Ho Chi Minh (1890-1969)

Voce scritta da Walden Bello per The Palgrave Encyclpedia of Imperialism and Anti-Imperialism

Una panoramica

Ho Chi Minh – conosciuto anche come Nguyen Sinh Cung, Nguyen Tat Thanh e Nguyen Ai Quoc – è stato la figura centrale della lotta vietnamita per la liberazione nazionale nel XX secolo. Nacque nella provincia di Nghe An, Vietnam centrale, il 19 maggio 1890. Il padre, che era riuscito a superare gli esami per accedere al mandarinato dopo tre tentativi, ma aveva perso l’opportunità di divenire un burocrate reale, gli aveva insegnato la scrittura cinese. Costretto ad interrompere la sua istruzione formale in quanto accusato di aver preso parte ad uno sciopero di contadini, Ho firmò per imbarcarsi come cuoco e tuttofare in una nave francese, lasciando il Vietnam nel 1911. Ciò gli consentì di visitare, nel corso degli anni successivi, New York, Londra, Parigi, l’Algeria, la Tunisia e il Senegal. Il suo primo significativo atto politico consistette nel presentare la “Petizione della nazione annamita” alla conferenza di versailles, nel 1919. Ma sulla base di quanto da lui steso riferito, l’evento trasformativo della sua vita ebbe luogo nel 1920, quando venne a contatto con le “Tesi sulle questioni nazionale e coloniale” di Lenin. Col che ebbe inizio una rimarchevole carriera nel movimento comunista internazionale. Egli fu tra i fondatori del Partito comunista francese, e operò in diversi paesi, particolarmente in Cina, quale agente della Terza internazionale, fondata al fine di assistere le lotte rivoluzionarie a livello globale.

image-3-ho-chi-minh-at-tours-1920-public-domain
Ho Chi Minh al Congresso di Tours, 1920, durante il quale venne fondata la Sezione francese dell’Internazionale comunista, in seguito Partito comunista francese

Nel 1930 presiedeva, ad Hong Kong, la conferenza che avrebbe portato all’unificazione delle varie organizzazioni comuniste vietnamite. Seguirono alcuni anni durante i quali si trovò messo da parte e assegnato a Mosca, probabilmente a causa di divergenze circa la cosiddetta linea del “Terzo periodo”, allora prevalente nell’Internazionale, in base alla quale veniva posta eguale enfasi sull’opposizione all’imperialismo e sullo svolgimento della lotta di classe interna. Una tendenza che secondo Ho, a quanto pare, minava la creazione di un ampio fronte nazionalista, necessario per abbattere il dominio coloniale francese.

Col fascismo in ascesa in Europa, l’Internazionale comunista abbandonò la linea del Terzo periodo a favore di una strategia basata sulla formazione di un ampio “Fronte popolare”. Questi sviluppi aprirono la strada al ritorno di Ho in Asia, nel 1939, e nel 1941 in Vietnam, dove presiedette l’ottavo congresso del Partito comunista indocinese, obiettivo del quale era la creazione di un largo fronte unito contro l’imperialismo e il fascismo. Da questo momento in poi la sua guida della rivoluzione sarebbe stata indiscussa.

Nell’agosto del 1945, Il Partito comunista lanciava un’insurrezione generale al fine di prendere il potere, ed il 2 settembre Ho leggeva in piazza Ba Dinh, ad Hanoi, la Dichiarazione d’indipendenza dal dominio coloniale francese. Il leader vietnamita cercò di negoziare un ritiro pacifico della Francia, ma una volta fallito questo tentativo condusse una lotta, protrattasi per nove anni, che culminò nella catastrofica disfatta francese di Dien Bien Puh, nel 1954. Quello stesso anno, alla Conferenza di Ginevra, il Vietnam veniva temporaneamente suddiviso in due zone, le quali avrebbero dovuto riunirsi, due anni dopo, a seguito di elezioni nazionali, che ci si aspettava Ho avrebbe vinto agevolmente.

