Natura, lavoro e ascesa del capitalismo

di Martin Empson

15244333759_02a030bfe8_z
Capanne Montagnais e Nasquapee, Seven Islands. Foto: Biblio Archives/Library Archives 

Il capitalismo intrattiene un rapporto peculiare, per usare un eufemismo, col mondo naturale. (1) Karl Marx lo ha riassunto al meglio nei Grundrisse, dove ha scritto che con l’ascesa del modo di produzione capitalistico, “la natura diviene puro oggetto per l’uomo, puro oggetto dell’utilità; cessa di essere riconosciuta come potenza per sé; e la stessa conoscenza teoretica delle sue leggi autonome appare soltanto come un’astuzia per assoggettarla ai bisogni umani sia come oggetto del consumo sia come mezzo della produzione”. (2) Nella stessa sezione, egli nota come “il capitale crea dunque la società borghese e l’appropriazione universale tanto della natura quanto della connessione sociale stessa da parte dei membri della società”.

Questo rapporto strumentale col mondo naturale contrasta bruscamente con le modalità attraverso le quali la natura è stata considerata, ed usata, dalle precedenti società umane. Un’interazione inedita con la natura emersa dalle violente trasformazioni sociali che hanno accompagnato lo sviluppo del capitalismo in Europa occidentale, estendendosi con la diffusione di tale sistema al resto dl mondo. Marx ha catalogato le molteplici forme di saccheggio e distruzione perpetuate dal primo capitalismo, nel suo rifare il mondo a propria immagine: “La scoperta delle terre aurifere e argentifere in America, lo sterminio e la riduzione in schiavitù della popolazione aborigena, seppellita nelle miniere, l’incipiente conquista e saccheggio delle Indie Orientali, la trasformazione dell’Africa in una riserva di caccia commerciale delle pelli nere, sono i segni che contraddistinguono l’aurora dell’era della produzione capitalistica. Questi procedimenti idillici sono momenti fondamentali dell’accumulazione originaria“. (3) Il capitale, conclude egli in un celebre passo, fa il suo ingresso nel mondo “grondante sangue e sporcizia dalla testa ai piedi, da ogni poro”, nel momento in cui la natura stessa viene subordinata alle esigenze del sistema. (4)

In tutte le società storiche, gli esseri umani hanno avuto una qualche forma di interazione metabolica con la natura. Quest’ultima è sempre stata trasformata, tramite il lavoro, al fine di soddisfare le nostre necessità – in effetti, per ricorrere alle parole di Marx, l’essenza del lavoro è “appropriazione degli elementi naturali pei bisogni umani”:

In primo luogo il lavoro è un processo che si svolge fra l’uomo e la natura, nel quale l’uomo, per mezzo della propria azione, media, regola e controlla il ricambio organico tra se stesso e la natura: contrappone se stesso, quale una fra le potenze della natura, alla materialità della natura. Egli mette in moto le forze naturali appartenenti alla sua corporeità , braccia e gambe, mani e testa, per appropriarsi i materiali della natura in forma usabile per la propria vita. Operando mediante tale moto sulla natura fuori di sé e cambiandola, egli cambia allo stesso tempo la natura sua propria. (5)

Il capitalismo ha costituito una rottura radicale col passato: per la prima volta la produzione di beni fondamentali è stata guidata dall’accumulazione di ricchezza fine a se stessa, e non primariamente dalla soddisfazione dei bisogni umani. Tale sistema di generalizzata produzione delle merci ha cambiati anche noi stessi. Noi ci ritroviamo ad essere alienati dal mondo naturale, poiché i prodotti del nostro lavoro non sono più sotto il nostro controllo. La stessa nostra percezione della natura è modellata da un sistema economica che tratta “l’ambiente” come una raccolta di merci da sfruttare per il profitto.

