Il mito dell’imperialismo russo: in difesa dell’analisi di Lenin

di Renfrey Clarke e Roger Annis

Il testo seguente è una versione più lunga di un precedente saggio: Perpetrator or victim? Russia and contemporary imperialism, di Renfrey Clarke e Roger Annis, pubblicato sul sito Links International Journal of Socialist Renewal, nel febraio del 2016.

In tempi recenti, un’aspra controversia si è sviluppata in seno alla sinistra internazionale riguardo al posto occupato dalla Russia nell’odierno sistema capitalistico mondiale. Nello specifico, si tratta di una potenza imperialista, parte integrante del “centro” del capitalismo globale? Oppure le sue caratteristiche economiche, sociali e politico-militari la rendono parte della “periferia”, o semi-periferia, globali – ovvero, parte della maggioranza dei paesi che, a diversi livelli, sono oggetto dell’aggressione e del saccheggio imperialisti? [1]

Tradizionalmente, la sinistra marxista ha utilizzato il termine “imperialismo” con un alto grado di discernimento. Dunque, per i marxisti, l’imperialismo non è un qualcosa che emerge misteriosamente quando i leader si lasciano sovrastare dall'”avidità”. Né può essere ridotto alla semplice azione militare esterna, per quanto aggressiva. Per i marxisti, viceversa, l’imperialismo attuale nasce da specifiche caratteristiche dell’ordine economico e sociale dei paesi capitalistici più avanzati.

Lenin_2La classica definizione marxista di imperialismo nell’epoca moderna è stata fornita da Lenin nel suo pamphlet del 1916,  L’imperialismo, fase suprema del capitalismo. Secondo il punto di vista del leader bolscevico, il capitalismo avanzato emerso nei decenni precedenti presentava le seguenti caratteristiche salienti:

“1) la concentrazione della produzione e del capitale, che ha raggiunto un grado talmente alto di sviluppo da creare i monopoli come funzione decisiva nella vita economica; 2) la fusione del capitale bancario col capitale industriale e il formarsi, sulla base di questo «capitale finanziario», di un’oligarchia finanziaria; 3) la grande importanza acquistata dall’esportazione di capitale in confronto con l’esportazione di merci; 4) il sorgere di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti, che si ripartiscono il mondo; 5) la compiuta ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitalistiche.” [2]

A partire dagli ultimi decenni del XIX secolo, affermava Lenin, le economie dei paesi più industrializzati si erano mosse in direzione di una nuova fase di “capitalismo monopolistico”. Il controllo sulla vita economica da parte delle maggiori concentrazioni di capitale era giunto al punto che, in ognuno di questi paesi, l’influenza detenuta da un gruppo strettamente interconnesso dei più potenti capitalisti, finanziari e industriali, era fuori questione.

Tuttavia, ancora incapaci di trovare campi di investimento per buona parte del capitale accumulato (affetti, in altri termini, da un cronico surplus di capitali), i magnati finanziari-industriali si vedevano costretti a moltiplicare ed intensificare le proprie operazioni all’estero. Con sempre maggior frequenza, le operazioni di mercato del passato venivano ampliate e superate dagli investimenti diretti, gran parte dei quali in regioni in cui lo sviluppo del capitalismo era, in generale, molto più debole. In tali regioni – la “periferia” dell’emergente sistema imperialista – le nuove figure globali egemoni potevano trovare materie prime a basso costo, un’abbondante forza lavoro a bassi salari e clienti per i beni prodotti nei paesi del “centro”. Alla fine del XIX secolo, la necessità di mettere al sicuro i nuovi investimenti e respingere i competitori aveva condotto all’incorporazione di numerose aree della periferia all’interno di vasti imperi coloniali.