Quando gli statunitensi fecero marcia indietro sull’accordo, installando un governo del Vietnam del sud, ebbero inizio altri 20 anni di guerra, che ebbero fine nel 1975 con la completa sconfitta di Washington. Ho, tuttavia, non visse abbastanza da vedere la vittoria finale e l’unificazione del paese, scomparve infatti il 2 settembre del 1969. Ma la sua fiducia nella futura riunificazione del Vietnam non vacillò mai. Una sicurezza colta da una dichiarazione del 1966, rilasciata nel momento in cui gli USA intensificavano i bombardamenti, preparandosi ad inviare ancora più truppe in Vietnam: “Gli imperialisti USA possono mandare in questo paese 500.000 truppe, e anche di più… La guerra può continuare per cinque, dieci, vent’anni e ancora oltre. Hanoi, Haiphong ed altre città possono essere distrutte. Ma il popolo vietnamita non è in alcun modo intimorito! Niente è più prezioso dell’indipendenza e della libertà. Quando il giorno della vittoria sarà arrivato, ricostruiremo il nostro paese, rendendolo ancora più bello e magnifico” (citato in Vo Nguyen Giap 2011: 42).

Continua a leggere “Ho Chi Minh (1890-1969)”

Annunci

Un nazionalismo vestito di rosso

Grant Evans e Kelvin Rowley analizzano lo sviluppo dei movimenti comunisti in Vietnam, Laos e Cambogia e replicano alle affermazioni degli analisti occidentali, i quali hanno visto i conflitti fra questi tre paesi, successivi al 1975, come espressione di antagonismi “tradizionali”.

Pathet_lao_vientiane-
Soldati del Pathet Lao, Vientiane, 1973. Wikimedia Commons.

Pubblicato per la prima volta nel 1984 e rivisto nel 1990, il libro di Grant Evans e Kelvin Rowley, Red Brotherhood at War: Vietnam, Cambodia and laos since 1975, esplora le cause dietro la guerra inter-comunista in Asia seguita alle riuscite rivoluzioni in Vietnam, Laos e Cambogia

A detta di alcuni, tali eventi esprimevano la fine delle idee basate sull’internazionalismo socialista. Il New York Times pubblicava un editoriale intitolato “La fratellanza rossa in guerra”, nel quale annunciava con esultanza: “Questa settimana cantavano ‘L’internazionale’ in ogni angolo dei campi di battaglia asiatici, mentre seppellivano le speranze dei padri comunisti insieme ai corpi dei loro figli”. Le “speranze dei padri comunisti” potevano essere sintetizzate, dato che la guerra era causata dall’imperialismo capitalista, nel’auspicio che il socialismo internazionale avrebbe portato la pace. Questi ideali si ritrovano ora sconvolti dai nuovi conflitti che attraversano l’Indocina. Non c’è da sorprendersi se molti nella sinistra occidentale sono stati colti da confusione e disorientamento di fronte a simili sviluppi. 

I tardi anni Settanta son stati l’epoca di quella che Fred Halliday ha definito Seconda guerra fredda. Ovunque in Europa, era la destra ad essere in ascesa, sia politicamente che intellettualmente. Inevitabilmente, le percezioni degli sviluppi in Indocina venivano in larga parte osservate attraverso le lenti dell’anticomunismo militante. Gli anticomunisti vedevano Mosca come l’origine di ogni male, additando la guerra tra Vietnam e Kampuchea Democratica come la prova della natura brutale ed espansionista dell'”internazionalismo socialista” sovietico. Il che forniva anche una legittimazione retrospettiva all’intervento statunitense in Vietnam.

Eppure, tale punto di vista garantiva ai propri sostenitori più una soddisfazione di tipo emozionale che una vera e propria comprensione degli eventi. Vi era tutta una serie di fatti scomodi che non collimavano, ma lo stato d’animo dell’epoca era tale da farli passare generalmente inosservati. Nel loro zelo sconsiderato, gli anticomunisti militanti si imbarcavano in un’aperta alleanza col comunismo di Deng Xiaoping, ed in una assai più furtiva con quello di Pol Pot, contro il comunismo vietnamita. 

