Lenin lettore di Hegel

di Stathis Kouvélakis

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Come spiegare il fatto che al cospetto del disastro della Prima guerra mondiale Lenin si sia ritirato per dedicarsi allo studio della Logica di Hegel? Si tratta di un interrogativo che non ha cessato di turbare il marxismo del primo dopoguerra. Secondo Stathis Kouvelakis, svelare l’enigma dei Quaderni filosofici di Lenin, manoscritti frammentari ed eterogenei, equivale a pensare questo testo come una rettifica del pensiero del movimento operaio europeo. Vero e proprio presupposto alla sua riflessione strategica, la quale condurrà all’Ottobre 1917, il lavoro di Lenin segna un rigetto del positivismo, del meccanicismo e del materialismo volgare della Seconda internazionale. Tale ritorno a Hegel implica una rinnovata istanza rispetto alla dimensione pratica della conoscenza, alla dialettica di salti e inversioni, o ancora, all’attività in quanto processo sociale. Di fronte al crollo della socialdemocrazia, alla necessità di una ripresa, una deviazione nel campo della teoria si rende talvolta indispensabile al fine di poter ricominciare.

Il disastro

Irruzione del massacro di massa nel cuore dei paesi imperialisti dopo un secolo di relativa «pace» interna, il momento della prima guerra mondiale è anche quello del crollo del suo oppositore storico, il movimento operaio europeo, essenzialmente organizzato nella Seconda internazionale. In questo senso, appare adeguata la definizione di «disastro», termine utilizzato da Badiou per significare l’esaurimento della verità di una forma della politica emancipatrice testimoniata da un altro crollo, più recente, ossia quello dei regimi «comunisti» dell’Europa dell’est (1). Considerando che questo secondo disastro va a colpire quella stessa verità politica nata come risposta al primo, e nota come «Ottobre 1917», nonché: «Lenin», è stato allora il ciclo del «secolo breve» ad essersi chiuso su questa disastrosa ripetizione. Paradossalmente, quindi, non si tratta del momento sbagliato da scegliere, per ritornare là dove tutto ciò ha avuto inizio, nell’istante in cui, nel fango e nel sangue che sommergevano l’Europa in quell’estate del 1914, il secolo è sorto.

Catturate dal vortice del conflitto, le società europee e extra-europee (2) sperimentano per la prima volta la «guerra totale». L’insieme della società, combattenti e non combattenti, economia e politica, stato e «società civile» (sindacati, chiesa, media) partecipano integralmente a questa mobilitazione generale assolutamente straordinaria nell’intera storia mondiale. La dimensione traumatica dell’avvenimento non è comparabile con alcun confronto armato precedente. È la sensazione generalizzata della fine di un’intera «civilizzazione» ad emergere dalla carneficina delle trincee, vera e propria industria del massacro, altamente tecnologizzata, dispiegata nei campi di battaglia e ben al di là di questi ultimi (bombardamenti di civili, spostamenti di popolazione, distruzione mirata di aree situate al di fuori del fronte). L’industria della morte di massa stessa si aggroviglia strettamente ai dispositivi di controllo della vita sociale e delle popolazioni, direttamente o indirettamente esposte ai combattimenti. Una tale atmosfera apocalittica, la cui eco risuonerà con forza in tutta la cultura dell’immediato dopoguerra (la quale nasce nel conflitto stesso: Dada, poi il surrealismo e le altre avanguardie degli anni Venti e Tenta), permea tutti i contemporanei. È possibile, ancora oggi, farsene un’idea attraverso la lettura della Juniusbroschure di Rosa Luxemburg (3), uno dei testi più straordinari della letteratura socialista, ogni pagina del quale porta testimonianza del carattere inedito della barbarie in corso.

