‘Esigiamo la pubblicazione dei trattati segreti’: biografia di uno slogan gemello

Settima e ultima parte di ‘Tutto il potere ai Soviet!’

Si veda anche, in calce a questo stesso post, l’appendice “Gli editoriali sulla guerra pubblicati nel marzo 1917 da Kamenev e Stalin”.

di Lars T. Lih

Il 4 marzo 1917 (secondo il vecchio calendario russo), Paul Miliukov, ministro degli esteri del Governo provvisorio appena insediato dalla Rivoluzione di febbraio, inviava un telegramma alle ambasciate russe all’estero. Vi si ribadiva ciò che i governi alleati volevano sentirsi dire: i nuovo governo post-zarista intendeva onorare pienamente i trattati tra loro e la Russia. Agli occhi di Miliukov, difatti, il punto era che la rivoluzione doveva essere in grado di assolvere più efficacemente gli obblighi imposti dai trattati. Eppure, nella sua fretta di rassicurare gli alleati, egli aveva innescato una bomba a orologeria – per sé stesso e, nel giro di pochi mesi, per il Governo provvisorio.

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Grigorii Zinoviev

In quel momento, il telegramma in questione e altri simili passarono inosservati in Russia. Tuttavia, alcuni rivoluzionari in esilio in Europa colsero immediatamente la centralità della questione dei trattati zaristi. Il bolscevico Grigorii Zinoviev, residente a Berna, impugnava le dichiarazioni di Miliukov quale prova che nessuna rivoluzione era avvenuta nella politica estera. Un articolo sulla questione dei trattati scritto da Zinoviev giunse in Russia prima del rientro del suo autore: venne pubblicato sulla Pravda il 25 marzo, subito dopo la pubblicazione della Lettera da lontano di Lenin. Il leader socialista rivoluzionario Viktor Chernov, anch’egli in esilio, comprese la discrepanza tra l’immagine dal Governo provvisorio proiettata all’estero e quella che rimandava in patria. Una discrepanza che non mancò di sottolineare con forza non appena ritornato nel suo paese all’inizio di aprile. Sebbene tanto Zinoviev che Chernov ritenessero uno scandalo i trattati segreti, i due trassero lezioni politiche drammaticamente differenti da tale scandalo.

Alla metà di marzo, due bolscevichi di primo piano, Lev Kamenev e Iosif Stalin, facevano ritorno a Pietrogrado dall’esilio interno in Siberia. I due dirigenti erano estremamente seri circa il prendere il potere e mantenerlo. Come ebbe a dire Kamenev, parlando confidenzialmente a un sodale bolscevico, “ciò che conta non è tanto prendere il vlast – ciò che conta è mantenere il vlast” [1]. Entrambi i leader compresero ben presto che guadagnare il sostegno dei soldati era la chiave di volta dei loro piani. Non si trattava di un compito semplice: i bolscevichi dovevano sfatare l’immagine di “disfattisti” che li faceva apparire nemici dei soldati e, d’altra parte, esporre la guerra come “imperialista”. Al fine di risolvere tale dilemma, Kamenev e Stalin ricorsero alla tradizionale tecnica socialista delle campagne di agitazione, mirando a presentare al Governo provvisorio rivendicazioni concrete perché avanzasse autentiche proposte di pace. Il loro calcolo era schietto: l’inevitabile fallimento da parte del Governo provvisorio ad agire nel senso di simili rivendicazioni avrebbe esposto, in maniera drammatica e visibile, i reali motivi della guerra.

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Viktor Nogin

Alla fine di marzo, queste tre correnti – la lealtà di Miliukov agli impegni zaristi, l’attenzione di Zinoviev ai trattati segreti e la campagna di agitazione lanciata dai bolscevichi di Pietrogrado – iniziarono a convergere in modo esplosivo. Immediatamente dopo la pubblicazione sulla Pravda, il 25 marzo, dell’articolo di Zinoviev, i trattati segreti occuparono il centro della campagna bolscevica. La prime risoluzione emanata da raduni di massa di operai e soldati, richiedente la pubblicazione dei trattati segreti, si ebbe a fine marzo. Nel mentre, lo scontro tra il Soviet di Pietrogrado e  il Governo provvisorio riguardo agli obiettivi della guerra si accelerava. Eppure, tra i vertici socialisti del Soviet, la risposta a questa crisi prese due direzioni assai diverse. Il 29 marzo, alla prima conferenza nazionale dei soviet, il bolscevico Viktor Nogin fece appello al consesso perché si richiedesse la pubblicazione dei trattati segreti. In risposta, un altro appena rientrato leader socialista – Irakli Tsereteli, in procinto di divenire portavoce del “difensismo rivoluzionario”, nonché esponente chiave dei vertici “moderati” del Soviet – argomentava contro la pubblicazione. Una solida maggioranza sostenne Tsereteli.