I liberali si lasciarono portare dalla corrente intellettuale prevalente, come si può constatare comparando i due libri sulla Cambogia scritti da William Shawcross (il primo pubblicato nel 1979, il secondo nel 1984).

Nell’estratto che segue, Evans e Rowley, guardano allo sviluppo dei movimenti comunisti nei tre paesi in questione, replicando alle affermazioni degli analisti occidentali, i quali hanno visto i conflitti fra i tre paesi in questione come espressione di antagonismi “tradizionali”.

Il nuovo ciclo di guerre in Indocina, successivo al 1975, è comunemente oggetto in occidente di due spiegazioni. La prima, avanzata in particolare dalla destra negli Stati Uniti, lo associa all’aggressivo “internazionalismo” dei comunisti vietnamiti e al fallimento dell’intervento statunitense. Secondo i sostenitori di tale tesi, non appena conquistato il Vietnam del Sud, i comunisti hanno rivoto le proprie energie all’assoggettamento dei vicini Laos e Cambogia, senza alcun dubbio per conto di Mosca. Gli USA, paralizzati da un mal riposto senso di colpa, sono rimasti inerti, senza far nulla per salvare le ultime vittime in ordine di tempo dell’aggressione comunista.

Ben pochi esperti di Indocina concorderebbero nell’affermare che le cose siano state così semplici, e per conto nostro dimostreremo quanto una simile interpretazione sia errata nel capitolo 2. In questo capitolo, invece, concentreremo l’attenzione sulla seconda spiegazione, la quale è di gran lunga più influente tra gli specialisti della regione ed i commentatori liberali occidentali. In essa i nuovi conflitti vengono spiegati in termini di trionfo di antichi e radicati antagonismi sui legami ideologici della solidarietà internazionalista e comunista.

Una simile interpretazione ha senza dubbio un qualche fondamento nella retorica degli stessi antagonisti, i quali non hanno esitato nel rintracciare un antico lignaggio per dispute contemporanee. Nel settembre del 1978, il regime di Pol Pot produceva un Libro nero, in cui si dipingeva il presente conflitto come il culmine di cinque secoli di lotta dei Khmer contro l’implacabile espansionismo vietnamita. Quasi del tutto esente dalla retorica marxista-leninista, esso spiegava il conflitto in termini puramente nazionalisti – o meglio, essenzialmente razzisti. Secondo il Libro nero, era nella più “profonda natura” del Vietnam l’essere un “aggressore e un annessionista avido del territorio di altri popoli”. Ciò veniva respinto con indignazione da Hanoi e bollato come “rozza falsificazione” della storia,  e tuttavia, di fronte all’invasione cinese del febbraio 1979, i vertici vietnamiti rispondevano invocando, certo in termini meno rozzi ma chiaramente analoghi, i “duemila anni di lotta contro la dominazione cinese”.

Continua a leggere “Un nazionalismo vestito di rosso”

Black like Mao. Cina rossa e rivoluzione nera

Robin D. G. Kelly e Betsy Esch

Questa è l’epoca di Mao Tze-Tung, l’epoca della rivoluzione mondiale, e la lotta degli afroamericani per la liberazione è parte di un invincibile movimento globale. Il Presidente Mao è stato il primo leader mondiale  a portare la lotta del nostro popolo alla ribalta della rivoluzione mondiale

Robert Williams 1967 (1)

e16-339
“Il Presidente Mao è il grande liberatore del popolo rivoluzionario mondiale”