Continue reading “Natura, lavoro e ascesa del capitalismo”

Edward Hallett Carr, storia e rivoluzione

di Matthijs Krul

carr
Edward Hallett Carr

Quella che segue è la trascrizione di un’intervista al celebre storico britannico E. H. Carr come pubblicata dalla New Left Review nel 1978, col titolo “La sinistra oggi”. Carr, uno dei primi seri specialisti della storia russa e sovietica (forse un po’ datato ma ancora utile e leggibile), all’epoca aveva ottantasei anni. Pur non essendo mai stato comunista, egli si identificava chiaramente con la sinistra politica, dedicando gran parte dei suoi sforzi accademici a combattere la storiografia conservatrice e liberale (Whig). Ciò nonostante, per una significativa parte della sua carriera non fu un accademico, lavorando presso il Foreign Office, ed in seguito come vicedirettore del Times, due organi non certo noti per la loro vicinanza alla sinistra. Questo gli consentì di avere una prospettiva ampia e non settaria sugli eventi.

Il discorso di Carr tocca questioni ancor’oggi rilevanti per il comunismo, a dispetto del fatto che l’articolo qui riprodotto abbia ormai più di trent’anni. Per molti versi, esso è rappresentativo della disillusione della sinistra post-stalinista. Disillusione allora talmente profonda in alcuni comunisti, e frutto dello scontro tra la realtà e le loro aspettative, da spingerli a trarre conclusioni opposte e divenire rabbiosi esponenti della destra. Carr, d’altra parte, non seguì tale percorso, conservando una prospettiva più distante e dunque maggiormente obiettiva, nonché meno isterica. Ancor più importante, egli non solo fu in grado di separare il grano dal loglio nell’esperienza comunista, e ciò nonostante l’enorme pressione accademica e politica esercitata contro di lui (persino Orwell lo considerava pericoloso), ma ebbe anche la capacità in età avanzata di analizzare correttamente gli sviluppi politici ricorrendo al metodo di Marx. Meglio di tanti comunisti, in particolare i cosiddetti “eurocomunisti”, esaminò  gli sviluppi nelle relazioni economiche che avevano avuto luogo dopo la morte di Marx e, in particolare, dopo la Seconda guerra mondiale, indicando, inoltre, la sempre più aristocratica e compromessa condizione della classe operaia nelle nazioni più sviluppate, se comparata con quella dei paesi caratterizzati da un’industria, e dunque, un proletariato sottosviluppati. Senza timore di trarre le conclusioni necessarie, diede un forte impulso ad una migliore comprensione storica di tale fenomeno, il quale a posteriori diverrà generalmente accettato come una delle decisive rotture storiche del XX secolo.

La fama di Carr non è legata esclusivamente alla sua eccellente analisi della storia economica sovietica, campo nel quale è stato un pioniere insieme a R. W. Davies, bensì è dovuta in egual misura al suo lavoro storiografico Sei lezioni sulla storia. Un libro generalmente considerato come l’espressione maggiore della scrittura storiografica moderna, una presa di distanza dalla vecchia storia Whig, così come da un certo positivismo sterile e conservatore (à la Namier). In esso viene inaugurata un’epoca in cui il mestiere dello storico, in maniera crescente, è stato visto come un particolare modo di selezionare e disporre gli elementi storici, che si vogliano o meno definire questi ultimi “fatti storici”; e nel fare ciò, ha aperto la strada, sostenendole, a quelle modalità di scrittura storiografica che hanno enfatizzato inediti trattamenti di materiali esistenti e ignorati, allo scopo di condurre alla ribalta segmenti sino ad allora oscuri della storia, quali la storia sociale, quella delle donne, del quotidiano e così via. Il clima generale instaurato dall’ascesa della New Left e dall’influenza del gruppo degli storici vicini al PCGB, particolarmente in Gran Bretagna, ha senz’altro avuto un ruolo. Altro aspetto importante del contributo fornito da Carr alla storiografia, nel libro in questione come in altri, è la sua rivendicazione dell’idea di progresso nella storia, come prerequisito necessario al fine di rendere la disciplina storica un’impresa, in primo luogo, comprensibile ed utile. Il tutto senza invocare il deus ex machina del Geist o concezioni analoghe, cosa di per sé degna di nota, per quanto anche un prodotto della peculiare avversione britannica nei confronti della filosofia della storia. Gran parte di questa intervista e da vedersi sotto questa luce, compresi i riferimenti al lavoro succitato. Poiché è essenziale difendere l’idea di progresso nella storia senza cadere nella trappola del progressismo o idealismo whig, Edward Hallett Carr è stato un grande storico anche solo per quest’unico motivo.

