, i quali non hanno esitato nel rintracciare un antico lignaggio per dispute contemporanee. Nel settembre del 1978, il regime di Pol Pot produceva un Libro nero, in cui si dipingeva il presente conflitto come il culmine di cinque secoli di lotta dei Khmer contro l’implacabile espansionismo vietnamita. Quasi del tutto esente dalla retorica marxista-leninista, esso spiegava il conflitto in termini puramente nazionalisti – o meglio, essenzialmente razzisti. Secondo il Libro nero, era nella più “profonda natura” del Vietnam l’essere un “aggressore e un annessionista avido del territorio di altri popoli”. Ciò veniva respinto con indignazione da Hanoi e bollato come “rozza falsificazione” della storia,  e tuttavia, di fronte all’invasione cinese del febbraio 1979, i vertici vietnamiti rispondevano invocando, certo in termini meno rozzi ma chiaramente analoghi, i “duemila anni di lotta contro la dominazione cinese”.

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Il mito dell’imperialismo russo: in difesa dell’analisi di Lenin

di Renfrey Clarke e Roger Annis

Il testo seguente è una versione più lunga di un precedente saggio: Perpetrator or victim? Russia and contemporary imperialism, di Renfrey Clarke e Roger Annis, pubblicato sul sito Links International Journal of Socialist Renewal, nel febraio del 2016.

In tempi recenti, un’aspra controversia si è sviluppata in seno alla sinistra internazionale riguardo al posto occupato dalla Russia nell’odierno sistema capitalistico mondiale. Nello specifico, si tratta di una potenza imperialista, parte integrante del “centro” del capitalismo globale? Oppure le sue caratteristiche economiche, sociali e politico-militari la rendono parte della “periferia”, o semi-periferia, globali – ovvero, parte della maggioranza dei paesi che, a diversi livelli, sono oggetto dell’aggressione e del saccheggio imperialisti? [1]

Tradizionalmente, la sinistra marxista ha utilizzato il termine “imperialismo” con un alto grado di discernimento. Dunque, per i marxisti, l’imperialismo non è un qualcosa che emerge misteriosamente quando i leader si lasciano sovrastare dall'”avidità”. Né può essere ridotto alla semplice azione militare esterna, per quanto aggressiva. Per i marxisti, viceversa, l’imperialismo attuale nasce da specifiche caratteristiche dell’ordine economico e sociale dei paesi capitalistici più avanzati.

Lenin_2La classica definizione marxista di imperialismo nell’epoca moderna è stata fornita da Lenin nel suo pamphlet del 1916,  L’imperialismo, fase suprema del capitalismo. Secondo il punto di vista del leader bolscevico, il capitalismo avanzato emerso nei decenni precedenti presentava le seguenti caratteristiche salienti:

“1) la concentrazione della produzione e del capitale, che ha raggiunto un grado talmente alto di sviluppo da creare i monopoli come funzione decisiva nella vita economica; 2) la fusione del capitale bancario col capitale industriale e il formarsi, sulla base di questo «capitale finanziario», di un’oligarchia finanziaria; 3) la grande importanza acquistata dall’esportazione di capitale in confronto con l’esportazione di merci; 4) il sorgere di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti, che si ripartiscono il mondo; 5) la compiuta ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitalistiche.” [2]

A partire dagli ultimi decenni del XIX secolo, affermava Lenin, le economie dei paesi più industrializzati si erano mosse in direzione di una nuova fase di “capitalismo monopolistico”. Il controllo sulla vita economica da parte delle maggiori concentrazioni di capitale era giunto al punto che, in ognuno di questi paesi, l’influenza detenuta da un gruppo strettamente interconnesso dei più potenti capitalisti, finanziari e industriali, era fuori questione.

