Un nazionalismo vestito di rosso

Grant Evans e Kelvin Rowley analizzano lo sviluppo dei movimenti comunisti in Vietnam, Laos e Cambogia e replicano alle affermazioni degli analisti occidentali, i quali hanno visto i conflitti fra questi tre paesi, successivi al 1975, come espressione di antagonismi “tradizionali”.

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Soldati del Pathet Lao, Vientiane, 1973. Wikimedia Commons.

Pubblicato per la prima volta nel 1984 e rivisto nel 1990, il libro di Grant Evans e Kelvin Rowley, Red Brotherhood at War: Vietnam, Cambodia and laos since 1975, esplora le cause dietro la guerra inter-comunista in Asia seguita alle riuscite rivoluzioni in Vietnam, Laos e Cambogia

A detta di alcuni, tali eventi esprimevano la fine delle idee basate sull’internazionalismo socialista. Il New York Times pubblicava un editoriale intitolato “La fratellanza rossa in guerra”, nel quale annunciava con esultanza: “Questa settimana cantavano ‘L’internazionale’ in ogni angolo dei campi di battaglia asiatici, mentre seppellivano le speranze dei padri comunisti insieme ai corpi dei loro figli”. Le “speranze dei padri comunisti” potevano essere sintetizzate, dato che la guerra era causata dall’imperialismo capitalista, nel’auspicio che il socialismo internazionale avrebbe portato la pace. Questi ideali si ritrovano ora sconvolti dai nuovi conflitti che attraversano l’Indocina. Non c’è da sorprendersi se molti nella sinistra occidentale sono stati colti da confusione e disorientamento di fronte a simili sviluppi. 

I tardi anni Settanta son stati l’epoca di quella che Fred Halliday ha definito Seconda guerra fredda. Ovunque in Europa, era la destra ad essere in ascesa, sia politicamente che intellettualmente. Inevitabilmente, le percezioni degli sviluppi in Indocina venivano in larga parte osservate attraverso le lenti dell’anticomunismo militante. Gli anticomunisti vedevano Mosca come l’origine di ogni male, additando la guerra tra Vietnam e Kampuchea Democratica come la prova della natura brutale ed espansionista dell'”internazionalismo socialista” sovietico. Il che forniva anche una legittimazione retrospettiva all’intervento statunitense in Vietnam.

Eppure, tale punto di vista garantiva ai propri sostenitori più una soddisfazione di tipo emozionale che una vera e propria comprensione degli eventi. Vi era tutta una serie di fatti scomodi che non collimavano, ma lo stato d’animo dell’epoca era tale da farli passare generalmente inosservati. Nel loro zelo sconsiderato, gli anticomunisti militanti si imbarcavano in un’aperta alleanza col comunismo di Deng Xiaoping, ed in una assai più furtiva con quello di Pol Pot, contro il comunismo vietnamita. 

I liberali si lasciarono portare dalla corrente intellettuale prevalente, come si può constatare comparando i due libri sulla Cambogia scritti da William Shawcross (il primo pubblicato nel 1979, il secondo nel 1984).

Nell’estratto che segue, Evans e Rowley, guardano allo sviluppo dei movimenti comunisti nei tre paesi in questione, replicando alle affermazioni degli analisti occidentali, i quali hanno visto i conflitti fra i tre paesi in questione come espressione di antagonismi “tradizionali”.

Il nuovo ciclo di guerre in Indocina, successivo al 1975, è comunemente oggetto in occidente di due spiegazioni. La prima, avanzata in particolare dalla destra negli Stati Uniti, lo associa all’aggressivo “internazionalismo” dei comunisti vietnamiti e al fallimento dell’intervento statunitense. Secondo i sostenitori di tale tesi, non appena conquistato il Vietnam del Sud, i comunisti hanno rivoto le proprie energie all’assoggettamento dei vicini Laos e Cambogia, senza alcun dubbio per conto di Mosca. Gli USA, paralizzati da un mal riposto senso di colpa, sono rimasti inerti, senza far nulla per salvare le ultime vittime in ordine di tempo dell’aggressione comunista.

Ben pochi esperti di Indocina concorderebbero nell’affermare che le cose siano state così semplici, e per conto nostro dimostreremo quanto una simile interpretazione sia errata nel capitolo 2. In questo capitolo, invece, concentreremo l’attenzione sulla seconda spiegazione, la quale è di gran lunga più influente tra gli specialisti della regione ed i commentatori liberali occidentali. In essa i nuovi conflitti vengono spiegati in termini di trionfo di antichi e radicati antagonismi sui legami ideologici della solidarietà internazionalista e comunista.

Una simile interpretazione ha senza dubbio un qualche fondamento nella retorica degli stessi antagonisti, i quali non hanno esitato nel rintracciare un antico lignaggio per dispute contemporanee. Nel settembre del 1978, il regime di Pol Pot produceva un Libro nero, in cui si dipingeva il presente conflitto come il culmine di cinque secoli di lotta dei Khmer contro l’implacabile espansionismo vietnamita. Quasi del tutto esente dalla retorica marxista-leninista, esso spiegava il conflitto in termini puramente nazionalisti – o meglio, essenzialmente razzisti. Secondo il Libro nero, era nella più “profonda natura” del Vietnam l’essere un “aggressore e un annessionista avido del territorio di altri popoli”. Ciò veniva respinto con indignazione da Hanoi e bollato come “rozza falsificazione” della storia,  e tuttavia, di fronte all’invasione cinese del febbraio 1979, i vertici vietnamiti rispondevano invocando, certo in termini meno rozzi ma chiaramente analoghi, i “duemila anni di lotta contro la dominazione cinese”.

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Il mito dell’imperialismo russo: in difesa dell’analisi di Lenin

di Renfrey Clarke e Roger Annis

Il testo seguente è una versione più lunga di un precedente saggio: Perpetrator or victim? Russia and contemporary imperialism, di Renfrey Clarke e Roger Annis, pubblicato sul sito Links International Journal of Socialist Renewal, nel febraio del 2016.

In tempi recenti, un’aspra controversia si è sviluppata in seno alla sinistra internazionale riguardo al posto occupato dalla Russia nell’odierno sistema capitalistico mondiale. Nello specifico, si tratta di una potenza imperialista, parte integrante del “centro” del capitalismo globale? Oppure le sue caratteristiche economiche, sociali e politico-militari la rendono parte della “periferia”, o semi-periferia, globali – ovvero, parte della maggioranza dei paesi che, a diversi livelli, sono oggetto dell’aggressione e del saccheggio imperialisti? [1]

Tradizionalmente, la sinistra marxista ha utilizzato il termine “imperialismo” con un alto grado di discernimento. Dunque, per i marxisti, l’imperialismo non è un qualcosa che emerge misteriosamente quando i leader si lasciano sovrastare dall'”avidità”. Né può essere ridotto alla semplice azione militare esterna, per quanto aggressiva. Per i marxisti, viceversa, l’imperialismo attuale nasce da specifiche caratteristiche dell’ordine economico e sociale dei paesi capitalistici più avanzati.

