John Bellamy Foster, cinque risposte su marxismo ed ecologia

Il marxismo può rafforzare la nostra comprensione della crisi ecologica? L’autore di Marx’s Ecology, John Bellamy Foster, replica alle critiche su temi quali frattura metabolica, sviluppo umano sostenibile, decrescita, crescita demografica e industrialismo.

Introduzione: il sito indiano Ecologize ha recentemente pubblicato la prefazione scritta da John Bellamy Foster al libro di Ian Angus, Facing the Anthropocene. Nel commentare l’articolo di Foster, il giornalista ed attivista Saral Sarkar, il quale definisce il proprio punto di vista come eco-socialista, solleva alcuni interrogativi che sfidano l’utilità dell’analisi marxista ai fini della comprensione della crisi ecologica globale. La replica di Foster è stata pubblicata da Ecologize il 26 marzo.

Lo scambio, qui riproposto, affronta importanti questioni circa le prospettive marxiste sulla crisi ecologica globale.

ALCUNE DOMANDE PER JOHN BELLAMY FOSTER

di Saral Sarkar

Il professor Bellamy Foster è un rinomato studioso. E se il suo lavoro ha anche lo scopo di servire le cause nelle quali è impegnato, di certo vorrà rispondere alle seguenti domande/commenti di un lettore di quest’articolo:

Quale utilità può avere sostituire la nozione comunemente usata e ben comprensibile di “grande crisi ecologica” con quella marxiana, poco conosciuta e di difficile comprensione, di “frattura metabolica nel rapporto tra l’uomo e la terra”?

Vi sono alcune altre dichiarazioni/frasi che suscitano commenti critici: ad esempio, “creare un mondo di sviluppo umano sostenibile…”. Questo in particolare mi ha fatto sgranare gli occhi. “Sviluppo sostenibile”, sin dagli anni Ottanta, ha rappresentato una parola d’ordine dell’economia dello sviluppo capitalista. Ma il concetto non indicava niente di nuovo. Ovviamente, Bellamy Foster ricorre all’attributo aggiuntivo “umano”. Tuttavia, “sviluppo umano” è anch’esso un concetto in circolazione da lungo tempo. In parole povere, cos’altro significa se non crescita economica sostenibile?

Una semplice domanda: Bellamy Foster ritiene o meno che l’eco-socialismo dovrebbe avere come obiettivo immediato l’avvio di una politica di decrescita, una contrazione dell’economia nonché della popolazione? E come obiettivo di lungo termine un’economia socialista di stato stazionario ad un basso livello?

Sappiamo quanta devastazione ecologica hanno causato l’Unione Sovietica ed altri paesi “socialisti” dell’europa dell’est. Non è dunque corretto, a mio modo di vedere, affermare che “è il capitalismo… che rappresenta la nostra “casa in fiamme”. Non sarebbe più accurato, perché più realistico, sostenere che l’industrialismo costituisce da ben due secoli la nostra casa in fiamme, essendo capitalismo e “socialismo” nient’altro che due varianti dello stesso modo di vivere industriale?

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Libri da tradurre: Ali Kadri, Arab Development Denied

Imperialismo e classe nel mondo arabo

di Max Ajl

Probabilmente, in nessuna altro luogo la violenza limita l’orizzonte quanto nel mondo arabo. Le guerre imperiali hanno demolito lo stato libico e trasformato la Siria in un carnaio. Lo Yemen, il paese più povero della regione, ha fatto da poligono di tiro per i droni USA prima che l’Arabia Saudita, la satrapia regionale in capo per conto degli Stati Uniti, lo attaccasse, precipitandolo nella spirale della carestia. L’Iraq scosso dalle autobombe dell’ISIS dopo decenni di sanzioni e guerra. E la Palestina che continua a sanguinare sotto il giogo del colonialismo israeliano.

In un simile clima di violenza imperiale – in effetti, una vera e propria guerra allo sviluppo – in pochi hanno tenuto salda la propria posizione. La Striscia di Gaza soffre a causa di quello che l’economista politica Sara Roy definisce “de-sviluppo” indotto da Israele [1]. La Siria ha subito un arretramento di oltre mezzo secolo, con un crollo dell’aspettativa di vita e una generazione di giovani uomini perduta [2]. Qual è il motivo di tanta violenza? I mercenari accademici degli studi sulla controinsurrezione si concentrano sul terrorismo come responso  a un’istanza materiale, e sulla guerra occidentale quale risposta [3]. Altri ascrivono il sottosviluppo di quest’area a un misto di inadeguatezza istituzionale e deficit democratico, rimediabile attraverso l’applicazione della potenza USA.

9781783082674Contro tale rappresentazione, Ali Kadri in Arab Development Denied fornisce un brillante e intelligente resoconto di come gli Stati Uniti hanno negato lo sviluppo arabo. Tramite le guerre, il colonialismo e le sanzioni, si e cercato per decenni di prevenire la sovranità della classe lavoratrice nella regione. In alcuni casi, Kadri assume un tono polemico, ma ciò non deve trarre in inganno. L’argomentazione del suo libro è costruita su una conoscenza enciclopedica dei meccanismi della politica macroeconomica, delle interazioni tra scambi di valuta, apertura e chiusura del conto capitale e ruolo dell’investimento pubblico e privato nel mettere in moto ciò che  Gunnar Myrdal definiva “circoli virtuosi” dello sviluppo. Il tutto inserito in una lettura ad amplissimo raggio della storia dell’area in questione, alla quale Kadri fa riferimento con una sin troppo agevole fluidità.

Cosa forse più cruciale, è il recupero compiuto da Kadri del concetto di sovranità, e la sostanza che vi infonde. Egli intende la sovranità come “il diritto da parte dei lavoratori a determinare le proprie condizioni di sussistenza”, chiarendone immediatamente le basi di classe (3). La guerra costituisce il solvente primario della sovranità: a ogni invasione imperiale, a ogni stato avviluppato dall’ombrello di sicurezza statunitense, la sovranità diviene un carapace sempre più essiccato. Inoltre, qualsiasi apparato politico che sfidi il controllo USA, “qualunque piattaforma sociale dalla quale la classe lavoratrice” possa, anche solo potenzialmente, “mettere alla prova la tenuta dell’imperialismo a guida statunitense”finiscono per essere smantellati (7). Ne danno testimonianza la distruzione della Libia, la tentata devastazione della Siria e l’attacco continuo all’Iran da parte degli Stati Uniti. Come scrive Kadri, “le guerre dislocano i lavoratori e i contadini e rimuovono le risorse nazionali dal controllo politico, anche potenziale, delle classi lavoratrici nazionali” (7). Egli mette in chiaro come la distruzione dello stato e delle sue istituzioni precluda anche la possibilità dello sviluppo. I capitoli successivi ampliano questa problematica di base.

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