Tuttavia, ancora incapaci di trovare campi di investimento per buona parte del capitale accumulato (affetti, in altri termini, da un cronico surplus di capitali), i magnati finanziari-industriali si vedevano costretti a moltiplicare ed intensificare le proprie operazioni all’estero. Con sempre maggior frequenza, le operazioni di mercato del passato venivano ampliate e superate dagli investimenti diretti, gran parte dei quali in regioni in cui lo sviluppo del capitalismo era, in generale, molto più debole. In tali regioni – la “periferia” dell’emergente sistema imperialista – le nuove figure globali egemoni potevano trovare materie prime a basso costo, un’abbondante forza lavoro a bassi salari e clienti per i beni prodotti nei paesi del “centro”. Alla fine del XIX secolo, la necessità di mettere al sicuro i nuovi investimenti e respingere i competitori aveva condotto all’incorporazione di numerose aree della periferia all’interno di vasti imperi coloniali.

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Globalizzazione, nient’altro che un termine contemporaneo per indicare il colonialismo finanziario

di Mark Karlin, Truthout  | Intervista

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I resti della fabbrica di indumenti Rana Plaza, crollata nei pressi di Dacca, Bangladesh, il 30 giugno del 2013. La polizia del paese asiatico, il 1 giugno 2015, ha accusato formalmente del reato di omicidio 41 persone coinvolte nel crollo dell’edificio, il quale ospitava diverse fabbriche di vestiario, crollo che ha causato oltre 1.100 vittime in quello che può essere considerato il più grave disastro nella storia dell’industria dell’abbigliamento. (Foto: Khaled Hasan / The new York Times)

Quali sembianze assumono, oggi, l’imperialismo ed il colonialismo? In Imperialism in the Twenty-First Century, John Smith afferma che le nazioni capitaliste del centro non si affidano più alla forza militare ed al controllo politico diretto degli altri paesi. Invece, esse mantengono una morsa finanziaria sull’emisfero sud, sfruttando il lavoro di tali paesi al fine di incrementare i propri profitti. 

Le nazioni “abbienti” aumentano i profitti delle proprie aziende a spese di lavoratori pesantemente sottopagati dei paesi in via di sviluppo. Le prime definiscono tale stato di cose col termine globalizzazione; è quanto sostiene John Smith, nel suo libro Imperialism in the Twenty-First Century: Globalization, Super-Exploitation, and Capitalism’s Final Crisis. Nell’intervista che segue, rilasciata a Truthout, Smith discute la sua tesi per cui la globalizzazione non sarebbe altro che neocolonialismo sotto un altro nome.

Mark karlin: Perché hai scelto di aprire il tuo libro con il crollo del Rana Plaza, avvenuto a Dacca nel 2013, il quale ha causato la morte di oltre mille operai tessili?

John Smith: Sono tre le ragioni principali. Primo, il disastro del Rana Plaza – un crimine atroce, e non un incidente – ha suscitato le simpatie e la solidarietà di centinaia di milioni di persone in tutto il mondo, e ha ricordato a tutti noi quanto siamo strettamente connessi alle donne ed agli uomini che producono le nostre T-shirt, i nostri pantaloni e la nostra biancheria. Si tratta di una vicenda che incarna le pericolose condizioni di sfruttamento ed oppressione subite da centinaia di milioni di lavoratori nei paesi a basso salario, il lavoro dei quali  fornisce alle imprese dei paesi imperialisti buona parte delle materie prime e dei componenti intermedi, nonché beni di consumo ai lavoratori. Ho voluto portare alla ribalta queste legioni di lavoratori a basso salario sin dall’inizio, al fine di mettere i lettori di fronte al fatto della nostra mutua interdipendenza, oltreché alle grandi differenze nei salari, nelle condizioni di vita e nelle opportunità di cui siamo a conoscenza, ma che troppo spesso scegliamo di ignorare.

Tutto ciò mi porta alla seconda ragione alla base della mia scelta. Fidel Castro, il più grande rivoluzionario dei nostri tempi, ha spiegato la solidarietà internazionale, senza precedenti, di Cuba come un pagamento del suo debito con l’umanità. Noi che viviamo nei paesi imperialisti abbiamo un enorme debito di solidarietà nei confronti delle nostre sorelle e fratelli di nazioni che sono stati, e sono tutt’ora, saccheggiati dai nostri governi e multinazionali! Abbiamo bisogno di ridefinire – o meglio, riscoprire – il reale significato del termine socialismo: la fase di transizione della società tra capitalismo e comunismo, nella quale ogni forma di oppressione e discriminazione che viola l’uguaglianza e l’unità dei lavoratori vengono progressivamente, e coscientemente, superate. È indiscutibile che le principali violazioni di tale uguaglianza, nonché maggiore ostacolo alla nostra unità, derivano dalla divisione tra un pugno di paesi oppressori ed il resto del mondo; i lavoratori dei paesi imperialisti devono prendere il potere politico ed assumere il controllo dei mezzi di produzione al fine di sanare questa mutilante divisione. Ecco ciò che ha determinato la mia decisione di aprire Imperialism in the Twenty-First Century col disastro del Rana Plaza.

