L’incompiuta rivoluzione irlandese

Il periodo rivoluzionario innescato dalla Rivolta di Pasqua del 1916 ha offerto la prospettiva di un’Irlanda autenticamente democratica.

di Ronan Burtenshaw e Séan Byers

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Non vi è consenso tra gli storici dell’Irlanda sugli eventi del 1916-23, se possano essere considerati una rivoluzione o, eventualmente, su come simile rivoluzione debba essere interpretata.

Fianna Fáil, a lungo il partito politico di maggior successo della repubblica, ha favorito una narrazione che usa la rivolta del 1916 al fine di legittimare lo stato contemporaneo. Una narrazione limitata e nazionalista, che lega il suo leader, Pádraig Pearse e i suoi contemporanei al cattolicesimo conservatore del XX secolo.

Il rivale nel campo della borghesia irlandese, Fine Gael, raccoglie numerosi sostenitori del nazionalismo costituzionale del movimento per l’autogoverno. Meno critici rispetto al dominio britannico in Irlanda, tendono a minimizzare se non screditare l’insurrezione del 1916 come una tragica disavventura.

La sinistra dovrebbe rigettare sia la narrazione tradizionale che quella revisionista. In questo momento di rinnovata militanza della classe lavoratrice nell’isola, è necessario un approfondimento  del periodo rivoluzionario irlandese, il quale abbraccia la lotta per l’indipendenza nel contesto della rivoluzione democratica e sociale cui aspiravano molti dei suoi partecipanti.

Quale tipo di rivoluzione?

La rivoluzione irlandese è stata innanzitutto nazionale. Tuttavia interpretarla esclusivamente in questi termini significherebbe trascurarne la complessità. E non semplicemente perché si è trattato di un movimento dal forte carattere operaio e internazionalista. Bensì perché l’economia politica del dominio coloniale, in Irlanda, ha intrecciato gli aspetti nazionale, democratico e sociale.

La rivolta degli Irlandesi Uniti nel 1798, appoggiata dalla Repubblica francese, ha rappresentato una fonte d’ispirazione per la successiva tradizione radicale. Ma laddove gli aspetti politici della ribellione vengono spesso citati, le sue conseguenze sull’economia sono non di rado sottostimate. Dopo aver sedato la sollevazione, il governo britannico limitò severamente l’autonomia irlandese all’interno dell’impero, sciogliendo quello che era noto come “Parlamento di Grattan” nell’Atto di unione del 1800. Nonostante tale misura combinasse i due regni in un’unione più ampia, l’effetto concreto è stato di instaurare un diretto domino coloniale sull’Irlanda.

I risultati furono di portata devastante per l’economia dell’Irlanda del sud. Nel 1800, in quanto sede del governo, centro commerciale e finanziario, nonché fulcro dell’industria tessile, Dublino era la seconda città del più grande impero al mondo. Il dominio diretto, col ritorno dei poteri fiscale e economico a Westminster, cui va aggiunto l’aumento delle tariffe sulle merci irlandesi, causò un esodo di pari irlandesi, e dei loro investimenti, in Gran Bretagna. In sessant’anni Dublino venne relegata a sesta città più popolosa del Regno Unito.

Mentre introduceva tariffe al fine di proteggere la propria industria, il governo britannico adottava l’approccio del laissez-faire rispetto all’interventismo economico nell’ambito del welfare. Un approccio che ha contribuito alla Grande carestia del 1845-52. Le esportazioni dall’Irlanda alla Gran Bretagna proseguirono, nonostante la morte di circa un milione di persone e l’emigrazione di altrettante. Come il Conte di Clarendon, lord luogotenente d’Irlanda, scrisse al primo ministro nel 1857, “Nessuno può arrischiarsi ora a contestare il fatto che l’Irlanda è stata sacrificata ai commercianti di grano londinesi… e che alcuno stento si sarebbe verificato se l’esportazione del grano irlandese fosse stata proibita”.

Oltre a dimezzare la popolazione dell’isola, la carestia modificò profondamente l’economia politica dell’Irlanda rurale, liberando enormi distese di terra prima coltivata da piccoli proprietari. Nel 1841 solo il 18 percento delle aziende irlandesi superavano i 15 acri. Dieci anni dopo erano giunte al 51 percento. In questo vuoto emerse una potente classe di fittavoli agricoli.

Decimata dal sottosviluppo e traumatizzata dalla carestia, l’Irlanda era divenuta un terreno fertile per l’ascesa della Chiesa cattolica, il cui clero proveniva in percentuale sproporzionata dagli ambienti dei grandi fittavoli o della borghesia – i settori della società irlandese in grado di permettersi l’educazione dei propri figli.

In molti vedevano nella chiesa, a sua volta repressa dalle autorità imperiali britanniche, un alleato più affidabile del governo, favorendo la partecipazione alle sue istituzioni rispetto a quelle dello stato. Il coinvolgimento della chiesa nelle campagne per l’emancipazione cattolica e per l’abrogazione dell’Atto di unione acuirono tale affinità.

Il potere della chiesa cresceva proprio mentre imboccava una svolta chiaramente antimoderna col Sillabo degli errori moderni di Pio IX pubblicato nel 1864. L’enciclica attaccava direttamente il socialismo e “tale idea di governo sociale, assolutamente falsa”, sottoscrivendo una dottrina sociale che considerava la povertà una questione morale, sulla quale era meglio intervenire attraverso la carità. Seguendo questa filosofia, la chiesa si pose come un potente avversario di qualsiasi riforma progressista.

L’ascesa della Chiesa cattolica ebbe anche conseguenze sulla condizione delle donne. Sebbene non certo emancipate, le donne nell’Irlanda precedente la carestia spesso avevano un ruolo nell’economia, ricorrendo alle loro abilità nella tessitura e nella filatura al fine di raggiungere un certo grado d’indipendenza economica. Col tempo, l’industrializzazione rese simili competenze obsolete, e l’emergere delle grandi aziende agricole ridusse la necessità della manodopera femminile. La Chiesa cattolica stabilì un nuovo ruolo per le donne, come pilastro religioso della famiglia, esortandole a prendere il proprio posto nella casa e a crescere i loro figli nella fede.

All’inizio del XX secolo il declino economico irlandese aveva prodotto un diffuso immiserimento. Gli slum di Dublino erano annoverati tra i peggiori al mondo. Il tasso di mortalità toccava il 27,6 per 1.000 – superando quello di Calcutta. Più di 20.000 persone vivevano in abitazioni popolari formate da una sola stanza, situate spesso in grandi case georgiane appartenute all’ormai scomparsa aristocrazia, persistente ricordo della prosperità che la città aveva ora perso.

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