Sembrerebbe che il Presidente Mao, quantomeno dal punto di vista simbolico, sia oggetto di una rinnovata popolarità tra i giovani. Le sue immagini e idee ritornano costantemente in una miriade di contesti culturali e politici. The Coup, un celebre gruppo hip-hop della San Francisco Bay Area, ha posto Mao Zedong nel panteon degli eroi radicali neri, inscrivendo in tal modo le lotte per la libertà dei neri in un contesto internazionale. In un pezzo intitolato semplicemente “Dig It” (1993), The Coup si riferisce ai propri membri definendoli “i dannati della terra”, invita gli ascoltatori a leggere il Manifesto del partito comunista, ed evoca figure come Mao Zedong, Ho Chi Min, Kwame Nkrumah, H. Rap Brown, il movimento keniano dei Mau Mau e Geronimo Ji Jaga Pratt. In manira tipicamente maoista, il gruppo fa propria, parafrasandola, una delle più note citazioni di Mao “siamo coscienti che il potere sta sulla punta della pistola”(2). Anche considerando che i componenti di The Coup non erano neanche nati all’apogeo del maoismo nero, “Dig It” coglie lo spirito di Mao in relazione al mondo coloniale in generale – un mondo che comprendeva gli afroamericani. Nella Harlem di fine anni Sessanta inizio anni Settanta, si sarebbe detto che tutti possedevano una copia delle Citazioni dalle opere del presidente Mao Tze-Tung (3), meglio noto come Libretto rosso. Di tanto in tanto, era possibile vedere i sostenitori del Black Panter Party venderlo agli angoli delle strade al fine di raccogliere fondi per il partito. Non di rado i giovani radicali neri si aggiravano per le strade vestiti come contadini cinesi, fatta eccezione, ovviamente, per il taglio afro e gli occhiali da sole.

Come l’Africa, la Cina era in movimento, ed era impressione condivisa che supportasse le lotte dei neri. In realtà era qualcosa di più che un’impressione: parte della comunità nera faceva realmente appello alla rivoluzione richiamandosi a Mao, così come a Marx e Lenin. Numerosi neri radicali, all’epoca, guardavano alla Cina, nonché a Cuba, al Ghana e persino a Parigi, come la terra nella quale una vera libertà era possibile. Certo, la Cina non era perfetta, ma pur sempre meglio che vivere nel ventre della bestia. Quando la dirigente delle Pantere nere, Elaine Brown, visitò Pecchino, nell’autunno del 1970, rimase favorevolmente sorpresa dalle realizzazioni della Rivoluzione cinese nel migliorare le condizioni di vita del popolo. “Anziani e giovani potrebbero dare testimonianze emozionanti, come battisti convertiti, delle glorie del socialismo” (4).

Huey_Chou
Huey P. Newton e Zhou Enlai

Un anno dopo, vi ritornò, accompagnata da uno dei fondatori delle Pantere, Huey Newton, che descrisse così la propria esperienza in Cina, “una sensazione di libertà – come se la mia anima fosse stata alleggerita da un grande peso e io fossi in grado di essere me stesso, senza dovermi difendere per ciò, senza necessità o pretesa di dovermi spiegare. Mi sono sentito per la prima volta assolutamente libero – completamente libero tra i miei simili” (5). 

Più di un decennio prima che la Brown e Newton mettessero piede sul suolo cinese, W.E.B. Du Bois considerava la Cina come l’altro gigante addormentato, pronto a guidare le razze di colore nella lotta mondiale contro l’imperialismo. Egli vi si era recato per la prima volta nel 1936 – prima della guerra e della rivoluzione – nel corso di un lungo soggiorno in Unione Sovietica. Ritornandovi nel 1959, quando era illegale viaggiare in Cina, Du Bois scopriva un paese del tutto nuovo. Colpito dalla trasformazione intrapresa dai cinesi, in particolare da quella che percepiva come emancipazione della donna, ripartì convinto che la Cina avrebbe guidato le nazioni sottosviluppate verso il socialismo. “Dopo lunghi secoli, la Cina”, come ebbe a riferire a un uditorio di comunisti cinesi in occasione del suo novantunesimo compleanno, “si è sollevata sulle proprie gambe ed è balzata in avanti. Africa sollevati, sta dritta in piedi, parla e pensa! Agisci! Volta le spalle all’Occidente, alla schiavitù e umiliazione degli ultimi cinquecento anni e guarda al sole che sorge” (6).