Infine, la vicenda del Rana Plaza, e in generale l’industria dell’abbigliamento in Bangladesh, rappresentano un caso di studio estremamente utile, esemplificanti di caratteristiche condivise con altre nazioni manifatturiere a basso salario ed esportatrici. Caratteristiche comprendenti salari bassissimi, predilezione da parte dei padroni per il lavoro femminile e la crescente preferenza delle imprese, con sede nei paesi imperialisti, per il rapporto coi loro fornitori a basso costo, invece degli investimenti diretti esteri. Inoltre, l’analisi dell’industria dell’abbigliamento del Bangladesh pone una serie di questioni e paradossi irrisolvibile per l’economia mainstream e che gli economisti marxisti hanno appena iniziato ad affrontare. Innanzitutto vi è la dottrina mainstream secondo la quale i salari riflettono la produttività, per cui se sono così bassi in Bangladesh ciò significa che la produttività dei suoi lavoratori è corrispondentemente bassa – tuttavia, come si può ritenere veritiero questo considerando l’intensità dei loro ritmi di lavoro e la lunghezza dell’orario? In secondo luogo: qual è il rapporto tra lo spostamento della produzione verso i paesi a basso salario e la crisi economica globale, ancora nelle sue fasi iniziali? Si tratta di un interrogativo assente nei resoconti mainstream, e in buona part di quelli marxisti, della crisi, rendendoli, a mio modo di vedere, del tutto ridondanti. Lo studio del disastro del Rana Plaza e dell’industria dell’abbigliamento del Bangladesh genera dunque una serie di questioni e paradossi che forniscono i temi per i successivi capitoli, in funzione dell’organizzazione complessiva del libro.

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Una breve storia dell’imperialismo francese

di Claude Serfati

Attualmente, il complesso militare-industriale svolge un ruolo essenziale nella morfologia del capitalismo francese. È noto il posto centrale occupato dall’esercito e dagli apparati di sicurezza nella Quinta repubblica. Spesso la genealogia di questo stato di cose viene tracciata a partire dalla Guerra d’Algeria e dalle sue conseguenze costituzionali. Tuttavia, si direbbe che una tale posizione delle forze armate affondi le proprie radici lungo tutto il XX secolo, dalla Comune di Parigi alla Guerra d’Algeria, passando per le guerre di conquista coloniale. Appoggiandosi su di una solida concettualizzazione marxista, Serfati, in questo estratto dal volume Le Militaire, traccia un’impressionante genealogia dei dispositivi imperialisti francesi, evidenziando il ruolo della finanza nell’impresa coloniale, ma anche l’impatto dell’esercito sui rapporti sociali.

«L’eredità culturale non è accettabile se non alla condizione che essa sia la somma del pensiero universale»

André Breton, Entretiens

«Che queste ossa siano i fischietti della rivoluzione»

Benjamin Péret, Peau de tigre

La fine del XIX secolo è stata segnata da trasformazioni radicali nel funzionamento nel capitale. Si deve a John Hobson, economista vicino al socialismo liberale, una prima sintesi interpretativa del tema nella sua opera Imperialism: A Study (1921), nella quale si distingue accuratamente l’imperialismo moderno dagli imperi antichi. I marxisti hanno sviluppato, talvolta seguendo percorsi paralleli, le proprie analisi di tale inedito periodo storico.