La dimensione della brutalità raggiunta dall’insieme dei rapporti  sociali, per quanto terrificante dovesse sembrare all’ora come oggi, non deve tuttavia occultare le innovazioni di enorme portata delle quai il conflitto fu portatore. Certamente, si tratta di un fatto ben noto, ogni guerra costituisce un vero e proprio laboratorio per la «modernizzazione» dei rapporti sociali (4), ma il carattere «totale», e «totalitario», di questa conferisce a tale processo un’ampiezza senza precedenti. A partire dall’istituzione su larga scala dei campi di concentramento e della politica di deportazione delle popolazioni nonché di pulizia etnica dei territori (fino ad allora riservati alla colonizzazione: il conflitto mondiale consente, infatti,  di importare nella metropoli il tipo di violenza da essa sino ad’ora sperimentata nella sua periferia imperiale), per giungere a forme di pianificazione e controllo statale dell’economia – compresa l’integrazione dei sindacati nell’economia di guerra (la quale assume alcuni aspetti di razionalizzazione capitalistica integrale, così come teorizzata da Rathenau). Dal ricorso alla mano d’opera femminile nell’industria, (con tutte le conseguenze di un fatto simile, combinate all’assenza degli uomini impegnati al fronte, a livello della struttura familiare e della dominazione maschile nella vita sociale) sino alle forme di condizionamento su vasta scala esercitate sui combattenti e sull’opinione pubblica, tramite un impressionante dispositivo di controllo dell’informazione e lo sviluppo di nuovi mezzi (radio e cinema), senza dimenticare i cosiddetti governi di «union sacrée», i quali assicurano l’integrazione dei partiti operai ai vertici dello stato, oltre ad adeguarsi alle forme di pianificazione/consenso al livello dell’economia. Non un solo aspetto della vita collettiva e individuale rimane indenne rispetto a questa esperienza radicale.

Niente, dunque, sarà più come prima, innanzitutto per il movimento operaio. Il collasso della Seconda internazionale, la sua totale impotenza rigurdo al frangente della guerra imperialista, in realtà, non fa altro che rivelare delle tendenze profonde, e di gran lunga precedenti la guerra mondiale, verso «l’integrazione» delle organizzazioni di tale movimento ( e di larga parte della loro base sociale) nei compromessi che sostengono l’ordine sociale e politico (in particolare nella sua dimensione imperialista) dei paesi del centro. «Il fallimento», per riprendere la formula usata da Lenin, è quindi quello dell’insieme della pratica operaia e socialista, costretta ormai a dei ripensamenti radicali: «la guerra mondiale ha modificato le condizioni della nostra lotta e ha cambiato noi stessi radicalmente» scrive la Luxemburg, prima di fare appello «all’autocritica impietosa», «diritto vitale» e «dovere supremo» della classe operaia (5).

Lenin, pur non essendo certo tra i più impreparati (ma, in qualche modo, non ne è ancora consapevole), è tuttavia tra coloro sorpresi con maggiore immediatezza dal disastro. La sua incredulità di fronte al voto unanime per i crediti di guerra da parte della socialdemocrazia tedesca, e più in generale al crollo dell’Internazionale e del centro ortodosso «kautskyano», la lentezza e la rarità dei suoi primi interventi posteriori all’agosto 1914, la dicono lunga. Non tanto su una (presunta) mancanza di lucidità (pur essendo vero che la sua aspirazione «all’ortodossia», al’opposto della Luxemburg, ha pesato sull’illusione retrospettivamente rivelata dal disastro) bensì circa il carattere veramente senza precedenti di ciò che sta accadendo.