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Edward Hallett Carr, storia e rivoluzione

di Matthijs Krul

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Edward Hallett Carr

Quella che segue è la trascrizione di un’intervista al celebre storico britannico E. H. Carr come pubblicata dalla New Left Review nel 1978, col titolo “La sinistra oggi”. Carr, uno dei primi seri specialisti della storia russa e sovietica (forse un po’ datato ma ancora utile e leggibile), all’epoca aveva ottantasei anni. Pur non essendo mai stato comunista, egli si identificava chiaramente con la sinistra politica, dedicando gran parte dei suoi sforzi accademici a combattere la storiografia conservatrice e liberale (Whig). Ciò nonostante, per una significativa parte della sua carriera non fu un accademico, lavorando presso il Foreign Office, ed in seguito come vicedirettore del Times, due organi non certo noti per la loro vicinanza alla sinistra. Questo gli consentì di avere una prospettiva ampia e non settaria sugli eventi.

Il discorso di Carr tocca questioni ancor’oggi rilevanti per il comunismo, a dispetto del fatto che l’articolo qui riprodotto abbia ormai più di trent’anni. Per molti versi, esso è rappresentativo della disillusione della sinistra post-stalinista. Disillusione allora talmente profonda in alcuni comunisti, e frutto dello scontro tra la realtà e le loro aspettative, da spingerli a trarre conclusioni opposte e divenire rabbiosi esponenti della destra. Carr, d’altra parte, non seguì tale percorso, conservando una prospettiva più distante e dunque maggiormente obiettiva, nonché meno isterica. Ancor più importante, egli non solo fu in grado di separare il grano dal loglio nell’esperienza comunista, e ciò nonostante l’enorme pressione accademica e politica esercitata contro di lui (persino Orwell lo considerava pericoloso), ma ebbe anche la capacità in età avanzata di analizzare correttamente gli sviluppi politici ricorrendo al metodo di Marx. Meglio di tanti comunisti, in particolare i cosiddetti “eurocomunisti”, esaminò  gli sviluppi nelle relazioni economiche che avevano avuto luogo dopo la morte di Marx e, in particolare, dopo la Seconda guerra mondiale, indicando, inoltre, la sempre più aristocratica e compromessa condizione della classe operaia nelle nazioni più sviluppate, se comparata con quella dei paesi caratterizzati da un’industria, e dunque, un proletariato sottosviluppati. Senza timore di trarre le conclusioni necessarie, diede un forte impulso ad una migliore comprensione storica di tale fenomeno, il quale a posteriori diverrà generalmente accettato come una delle decisive rotture storiche del XX secolo.

La fama di Carr non è legata esclusivamente alla sua eccellente analisi della storia economica sovietica, campo nel quale è stato un pioniere insieme a R. W. Davies, bensì è dovuta in egual misura al suo lavoro storiografico Sei lezioni sulla storia. Un libro generalmente considerato come l’espressione maggiore della scrittura storiografica moderna, una presa di distanza dalla vecchia storia Whig, così come da un certo positivismo sterile e conservatore (à la Namier). In esso viene inaugurata un’epoca in cui il mestiere dello storico, in maniera crescente, è stato visto come un particolare modo di selezionare e disporre gli elementi storici, che si vogliano o meno definire questi ultimi “fatti storici”; e nel fare ciò, ha aperto la strada, sostenendole, a quelle modalità di scrittura storiografica che hanno enfatizzato inediti trattamenti di materiali esistenti e ignorati, allo scopo di condurre alla ribalta segmenti sino ad allora oscuri della storia, quali la storia sociale, quella delle donne, del quotidiano e così via. Il clima generale instaurato dall’ascesa della New Left e dall’influenza del gruppo degli storici vicini al PCGB, particolarmente in Gran Bretagna, ha senz’altro avuto un ruolo. Altro aspetto importante del contributo fornito da Carr alla storiografia, nel libro in questione come in altri, è la sua rivendicazione dell’idea di progresso nella storia, come prerequisito necessario al fine di rendere la disciplina storica un’impresa, in primo luogo, comprensibile ed utile. Il tutto senza invocare il deus ex machina del Geist o concezioni analoghe, cosa di per sé degna di nota, per quanto anche un prodotto della peculiare avversione britannica nei confronti della filosofia della storia. Gran parte di questa intervista e da vedersi sotto questa luce, compresi i riferimenti al lavoro succitato. Poiché è essenziale difendere l’idea di progresso nella storia senza cadere nella trappola del progressismo o idealismo whig, Edward Hallett Carr è stato un grande storico anche solo per quest’unico motivo.