Ormai ha completato la sua “Storia della Russia sovietica”, la quale copre gli anni dal 1917 al 1929 in quattordici volumi, e domina l’intero campo di studi della prima esperienza dell’URSS. A partire da un ampio sguardo retrospettivo, come giudica il significato della Rivoluzione di ottobre – tanto per la Russia, quanto per il resto del mondo?

Iniziamo dal suo significato per la Russia stessa. Non richiede un grande sforzo oggi soffermarsi sulle conseguenze negative della Rivoluzione. Per diversi anni, e sopratutto negli ultimi mesi, esse hanno costituito un tema ossessivo nei libri pubblicati sull’argomento, nei giornali, nella radio e nella televisione. Il pericolo non sarebbe dunque quello di stendere un velo sulle enormi macchie del bilancio della Rivoluzione, sui costi umani e sulle sofferenze, sui crimini commessi in suo nome. Il pericolo, semmai, sarebbe quello di dimenticare tutto, e di passare sotto silenzio le sue immense conquiste. Mi riferisco in parte alla determinazione, all’impegno, all’organizzazione  e al duro lavoro che negli ultimi sessant’anni hanno trasformato la Russia in un grande paese industriale e in una superpotenza. Chi, prima del 1917, avrebbe potuto predire tutto ciò? Ma oltre a questo, mi riferisco alla trasformazione, avvenuta a partire dal 1917, nella vita della gente comune: la trasformazione della Russia da paese nel quale oltre l’ottanta percento della popolazione era composta da analfabeti o semianalfabeti in uno la cui popolazione urbana supera il sessanta percento, oltre ad essere totalmente alfabetizzata e in rapida acquisizione degli elementi della cultura urbana. La maggior parte dei membri di questa nuova società sono nipoti di contadini; alcuni pronipoti di servi. Costoro non possono che essere consapevoli di ciò che la Rivoluzione ha fatto per loro. E queste cose sono state realizzate  rigettando i principali criteri della produzione capitalistica – i profitti e la legge del mercato – sostituendovi un piano economico complessivo volto a promuovere il bene comune. Per quanto molto di quanto realizzato possa essere rimasto al di sotto delle promesse, ciò che è stato fatto in URSS negli ultimi sessant’anni, nonostante le spaventose interruzioni dall’esterno, rappresenta un notevole progresso verso la realizzazione del programma economico del socialismo. Naturalmente, sono consapevole che chiunque parli delle conquiste della rivoluzione può essere bollato come stalinista. Ma non sono disposto a prestarmi a un simile ricatto morale. Dopo tutto, uno storico inglese può lodare i risultati del regno di Enrico VIII senza che ciò implichi tollerare la decapitazione delle mogli.

Continue reading “Edward Hallett Carr, storia e rivoluzione”

Marx, il marxismo e gli storici della Rivoluzione francese nel XX secolo (1)

di Julien Louvrier

L’autore del saggio che segue adotta un approccio rigorosamente diacronico. Partendo dalle analisi di Marx sulla Rivoluzione francese, egli dimostra come gli scritti di quest’ultimo, spesso associato a Engels riguardo a tale soggetto, siano sempre precisamente contestualizzati e legati al tentativo di comprendere il presente. È Jean Jaures, con la sua Storia socialista della Rivoluzione francese, a fornire per primo una lettura globale degli eventi rivoluzionari basata sulla griglia interpretativa proposta da Marx. Una forma di banalizzazione di questa lettura si produce in seguito, attraverso lo sviluppo della storia economica e sociale, ad opera di storici che, senza aver letto troppo Marx, conservano del suo pensiero l’idea dell’importanza determinante della realtà economica. Nel contesto della Guerra fredda, tale interpretazione «sociale» della Rivoluzione è oggetto di vigorosi attacchi e condanne, in quanto espressione di un marxismo riduttivistico. Una rimessa in causa che prende le mosse da letture privilegianti il fattore politico, le quali, tuttavia, si aprono nuovamente, dopo alcuni anni, a ricerche che ripropongono la questione delle appartenenze sociali.