Lenin_2La classica definizione marxista di imperialismo nell’epoca moderna è stata fornita da Lenin nel suo pamphlet del 1916,  L’imperialismo, fase suprema del capitalismo. Secondo il punto di vista del leader bolscevico, il capitalismo avanzato emerso nei decenni precedenti presentava le seguenti caratteristiche salienti:

“1) la concentrazione della produzione e del capitale, che ha raggiunto un grado talmente alto di sviluppo da creare i monopoli come funzione decisiva nella vita economica; 2) la fusione del capitale bancario col capitale industriale e il formarsi, sulla base di questo «capitale finanziario», di un’oligarchia finanziaria; 3) la grande importanza acquistata dall’esportazione di capitale in confronto con l’esportazione di merci; 4) il sorgere di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti, che si ripartiscono il mondo; 5) la compiuta ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitalistiche.” [2]

A partire dagli ultimi decenni del XIX secolo, affermava Lenin, le economie dei paesi più industrializzati si erano mosse in direzione di una nuova fase di “capitalismo monopolistico”. Il controllo sulla vita economica da parte delle maggiori concentrazioni di capitale era giunto al punto che, in ognuno di questi paesi, l’influenza detenuta da un gruppo strettamente interconnesso dei più potenti capitalisti, finanziari e industriali, era fuori questione.

Tuttavia, ancora incapaci di trovare campi di investimento per buona parte del capitale accumulato (affetti, in altri termini, da un cronico surplus di capitali), i magnati finanziari-industriali si vedevano costretti a moltiplicare ed intensificare le proprie operazioni all’estero. Con sempre maggior frequenza, le operazioni di mercato del passato venivano ampliate e superate dagli investimenti diretti, gran parte dei quali in regioni in cui lo sviluppo del capitalismo era, in generale, molto più debole. In tali regioni – la “periferia” dell’emergente sistema imperialista – le nuove figure globali egemoni potevano trovare materie prime a basso costo, un’abbondante forza lavoro a bassi salari e clienti per i beni prodotti nei paesi del “centro”. Alla fine del XIX secolo, la necessità di mettere al sicuro i nuovi investimenti e respingere i competitori aveva condotto all’incorporazione di numerose aree della periferia all’interno di vasti imperi coloniali.

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Globalizzazione, nient’altro che un termine contemporaneo per indicare il colonialismo finanziario

di Mark Karlin, Truthout  | Intervista

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I resti della fabbrica di indumenti Rana Plaza, crollata nei pressi di Dacca, Bangladesh, il 30 giugno del 2013. La polizia del paese asiatico, il 1 giugno 2015, ha accusato formalmente del reato di omicidio 41 persone coinvolte nel crollo dell’edificio, il quale ospitava diverse fabbriche di vestiario, crollo che ha causato oltre 1.100 vittime in quello che può essere considerato il più grave disastro nella storia dell’industria dell’abbigliamento. (Foto: Khaled Hasan / The new York Times)

Quali sembianze assumono, oggi, l’imperialismo ed il colonialismo? In Imperialism in the Twenty-First Century, John Smith afferma che le nazioni capitaliste del centro non si affidano più alla forza militare ed al controllo politico diretto degli altri paesi. Invece, esse mantengono una morsa finanziaria sull’emisfero sud, sfruttando il lavoro di tali paesi al fine di incrementare i propri profitti. 

Le nazioni “abbienti” aumentano i profitti delle proprie aziende a spese di lavoratori pesantemente sottopagati dei paesi in via di sviluppo. Le prime definiscono tale stato di cose col termine globalizzazione; è quanto sostiene John Smith, nel suo libro Imperialism in the Twenty-First Century: Globalization, Super-Exploitation, and Capitalism’s Final Crisis. Nell’intervista che segue, rilasciata a Truthout, Smith discute la sua tesi per cui la globalizzazione non sarebbe altro che neocolonialismo sotto un altro nome.

Mark karlin: Perché hai scelto di aprire il tuo libro con il crollo del Rana Plaza, avvenuto a Dacca nel 2013, il quale ha causato la morte di oltre mille operai tessili?

John Smith: Sono tre le ragioni principali. Primo, il disastro del Rana Plaza – un crimine atroce, e non un incidente – ha suscitato le simpatie e la solidarietà di centinaia di milioni di persone in tutto il mondo, e ha ricordato a tutti noi quanto siamo strettamente connessi alle donne ed agli uomini che producono le nostre T-shirt, i nostri pantaloni e la nostra biancheria. Si tratta di una vicenda che incarna le pericolose condizioni di sfruttamento ed oppressione subite da centinaia di milioni di lavoratori nei paesi a basso salario, il lavoro dei quali  fornisce alle imprese dei paesi imperialisti buona parte delle materie prime e dei componenti intermedi, nonché beni di consumo ai lavoratori. Ho voluto portare alla ribalta queste legioni di lavoratori a basso salario sin dall’inizio, al fine di mettere i lettori di fronte al fatto della nostra mutua interdipendenza, oltreché alle grandi differenze nei salari, nelle condizioni di vita e nelle opportunità di cui siamo a conoscenza, ma che troppo spesso scegliamo di ignorare.

Tutto ciò mi porta alla seconda ragione alla base della mia scelta. Fidel Castro, il più grande rivoluzionario dei nostri tempi, ha spiegato la solidarietà internazionale, senza precedenti, di Cuba come un pagamento del suo debito con l’umanità. Noi che viviamo nei paesi imperialisti abbiamo un enorme debito di solidarietà nei confronti delle nostre sorelle e fratelli di nazioni che sono stati, e sono tutt’ora, saccheggiati dai nostri governi e multinazionali! Abbiamo bisogno di ridefinire – o meglio, riscoprire – il reale significato del termine socialismo: la fase di transizione della società tra capitalismo e comunismo, nella quale ogni forma di oppressione e discriminazione che viola l’uguaglianza e l’unità dei lavoratori vengono progressivamente, e coscientemente, superate. È indiscutibile che le principali violazioni di tale uguaglianza, nonché maggiore ostacolo alla nostra unità, derivano dalla divisione tra un pugno di paesi oppressori ed il resto del mondo; i lavoratori dei paesi imperialisti devono prendere il potere politico ed assumere il controllo dei mezzi di produzione al fine di sanare questa mutilante divisione. Ecco ciò che ha determinato la mia decisione di aprire Imperialism in the Twenty-First Century col disastro del Rana Plaza.

Infine, la vicenda del Rana Plaza, e in generale l’industria dell’abbigliamento in Bangladesh, rappresentano un caso di studio estremamente utile, esemplificanti di caratteristiche condivise con altre nazioni manifatturiere a basso salario ed esportatrici. Caratteristiche comprendenti salari bassissimi, predilezione da parte dei padroni per il lavoro femminile e la crescente preferenza delle imprese, con sede nei paesi imperialisti, per il rapporto coi loro fornitori a basso costo, invece degli investimenti diretti esteri. Inoltre, l’analisi dell’industria dell’abbigliamento del Bangladesh pone una serie di questioni e paradossi irrisolvibile per l’economia mainstream e che gli economisti marxisti hanno appena iniziato ad affrontare. Innanzitutto vi è la dottrina mainstream secondo la quale i salari riflettono la produttività, per cui se sono così bassi in Bangladesh ciò significa che la produttività dei suoi lavoratori è corrispondentemente bassa – tuttavia, come si può ritenere veritiero questo considerando l’intensità dei loro ritmi di lavoro e la lunghezza dell’orario? In secondo luogo: qual è il rapporto tra lo spostamento della produzione verso i paesi a basso salario e la crisi economica globale, ancora nelle sue fasi iniziali? Si tratta di un interrogativo assente nei resoconti mainstream, e in buona part di quelli marxisti, della crisi, rendendoli, a mio modo di vedere, del tutto ridondanti. Lo studio del disastro del Rana Plaza e dell’industria dell’abbigliamento del Bangladesh genera dunque una serie di questioni e paradossi che forniscono i temi per i successivi capitoli, in funzione dell’organizzazione complessiva del libro.