Questa «prima mondializzazione», come l’ha definita lo storico dell’economia Paul Bairoch, è stata indotta da un aumento dei flussi di merci, e ancor di più da un considerevole sviluppo delle esportazioni di capitale monetario, investito in operazioni industriali – dando vita alle imprese multinazionali – così come in forma di prestiti agli stati dipendenti. La comparazione tra la Francia e al Gran Bretagna, le quali effettuavano la maggior parte delle esportazioni di capitali (rispettivamente, 20% e 42% del totale nel 1913, ben più avanti della Germania, 13%) è indicativa delle fisionomie nazionali dell’imperialismo. In effetti, le esportazioni di capitali della Francia, notevolmente acceleratesi a partire dagli anni Novanta dell’Ottocento, esibiscono caratteristiche differenti rispetto a quelle di Gran Bretagna e Germania. A prevalere sono i prestiti, piuttosto che gli investimenti diretti nella produzione. Inoltre, sono in larga parte destinati a paesi meno sviluppati, come la Russia (27,03%), l’Impero ottomano e i paesi balcanici, collocati a grande distanza da altre regioni, come Stati Uniti e gli altri paesi caratterizzati da un forte dinamismo industriale.

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La Borsa di Parigi, 1910

In Francia, la diffusione della rendita è di vecchia data. La classe dei rentier ha iniziato a consolidarsi sotto l’Ancien régime grazie ai prestiti concessi ai sovrani per i loro sfarzi e per le guerre, in seguito sotto la Monarchia di luglio ed il Secondo impero, data la necessità di finanziare le spese militari e i conflitti. A partire dalla fine del XIX secolo, il declino relativo nell’emissione di titoli di stato ha spinto gli investitori francesi verso i titoli di stato stranieri, ritenuti sicuri e redditizi, rendendo più dinamico il comparto straniero della Borsa di Parigi. Come illustrato dai lavori di Jean Bouvier, le banche francesi trarranno notevoli profitti dall’incremento di tali prestiti agli stati esteri, mostrandosi invece timorose per quanto riguarda quelli all’industria. Lo scarto in rapporto allo sviluppo industriale dell’Inghilterra, in tal modo, cresce regolarmente, e laddovel’industria tedesca è, nel 1860, inferiore per dimensioni di più della metà rispetto a quella francese nello stesso anno, nel 1913 essa diviene due volte e mezzo più importante. Nel 1917, lo storico Paul Mantoux notava che non solo nella chimica e nella metallurgia, ma anche nei cosiddetti «articoli parigini» (beni di lusso, ma anche giocattoli, ferramenta, ecc.), la Francia aveva un vistoso deficit commerciale.

Il consolidarsi di gruppi sociali dipendenti dalla rendita, dunque, va posto in relazione con la debole tradizione imprenditoriale delle élite francesi. I rentier francesi, quindi, non hanno esitato a privilegiare gli investimenti all’estero, anziché quelli industriali in Francia: le attività estere, alla soglia della Prima guerra mondiale, costituivano il 21,5% del patrimonio finanziario delle famiglie più ricche (1).

I prestiti governativi massicciamente concessi dalla Francia venivano generalmente utilizzati dai paesi debitori al fine di finanziare lo sviluppo delle ferrovie, ma più frequentemente per intraprendere spese improduttive, tra le quali l’acquisto di materiali bellici occupava un posto essenziale. Gli imponenti prestiti a favore dello stato russo ritorneranno sotto forma di interessi, nonché di importanti commissioni di armamenti ai gruppi francesi. Lo stesso processo verificatosi nei casi di Turchia, Grecia e Serbia. Un a buona parte dei crediti garantiti a questi stati da consorzi organizzati dalle banche francesi è servito, alla viglia della Prima guerra mondiale, all’ordinazione di sei cacciatorpediniere e due sottomarini costruiti dalla società Creusot.

L’esportazione dei capitali, la quale consente senza ostacolarla quella delle merci, non rappresenta l’unico tratto distintivo dell’imperialismo. La «mano invisibile del mercato», il cui frutto dovrebbe essere la concorrenza ottimale, genera il suo contrario, ovvero la tendenza alla formazione di grandi imprese – monopoli, nel senso di enormi gruppi dominanti – che si spartiscono i mercati mondiali grazie ai cartelli e ad altre forme, più discrete, di accordo a livello mondiale. Successivamente, queste grandi imprese assumono la forma di società per azioni, segnando il controllo della borsa sulle attività industriali. Hilferding ha teorizzato tale evoluzione sottolineando l’emergere del capitale finanziario, «fusione del capitale industriale e di quello bancario, sotto il controllo delle banche» (2). La sua definizione incentrata sulle banche ha condotto numerosi marxisti a rigettare il concetto di capitale finanziario, da essi giudicato obsoleto considerato l’attuale dominio dei mercati finanziari. Si tratta senza dubbio di un modo per «buttare il bambino con l’acqua sporca», poiché lo schiacciante dominio della finanza contemporanea, al contrario, rende ancor più necessaria una riflessione – certamente critica – sul concetto di capitale finanziario e la sua pertinenza per l’attualità (3).