Pensare il rapporto tra il marxismo e la storiografia della Rivoluzione francese comporta l’affermazione di un’ovvietà e di un paradosso. Lo storico della rivoluzione francese, che sia marxista o meno, non può fare a meno di Marx. Per descrivere le lotte sociali caratteristiche della società di Ancien Régime, comparare l’economia francese della fine del XVIII secolo con quella di altre potenze europee, formulare delle ipotesi circa le origini della Rivoluzione, appare difficile sottrarsi al lessico e alle analisi sviluppati dal filosofo di Treviri in tutta la sua opera.

1005830-proces_de_louis_xvi
Luigi XVI compare davanti alla Convenzione nel dicembre del 1792

Tuttavia, sebbene abbia accarezzato il progetto di scrivere una storia della Convenzione, Marx non ha elaborato nel corso della sua vita nessuna opera che presentasse una visione sintetica e definitiva della storia della Rivoluzione francese. Inoltre, i giudizi di Marx o di Engels riguardo la Rivoluzione non sono mai stati rigorosamente coerenti, convergenti, né mai hanno preteso di coprire tutte le problematiche poste dall’irruzione della rivoluzione nella Francia della fine del XVIII secolo. Infine, per quanto numerose, le riflessioni di Marx sulla Rivoluzione del 1789 non costituiscono un corpus paragonabile alle grandi sintesi storiche scritte nel corso del XIX secolo, ad opera di storici liberali e romantici quali Guizot, Tocqueville o Michelet, l’apporto dei quali alla storiografia rivoluzionaria è considerevole. Se Marx, dunque, non può aspirare al titolo di storico della Rivoluzione francese, perché mai i ricercatori impegnati a lavorare sulla storia rivoluzionaria hanno attribuito così tanta importanza al suo pensiero? Quale genere di relazione si è stabilita tra l’analisi dello sviluppo delle società fornita da Marx e la comprensione del corso della Rivoluzione francese, e del suo significato, nella storia del mondo occidentale? Per essere più precisi: perché è stata posta, e lo è tutt’ora, la questione del marxismo presso gli storici della Rivoluzione francese (2), e assai più raramente quella – per esempio – del marxismo negli storici specialisti della Guerra dei cent’anni?

Innanzitutto, una banalità: non è in campo storico che gli scritti di Marx hanno conosciuto le loro prime ripercussioni. Infatti, prima di suscitare l’interesse degli storici e di penetrare, gradualmente, la storiografia rivoluzionaria a partire dalla fine del XIX secolo, il pensiero di Marx (3) ha inizialmente, e principalmente, occupato l’ambito filosofico, la sfera politica e il dibattito ideologico. A tal proposito, che si applichi specificamente alla rivoluzione francese, alla critica della filosofia hegeliana o all’analisi dei conflitti di classe nelle società moderne e contemporanee, il pensiero di Marx ha avuto, sin dalle sue prime formulazioni, degli avversari risoluti. Benché non siano senza rapporto, sarebbe comunque affrettato associare le riserve espresse sul marxismo dagli storici della Rivoluzione francese alle critiche lanciate a Marx dai suoi contemporanei. Queste riserve, in effetti, sono legate più alla strumentalizzazione di cui è stata oggetto l’opera di Marxiana nel XX secolo tramite la rivoluzione russa, e l’esperienza sovietica, che ai dibattiti filosofici che agitavano la sinistra intellettuale negli anni 1848-1870. Occorre ricordare che Lenin vedeva nel marxismo «una guida per l’azione rivoluzionaria», e che l’Unione Sovietica di Stalin fece delle teorie marxiste una dottrina di stato erigendola al rango di scienza? Tali circostanze spiegano naturalmente il fatto che siano state messe in dubbio delle letture della rivoluzione francese che si richiamavano ad un marxismo rigoroso, e che alcuni storici si siano interrogati circa l’opportunità di accordare al punto di vista del filosofo tedesco un’autorità scientifica incontestabile, in particolare quando si trattava di interpretare le rivoluzioni (4). Ciononostante, ultimo paradosso, pochi storici presentati come «marxisti» hanno rivendicato l’etichetta di «storici marxisti». Al contrario, da Georges Lefebvre a Michel Vovelle, passando per Albert Soboul, hanno tutti, in misura diversa, affermato la propria vicinanza ad un «metodo marxista», più che alla filosofia e alla storia elaborate da Marx e conosciute come «materialismo dialettico» (5). Si può dire che questi storici, tutti autori di contributi notevoli all’approfondimento e al rinnovamento delle nostre conoscenze storiche sulla Rivoluzione, hanno manifestato un maggiore attaccamento allo spirito dell’opera che alla lettera. Questo partito preso nei confronti di Marx va inteso come volontà di tenersi a distanza dalla vulgata marxista-leninista, così come professata nelle Repubbliche socialiste nonché nelle scuole dei partiti comunisti occidentali, rivendicando al contempo il diritto dello storico della Rivoluzione francese di ispirarsi al lavoro del filosofo servendosi delle sue teorie e concetti.