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Una breve storia dell’imperialismo francese

di Claude Serfati

Attualmente, il complesso militare-industriale svolge un ruolo essenziale nella morfologia del capitalismo francese. È noto il posto centrale occupato dall’esercito e dagli apparati di sicurezza nella Quinta repubblica. Spesso la genealogia di questo stato di cose viene tracciata a partire dalla Guerra d’Algeria e dalle sue conseguenze costituzionali. Tuttavia, si direbbe che una tale posizione delle forze armate affondi le proprie radici lungo tutto il XX secolo, dalla Comune di Parigi alla Guerra d’Algeria, passando per le guerre di conquista coloniale. Appoggiandosi su di una solida concettualizzazione marxista, Serfati, in questo estratto dal volume Le Militaire, traccia un’impressionante genealogia dei dispositivi imperialisti francesi, evidenziando il ruolo della finanza nell’impresa coloniale, ma anche l’impatto dell’esercito sui rapporti sociali.

«L’eredità culturale non è accettabile se non alla condizione che essa sia la somma del pensiero universale»

André Breton, Entretiens

«Che queste ossa siano i fischietti della rivoluzione»

Benjamin Péret, Peau de tigre

La fine del XIX secolo è stata segnata da trasformazioni radicali nel funzionamento nel capitale. Si deve a John Hobson, economista vicino al socialismo liberale, una prima sintesi interpretativa del tema nella sua opera Imperialism: A Study (1921), nella quale si distingue accuratamente l’imperialismo moderno dagli imperi antichi. I marxisti hanno sviluppato, talvolta seguendo percorsi paralleli, le proprie analisi di tale inedito periodo storico.

Questa «prima mondializzazione», come l’ha definita lo storico dell’economia Paul Bairoch, è stata indotta da un aumento dei flussi di merci, e ancor di più da un considerevole sviluppo delle esportazioni di capitale monetario, investito in operazioni industriali – dando vita alle imprese multinazionali – così come in forma di prestiti agli stati dipendenti. La comparazione tra la Francia e al Gran Bretagna, le quali effettuavano la maggior parte delle esportazioni di capitali (rispettivamente, 20% e 42% del totale nel 1913, ben più avanti della Germania, 13%) è indicativa delle fisionomie nazionali dell’imperialismo. In effetti, le esportazioni di capitali della Francia, notevolmente acceleratesi a partire dagli anni Novanta dell’Ottocento, esibiscono caratteristiche differenti rispetto a quelle di Gran Bretagna e Germania. A prevalere sono i prestiti, piuttosto che gli investimenti diretti nella produzione. Inoltre, sono in larga parte destinati a paesi meno sviluppati, come la Russia (27,03%), l’Impero ottomano e i paesi balcanici, collocati a grande distanza da altre regioni, come Stati Uniti e gli altri paesi caratterizzati da un forte dinamismo industriale.

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La Borsa di Parigi, 1910

In Francia, la diffusione della rendita è di vecchia data. La classe dei rentier ha iniziato a consolidarsi sotto l’Ancien régime grazie ai prestiti concessi ai sovrani per i loro sfarzi e per le guerre, in seguito sotto la Monarchia di luglio ed il Secondo impero, data la necessità di finanziare le spese militari e i conflitti. A partire dalla fine del XIX secolo, il declino relativo nell’emissione di titoli di stato ha spinto gli investitori francesi verso i titoli di stato stranieri, ritenuti sicuri e redditizi, rendendo più dinamico il comparto straniero della Borsa di Parigi. Come illustrato dai lavori di Jean Bouvier, le banche francesi trarranno notevoli profitti dall’incremento di tali prestiti agli stati esteri, mostrandosi invece timorose per quanto riguarda quelli all’industria. Lo scarto in rapporto allo sviluppo industriale dell’Inghilterra, in tal modo, cresce regolarmente, e laddovel’industria tedesca è, nel 1860, inferiore per dimensioni di più della metà rispetto a quella francese nello stesso anno, nel 1913 essa diviene due volte e mezzo più importante. Nel 1917, lo storico Paul Mantoux notava che non solo nella chimica e nella metallurgia, ma anche nei cosiddetti «articoli parigini» (beni di lusso, ma anche giocattoli, ferramenta, ecc.), la Francia aveva un vistoso deficit commerciale.

Il consolidarsi di gruppi sociali dipendenti dalla rendita, dunque, va posto in relazione con la debole tradizione imprenditoriale delle élite francesi. I rentier francesi, quindi, non hanno esitato a privilegiare gli investimenti all’estero, anziché quelli industriali in Francia: le attività estere, alla soglia della Prima guerra mondiale, costituivano il 21,5% del patrimonio finanziario delle famiglie più ricche (1).

I prestiti governativi massicciamente concessi dalla Francia venivano generalmente utilizzati dai paesi debitori al fine di finanziare lo sviluppo delle ferrovie, ma più frequentemente per intraprendere spese improduttive, tra le quali l’acquisto di materiali bellici occupava un posto essenziale. Gli imponenti prestiti a favore dello stato russo ritorneranno sotto forma di interessi, nonché di importanti commissioni di armamenti ai gruppi francesi. Lo stesso processo verificatosi nei casi di Turchia, Grecia e Serbia. Un a buona parte dei crediti garantiti a questi stati da consorzi organizzati dalle banche francesi è servito, alla viglia della Prima guerra mondiale, all’ordinazione di sei cacciatorpediniere e due sottomarini costruiti dalla società Creusot.

L’esportazione dei capitali, la quale consente senza ostacolarla quella delle merci, non rappresenta l’unico tratto distintivo dell’imperialismo. La «mano invisibile del mercato», il cui frutto dovrebbe essere la concorrenza ottimale, genera il suo contrario, ovvero la tendenza alla formazione di grandi imprese – monopoli, nel senso di enormi gruppi dominanti – che si spartiscono i mercati mondiali grazie ai cartelli e ad altre forme, più discrete, di accordo a livello mondiale. Successivamente, queste grandi imprese assumono la forma di società per azioni, segnando il controllo della borsa sulle attività industriali. Hilferding ha teorizzato tale evoluzione sottolineando l’emergere del capitale finanziario, «fusione del capitale industriale e di quello bancario, sotto il controllo delle banche» (2). La sua definizione incentrata sulle banche ha condotto numerosi marxisti a rigettare il concetto di capitale finanziario, da essi giudicato obsoleto considerato l’attuale dominio dei mercati finanziari. Si tratta senza dubbio di un modo per «buttare il bambino con l’acqua sporca», poiché lo schiacciante dominio della finanza contemporanea, al contrario, rende ancor più necessaria una riflessione – certamente critica – sul concetto di capitale finanziario e la sua pertinenza per l’attualità (3).