Il periodo dell’imperialismo ha visto anche la spartizione del mondo tra le grandi potenze, in particolare, sebbene non esclusivamente, nella forma della colonizzazione (cf. Riquadro 1). Nel 1900, il 90% dell’Africa, il 99% della Polinesia, il 56% dell’Asia ed il 27% dell’America, appartenevano alle grandi potenze europee ed agli Stati Uniti. La conquista del mondo rifletteva già la tendenza del capitale a sconfinare oltre le sue frontiere nazionali. Tuttavia, questa spartizione, tutt’altro che consensuale, esacerbava le rivalità tra stati che sarebbero poi sfociate nella guerra mondiale.

Tra le definizioni di imperialismo che sono state proposte, quella di Rosa Luxemburg, secondo la quale «l’imperialismo, è l’espressione politica del processo di accumulazione del capitale nella sua lotta di concorrenza intorno ai residui  di ambienti non-capitalistici non ancora posti sotto sequestro», conserva il suo interesse. Vi si insiste in effetti sull’interazione tra, da una parte, la dinamica internazionale del capitale  – già negli anni Quaranta dell’Ottocento, Marx ed Engels avevano notato che «la tendenza a creare il mercato mondiale è data immediatamente nel concetto stesso di capitale» – e dall’altra, l’organizzazione geopolitica mondiale. Un metodo che consente alla Luxemburg di concentrarsi sul ruolo del militarismo, inteso come strumento per conquistare territori e mercati, ma anche come «un mezzo di prim’ordine per la realizzazione del plusvalore, cioè come campo di accumulazione» per il capitale in cerca di profitti (4). Benché tale analisi sia stata criticata da alcuni marxisti, in quanto fondata su un’interpretazione «sottoconsumista» delle crisi capitalistiche, rimane comunque un lavoro pionieristico, in anticipo sui dibattiti che avranno luogo dopo la Seconda guerra mondiale circa il «keynesismo militare» ed il ruolo delle spese militari nella forte crescita economica dei paesi sviluppati.

Una simile interazione tra la dinamica del capitale e l’organizzazione geopolitica – ciò che può essere definito sistema interstatale – costituisce un problema centrale di questo studio. Certamente, lo stato svolgeva già un suo ruolo determinante in Europa, innanzitutto nelle fasi iniziali dell’espansione del capitalismo, in seguito nel momento della rivoluzione industriale. In Frnacia, la borghesia, spaventata dalle forze popolari da essa scatenate nella sua lotta contro l’assolutismo regio, in particolare tra il 1789 ed il 1793, si era nuovamente affidata allo stato, in forma realista (Luigi Filippo, 1830-1848) poi in forma bonapartista (Secondo impero, 1852-1870), al fine di difendere i propri interessi economici e proteggersi dal movimento operaio. Per queste ragioni, le relazioni tra le classi dominanti e  le istituzioni statali vi erano più strette che in altri paesi europei.

L’imperialismo moderno, tuttavia, ha conferito a questa interazione tra il capitale ed il «suo» stato nazionale un’importanza accresciuta. Si tratta, infatti, di un nuovo periodo storico, che ha combinato su scala mondiale gli effetti devastanti della concorrenza intercapitalistica e lo scontro esplosivo tra rivalità politiche. Dunque, non solo ha prodotto il mercato mondiale, ma anche le guerre tra stati. Gli ultimi decenni del XIX secolo sono stati contrassegnati dai conflitti armati, con l’obiettivo puro e semplice dell’annessione di nuovi territori da parte della Gran Bretagna e della Francia, e secondariamente della Germania. Prendere il controllo di territori e risorse strategiche rappresentava un obiettivo primario. I conflitti tra paesi europei erano in aumento, sia per via diretta – in tal senso, la Guerra franco-prussiana del 1870 è emblematica, ma quella russo-giapponese del 1905 ha avuto conseguenze non meno importanti – , sia indiretta (in particolare nei Balcani).