Sarebbe dunque inconcepibile parlare di una storiografia marxista della Rivoluzione francese, o di un’interpretazione marxista della Rivoluzione francese, considerata l’oggettiva differenza nel rapporto degli storici con Marx. Questi rapporti sono ovviamente funzione delle circostanze sociali e politiche del momento, e dipendendo strettamente dalla struttura stessa del campo storiografico. Esse determinano delle modalità attraverso le quali pensare la Rivoluzione con Marx, le quali vanno ricollegate allo stato della diffusione materiale dei suoi testi, nonché della loro conoscenza da parte degli storici. Se è dunque legittimo mettere in discussione il marxismo degli storici della Rivoluzione, ciò dovrebbe riguardare il carattere storico, vale a dire costantemente rinnovato e circostanziato, del rapporto tra la storiografia rivoluzionaria e Marx. Nel seguito di questo saggio, tenteremo di ritornare, in particolare, sulle principali tappe che hanno strutturato la relazione storica tra marxismo e storiografia della Rivoluzione francese. Questa storia, lunga pressapoco un secolo e mezzo, è composta di diverse fasi, a partire dall’elaborazione lenta e costantemente rinnovata di un’interpretazione del fenomeno rivoluzionario da parte di Marx stesso. Dopo aver ricostruito l’evoluzione dei punti di vista di Marx circa la Rivoluzione francese, dai suoi primi testi rivolti contro la filosofia hegeliana sino agli scritti della maturità, concentreremo la nostra attenzione sugli snodi e le mediazioni che hanno consentito l’incontro tra il marxismo e la storiografia rivoluzionaria. Richiameremo, dunque, il ruolo decisivo giocato da Jaures nello sviluppo di una lunga tradizione di studi sulla Rivoluzione francese ispirata a Marx, prima di rivolgere il nostro sguardo alle critiche di cui il «marxismo» di tale tradizione è stato oggetto.

Continue reading “Marx, il marxismo e gli storici della Rivoluzione francese nel XX secolo (1)”

La critica marxista della scienza capitalistica: una storia in tre movimenti? Introduzione – Prima parte

di Gary Werskey

per Bob Young

Introduzione

Il mio obiettivo, con questo scritto, è comprendere, come partecipante e come osservatore, la storia e le prospettive della critica marxista della scienza capitalistica.

Tale prospettiva – e le politiche da essa sostenute – hanno vissuto una breve fioritura, in particolare in Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti, negli anni Trenta e Quaranta, per poi essere riprese e trasformate solo negli anni Sessanta e Settanta. In entrambi i casi, i critici socialisti hanno attinto dalla propria esperienza personale, professionale e politica – influenzati dal marxismo della loro epoca – dando vita a nuovi e stimolanti resoconti circa la storia, la filosofia e le politiche della scienza. Tuttavia, nessuna corrente marxista ha condizionato, in modo significativo, la tendenza dominante nello sviluppo degli studi su scienza e tecnologia (STS) nella second meta del XX secolo. Ancora più importante per queste attività, i movimenti politici sui quali poggiavano sono interamente, e rispettivamente, crollati negli anni Cinquanta e ottanta.