Ormai ha completato la sua “Storia della Russia sovietica”, la quale copre gli anni dal 1917 al 1929 in quattordici volumi, e domina l’intero campo di studi della prima esperienza dell’URSS. A partire da un ampio sguardo retrospettivo, come giudica il significato della Rivoluzione di ottobre – tanto per la Russia, quanto per il resto del mondo?

Iniziamo dal suo significato per la Russia stessa. Non richiede un grande sforzo oggi soffermarsi sulle conseguenze negative della Rivoluzione. Per diversi anni, e sopratutto negli ultimi mesi, esse hanno costituito un tema ossessivo nei libri pubblicati sull’argomento, nei giornali, nella radio e nella televisione. Il pericolo non sarebbe dunque quello di stendere un velo sulle enormi macchie del bilancio della Rivoluzione, sui costi umani e sulle sofferenze, sui crimini commessi in suo nome. Il pericolo, semmai, sarebbe quello di dimenticare tutto, e di passare sotto silenzio le sue immense conquiste. Mi riferisco in parte alla determinazione, all’impegno, all’organizzazione  e al duro lavoro che negli ultimi sessant’anni hanno trasformato la Russia in un grande paese industriale e in una superpotenza. Chi, prima del 1917, avrebbe potuto predire tutto ciò? Ma oltre a questo, mi riferisco alla trasformazione, avvenuta a partire dal 1917, nella vita della gente comune: la trasformazione della Russia da paese nel quale oltre l’ottanta percento della popolazione era composta da analfabeti o semianalfabeti in uno la cui popolazione urbana supera il sessanta percento, oltre ad essere totalmente alfabetizzata e in rapida acquisizione degli elementi della cultura urbana. La maggior parte dei membri di questa nuova società sono nipoti di contadini; alcuni pronipoti di servi. Costoro non possono che essere consapevoli di ciò che la Rivoluzione ha fatto per loro. E queste cose sono state realizzate  rigettando i principali criteri della produzione capitalistica – i profitti e la legge del mercato – sostituendovi un piano economico complessivo volto a promuovere il bene comune. Per quanto molto di quanto realizzato possa essere rimasto al di sotto delle promesse, ciò che è stato fatto in URSS negli ultimi sessant’anni, nonostante le spaventose interruzioni dall’esterno, rappresenta un notevole progresso verso la realizzazione del programma economico del socialismo. Naturalmente, sono consapevole che chiunque parli delle conquiste della rivoluzione può essere bollato come stalinista. Ma non sono disposto a prestarmi a un simile ricatto morale. Dopo tutto, uno storico inglese può lodare i risultati del regno di Enrico VIII senza che ciò implichi tollerare la decapitazione delle mogli.

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Lenin lettore di Hegel

di Stathis Kouvélakis

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Come spiegare il fatto che al cospetto del disastro della Prima guerra mondiale Lenin si sia ritirato per dedicarsi allo studio della Logica di Hegel? Si tratta di un interrogativo che non ha cessato di turbare il marxismo del primo dopoguerra. Secondo Stathis Kouvelakis, svelare l’enigma dei Quaderni filosofici di Lenin, manoscritti frammentari ed eterogenei, equivale a pensare questo testo come una rettifica del pensiero del movimento operaio europeo. Vero e proprio presupposto alla sua riflessione strategica, la quale condurrà all’Ottobre 1917, il lavoro di Lenin segna un rigetto del positivismo, del meccanicismo e del materialismo volgare della Seconda internazionale. Tale ritorno a Hegel implica una rinnovata istanza rispetto alla dimensione pratica della conoscenza, alla dialettica di salti e inversioni, o ancora, all’attività in quanto processo sociale. Di fronte al crollo della socialdemocrazia, alla necessità di una ripresa, una deviazione nel campo della teoria si rende talvolta indispensabile al fine di poter ricominciare.