La storia di come i radicali neri sono giunti a vedere nella Cina il faro della rivoluzione, e il pensiero di Mao quale sua linea guida, è complicata e affascinante, coinvolge letteralmente dozzine di organizzazioni e abbraccia gran parte del mondo – dai ghetti del nord america alle campagne africane. Di conseguenza il resoconto che segue non pretende di essere esaustivo (7). Nondimeno, abbiamo tentato in questo articolo di esplorare l’impatto del pensiero maoista, e della Repubblica popolare cinese più in generale, sul movimento radicale nero dagli anni Cinquanta sino ad almeno la metà degli anni Settanta. Indagheremo anche come il nazionalismo nero ha dato forma a dibattiti all’interno delle organizzazioni maoiste o “antirevisioniste” negli Stati Uniti. È nostra convinzione che la Cina abbia fornito ai radicali neri un esempio marxista “di colore”, o terzomondista, il quale ha permesso loro di sfidare una visione bianca e occidentale della lotta di classe – un modello che essi hanno modellato e rimodellato al fine di adattarlo alle loro realtà culturali e politiche. Sebbene il ruolo della Cina sia stato contraddittorio e problematico sotto diversi aspetti, il fatto che i contadini cinesi, contrariamente al proletariato europeo, abbiano fatto una rivoluzione socialista, e acquisito una posizione nella politica mondiale distinta dal campo sovietico e da quello statunitense, ha dotato i radicali neri di un profondo senso dell’importanza della rivoluzione e del potere. Infine, Mao non solo ha dimostrato ai neri del mondo intero che non dovevano attendere il maturare di “condizioni oggettive” per fare la rivoluzione, ma coll’importanza conferita alla lotta culturale ha profondamente orientato il dibattito circa la politica e l’arte nera.

Continua a leggere “Black like Mao. Cina rossa e rivoluzione nera”

Libri da tradurre: Edward J. Hughes, Proust, Class and Nation

Edward J. Hughes, Proust, Class and Nation, Oxford University Press, Oxford e New York, 2012.

recensione di Hans G. Despain

9780199609864I sette volumi del capolavoro letterario di Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto, vengono tipicamente interpretati come del tutto scevri da forti simpatie nei confronti della classe lavoratrice. Anzi, il Narratore e principale personaggio del romanzo è di solito inteso quale acritico e privilegiato membro dell’alta borghesia, per di più con aspirazioni aristocratiche. La sua politica, dunque, viene in genere considerata conservatrice e ostile rispetto a quella radicale. Nel suo nuovo libro, Proust, Class and Nation, Edward J. Hughes analizza tale interpretazione conservatrice dello scrittore francese.

Come suggerito dal titolo, l’obiettivo primario di Hughes è la “centralità” e il ruolo della classe e del nazionalismo nel romanzo di Proust (17). Una frequente critica rivolta a Proust è quella secondo la quale “i luoghi intensamente conflittuali, sia politicamente che culturalmente” della Francia del primo Novecento “mutano in una celebrazione, la quale si vorrebbe apolitica, del fascino della vita nelle piccole cittadine francesi, vista attraverso il prisma [alto-borghese] della memoria del Narratore” (34). Secondo l’argomentazione di Hughes, Proust è ben lungi, in effetti esattamente all’opposto, dall’essere apolitico. Interpretare Proust semplicemente come un conservatore, o persino borghese, significa misconoscere la struttura politica del romanzo.

Hughes afferma che l’intento politico del romanzo è consentire “all’eredità politica sia dei conservatori che dei radicali di essere posta in discussione” (268). Il romanzo di Proust, quindi, articola profondi e antagonistici rapporti di classe con l’ascesa sociale del’egemonia borghese nel corso della Terza repubblica francese (16). “Il narratore di Proust giunge a mostrare quanto i limiti di classe siano paradossalmente fragili e soggetti al mutamento” (45) Una parodistica logica da scambio di merci guida essenzialmente molte delle interazioni tra i personaggi di Proust, una sorta di motivo social-istituzionale incorporato (94-5). Il romanzo di Proust è attraversato da una latente, e onnipresente, lotta di classe, appena al di sotto della superficie; una lotta di classe in continua negoziazione sociale nelle interazioni fra ogni singolo individuo.