Il periodo dell’imperialismo ha visto anche la spartizione del mondo tra le grandi potenze, in particolare, sebbene non esclusivamente, nella forma della colonizzazione (cf. Riquadro 1). Nel 1900, il 90% dell’Africa, il 99% della Polinesia, il 56% dell’Asia ed il 27% dell’America, appartenevano alle grandi potenze europee ed agli Stati Uniti. La conquista del mondo rifletteva già la tendenza del capitale a sconfinare oltre le sue frontiere nazionali. Tuttavia, questa spartizione, tutt’altro che consensuale, esacerbava le rivalità tra stati che sarebbero poi sfociate nella guerra mondiale.

Tra le definizioni di imperialismo che sono state proposte, quella di Rosa Luxemburg, secondo la quale «l’imperialismo, è l’espressione politica del processo di accumulazione del capitale nella sua lotta di concorrenza intorno ai residui  di ambienti non-capitalistici non ancora posti sotto sequestro», conserva il suo interesse. Vi si insiste in effetti sull’interazione tra, da una parte, la dinamica internazionale del capitale  – già negli anni Quaranta dell’Ottocento, Marx ed Engels avevano notato che «la tendenza a creare il mercato mondiale è data immediatamente nel concetto stesso di capitale» – e dall’altra, l’organizzazione geopolitica mondiale. Un metodo che consente alla Luxemburg di concentrarsi sul ruolo del militarismo, inteso come strumento per conquistare territori e mercati, ma anche come «un mezzo di prim’ordine per la realizzazione del plusvalore, cioè come campo di accumulazione» per il capitale in cerca di profitti (4). Benché tale analisi sia stata criticata da alcuni marxisti, in quanto fondata su un’interpretazione «sottoconsumista» delle crisi capitalistiche, rimane comunque un lavoro pionieristico, in anticipo sui dibattiti che avranno luogo dopo la Seconda guerra mondiale circa il «keynesismo militare» ed il ruolo delle spese militari nella forte crescita economica dei paesi sviluppati.

Una simile interazione tra la dinamica del capitale e l’organizzazione geopolitica – ciò che può essere definito sistema interstatale – costituisce un problema centrale di questo studio. Certamente, lo stato svolgeva già un suo ruolo determinante in Europa, innanzitutto nelle fasi iniziali dell’espansione del capitalismo, in seguito nel momento della rivoluzione industriale. In Frnacia, la borghesia, spaventata dalle forze popolari da essa scatenate nella sua lotta contro l’assolutismo regio, in particolare tra il 1789 ed il 1793, si era nuovamente affidata allo stato, in forma realista (Luigi Filippo, 1830-1848) poi in forma bonapartista (Secondo impero, 1852-1870), al fine di difendere i propri interessi economici e proteggersi dal movimento operaio. Per queste ragioni, le relazioni tra le classi dominanti e  le istituzioni statali vi erano più strette che in altri paesi europei.

L’imperialismo moderno, tuttavia, ha conferito a questa interazione tra il capitale ed il «suo» stato nazionale un’importanza accresciuta. Si tratta, infatti, di un nuovo periodo storico, che ha combinato su scala mondiale gli effetti devastanti della concorrenza intercapitalistica e lo scontro esplosivo tra rivalità politiche. Dunque, non solo ha prodotto il mercato mondiale, ma anche le guerre tra stati. Gli ultimi decenni del XIX secolo sono stati contrassegnati dai conflitti armati, con l’obiettivo puro e semplice dell’annessione di nuovi territori da parte della Gran Bretagna e della Francia, e secondariamente della Germania. Prendere il controllo di territori e risorse strategiche rappresentava un obiettivo primario. I conflitti tra paesi europei erano in aumento, sia per via diretta – in tal senso, la Guerra franco-prussiana del 1870 è emblematica, ma quella russo-giapponese del 1905 ha avuto conseguenze non meno importanti – , sia indiretta (in particolare nei Balcani).

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L’imperialismo e la trasformazione dei valori in prezzi

di Torkil Lauesen e Zak Cope

Introduzione

Con questo articolo, ci proponiamo di dimostrare che i bassi prezzi dei beni prodotti nel Sud globale, ed il concomitante modesto contributo delle sue esportazioni al prodotto interno lordo del Nord, occultano la reale dipendenza delle economie di quest’ultimo dal lavoro a basso costo del Sud. Dunque, sosteniamo che la delocalizzazione  dell’industria nel Sud globale, nel corso dei tre decenni passati, ha condotto ad un massiccio incremento del valore trasferito al Nord. I principali meccanismi di tale processo consistono nel rimpatrio del plusvalore tramite investimenti diretti esteri, lo scambio ineguale di prodotti incorporanti differenti quantità di valore e l’estorsione per mezzo del servizio del debito.

L’assorbimento di enormi economie del Sud all’interno del sistema capitalistico mondiale, dominato da multinazionali e istituzioni finanziarie con base nel Nord globale, ha posto le prime nella condizione di dipendenze socialmente disarticolate votate all’esportazione. I miseramente bassi livelli dei salari di tali economie trovano fondamento (1) nella pressione imposta dalle loro esportazioni al fine di competere per limitate porzioni del mercato, in larga parte metropolitano, dei consumatori; (2) il drenaggio di valore e risorse naturali, che altrimenti potrebbero essere utilizzati per costruire le forze produttive necessarie all’economia nazionale; (3) l’irrisolta questione agraria sfociante in una sovra offerta di lavoro; (4) governi compradori repressivi, i quali accettano, traendone beneficio, l’ordine neoliberista e sono quindi incapaci e non disposti a concedere aumenti salariali, per timore di stimolare rivendicazioni di maggior potere politico da parte dei lavoratori; e infine (5) frontiere militarizzate così da prevenire la circolazione dei lavoratori verso il Nord globale, e di conseguenza, un equalizzazione dei rendimenti da lavoro.

La globalizzazione imperialista della produzione

Il dibattito circa il trasferimento di valore e lo scambio ineguale non è certo nuovo. Oggi, tuttavia, la produzione di sempre più crescenti porzioni dei beni consumati nel mondo avviene nel Sud globale. La produzione non è, come negli anni Settanta, limitata a semplici e primari beni industriali, come petrolio, minerali, caffè o giocattoli. Piuttosto, malgrado un relativamente basso “valore aggiunto” manifatturiero, praticamente ogni tipo di input e output industriali vengono prodotti nel Sud globale: questi includono prodotti chimici, beni in metallo lavorati, macchinari, prodotti elettronici, mobili e attrezzature di trasporto per tessili, scarpe, indumenti, tabacco e carburanti [1]. Ma perché, e come, è avvenuto un simile cambiamento nella dislocazione della produzione?

Il mutamento nella divisione internazionale del lavoro è il prodotto dell perenne ricerca di maggiori profitti da parte dei capitali, e si basa, in primo luogo, sull’enorme crescita nel numero di proletari integrati nel sistema capitalistico globale, in secondo luogo, sulla sostanziale industrializzazione  del Sud nei tre decenni passati. Ciò è stato reso possibile dalla dissoluzione delle economie del “socialismo realmente esistente” nell’Europa sovietica e dell’est, dall’apertura della Cina al capitalismo globale e dall’esternalizzazione della produzione in India, Indonesia, Vietnam, Brasile, Messico e altri paesi di recente industrializzazione. Il risultato è consistito in un incremento pari ad almeno un miliardo di proletari a basso salario all’interno del capitalismo globale. Oggi oltre l’80 percento dei lavoratori industriali del mondo si trovano nel Sud globale, mentre la proporzione scende costantemente nel Nord (figura 1). Si potrebbe anche parlare di società post-industriale per quanto riguarda il Nord, ma il mondo nel suo complesso è più industriale che mai.