Così – alla viglia dell’arrivo di Lenin e Zinoviev agli inizi di aprile – il dado era tratto, le linee della battaglia tracciate. La rivendicazione della pubblicazione dei trattati segreti divenne un contrassegno dell’identità dei bolscevichi e un indicatore della loro crescente influenza tra la base del soviet. Uno dei primi atti del nuovo governo sovietico instaurato in ottobre consistette nel soddisfare tale rivendicazione, pubblicando appunti i trattati. Lo slogan dei trattati segreti merita pienamente di essere definito come il gemello di “Tutto il potere ai soviet!”, ma si tratta di una storia mai raccontata – fino ad ora.

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Lettera da lontano, correzioni da vicino: censura o rimaneggiamento?

‘Tutto il potere ai Soviet!’, parte terza

di Lars T. Lih

L’interpretazione corrente del bolscevismo nel 1917 basata sul concetto di “riarmo del partito” è una narrazione avvincente e altamente drammatica, che può essere riassunta, grosso modo, nel modo seguente: il vecchio bolscevismo era stato reso irrilevante dalla Rivoluzione di febbraio, i bolscevichi in Russia si trovarono in affanno sino al ritorno di Lenin, il quale provvedette al riarmo del partito, e quest’ultimo, successivamente, si divise riguardo a questioni fondamentali nel corso di tutto quell’anno. L’unità del partito venne infine restaurata – quantomeno in una certa misura – dopo che gli altri principali esponenti bolscevichi cedettero alla superiore forza di volontà di Lenin. Solo in tal modo il partito intraprese quel riarmo che lo dotò di una nuova strategia, una strategia che proclamava il carattere socialista della rivoluzione – una condizione essenziale della vittoria bolscevica in ottobre.

Osservatori con punti di vista politici significativamente contrastanti avevano tutti le loro ragioni per sostenere una qualche versione della narrazione del riarmo [1]. Questa sembrò trovare duplice conferma quando, negli anni Cinquanta, divenne noto che la versione della prima lettera da lontano di Lenin, pubblicata dalla Pravda nel marzo 1917, era stata pesantemente emendata, con la rimozione di circa un quarto del testo. Fatto divenuto la base di un vivido e persuasivo aneddoto su come i bolscevichi di Pietrogrado, esterrefatti e impauriti, avrebbero censurato Lenin, il loro stesso vozhd [guida, leader, n.d.t.].

Ecco come viene generalmente raccontata questa storia: ai primi del marzo 1917, subito dopo la caduta dello zar, Lenin esponeva la propria reazione agli sconvolgimenti russi in quattro cosiddette Lettere da lontano, servendosi delle succinte notizie di cui disponeva in Svizzera. Ma i bolscevichi di Pietrogrado si mostrarono assai scandalizzati da quanto espresso nelle Lettere di Lenin, e questo a causa di audaci innovazioni in fondamentale rottura col vecchio bolscevismo. Il turbamento suscitato dall’audacia di Lenin nei redattori della Pravda fu tale che questi rifiutarono di pubblicare tre delle Lettere da lontano, e anche la sola che venne effettivamente diffusa subì pesanti censure, con tagli che ne sfiguravano l’essenza del messaggio.