Il disastro

Irruzione del massacro di massa nel cuore dei paesi imperialisti dopo un secolo di relativa «pace» interna, il momento della prima guerra mondiale è anche quello del crollo del suo oppositore storico, il movimento operaio europeo, essenzialmente organizzato nella Seconda internazionale. In questo senso, appare adeguata la definizione di «disastro», termine utilizzato da Badiou per significare l’esaurimento della verità di una forma della politica emancipatrice testimoniata da un altro crollo, più recente, ossia quello dei regimi «comunisti» dell’Europa dell’est (1). Considerando che questo secondo disastro va a colpire quella stessa verità politica nata come risposta al primo, e nota come «Ottobre 1917», nonché: «Lenin», è stato allora il ciclo del «secolo breve» ad essersi chiuso su questa disastrosa ripetizione. Paradossalmente, quindi, non si tratta del momento sbagliato da scegliere, per ritornare là dove tutto ciò ha avuto inizio, nell’istante in cui, nel fango e nel sangue che sommergevano l’Europa in quell’estate del 1914, il secolo è sorto.

Catturate dal vortice del conflitto, le società europee e extra-europee (2) sperimentano per la prima volta la «guerra totale». L’insieme della società, combattenti e non combattenti, economia e politica, stato e «società civile» (sindacati, chiesa, media) partecipano integralmente a questa mobilitazione generale assolutamente straordinaria nell’intera storia mondiale. La dimensione traumatica dell’avvenimento non è comparabile con alcun confronto armato precedente. È la sensazione generalizzata della fine di un’intera «civilizzazione» ad emergere dalla carneficina delle trincee, vera e propria industria del massacro, altamente tecnologizzata, dispiegata nei campi di battaglia e ben al di là di questi ultimi (bombardamenti di civili, spostamenti di popolazione, distruzione mirata di aree situate al di fuori del fronte). L’industria della morte di massa stessa si aggroviglia strettamente ai dispositivi di controllo della vita sociale e delle popolazioni, direttamente o indirettamente esposte ai combattimenti. Una tale atmosfera apocalittica, la cui eco risuonerà con forza in tutta la cultura dell’immediato dopoguerra (la quale nasce nel conflitto stesso: Dada, poi il surrealismo e le altre avanguardie degli anni Venti e Tenta), permea tutti i contemporanei. È possibile, ancora oggi, farsene un’idea attraverso la lettura della Juniusbroschure di Rosa Luxemburg (3), uno dei testi più straordinari della letteratura socialista, ogni pagina del quale porta testimonianza del carattere inedito della barbarie in corso.

La dimensione della brutalità raggiunta dall’insieme dei rapporti  sociali, per quanto terrificante dovesse sembrare all’ora come oggi, non deve tuttavia occultare le innovazioni di enorme portata delle quai il conflitto fu portatore. Certamente, si tratta di un fatto ben noto, ogni guerra costituisce un vero e proprio laboratorio per la «modernizzazione» dei rapporti sociali (4), ma il carattere «totale», e «totalitario», di questa conferisce a tale processo un’ampiezza senza precedenti. A partire dall’istituzione su larga scala dei campi di concentramento e della politica di deportazione delle popolazioni nonché di pulizia etnica dei territori (fino ad allora riservati alla colonizzazione: il conflitto mondiale consente, infatti,  di importare nella metropoli il tipo di violenza da essa sino ad’ora sperimentata nella sua periferia imperiale), per giungere a forme di pianificazione e controllo statale dell’economia – compresa l’integrazione dei sindacati nell’economia di guerra (la quale assume alcuni aspetti di razionalizzazione capitalistica integrale, così come teorizzata da Rathenau). Dal ricorso alla mano d’opera femminile nell’industria, (con tutte le conseguenze di un fatto simile, combinate all’assenza degli uomini impegnati al fronte, a livello della struttura familiare e della dominazione maschile nella vita sociale) sino alle forme di condizionamento su vasta scala esercitate sui combattenti e sull’opinione pubblica, tramite un impressionante dispositivo di controllo dell’informazione e lo sviluppo di nuovi mezzi (radio e cinema), senza dimenticare i cosiddetti governi di «union sacrée», i quali assicurano l’integrazione dei partiti operai ai vertici dello stato, oltre ad adeguarsi alle forme di pianificazione/consenso al livello dell’economia. Non un solo aspetto della vita collettiva e individuale rimane indenne rispetto a questa esperienza radicale.