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L’imperialismo e la trasformazione dei valori in prezzi

di Torkil Lauesen e Zak Cope

Introduzione

Con questo articolo, ci proponiamo di dimostrare che i bassi prezzi dei beni prodotti nel Sud globale, ed il concomitante modesto contributo delle sue esportazioni al prodotto interno lordo del Nord, occultano la reale dipendenza delle economie di quest’ultimo dal lavoro a basso costo del Sud. Dunque, sosteniamo che la delocalizzazione  dell’industria nel Sud globale, nel corso dei tre decenni passati, ha condotto ad un massiccio incremento del valore trasferito al Nord. I principali meccanismi di tale processo consistono nel rimpatrio del plusvalore tramite investimenti diretti esteri, lo scambio ineguale di prodotti incorporanti differenti quantità di valore e l’estorsione per mezzo del servizio del debito.

L’assorbimento di enormi economie del Sud all’interno del sistema capitalistico mondiale, dominato da multinazionali e istituzioni finanziarie con base nel Nord globale, ha posto le prime nella condizione di dipendenze socialmente disarticolate votate all’esportazione. I miseramente bassi livelli dei salari di tali economie trovano fondamento (1) nella pressione imposta dalle loro esportazioni al fine di competere per limitate porzioni del mercato, in larga parte metropolitano, dei consumatori; (2) il drenaggio di valore e risorse naturali, che altrimenti potrebbero essere utilizzati per costruire le forze produttive necessarie all’economia nazionale; (3) l’irrisolta questione agraria sfociante in una sovra offerta di lavoro; (4) governi compradori repressivi, i quali accettano, traendone beneficio, l’ordine neoliberista e sono quindi incapaci e non disposti a concedere aumenti salariali, per timore di stimolare rivendicazioni di maggior potere politico da parte dei lavoratori; e infine (5) frontiere militarizzate così da prevenire la circolazione dei lavoratori verso il Nord globale, e di conseguenza, un equalizzazione dei rendimenti da lavoro.

La globalizzazione imperialista della produzione

Il dibattito circa il trasferimento di valore e lo scambio ineguale non è certo nuovo. Oggi, tuttavia, la produzione di sempre più crescenti porzioni dei beni consumati nel mondo avviene nel Sud globale. La produzione non è, come negli anni Settanta, limitata a semplici e primari beni industriali, come petrolio, minerali, caffè o giocattoli. Piuttosto, malgrado un relativamente basso “valore aggiunto” manifatturiero, praticamente ogni tipo di input e output industriali vengono prodotti nel Sud globale: questi includono prodotti chimici, beni in metallo lavorati, macchinari, prodotti elettronici, mobili e attrezzature di trasporto per tessili, scarpe, indumenti, tabacco e carburanti [1]. Ma perché, e come, è avvenuto un simile cambiamento nella dislocazione della produzione?

Il mutamento nella divisione internazionale del lavoro è il prodotto dell perenne ricerca di maggiori profitti da parte dei capitali, e si basa, in primo luogo, sull’enorme crescita nel numero di proletari integrati nel sistema capitalistico globale, in secondo luogo, sulla sostanziale industrializzazione  del Sud nei tre decenni passati. Ciò è stato reso possibile dalla dissoluzione delle economie del “socialismo realmente esistente” nell’Europa sovietica e dell’est, dall’apertura della Cina al capitalismo globale e dall’esternalizzazione della produzione in India, Indonesia, Vietnam, Brasile, Messico e altri paesi di recente industrializzazione. Il risultato è consistito in un incremento pari ad almeno un miliardo di proletari a basso salario all’interno del capitalismo globale. Oggi oltre l’80 percento dei lavoratori industriali del mondo si trovano nel Sud globale, mentre la proporzione scende costantemente nel Nord (figura 1). Si potrebbe anche parlare di società post-industriale per quanto riguarda il Nord, ma il mondo nel suo complesso è più industriale che mai.