Il posizionamento sociale borghese e privilegiato del narratore non dovrebbe necessariamente essere inteso come un adesione ai valori e all’etica borghese. Infatti Hughes dimostra come il narratore confermi un detto affatto materialista storico: “tutto dipende dall’esistenza di ciascuno nella storia, dall’appartenenza a una classe sociale” (85). Un punto cruciale del testo consiste nel dimostrare, attraverso lo sviluppo di centinaia di personaggi e cammei di varie personalità, che la classe sociale è la base delle credenze, delle motivazioni e delle azioni. Tuttavia, ciò non significa che la classe sociale sia deterministica. Tutt’altro, gli individui dispongono di un certo grado di autonomia.

Risuona forte l’eco del “18 brumaio di Luigi Bonaparte” di Marx. L’autonomia individuale consente agli agenti proustiani di fare la propria storia, ma non in circostanze storiche da loro stessi scelte. Queste ultime, così come quelle politiche, preesistono agli individui. I personaggi proustiani illustrano tali vincoli strutturali e la persistente possibilità dell’autonomia personale. Essi dimostrano come pochissimi individui siano riflesso di circostanze storiche e del loro grado di determinazione delle credenze, delle motivazioni e delle azioni.

Continua a leggere “Libri da tradurre: Edward J. Hughes, Proust, Class and Nation”

L’incompiuta rivoluzione irlandese

Il periodo rivoluzionario innescato dalla Rivolta di Pasqua del 1916 ha offerto la prospettiva di un’Irlanda autenticamente democratica.

di Ronan Burtenshaw e Séan Byers

ronan_illo-2

Non vi è consenso tra gli storici dell’Irlanda sugli eventi del 1916-23, se possano essere considerati una rivoluzione o, eventualmente, su come simile rivoluzione debba essere interpretata.

Fianna Fáil, a lungo il partito politico di maggior successo della repubblica, ha favorito una narrazione che usa la rivolta del 1916 al fine di legittimare lo stato contemporaneo. Una narrazione limitata e nazionalista, che lega il suo leader, Pádraig Pearse e i suoi contemporanei al cattolicesimo conservatore del XX secolo.

Il rivale nel campo della borghesia irlandese, Fine Gael, raccoglie numerosi sostenitori del nazionalismo costituzionale del movimento per l’autogoverno. Meno critici rispetto al dominio britannico in Irlanda, tendono a minimizzare se non screditare l’insurrezione del 1916 come una tragica disavventura.

La sinistra dovrebbe rigettare sia la narrazione tradizionale che quella revisionista. In questo momento di rinnovata militanza della classe lavoratrice nell’isola, è necessario un approfondimento  del periodo rivoluzionario irlandese, il quale abbraccia la lotta per l’indipendenza nel contesto della rivoluzione democratica e sociale cui aspiravano molti dei suoi partecipanti.

Quale tipo di rivoluzione?

La rivoluzione irlandese è stata innanzitutto nazionale. Tuttavia interpretarla esclusivamente in questi termini significherebbe trascurarne la complessità. E non semplicemente perché si è trattato di un movimento dal forte carattere operaio e internazionalista. Bensì perché l’economia politica del dominio coloniale, in Irlanda, ha intrecciato gli aspetti nazionale, democratico e sociale.

La rivolta degli Irlandesi Uniti nel 1798, appoggiata dalla Repubblica francese, ha rappresentato una fonte d’ispirazione per la successiva tradizione radicale. Ma laddove gli aspetti politici della ribellione vengono spesso citati, le sue conseguenze sull’economia sono non di rado sottostimate. Dopo aver sedato la sollevazione, il governo britannico limitò severamente l’autonomia irlandese all’interno dell’impero, sciogliendo quello che era noto come “Parlamento di Grattan” nell’Atto di unione del 1800. Nonostante tale misura combinasse i due regni in un’unione più ampia, l’effetto concreto è stato di instaurare un diretto domino coloniale sull’Irlanda.