Questo ritardo nell’intervento politico, l’evoluzione della sua posizione  riguardo l’attitudine dei socialisti rivoluzionari rispetto alla guerra imperialista lo segnala ancor più nettamente. Nel momento in cui scoppia la guerra, e «l’orrore» del fallimento dell’Internazionale si rivela il più penoso da sostenere, il più doloroso di tutti, il dirigente bolscevico lancia «a caldo» una parola d’ordine che si richiama ancora alla cultura anti-guerra della defunta internazionale. È la parola d’ordine democratica (e giacobino-kantiana) della «trasformazione di tutti gli Stati europei in Stati uniti repubblicani d’Europa», trasformazione che implica il rovesciamento delle dinastie tedesca, zarista, austroungarica ecc. (6). Poco dopo (nel 1915), tale posizione verrà abbandonata a causa del suo problematico contenuto economico (suscettibile di essere interpretato come sostegno a un possibile imperialismo europeo unificato), e del rigetto categorico di ogni concezione eurocentrica della rivoluzione. Un rigetto che si traduce senza dubbio in una valutazione assai pessimistica dello stato del movimento operaio europeo: «Il tempo in cui la causa della democrazia e del socialismo riguardava soltanto l’Europa è passato senza ritorno» (7). La concomitante affermazione del «disfattismo rivoluzionario», linea radicalmente innovativa per la cultura del movimento operaio internazionale, appare in tal modo indissociabile dalla riflessione sulle conseguenze devastanti dell’implosione politica dell’agosto 1914. Più precisamente: dalle insolite occupazioni cui Lenin si dedica nel corso dei mesi successivi ai suddetti avvenimenti.

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Black like Mao. Cina rossa e rivoluzione nera

Robin D. G. Kelly e Betsy Esch

Questa è l’epoca di Mao Tze-Tung, l’epoca della rivoluzione mondiale, e la lotta degli afroamericani per la liberazione è parte di un invincibile movimento globale. Il Presidente Mao è stato il primo leader mondiale  a portare la lotta del nostro popolo alla ribalta della rivoluzione mondiale

Robert Williams 1967 (1)

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“Il Presidente Mao è il grande liberatore del popolo rivoluzionario mondiale”

Sembrerebbe che il Presidente Mao, quantomeno dal punto di vista simbolico, sia oggetto di una rinnovata popolarità tra i giovani. Le sue immagini e idee ritornano costantemente in una miriade di contesti culturali e politici. The Coup, un celebre gruppo hip-hop della San Francisco Bay Area, ha posto Mao Zedong nel panteon degli eroi radicali neri, inscrivendo in tal modo le lotte per la libertà dei neri in un contesto internazionale. In un pezzo intitolato semplicemente “Dig It” (1993), The Coup si riferisce ai propri membri definendoli “i dannati della terra”, invita gli ascoltatori a leggere il Manifesto del partito comunista, ed evoca figure come Mao Zedong, Ho Chi Min, Kwame Nkrumah, H. Rap Brown, il movimento keniano dei Mau Mau e Geronimo Ji Jaga Pratt. In manira tipicamente maoista, il gruppo fa propria, parafrasandola, una delle più note citazioni di Mao “siamo coscienti che il potere sta sulla punta della pistola”(2). Anche considerando che i componenti di The Coup non erano neanche nati all’apogeo del maoismo nero, “Dig It” coglie lo spirito di Mao in relazione al mondo coloniale in generale – un mondo che comprendeva gli afroamericani. Nella Harlem di fine anni Sessanta inizio anni Settanta, si sarebbe detto che tutti possedevano una copia delle Citazioni dalle opere del presidente Mao Tze-Tung (3), meglio noto come Libretto rosso. Di tanto in tanto, era possibile vedere i sostenitori del Black Panter Party venderlo agli angoli delle strade al fine di raccogliere fondi per il partito. Non di rado i giovani radicali neri si aggiravano per le strade vestiti come contadini cinesi, fatta eccezione, ovviamente, per il taglio afro e gli occhiali da sole.