Figura 1. La forza lavoro industriale globale, 1950-2010

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Fonte: John Smith “Imperialism and the Law of Value” Global Discourse 2, no. 1 (2011): 20, https://globaldiscourse.files.wordpress.com. Il dato del 2010 sulla forza industriale è stato estrapolato dalla distribuzione settoriale della forza lavoro, per il 2008, nel Key Indicators of the Labor Market (KILM) dell’International Labor Organization (ILO), 6° edizione (ILO, 2010); popolazione economicamente attiva (EAP), dal database dell’ILO Laborsta, http://laborsta.ilo.org/default.html; le proiezioni circa la forza lavoro industriale nelle “regioni più sviluppate” includono le stime dell’ILO riguardo il declino dovuto alla recessione. Le categorie dell’ILO di regioni “più” o “meno” sviluppate corrispondono, rispettivamente e approssimativamente, a quelle di economie “sviluppate” e “in via di sviluppo”.

L’industrializzazione del Sud non è stata prevista dalla teoria della dipendenza negli anni Sessanta e Settanta. In essa si riteneva che il centro capitalista avrebbe bloccato qualsiasi sviluppo industriale avanzato nella cosiddetta periferia, lasciando quest’ultima nella condizione di fornitrice di materie prime, prodotti agricoli tropicali e semplici produzioni industriali ad alta intensità di lavoro, da scambiare con i più avanzati prodotti industriali del centro stesso. Pochi analisti hanno previsto l’industrializzazione del Sud come guidata dal commercio col capitalismo metropolitano, nonché dagli investimenti di quest’ultimo.

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Libri da tradurre: Ali Kadri, Arab Development Denied

Imperialismo e classe nel mondo arabo

di Max Ajl

Probabilmente, in nessuna altro luogo la violenza limita l’orizzonte quanto nel mondo arabo. Le guerre imperiali hanno demolito lo stato libico e trasformato la Siria in un carnaio. Lo Yemen, il paese più povero della regione, ha fatto da poligono di tiro per i droni USA prima che l’Arabia Saudita, la satrapia regionale in capo per conto degli Stati Uniti, lo attaccasse, precipitandolo nella spirale della carestia. L’Iraq scosso dalle autobombe dell’ISIS dopo decenni di sanzioni e guerra. E la Palestina che continua a sanguinare sotto il giogo del colonialismo israeliano.

In un simile clima di violenza imperiale – in effetti, una vera e propria guerra allo sviluppo – in pochi hanno tenuto salda la propria posizione. La Striscia di Gaza soffre a causa di quello che l’economista politica Sara Roy definisce “de-sviluppo” indotto da Israele [1]. La Siria ha subito un arretramento di oltre mezzo secolo, con un crollo dell’aspettativa di vita e una generazione di giovani uomini perduta [2]. Qual è il motivo di tanta violenza? I mercenari accademici degli studi sulla controinsurrezione si concentrano sul terrorismo come responso  a un’istanza materiale, e sulla guerra occidentale quale risposta [3]. Altri ascrivono il sottosviluppo di quest’area a un misto di inadeguatezza istituzionale e deficit democratico, rimediabile attraverso l’applicazione della potenza USA.

9781783082674Contro tale rappresentazione, Ali Kadri in Arab Development Denied fornisce un brillante e intelligente resoconto di come gli Stati Uniti hanno negato lo sviluppo arabo. Tramite le guerre, il colonialismo e le sanzioni, si e cercato per decenni di prevenire la sovranità della classe lavoratrice nella regione. In alcuni casi, Kadri assume un tono polemico, ma ciò non deve trarre in inganno. L’argomentazione del suo libro è costruita su una conoscenza enciclopedica dei meccanismi della politica macroeconomica, delle interazioni tra scambi di valuta, apertura e chiusura del conto capitale e ruolo dell’investimento pubblico e privato nel mettere in moto ciò che  Gunnar Myrdal definiva “circoli virtuosi” dello sviluppo. Il tutto inserito in una lettura ad amplissimo raggio della storia dell’area in questione, alla quale Kadri fa riferimento con una sin troppo agevole fluidità.