Niente, dunque, sarà più come prima, innanzitutto per il movimento operaio. Il collasso della Seconda internazionale, la sua totale impotenza rigurdo al frangente della guerra imperialista, in realtà, non fa altro che rivelare delle tendenze profonde, e di gran lunga precedenti la guerra mondiale, verso «l’integrazione» delle organizzazioni di tale movimento ( e di larga parte della loro base sociale) nei compromessi che sostengono l’ordine sociale e politico (in particolare nella sua dimensione imperialista) dei paesi del centro. «Il fallimento», per riprendere la formula usata da Lenin, è quindi quello dell’insieme della pratica operaia e socialista, costretta ormai a dei ripensamenti radicali: «la guerra mondiale ha modificato le condizioni della nostra lotta e ha cambiato noi stessi radicalmente» scrive la Luxemburg, prima di fare appello «all’autocritica impietosa», «diritto vitale» e «dovere supremo» della classe operaia (5).

Lenin, pur non essendo certo tra i più impreparati (ma, in qualche modo, non ne è ancora consapevole), è tuttavia tra coloro sorpresi con maggiore immediatezza dal disastro. La sua incredulità di fronte al voto unanime per i crediti di guerra da parte della socialdemocrazia tedesca, e più in generale al crollo dell’Internazionale e del centro ortodosso «kautskyano», la lentezza e la rarità dei suoi primi interventi posteriori all’agosto 1914, la dicono lunga. Non tanto su una (presunta) mancanza di lucidità (pur essendo vero che la sua aspirazione «all’ortodossia», al’opposto della Luxemburg, ha pesato sull’illusione retrospettivamente rivelata dal disastro) bensì circa il carattere veramente senza precedenti di ciò che sta accadendo.

Questo ritardo nell’intervento politico, l’evoluzione della sua posizione  riguardo l’attitudine dei socialisti rivoluzionari rispetto alla guerra imperialista lo segnala ancor più nettamente. Nel momento in cui scoppia la guerra, e «l’orrore» del fallimento dell’Internazionale si rivela il più penoso da sostenere, il più doloroso di tutti, il dirigente bolscevico lancia «a caldo» una parola d’ordine che si richiama ancora alla cultura anti-guerra della defunta internazionale. È la parola d’ordine democratica (e giacobino-kantiana) della «trasformazione di tutti gli Stati europei in Stati uniti repubblicani d’Europa», trasformazione che implica il rovesciamento delle dinastie tedesca, zarista, austroungarica ecc. (6). Poco dopo (nel 1915), tale posizione verrà abbandonata a causa del suo problematico contenuto economico (suscettibile di essere interpretato come sostegno a un possibile imperialismo europeo unificato), e del rigetto categorico di ogni concezione eurocentrica della rivoluzione. Un rigetto che si traduce senza dubbio in una valutazione assai pessimistica dello stato del movimento operaio europeo: «Il tempo in cui la causa della democrazia e del socialismo riguardava soltanto l’Europa è passato senza ritorno» (7). La concomitante affermazione del «disfattismo rivoluzionario», linea radicalmente innovativa per la cultura del movimento operaio internazionale, appare in tal modo indissociabile dalla riflessione sulle conseguenze devastanti dell’implosione politica dell’agosto 1914. Più precisamente: dalle insolite occupazioni cui Lenin si dedica nel corso dei mesi successivi ai suddetti avvenimenti.

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L’imperialismo nel XXI secolo

di John Smith

Introduzione

La globalizzazione della produzione e il suo spostamento verso i paesi a basso reddito costituiscono una delle più significative e dinamiche trasformazioni dell’era neoliberista. La sua forza trainante fondamentale consiste in quello che numerosi economisti chiamano “arbitraggio globale del lavoro”: lo sforzo compiuto dalle imprese in Europa, Nord America e Giappone al fine di tagliare i costi e aumentare i profitti rimpiazzando il relativamente ben pagato lavoro domestico con manodopera estera a basso costo, ciò sia attraverso l’emigrazione della produzione (la cosiddetta “esternalizzazione”) sia tramite l’emigrazione dei lavoratori. La riduzione dei dazi e la rimozione delle barriere ai flussi di capitali hanno stimolato la migrazione della produzione in direzione dei paesi a basso reddito, ma la militarizzazione delle frontiere e il crescere della xenofobia hanno creato l’effetto opposto sulla migrazione dei lavoratori provenienti da questi stessi paesi – non fermandoli del tutto, bensì inibendo il loro flusso e aggravando il già vulnerabile status di serie B dei migranti. Di conseguenza, le fabbriche attraversano liberamente il confine USA-Messico e passano agevolmente i muri della fortezza Europa, così come le merci in esse prodotte e i capitalisti  che le possiedono, mentre gli esseri umani che vi lavorano non godono del diritto di passaggio. Si tratta di una parodia di globalizzazione – un mondo senza frontiere per tutto e tutti a esclusione dei lavoratori.