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Nel marzo 1917 Aleksandra Kollontai, all’epoca risiedente a Oslo, faceva da collegamento tra Lenin, ancora in Svizzera, e i bolscevichi in Russia

Alcuni anni fa, mentre esaminavo una raccolta di documenti  di epoca sovietica, mi sono imbattuto in un telegramma indirizzato a Lenin da parte di sua sorella Maria, spedito da quest’ultima subito dopo la pubblicazione sulla Pravda della prima lettera (alla quale, d’ora in poi, farò riferimento semplicemente come Lettera). Maria Ulyanova era una componente di quella redazione della Pravda che aveva, presumibilmente, sfigurato il testo di Lenin, eppure gli scriveva dicendo che la Lettera aveva incontrato “piena solidarietà” e sollecitando altri articoli. Questo telegramma, di certo, non collimava con la suddetta narrazione! Mi sono ben presto reso conto che né io né, a quanto pare, nessun’altro potevamo vantare una reale comprensione di ciò che era stato tagliato, e aggiunto, nella versione pubblicata. È così ho intrapreso per un anno intero un’avventurosa indagine, durante la quale ho attentamente investigato sul servizio postale tra Zurigo e Oslo, la politica interna dei bolscevichi a Pietrogrado e la complicata storia successiva del testo della Lettera.

Le mie scoperte sono state pubblicate un anno e mezzo fa dalla rivista Kritika col titolo “Letter from Afar, Corrections from Up Close: The Bolshevik Consensus of March 1917 [2]. Ho mostrato come l’aneddoto dell’articolo censurato sulla Pravda fosse una “narrazione volubile”, ovvero, una storia che sottoposta ad esame cambiava aspetto: invece di servire da pilastro della narrazione corrente, diveniva una considerevole sfida ad essa. I redattori della Pravda non rifiutarono di pubblicare nessuna delle Lettere da lontano, poiché solo la prima giunse a Pietrogrado in tempo. Lungi dall’essere scandalizzati dal messaggio politico della Lettera di Lenin, i bolscevichi di Pietrogrado lo approvavano entusiasticamente. Le modifiche apportate al suo testo avevano specifici e limitati obiettivi: non miravano a censurarne o deformarne l’argomentazione, né avevano quell’esito.

Come appare da questo resoconto delle mie conclusioni, il mio obiettivo in quel momento era essenzialmente negativo: volevo screditare una narrazione che semplicemente non coincideva coi fatti. Riprendendo gli stessi materiali, un anno e mezzo dopo e da una prospettiva più ampia, vorrei ora far emergere l’aspetto maggiormente positivo di questo episodio. I redattori della Pravda non rimossero semplicemente alcuni travisamenti fattuali da parte di Lenin – ma rimaneggiarono attivamente l’articolo di Lenin, sulla scorta della loro comprensione di prima mano della situazione politica russa. Come ogni rimaneggiamento riuscito (ad esempio, conferendo ulteriore isolamento a un vecchio edificio), i tagli e le aggiunte dei redattori della Pravda non interferirono sull’efficienza della struttura originale – al contrario, il messaggio fondamentale di Lenin giungeva con meno distorsioni e più forza.

Le caratteristiche inaspettate della situazione del dopo febbraio potevano essere colte solo attraverso l’esperienza diretta a Pietrogrado, nel vortice della politica nazionale. Kamenev e Stalin dovettero adattarsi a queste realtà nel momento in cui rientrarono dalla Siberia a metà marzo, così come Lenin e Zinoviev quando giunsero dalla Svizzera all’inizio di aprile.

Non che tali inaspettate realtà invalidassero la strategia di base bolscevica dell'”egemonia” (come delineata nei testi precedenti di questa serie) – tutt’altro! Ma degli adattamenti andavano fatti, adattamenti evidenti e logici, ma nient’affatto automatici, e riassumibili in una formula generale: i bolscevichi dovevano tirarsi fuori dall’ormai atrofizzante ambiente dell’agitazione clandestina, così da trasferirsi nel dominio dell’autentica politica di massa, su scala nazionale, come seri pretendenti al potere.

Quando Lenin scrisse la sua Lettera, il 7 marzo, le sue informazioni manchevoli lo condussero ad imporre un quadro datato alle politiche successive a febbraio. Nel momento in cui i bolscevichi di Pietrogrado ricevettero, due settimane dopo, la sua Lettera, essi vantavano necessariamente una conoscenza maggiore, e dunque riformularono il testo di Lenin su tali basi. Un volta rientrato, a distanza di due settimane, Lenin aveva già compiuto alcuni degli adattamenti necessari al suo impianto generale, ed era in procinto di apportarne altri in seguito alla sua immersione nel turbinio della politica pietrogradese. Non è esagerato parlare persino di una ratifica de facto, da parte di Lenin, alle modifiche redazionali effettuate sulla sua bozza originale.