Come l’Africa, la Cina era in movimento, ed era impressione condivisa che supportasse le lotte dei neri. In realtà era qualcosa di più che un’impressione: parte della comunità nera faceva realmente appello alla rivoluzione richiamandosi a Mao, così come a Marx e Lenin. Numerosi neri radicali, all’epoca, guardavano alla Cina, nonché a Cuba, al Ghana e persino a Parigi, come la terra nella quale una vera libertà era possibile. Certo, la Cina non era perfetta, ma pur sempre meglio che vivere nel ventre della bestia. Quando la dirigente delle Pantere nere, Elaine Brown, visitò Pecchino, nell’autunno del 1970, rimase favorevolmente sorpresa dalle realizzazioni della Rivoluzione cinese nel migliorare le condizioni di vita del popolo. “Anziani e giovani potrebbero dare testimonianze emozionanti, come battisti convertiti, delle glorie del socialismo” (4).

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Huey P. Newton e Zhou Enlai

Un anno dopo, vi ritornò, accompagnata da uno dei fondatori delle Pantere, Huey Newton, che descrisse così la propria esperienza in Cina, “una sensazione di libertà – come se la mia anima fosse stata alleggerita da un grande peso e io fossi in grado di essere me stesso, senza dovermi difendere per ciò, senza necessità o pretesa di dovermi spiegare. Mi sono sentito per la prima volta assolutamente libero – completamente libero tra i miei simili” (5). 

Più di un decennio prima che la Brown e Newton mettessero piede sul suolo cinese, W.E.B. Du Bois considerava la Cina come l’altro gigante addormentato, pronto a guidare le razze di colore nella lotta mondiale contro l’imperialismo. Egli vi si era recato per la prima volta nel 1936 – prima della guerra e della rivoluzione – nel corso di un lungo soggiorno in Unione Sovietica. Ritornandovi nel 1959, quando era illegale viaggiare in Cina, Du Bois scopriva un paese del tutto nuovo. Colpito dalla trasformazione intrapresa dai cinesi, in particolare da quella che percepiva come emancipazione della donna, ripartì convinto che la Cina avrebbe guidato le nazioni sottosviluppate verso il socialismo. “Dopo lunghi secoli, la Cina”, come ebbe a riferire a un uditorio di comunisti cinesi in occasione del suo novantunesimo compleanno, “si è sollevata sulle proprie gambe ed è balzata in avanti. Africa sollevati, sta dritta in piedi, parla e pensa! Agisci! Volta le spalle all’Occidente, alla schiavitù e umiliazione degli ultimi cinquecento anni e guarda al sole che sorge” (6).

La storia di come i radicali neri sono giunti a vedere nella Cina il faro della rivoluzione, e il pensiero di Mao quale sua linea guida, è complicata e affascinante, coinvolge letteralmente dozzine di organizzazioni e abbraccia gran parte del mondo – dai ghetti del nord america alle campagne africane. Di conseguenza il resoconto che segue non pretende di essere esaustivo (7). Nondimeno, abbiamo tentato in questo articolo di esplorare l’impatto del pensiero maoista, e della Repubblica popolare cinese più in generale, sul movimento radicale nero dagli anni Cinquanta sino ad almeno la metà degli anni Settanta. Indagheremo anche come il nazionalismo nero ha dato forma a dibattiti all’interno delle organizzazioni maoiste o “antirevisioniste” negli Stati Uniti. È nostra convinzione che la Cina abbia fornito ai radicali neri un esempio marxista “di colore”, o terzomondista, il quale ha permesso loro di sfidare una visione bianca e occidentale della lotta di classe – un modello che essi hanno modellato e rimodellato al fine di adattarlo alle loro realtà culturali e politiche. Sebbene il ruolo della Cina sia stato contraddittorio e problematico sotto diversi aspetti, il fatto che i contadini cinesi, contrariamente al proletariato europeo, abbiano fatto una rivoluzione socialista, e acquisito una posizione nella politica mondiale distinta dal campo sovietico e da quello statunitense, ha dotato i radicali neri di un profondo senso dell’importanza della rivoluzione e del potere. Infine, Mao non solo ha dimostrato ai neri del mondo intero che non dovevano attendere il maturare di “condizioni oggettive” per fare la rivoluzione, ma coll’importanza conferita alla lotta culturale ha profondamente orientato il dibattito circa la politica e l’arte nera.

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