Figura 1. La forza lavoro industriale globale, 1950-2010

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Fonte: John Smith “Imperialism and the Law of Value” Global Discourse 2, no. 1 (2011): 20, https://globaldiscourse.files.wordpress.com. Il dato del 2010 sulla forza industriale è stato estrapolato dalla distribuzione settoriale della forza lavoro, per il 2008, nel Key Indicators of the Labor Market (KILM) dell’International Labor Organization (ILO), 6° edizione (ILO, 2010); popolazione economicamente attiva (EAP), dal database dell’ILO Laborsta, http://laborsta.ilo.org/default.html; le proiezioni circa la forza lavoro industriale nelle “regioni più sviluppate” includono le stime dell’ILO riguardo il declino dovuto alla recessione. Le categorie dell’ILO di regioni “più” o “meno” sviluppate corrispondono, rispettivamente e approssimativamente, a quelle di economie “sviluppate” e “in via di sviluppo”.

L’industrializzazione del Sud non è stata prevista dalla teoria della dipendenza negli anni Sessanta e Settanta. In essa si riteneva che il centro capitalista avrebbe bloccato qualsiasi sviluppo industriale avanzato nella cosiddetta periferia, lasciando quest’ultima nella condizione di fornitrice di materie prime, prodotti agricoli tropicali e semplici produzioni industriali ad alta intensità di lavoro, da scambiare con i più avanzati prodotti industriali del centro stesso. Pochi analisti hanno previsto l’industrializzazione del Sud come guidata dal commercio col capitalismo metropolitano, nonché dagli investimenti di quest’ultimo.

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Libri da tradurre: Ali Kadri, Arab Development Denied

Imperialismo e classe nel mondo arabo

di Max Ajl

Probabilmente, in nessuna altro luogo la violenza limita l’orizzonte quanto nel mondo arabo. Le guerre imperiali hanno demolito lo stato libico e trasformato la Siria in un carnaio. Lo Yemen, il paese più povero della regione, ha fatto da poligono di tiro per i droni USA prima che l’Arabia Saudita, la satrapia regionale in capo per conto degli Stati Uniti, lo attaccasse, precipitandolo nella spirale della carestia. L’Iraq scosso dalle autobombe dell’ISIS dopo decenni di sanzioni e guerra. E la Palestina che continua a sanguinare sotto il giogo del colonialismo israeliano.

In un simile clima di violenza imperiale – in effetti, una vera e propria guerra allo sviluppo – in pochi hanno tenuto salda la propria posizione. La Striscia di Gaza soffre a causa di quello che l’economista politica Sara Roy definisce “de-sviluppo” indotto da Israele [1]. La Siria ha subito un arretramento di oltre mezzo secolo, con un crollo dell’aspettativa di vita e una generazione di giovani uomini perduta [2]. Qual è il motivo di tanta violenza? I mercenari accademici degli studi sulla controinsurrezione si concentrano sul terrorismo come responso  a un’istanza materiale, e sulla guerra occidentale quale risposta [3]. Altri ascrivono il sottosviluppo di quest’area a un misto di inadeguatezza istituzionale e deficit democratico, rimediabile attraverso l’applicazione della potenza USA.

9781783082674Contro tale rappresentazione, Ali Kadri in Arab Development Denied fornisce un brillante e intelligente resoconto di come gli Stati Uniti hanno negato lo sviluppo arabo. Tramite le guerre, il colonialismo e le sanzioni, si e cercato per decenni di prevenire la sovranità della classe lavoratrice nella regione. In alcuni casi, Kadri assume un tono polemico, ma ciò non deve trarre in inganno. L’argomentazione del suo libro è costruita su una conoscenza enciclopedica dei meccanismi della politica macroeconomica, delle interazioni tra scambi di valuta, apertura e chiusura del conto capitale e ruolo dell’investimento pubblico e privato nel mettere in moto ciò che  Gunnar Myrdal definiva “circoli virtuosi” dello sviluppo. Il tutto inserito in una lettura ad amplissimo raggio della storia dell’area in questione, alla quale Kadri fa riferimento con una sin troppo agevole fluidità.

Cosa forse più cruciale, è il recupero compiuto da Kadri del concetto di sovranità, e la sostanza che vi infonde. Egli intende la sovranità come “il diritto da parte dei lavoratori a determinare le proprie condizioni di sussistenza”, chiarendone immediatamente le basi di classe (3). La guerra costituisce il solvente primario della sovranità: a ogni invasione imperiale, a ogni stato avviluppato dall’ombrello di sicurezza statunitense, la sovranità diviene un carapace sempre più essiccato. Inoltre, qualsiasi apparato politico che sfidi il controllo USA, “qualunque piattaforma sociale dalla quale la classe lavoratrice” possa, anche solo potenzialmente, “mettere alla prova la tenuta dell’imperialismo a guida statunitense”finiscono per essere smantellati (7). Ne danno testimonianza la distruzione della Libia, la tentata devastazione della Siria e l’attacco continuo all’Iran da parte degli Stati Uniti. Come scrive Kadri, “le guerre dislocano i lavoratori e i contadini e rimuovono le risorse nazionali dal controllo politico, anche potenziale, delle classi lavoratrici nazionali” (7). Egli mette in chiaro come la distruzione dello stato e delle sue istituzioni precluda anche la possibilità dello sviluppo. I capitoli successivi ampliano questa problematica di base.

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Intervista a John Smith, autore di Imperialism in the twenty-first century

Il volume di John Smith sull’imperialismo è un lavoro innovativo che getta una luce inedita sul super-sfruttamento del sud globale. Daphna Whitmore di Redline lo ha intervistato a proposito del suo libro.

imperialismcoverDW: Innnanzitutto, vorrei ringraziarti per aver scritto Imperialism in the twenty-first century. Si tratta di un argomento imponente e il tuo libro prende in considerazione un materiale amplissimo e di grande interesse – quanto tempo ha richiesto un simile lavoro?

JS: Alla fine degli anni Novanta, la globalizzazione della produzione e il suo spostamento, a livello globale, verso i paesi a basso reddito stavano prendendo piede su scala così vasta che era impossibile non notarlo; il che valeva anche per ciò che stava guidando tali processi, vale a dire gli elevati livelli di sfruttamento disponibili in paesi come il Messico, il Bangladesh e la Cina. Era indispensabile una teoria in grado di spiegare tutto questo, ma per rendersi conto di ciò che stava accadendo erano sufficienti un paio di buoni occhi. Era naturale studiare il comportamento delle multinazionali industriali, le TNC [Transnational corporation, n.d.t.] non finanziarie, considerato che si trattava dei principali agenti e beneficiari della globalizzazione – ed è appunto ciò che si stava facendo! Del resto, anche una formazione di base comprendente la teoria marxista del valore ci spingeva a prestare attenzione ai cambiamenti nella sfera della produzione… Per tutte queste ragioni, è stato uno shock scoprire che il marxismo, o meglio i marxisti, avevano ben poco da dire riguardo a questi fatti inediti.