I differenziali salariali globali, in larga misura derivanti dalla soppressione della libertà di movimento del lavoro, forniscono un riflesso distorto delle differenze globali nel tasso di sfruttamento (in parole semplici, la differenza tra il valore generato dai lavoratori e ciò che viene loro pagato). Lo spostamento verso sud della produzione significa che i profitti delle aziende con sede in Europa, Nord America e Giappone, il valore di tutte le tipologie di attività finanziarie provenienti da tali profitti, e i livelli di vita dei cittadini di queste nazioni, sono divenuti fortemente dipendenti dagli alti tassi di sfruttamento dei lavoratori nelle cosiddette “nazioni emergenti”. È necessario, dunque, riconoscere nella globalizzazione neo-liberale una nuova e imperialista fase dello sviluppo capitalistico, laddove “l’imperialismo” è caratterizzato dalla sua essenza economica: lo sfruttamento del lavoro vivo del Sud da parte dei capitalisti del Nord.

Nella prima parte verranno esposti i risultati di un’analisi empirica del trasferimento globale della produzione verso le nazioni a basso reddito, nonché identificata la sua caratteristica fondamentale: il super-sfruttamento imperialista (1); la seconda parte cercherà di spiegare tale fenomeno nei termini della teoria del valore di Marx, innanzitutto ripercorrendo il dibattito degli anni Sessanta e Settanta tra la teoria della dipendenza e i suoi critici marxisti “ortodossi”, successivamente riflettendo sulla teoria dell’imperialismo di Lenin, e per concludere, offrendo una rilettura critica del Capitale di Marx.

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Lavoro digitale e imperialismo

di Christian Fuchs

È trascorso ormai un secolo dalla pubblicazione di L’imperialismo, fase suprema del capitalismo (1916) di Lenin e L’economia mondiale e l’imperialismo (1915) di Bucharin, i quali, insieme a L’accumulazione del capitale (1913) di Rosa Luxemburg, identificavano l’imperialismo come una forza e uno strumento del capitalismo. Era l’epoca della guerra mondiale, dei monopoli, delle leggi antitrust, degli scioperi per gli aumenti salariali, dello sviluppo da parte di Ford della linea di assemblaggio, della Rivoluzione d’Ottobre, di quella messicana e di quella, fallita, tedesca, e tanto altro ancora. Un momento storico che ha registrato la diffusione e l’approfondirsi della sfida globale al capitalismo.

Questo articolo si pone l’obiettivo di esaminare la divisione internazionale del lavoro attraverso le classiche concezioni marxiste  dell’imperialismo, estendendo tali idee alla divisione internazionale del lavoro nell’ambito della produzione di informazioni e tecnologie dell’informazione odierne. Argomenterò la tesi secondo la quale il lavoro digitale, in quanto nuova frontiera dell’innovazione e dello sfruttamento capitalisti, ha un ruolo centrale nelle strutture dell’imperialismo contemporaneo. Attingendo a questi concetti classici la mia analisi mostra come, nel nuovo imperialismo, le industrie dell’informazione formino uno dei settori economici più concentrati; come iper-industrializzazione, finanza e informazionalismo vadano di pari passo; come le società multinazionali dell’informazione siano radicate negli stati-nazione ma operino globalmente; e infine, quanto le tecnologie dell’informazione siano divenute uno strumento di guerra.(1)