Cosa forse più cruciale, è il recupero compiuto da Kadri del concetto di sovranità, e la sostanza che vi infonde. Egli intende la sovranità come “il diritto da parte dei lavoratori a determinare le proprie condizioni di sussistenza”, chiarendone immediatamente le basi di classe (3). La guerra costituisce il solvente primario della sovranità: a ogni invasione imperiale, a ogni stato avviluppato dall’ombrello di sicurezza statunitense, la sovranità diviene un carapace sempre più essiccato. Inoltre, qualsiasi apparato politico che sfidi il controllo USA, “qualunque piattaforma sociale dalla quale la classe lavoratrice” possa, anche solo potenzialmente, “mettere alla prova la tenuta dell’imperialismo a guida statunitense”finiscono per essere smantellati (7). Ne danno testimonianza la distruzione della Libia, la tentata devastazione della Siria e l’attacco continuo all’Iran da parte degli Stati Uniti. Come scrive Kadri, “le guerre dislocano i lavoratori e i contadini e rimuovono le risorse nazionali dal controllo politico, anche potenziale, delle classi lavoratrici nazionali” (7). Egli mette in chiaro come la distruzione dello stato e delle sue istituzioni precluda anche la possibilità dello sviluppo. I capitoli successivi ampliano questa problematica di base.

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Intervista a John Smith, autore di Imperialism in the twenty-first century

Il volume di John Smith sull’imperialismo è un lavoro innovativo che getta una luce inedita sul super-sfruttamento del sud globale. Daphna Whitmore di Redline lo ha intervistato a proposito del suo libro.

imperialismcoverDW: Innnanzitutto, vorrei ringraziarti per aver scritto Imperialism in the twenty-first century. Si tratta di un argomento imponente e il tuo libro prende in considerazione un materiale amplissimo e di grande interesse – quanto tempo ha richiesto un simile lavoro?

JS: Alla fine degli anni Novanta, la globalizzazione della produzione e il suo spostamento, a livello globale, verso i paesi a basso reddito stavano prendendo piede su scala così vasta che era impossibile non notarlo; il che valeva anche per ciò che stava guidando tali processi, vale a dire gli elevati livelli di sfruttamento disponibili in paesi come il Messico, il Bangladesh e la Cina. Era indispensabile una teoria in grado di spiegare tutto questo, ma per rendersi conto di ciò che stava accadendo erano sufficienti un paio di buoni occhi. Era naturale studiare il comportamento delle multinazionali industriali, le TNC [Transnational corporation, n.d.t.] non finanziarie, considerato che si trattava dei principali agenti e beneficiari della globalizzazione – ed è appunto ciò che si stava facendo! Del resto, anche una formazione di base comprendente la teoria marxista del valore ci spingeva a prestare attenzione ai cambiamenti nella sfera della produzione… Per tutte queste ragioni, è stato uno shock scoprire che il marxismo, o meglio i marxisti, avevano ben poco da dire riguardo a questi fatti inediti.

Così, influenzato dalle teorie della dipendenza e dello scambio ineguale (o più esattamente, insoddisfatto da quelli che ho definito tentativi euro-marxisti di confutarle), ho iniziato, nel 1995, il lavoro che sarebbe sfociato nel libro, circa il periodo in cui ho abbandonato la Communist League, correlativo dello SWP [Socialist Workers Party, n.d.t.] degli Stati Uniti in Gran Bretagna (venne chiusa la sezione di Sheffield, io restai…). Nel 1997 ho scritto un primo abbozzo – un pamphlet/saggio intitolato, ‘Imperialism and the law of value’. Un ulteriore impegno in questo senso è stato interrotto, a partire dal 1998, dalla campagna contro le sanzioni e la guerra all’Iraq, fino a quando ho lasciato il mio lavoro nelle telecomunicazioni nel 2004, e dato il via alle ricerche per ‘Imperialism and the globalisation of production’, la mia tesi di dottorato portata a termine nel 2010. I contenuti del libro sono più ampi rispetto alla tesi, ma l’argomento di fondo si trova già tutto lì, e ha iniziato a circolare – è stata scaricata più di tremila volte, dunque più della prima tiratura del volume.

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