I risultati furono di portata devastante per l’economia dell’Irlanda del sud. Nel 1800, in quanto sede del governo, centro commerciale e finanziario, nonché fulcro dell’industria tessile, Dublino era la seconda città del più grande impero al mondo. Il dominio diretto, col ritorno dei poteri fiscale e economico a Westminster, cui va aggiunto l’aumento delle tariffe sulle merci irlandesi, causò un esodo di pari irlandesi, e dei loro investimenti, in Gran Bretagna. In sessant’anni Dublino venne relegata a sesta città più popolosa del Regno Unito.

Mentre introduceva tariffe al fine di proteggere la propria industria, il governo britannico adottava l’approccio del laissez-faire rispetto all’interventismo economico nell’ambito del welfare. Un approccio che ha contribuito alla Grande carestia del 1845-52. Le esportazioni dall’Irlanda alla Gran Bretagna proseguirono, nonostante la morte di circa un milione di persone e l’emigrazione di altrettante. Come il Conte di Clarendon, lord luogotenente d’Irlanda, scrisse al primo ministro nel 1857, “Nessuno può arrischiarsi ora a contestare il fatto che l’Irlanda è stata sacrificata ai commercianti di grano londinesi… e che alcuno stento si sarebbe verificato se l’esportazione del grano irlandese fosse stata proibita”.

Oltre a dimezzare la popolazione dell’isola, la carestia modificò profondamente l’economia politica dell’Irlanda rurale, liberando enormi distese di terra prima coltivata da piccoli proprietari. Nel 1841 solo il 18 percento delle aziende irlandesi superavano i 15 acri. Dieci anni dopo erano giunte al 51 percento. In questo vuoto emerse una potente classe di fittavoli agricoli.

Decimata dal sottosviluppo e traumatizzata dalla carestia, l’Irlanda era divenuta un terreno fertile per l’ascesa della Chiesa cattolica, il cui clero proveniva in percentuale sproporzionata dagli ambienti dei grandi fittavoli o della borghesia – i settori della società irlandese in grado di permettersi l’educazione dei propri figli.

In molti vedevano nella chiesa, a sua volta repressa dalle autorità imperiali britanniche, un alleato più affidabile del governo, favorendo la partecipazione alle sue istituzioni rispetto a quelle dello stato. Il coinvolgimento della chiesa nelle campagne per l’emancipazione cattolica e per l’abrogazione dell’Atto di unione acuirono tale affinità.

Il potere della chiesa cresceva proprio mentre imboccava una svolta chiaramente antimoderna col Sillabo degli errori moderni di Pio IX pubblicato nel 1864. L’enciclica attaccava direttamente il socialismo e “tale idea di governo sociale, assolutamente falsa”, sottoscrivendo una dottrina sociale che considerava la povertà una questione morale, sulla quale era meglio intervenire attraverso la carità. Seguendo questa filosofia, la chiesa si pose come un potente avversario di qualsiasi riforma progressista.

L’ascesa della Chiesa cattolica ebbe anche conseguenze sulla condizione delle donne. Sebbene non certo emancipate, le donne nell’Irlanda precedente la carestia spesso avevano un ruolo nell’economia, ricorrendo alle loro abilità nella tessitura e nella filatura al fine di raggiungere un certo grado d’indipendenza economica. Col tempo, l’industrializzazione rese simili competenze obsolete, e l’emergere delle grandi aziende agricole ridusse la necessità della manodopera femminile. La Chiesa cattolica stabilì un nuovo ruolo per le donne, come pilastro religioso della famiglia, esortandole a prendere il proprio posto nella casa e a crescere i loro figli nella fede.

All’inizio del XX secolo il declino economico irlandese aveva prodotto un diffuso immiserimento. Gli slum di Dublino erano annoverati tra i peggiori al mondo. Il tasso di mortalità toccava il 27,6 per 1.000 – superando quello di Calcutta. Più di 20.000 persone vivevano in abitazioni popolari formate da una sola stanza, situate spesso in grandi case georgiane appartenute all’ormai scomparsa aristocrazia, persistente ricordo della prosperità che la città aveva ora perso.

Continua a leggere “L’incompiuta rivoluzione irlandese”