Ecco quindi l’ironia: la Lettera di Lenin viene, solitamente, descritta come un tentativo fallito di spronare i bolscevichi di Pietrogrado nel senso delle Tesi di aprile. È semmai il contrario! – Dovremmo ribaltare questo punto di vista e affermare che i bolscevichi orientarono la Lettera di Lenin nel senso delle Tesi di aprile.

Per questo motivo, l’esame dettagliato di modifiche redazionali, apparentemente minori, ci fornisce un’immagine dinamica e senza precedenti degli adattamenti bolscevichi in azione. Vediamo con esattezza quali sfaccettature della situazione erano nuove e inaspettate, tanto per Lenin in Svizzera che per i bolscevichi a Pietrogrado. Vediamo, inoltre, i contorni fondamentali di questo adeguamento, prima da parte di importanti bolscevichi come Kamenev e Stalin e, in seguito, da parte degli emigrati come Lenin e Zinoviev. Invece che a una forma di censura, ci troviamo di fronte a un lavoro di squadra – lavoro di squadra possibile solo in ragione della condivisa comprensione dei compiti di base.

Il recente volume di China Miéville, Ottobre, è la prima esposizione, basata su fonti secondarie, a contenere un accurato resoconto circa la Lettera da lontano (è ciò è indicativo di conoscenza ampia e accurata, da parte di Miéville, della migliore ricerca attuale). Questi, nondimeno, si mostra riluttante nell’abbandonare completamente la tradizionale enfasi posta sulla rottura e sul conflitto:

Eppure mentre questo conflitto [la Lettera da lontano] in particolare era in gran parte una narrazione a posteriori, innegabilmente ottenne plausibilità grazie al modo in cui le formulazioni di Lenin, compresa la sua polemica senza controllo, lasciavano intuire una tendenza irremovibile, una caratteristica logica politica che effettivamente sarebbe stata la chiave per altri dibattiti reali all’interno del partito.Non ad ogni costo inevitabile, ma che si scontava con la moderazione e la coalizione bolscevica. Le “Lettere da lontano” erano dunque un bolscevismo di “continuità”, eppure contenevano i semi di una posizione distinta e più incisiva. Una posizione che si sarebbe chiarita con il ritorno di Lenin [3].

Un presentazione accurata ed eloquente, ma che, a mio modo di vedere, ci porta nella direzione sbagliata. Nel momento in cui dovessimo osservare il nocciolo degli effettivi cambiamenti, avremo non poche difficoltà a rintracciare persino i germi del successivo conflitto in tale episodio. Saremo meno tentati dall’insistere sull’idea che deve esserci stata una sorta di linea di confine tra Lenin e gli altri bolscevichi. Ovviamente, come dimostrato in gran dettaglio da Alexander Rabinowitch, vi furono conflitti in abbondanza tra i ranghi dei bolscevichi durante il 1917 (come, del resto, in precedenza e in seguito) – ma si trattava di conflitti interni a un sentire condiviso, conflitti tattici che produssero differenti raggruppamenti in merito a differenti questioni.

La sezione seguente espone conclusioni fattuali che di per sé invalidano il consueto resoconto sulla Lettera (per argomenti a supporto, precisazioni , riferimenti, ecc., si veda il già citato articolo su Kritika). Il resto del saggio esamina il processo redazionale nei dettagli. Pur basandosi sulle mie scoperte precedenti, la presente discussione ricorre a un nuovo e più inclusivo impianto, il quale pone maggiore enfasi sulla rifinitura creativa attuata dalla squadra della Pravda.

A supplemento della mia analisi, due appendici [qui poste in calce a differenza dell’originale inglese, n.d.t.], nelle quali se ne presenta la fonte originale:

  • Appendice 1: La Lettera da lontano di Lenin, così come stampata dalla Pravda, 21 e 22 marzo 1917.
  • Appendice 2: Passi espunti dalla Lettera di Lenin.

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