Definire l’imperialismo

Nel suo “Saggio Popolare”, così è sottotitolato il suo scritto del 1916, Lenin definisce l’imperialismo come

il capitalismo giunto a quella fase di sviluppo in cui si è formato il dominio dei monopoli e del capitale finanziario, l’esportazione di capitali ha acquistato grande importanza, è cominciata la ripartizione del mondo tra i trust internazionali, ed è già compiuta la ripartizione dell’intera superficie terrestre tra i più grandi paesi capitalistici.(2)

Bucharin e Preobrazenskij intendono l’imperialismo come “La politica di conquista, che il capitalismo finanziario conduce nella sua lotta per i mercati, delle fonti di materie prime e dei territori dove il capitale possa investire le sue riserve”.(3) Bucharin, contemporaneo di Lenin e redattore della Pravda dal 1917 al 1929, ha tratto delle conclusioni simili alla lista delle caratteristiche chiave dell’imperialismo stilata da Lenin, identificando l’imperialismo come “un prodotto del capitalismo finanziario” e sostenendo che “il capitale finanziario non può perseguire altra politica che quella imperialista”.(4)

Secondo Bucharin, l’imperialismo è anche, necessariamente, una forma di capitalismo di stato, un concetto difficile da applicare nel contesto del neoliberalismo, il quale è basato più su un dominio a livello mondiale da parte delle grandi società che sugli stati-nazione. Egli vede le nazioni come “trust capitalisti di stato” bloccati in una “lotta mondiale” che conduce a una guerra globale.(5) Per Bucharin, l’imperialismo è semplicemente “l’espressione della competizione tra” questi trust, i quali mirano tutti a “centralizzare e concentrare il capitale nelle loro mani”.(6) Lenin, al contrario, scrive “per l’imperialismo è caratteristica la gara di alcune grandi potenze in lotta per l’egemonia, cioè per la conquista di terre, diretta non tanto al proprio beneficio, quanto a indebolire l’avversario e a minare la sua egemonia”.(7) La formula leniniana di una competizione tra “grandi potenze” è molto più accurata del concetto di trust capitalisti di stato elaborato da Bucharin, poiché comprende sia le grandi società che gli stati.

Rosa Luxemburg, d’altra parte, concepisce l’imperialismo come la violenta espansione geografica e politica dell’accumulazione del capitale, la

lotta di concorrenza intorno ai residui di ambienti non-capitalistici non ancora posti sotto sequestro… Dati l’alto sviluppo e la sempre più accesa concorrenza dei paesi capitalistici per la conquista di zone non-capitalistiche, l’imperialismo cresce in energia e forza d’urto, sia nella su aggressività contro il mondo non-capitalistico, sia nell’inasprimento dei contrasti fra i paesi capitalistici concorrenti. Ma con quanta maggiore energia, potenza d’urto e sistematicità l’imperialismo opera all’erosione delle civiltà non-capitalistiche, tanto più rapidamente toglie il terreno sotto i piedi   all’accumulazione del capitale.(8)

La Luxemburg sostiene che il capitale punta a estendere globalmente lo sfruttamento, “ha bisogno di poter disporre senza limiti di tutte le braccia del mondo per mobilitare tutte le forze produttive del globo”.(9)

Quali che siano le loro divergenze, Lenin, Bucharin e la Luxemburg condividono la convinzione che l’imperialismo sia la “fase terminale del capitalismo”,(10) o una forma di “putrefazione del capitalismo”,(11) per cui “è fatale il tramonto della borghesia”.(12) Simili affermazioni riflettono non soltanto l’ottimismo politico dei rivoluzionari dell’epoca, ma anche un’interpretazione strutturalista e funzionalista del capitalismo, allora comune, la quale assumeva come scontato l’inevitabile declino del sistema. In effetti, tutti e tre scrivevano allo scoppio della Prima guerra mondiale, che sarebbe stata seguita, dopo un breve periodo di prosperità, dalla Grande depressione e dalla Seconda guerra mondiale  – il che forniva un adeguato supporto ai loro argomenti circa l’instabilità globale del sistema. A distanza di cento anni il capitalismo perdura.  Ma per quanto possa aver assunto qualità inedite, esso può ancora essere caratterizzato come imperialismo, e continua a sperimentare gravi focolai della sue inerenti tendenze alla crisi.(13)

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