Così, influenzato dalle teorie della dipendenza e dello scambio ineguale (o più esattamente, insoddisfatto da quelli che ho definito tentativi euro-marxisti di confutarle), ho iniziato, nel 1995, il lavoro che sarebbe sfociato nel libro, circa il periodo in cui ho abbandonato la Communist League, correlativo dello SWP [Socialist Workers Party, n.d.t.] degli Stati Uniti in Gran Bretagna (venne chiusa la sezione di Sheffield, io restai…). Nel 1997 ho scritto un primo abbozzo – un pamphlet/saggio intitolato, ‘Imperialism and the law of value’. Un ulteriore impegno in questo senso è stato interrotto, a partire dal 1998, dalla campagna contro le sanzioni e la guerra all’Iraq, fino a quando ho lasciato il mio lavoro nelle telecomunicazioni nel 2004, e dato il via alle ricerche per ‘Imperialism and the globalisation of production’, la mia tesi di dottorato portata a termine nel 2010. I contenuti del libro sono più ampi rispetto alla tesi, ma l’argomento di fondo si trova già tutto lì, e ha iniziato a circolare – è stata scaricata più di tremila volte, dunque più della prima tiratura del volume.

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Otello nel paese dei soviet: su Paul Robeson

di Matthieu Renault

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Paul Robeson (1898-1976), cantante e attore afroamericano, prima «star» nera dell’epoca delle industrie culturali, lungo tutto il corso della sua carriera ha tentato di coniugare la pratica artistica e l’impegno politico – all’incrocio tra le lotte nere-anticoloniali e quelle operaie. Nel testo che segue, Matthieu Renault si propone di rivisitare la traiettoria di questa importante figura del teatro, del cinema e della musica, discutendo la portata estetico-politica di un’opera polimorfa, la quale ha costantemente ritenuto l’impegno nei confronti delle politiche di emancipazione uno dei suoi obiettivi centrali: nel senso di un’utopia concreta manifestantesi nel cuore stesso della matteria artistica.

Nel febbraio 1898, Paul Leroy Robeson nasce a Princeton nel New Jersey. Figlio di un’istitutrice quacchera (Maria Louisa Butsill) e di un pastore della chiesa presbiteriana (William Drew Robeson) nato schiavo , il quale, all’età di quindici anni, era fuggito insieme al fratello da una piantagione (Roberson) in Carolina del Nord. Nel 1915 Robeson accede alla Rutgers University – all’epoca è l’unico studente nero – dove si distingue per le sue performance sportive come giocatore di football americano, le quali gli valgono la nomina nell’equipe «All-America» nel 1917 e nel 1918. Nel 1919 sostiene una tesi sul XIV emendamento alla Costituzione degli Stati Uniti ratificato nel 1868, tre anni dopo la fine della Guerra di secessione e l’abolizione della schiavitù, con l’obiettivo di tutelare i diritti degli ex-schiavi (1). Lo stesso anno entra alla facoltà di diritto della New York University, prima di raggiungere la Columbia nel semestre successivo, impegnandosi contemporaneamente come allenatore di football. Tuttavia, Robeson non abbraccerà né la carriera legale né quella sportiva, bensì quella artistica. Essendosi già fatto notare, durante gli studi, per le sue qualità di oratore e la sua voce potente, si rende conto nei primi anni Venti di possedere doti canore che gli varranno ben presto la fama internazionale. Si distingue, inoltre, nel teatro e, in seguito, nel cinema. Nel corso degli anni Trenta, ben prima dell’emergere di figure a noi più note, Robeson diviene la prima «star» nera mondiale dell’era delle industrie culturali.

Sempre in questi anni si verifica in Robeson una radicale presa di coscienza politica, la quale ha come punto di partenza la rivendicazione delle sue radici africane e che lo condurrà a impegnarsi su molteplici fronti – questione nera americana, difesa dell’Unione Sovietica e delle realizzazioni del socialismo, Guerra di Spagna e opposizione al fascismo, antimperialismo e lotte anti-coloniali in Africa, Asia ecc. Il tutto con l’obiettivo permanente di riconoscere, al contempo, l’irriducibile singolarità di queste lotte, e la loro connessione intima in un processo di liberazione, il quale ai suoi occhi non può che definirsi su scala globale. Un simile impegno non ha costituito in alcun modo un «a parte» rispetto alla pratica professionale di Robeson; al contrario, egli  ha sempre tenuto a che le sue performance artistiche fossero anche performance politiche, nonché a fare della scena il luogo nel quale non solo si esprimessero, ma si reinventassero, le politiche (internazionaliste) di emancipazione. Il percorso e gli scritti di Robeson, dunque, ci invitano a riesaminare i rapporti tra radicalismo comunista-marxista e estetica, alla luce degli intrecci tra lotte nere-anticoloniali e lotte delle masse operaie nel XX secolo, e viceversa.

Il colore di Otello

Lo scorso ottobre, il quotidiano Le Monde ha pubblicato un articolo dal titolo rivelatore: «Otello interpretato da un bianco: il teatro francese è razzista?» (2); a essere chiamata in causa la messa in scena della tragedia di Shakespeare al teatro Odéon con, nel ruolo del «Moro di Venezia», un attore bianco (Philippe Torreton). Si protrarrebbe in tal modo una lunga tradizione, eredità della storia coloniale, di occultamento delle origini africane di Otello nei teatri francesi. Lungi dal’essere un’eccezione francese, la questione del colore della pelle di Otello, del suo significato drammaturgico e della sua rappresentazione scenica, è stata, oltremanica e oltre atlantico, al cuore di accesi dibattiti almeno dall’inizio del XIX secolo.

È vero che Shakespeare stesso, all’avvicinarsi del XVII secolo, aveva indubbiamente concepito Otello come un personaggio nero. Ne sia prova il fatto che, lui vivente, il generale moro veniva generalmente interpretato da attori bianchi col viso truccato di nero. Quanto al carattere di Otello, definito dalla sua propensione alla gelosia e a una emotività eccessiva, corrispondeva pienamente agli stereotipi razziali dell’epoca di Shakespeare. Ma a partire dal XIX secolo, numerosi critici, come Samuel Taylor Coleridge, rimetteranno in discussione l’identità «negra» di Otello; e il celebre attore shakespeariano Edmund Kean, giocando sul’ambiguità della categoria «Moro», opterà per un Otello dalla carnagione più chiara, «abbronzata» per così dire. In un’epoca nella quale l’istituzione della schiavitù era ancora ben radicata, col razzismo scientifico in piena fioritura e nella quale le unioni interrazziali venivano percepite  come la peggiore delle perversioni del’ordine naturale, per molti appariva inconcepibile che il più grande drammaturgo inglese avesse potuto dipingere l’amore di una bianca (Desdemona) per un Africano. Eppure, eccezione che conferma la regola, nel secondo quarto del XIX secolo, un attore afroamericano, Ira Alridge, al quale ogni carriera negli Stati Uniti era proscritta a causa del colore della pelle, riuscì ad affermarsi come una figura maggiore del teatro shakespeariano al livello europeo per le sue performance nel ruolo di Otello, ma anche di personaggi bianchi: Re Lear, Amleto, Riccardo III e altri (3). Tuttavia, per quanto a partire dal XIX secolo il teatro afroamericano si sviluppi riservando un posto speciale al repertorio shakespeariano, bisognerà attendere quasi un secolo, e l’anno 1930, perché un nero incarni di nuovo Otello sulla scena teatrale londinese; si tratterà ancora una volta di un attore afroamericano: Paul Robeson.

Sei anni prima, nel 1924, Robeson incontrava il suo primo grande successo teatrale a New York nel dramma di Eugene O’Neill The Emperor Jones, quasi un soliloquio, il quale racconta in prima persona le avventure di Brutus Jones, afroamericano che voleva essere imperatore di un’isola caraibica. Il dramma viene portato l’anno seguente a Londra, dove nel 1928 Robeson, appena trentenne, ottiene una notorietà che si estende già ben oltre il West End grazie alla sua partecipazione alla commedia musicale Show Boat – nella quale interpreta la canzone Ol’ Man River alla quale il suo nome resterà legato. Ciò non di meno la scelta di Robeson per vestire i panni di Otello al teatro Savoy è tutt’altro che scontata, in un’epoca nella quale è radicata l’idea di Otello come nordafricano («arabo») più che Africano, e nella quale la questione razziale rimane centrale, in alcuni desta inquietudine che un nero possa stringere sulla scena un’attrice bianca (Peggy Aschroft nel ruolo di Desdemona). Robeson non è all’oscuro di simili dibattiti, e oltre agli sforzi compiuti al fine di occultare il proprio accento nordamericano, egli si impegna a fare della su incarnazione di Otello una dimostrazione dell’africanità del suo eroe (del suo «sangue etiope») e una sovversione degli stereotipi razziali. A questo scopo, appare fondamentale mostrare come il motore della tragedia shakespeariana non sia la gelosia, presunta naturale, di Otello, bensì il suo onore, la rivendicazione di una dignità la quale rimane per i popoli africani e di origine africana un’esigenza sempre attuale, così come afferma Robeson in un’intervista del 1930:

Credo sia un dramma estremamente moderno poiché il problema che pone è quello del mio stesso popolo. […] È la tragedia del conflitto razziale, una tragedia dell’onore pi che della gelosia. Shakespeare lo presenta come una figura nobile. egli è importante per lo stato [veneziano]. […] È perché si tratta di uno straniero tra i bianchi che la sua mente è così pronta, perché sente il disonore più profondamente. Il suo colore acuisce la tragedia (4).

Alcuni giorni più tardi, Robeson si spinge a fare l’elogio di uno Shakespeare che sarebbe stato «il primo a fare riferimento a ciò che oggi è noto come «barriera del colore» (colour bar) (5)». Tuttavia, la concezione di Robeson riguardo ciò che dovrebbe essere il carattere di un personaggio teatrale nero-africano mantiene delle innegabili affinità con la rappresentazione dei critici e registi bianchi – sia pur trasformando in qualità quelli che vengono sistematicamente percepiti come difetti. In effetti, Robeson insiste sul fatto che chiunque voglia cogliere la personalità di Otello dovrebbe tenere a mente «quella parte di sé derivante dal vero e proprio selvaggio e che lo porta a uccidere la moglie» (6). E ripete in più occasioni, facendo di tale convinzione il principio guida della propria interpretazione, quanto sia necessario all’attore che recita Otello esprimere «la semplicità essenziale» del personaggio, il carattere «immediato» delle sue reazioni, le quali lo fanno cadere nella trappola tesa da Iago (7).

È nel corso degli anni Trenta che si forma la coscienza politica e razziale di Robeson, ormai stabilitosi in Inghilterra. E come nel caso di molti altri neri nordamericani e caraibici questa politicizzazione segna «la svolta» la (ri)scoperta culturale del «continente nero». A partire dl 1934, Robeson segue dei corsi alla School of African and Oriental Studies dandosi a uno studio approfondito di diverse lingue africane: swahili, yoruba, efik, ashanti ecc. Inizia a sottolineare l’incontestabile parentela tra le culture nere americane, da un lato,  e africane, dall’altro, dichiarando con forza come d’ora in poi metterà la propria arte al servizio «di tale idea centrale: l’essere africano» (8). Questo compito implica di «non scimmiottare più i bianchi», di non cercare di conquistare l’uguaglianza «sul terreno proprio ai bianchi»; poiché «la conquista della natura» nelle quale si irresistibilmente lanciato l’occidente ha generato una dissociazione tra la sfera «intellettuale» e quella «emozionale», essa stessa fonte di un esaurimento del sentimento artistico: «Talvolta ho l’impressione di essere  il solo nero vivente che non preferirebbe essere bianco. […] Per il resto della mia vita penserò e sentirò come un africano – non come un bianco» (9).

Robeson fa appello alla creazione di un’arte nera, in rottura col desiderio fanatico «di assorbire le arti occidentali», che non ha niente a che vedere con un «ritorno alle capanne e ala giungla». È assolutamente necessario mettere in scena dei «drammi neri» scritti da neri e interpretati da neri. Tuttavia, per Robeson, una tale affermazione razziale non dovrebbe condurre a respingere ciecamente tutte le opere  occidentali, bensì ad adottare nei loro confronti un’attitudine radicalmente nuova: «Non abbiamo intenzione di limitarci a dei drammi neri. Ciò sminuirebbe la nostra causa. Vogliamo mettere in scena alcuni dei classici scritti da europei, ma che trattano dell’uomo, dell’essere umano, indipendentemente dal suo colore, dalla sua casta o dalla sua fede» (10). L’obiettivo per il nero non consiste esclusivamente nel disfarsi dell’influenza della cultura bianca, ma anche, e sopratutto, di guadagnare «un nuovo posto nel mondo» (11). A testimonianza di ciò vi è il desiderio di Robeson, espresso a più riprese, d’avere l’opportunità di incarnare altre figure, bianche, del repertorio shakespeariano, innanzitutto Re Lear. Nel 1924 egli dichiara: «Quando un nero fa un buon lavoro come attore tutti parlano di Otello. Certamente penso a Otello, ma come a una sorta di consacrazione. Penso anche ad altri ruoli. Spero giunga il tempo in cui gli attori neri non saranno confinati in ruoli di neri» (12).

Un momento che non arriverà mai per lo stesso Robeson, ciò nonostante, di ritorno negli Stati Uniti all’inizio della Seconda guerra mondiale, egli conosce un nuovo momento di gloria con la messa in scena di Otello a New York, al Shubert Theatre, a Broadway, nel corso della stagione 1943-1944. In un periodo nel quale la segregazione è a pieno regime e il movimento per i diritti civili non è ancora entrato in scena, Robeson, primo afroamericano a indossare i panni di Otello in una produzione bianca negli Stati Uniti, ha ormai piena coscienza delle implicazioni politiche della sua interpretazione:

Io recito e parlo per i neri come solo Shakespeare era capace di fare. Questo dramma verte sul problema delle minoranze. Riguarda un moro dalle tinte nere (Blackmooor) il quale cerca l’uguaglianza in mezzo ai bianchi. È fatto a posta per me. […] Un dramma di enorme interesse per noi, moderni, posti come siamo di fronte al problema delle relazioni tra razze e culture diverse. Senza dubbio, è anche un dramma sul’amore, la gelosia, la fierezza l’onore – emozioni comuni a tutti gli uomini (13).

Robeson fa della figura individuale di Otello, e di Shakespere stesso, il portaparola dell’intera minoranza nera americana. Paradossalmente è il dramma particolare vissuto da Otello, in quanto membro di una razza oppressa, a permettere a Shakespeare di farne il rappresentante di passioni umane universali, così come sostiene Robeson in una delle «riflessioni su Otello» datata 1945:

È assolutamente affascinante vedere a qual punto gli spettatori americani, da un capo all’altro del paese, trovino l’Otello di Shakespeare attuale, dolorosamente evidente nella sua rappresentazione del male, dell’innocenza, della passione, della dignità e della nobiltà, e attuale per la sua evocazione  di uno scontro di culture, dei limiti dell’ospitalità riservata a colui che proviene da una minoranza e delle conseguenze che tutto ciò ha su di lui. In tale contesto, la gelosia del personaggio diviene più verosimile, le offese alla sua fierezza più comprensibili, il crollo finale del suo mondo personale, individuale, tanto più inevitabile. Ma al di là della tragedia personale, la terribile agonia di Otello, la perdita irrimediabile del suo mondo, la distruzione completa dei valori in cui credeva e che riteneva sacri, tutto ciò indica il collasso di un universo (14).

Facendo proprie le tesi di Theodore Spencer esposte in Shakespeare and the Nature of Man (1942), Robeson è sicuro che il mondo nel quale è stato concepito l’Otello era un mondo prossimo ad affondare. L’epoca di Shakespeare è un periodo di transizione, scosso da convulsioni, tra il Medioevo e il Rinascimento, un epoca tragica per definizione. Ora, agli occhi di Robeson, il mondo della Seconda guerra mondiale è anch’esso un mondo di rovine, il quale porta in sé «un mondo nuovo»: «ci troviamo alla fine di un periodo della storia umana e prima del’inizio di uno nuovo. Tutti i nostri principi e le nostre credenze acquisite vengono rimesse in causa» (15). Per Robeson, come vedremo, questo nuovo mondo corrisponde a quello annunciato dalle lotte antimperialiste, prefigurate dalla Rivoluzione del 1917.

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L’imperialismo nel XXI secolo

di John Smith

Introduzione

La globalizzazione della produzione e il suo spostamento verso i paesi a basso reddito costituiscono una delle più significative e dinamiche trasformazioni dell’era neoliberista. La sua forza trainante fondamentale consiste in quello che numerosi economisti chiamano “arbitraggio globale del lavoro”: lo sforzo compiuto dalle imprese in Europa, Nord America e Giappone al fine di tagliare i costi e aumentare i profitti rimpiazzando il relativamente ben pagato lavoro domestico con manodopera estera a basso costo, ciò sia attraverso l’emigrazione della produzione (la cosiddetta “esternalizzazione”) sia tramite l’emigrazione dei lavoratori. La riduzione dei dazi e la rimozione delle barriere ai flussi di capitali hanno stimolato la migrazione della produzione in direzione dei paesi a basso reddito, ma la militarizzazione delle frontiere e il crescere della xenofobia hanno creato l’effetto opposto sulla migrazione dei lavoratori provenienti da questi stessi paesi – non fermandoli del tutto, bensì inibendo il loro flusso e aggravando il già vulnerabile status di serie B dei migranti. Di conseguenza, le fabbriche attraversano liberamente il confine USA-Messico e passano agevolmente i muri della fortezza Europa, così come le merci in esse prodotte e i capitalisti  che le possiedono, mentre gli esseri umani che vi lavorano non godono del diritto di passaggio. Si tratta di una parodia di globalizzazione – un mondo senza frontiere per tutto e tutti a esclusione dei lavoratori.

I differenziali salariali globali, in larga misura derivanti dalla soppressione della libertà di movimento del lavoro, forniscono un riflesso distorto delle differenze globali nel tasso di sfruttamento (in parole semplici, la differenza tra il valore generato dai lavoratori e ciò che viene loro pagato). Lo spostamento verso sud della produzione significa che i profitti delle aziende con sede in Europa, Nord America e Giappone, il valore di tutte le tipologie di attività finanziarie provenienti da tali profitti, e i livelli di vita dei cittadini di queste nazioni, sono divenuti fortemente dipendenti dagli alti tassi di sfruttamento dei lavoratori nelle cosiddette “nazioni emergenti”. È necessario, dunque, riconoscere nella globalizzazione neo-liberale una nuova e imperialista fase dello sviluppo capitalistico, laddove “l’imperialismo” è caratterizzato dalla sua essenza economica: lo sfruttamento del lavoro vivo del Sud da parte dei capitalisti del Nord.

Nella prima parte verranno esposti i risultati di un’analisi empirica del trasferimento globale della produzione verso le nazioni a basso reddito, nonché identificata la sua caratteristica fondamentale: il super-sfruttamento imperialista (1); la seconda parte cercherà di spiegare tale fenomeno nei termini della teoria del valore di Marx, innanzitutto ripercorrendo il dibattito degli anni Sessanta e Settanta tra la teoria della dipendenza e i suoi critici marxisti “ortodossi”, successivamente riflettendo sulla teoria dell’imperialismo di Lenin, e per concludere, offrendo una rilettura critica del Capitale di Marx.

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La guerra di Mitterand

Nella carriera politica di François Mitterrand le atrocità francesi in Algeria hanno rappresentato delle pietre miliari nel corso della scalata al potere.

di Ian Birchall

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François Mitterrand e Chadli Bendjedid durante un incontro in Algeria nel 1981. Photo Vintage France

La storia completa dell’imperialismo francese nel XX secolo sta lentamente venendo alla luce. Ciò che appare particolarmente sconvolgente è a qual punto le organizzazioni e i singoli individui appartenenti alla sinistra ne siano stati complici sino in fondo.

François Mitterand sarà ricordato come il presidente socialista della Francia dal 1981 al 1985, tuttavia egli ha avuto una parte di primo piano nella politica francese già molti anni addietro, culminata nel ruolo giocato nel governo Mollet durante la Guerra d’Algeria. Dopo la fine della Seconda guerra mondiale la Francia è determinata a conservare il proprio impero, specialmente in Indocina e Algeria.

Determinazione che ha condotto a una durissima guerra nel sud-est asiatico, nonché a una selvaggia repressione in Madagascar nel 1947, nel corso della quale ci sono state migliaia di vittime. Mitterand ha espresso pieno sostegno a tale repressione.

Nel 1954 la lotta algerina per l’indipendenza nazionale, guidata dal Fronte di Liberazione Nazionale (FLN), ha inizio. Il governo francese definisce i membri del FLN criminali piuttosto che attivisti politici, inviando sempre più truppe in Algeria al fine di ripristinare “l’ordine”.

Uno degli aspetti più inquietanti della Guerra d’Algeria è come le tradizionali organizzazioni della classe lavoratrice abbiano abbandonato qualsiasi pretesa di internazionalismo.

Guy Mollet, leader della Sezione francese dell’Internazionale operaia (SFIO), è stato responsabile, come primo ministro, dell’escalation bellica, e  il Partito comunista francese (PCF) – con l’obiettivo di rilanciare il “Fronte popolare” – ne ha supportato  la decisione di introdurre i “poteri speciali” allo scopo di schiacciare il movimento di liberazione nel paese nord-africano.

Il ruolo di François Mitterand è stato meno discusso. Dopo l’indipendenza algerina né Mitterand né i suoi sostenitori (alcuni dei quali già esponenti della sinistra) erano interessati a indagare il suo operato durante la guerra; ciò nonostante, un libro del 2010, scritto in collaborazione dallo storico Benjamin Stora e dal giornalista politico François Malye – basato sulle testimonianze dei contemporanei e su di una documentazione in precedenza mai utilizzata – ci fornisce un quadro più chiaro.

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