John_Desmond_Bernal
John D. Bernal (1901-1971)

Ciò nonostante, come un fantasma infernale nella macchina degli STS, l’influenza di tali critici marxisti ha aleggiato nell’ombra, nelle memorie e nelle liste di lettura. Al culmine della Guerra fredda, Marx rappresentava una sorta di spirito non annunciato, che ossessionava i resoconti dell’epoca sulla rivoluzione scientifica del XVII secolo. Né certi sopravvissuti marxisteggianti – in particolare J.D. Bernal e Joseph Needham – avevano chiuso bottega del tutto.

Joseph_Needham
Joseph Needham (1900-1995)

 Alcuni dei loro giovani accoliti sono stati, in seguito, in grado di ispirare una nuova generazione di studiosi, in un periodo di rinnovata agitazione politica, a intraprendere ricerche sullo sviluppo scientifico assai più critiche dal punto di vista sociale. Gli studenti di questo gruppo che hanno scelto di rimanere nell’ambito accademico hanno, a loro volta, agito come un legame costante a questa tradizione.

D’altro canto, la mia impressione è che, a partire dal 1980, l’influenza della critica marxista sulle discipline di tale campo di studi sia stata praticamente nulla. Il predominio dei resoconti sociologici della scienza post-kuhniani e postmodernisti ha fatto curiosamente eco alle storie “internaliste” degli anni Cinquanta, trasferendo semplicemente l’enfasi da ciò che gli scienziati hanno pensato a ciò che hanno fatto. Quindi mi colpisce l’ironia – conoscendo molti dei miti e apolitici desperados che hanno promosso il costruttivismo sociale negli STS – per la quale il loro dogma centrale è stato visto, in alcuni ambienti, come parte integrante degli sforzi di uno strambo assortimento di docenti femministe e “radicali” finalizzati a sovvertire la razionalità scientifica. Di gran lunga più preoccupante è il fatto che, mentre le cosiddette “science wars” hanno concentrato l’attenzione sulle dispute epistemologiche all’interno degli STS, i rapporti sociali della scienza venivano trasformati è sempre più subordinati a sostegno del potere e della redditività del capitale globale e, più specificamente, americano.

Eppure, all’inizio del XXI secolo, vi sono segni sia di un profondo disincanto rispetto a vari aspetti della “tecnoscienza” capitalistica, che di un certo disagio accademico circa la ristrettezza delle recenti indagini sugli studi storici e sociali della scienza. Possiamo dunque chiederci:

A quali condizioni tali tendenze potrebbero dar vita a nuova sinistra in ambito scientifico? Quale forma assumerebbe, e dove avrebbe le maggiori probabilità di prosperare?

Potrebbe una prospettiva marxista aiutarci a comprendere le origini e le sorti delle prime due fasi della sinistra in ambito scientifico? Nonché ispirare e arricchire anche la sua terza manifestazione?

Se la storia si ripete – la prima vota come tragedia, la seconda come farsa – la terza occasione potrebbe essere quella buona?

Questi sono gli interrogativi posti dal presente saggio.

Inevitabilmente, vincoli di tempo e conoscenza limiteranno la mia indagine.

Mi concentrerò prevalentemente sugli sviluppi britannici rispetto a quelli americani, e molto molto poco sulla Francia. Sino alla conclusione dovrò ignorare gran parte del resto del mondo.

Nel’ambito degli STS darò maggior rilievo alla storia della scienza, rispetto ad altre sottodiscipline, e alla prospettiva marxista.

Tra i marxismi concorrenti favorirò quello eclettico e libertario associato al  Radical Science Journal degli anni Settanta.

Pur soffermandomi spesso sulle circostanze che hanno coinvolto scienziati accademici e sulle analisi sociali che ne sono state fatte, lo spirito della mia ricerca consiste nell’incoraggiare una maggiore comprensione – e una sfida più efficace – della totalità dei rapporti sociali nella scienza e delle forme di vita sociali da essi supportate.

Questo saggio è inevitabilmente autobiografico. Ho speso un decennio della mia breve carriera di studioso tentando di comprendere le personalità, le azioni e il pensiero sociale della sinistra scientifica britannica. Dopo un intervallo di trent’anni, nella prima parte del saggio, ho rivisitato il mio libro The Visible College, ricollocando tale materiale in una cornice marxista, mi auguro, più coerente. La seconda parte tratta del movimento radicale nella scienza degli anni Settanta, nel quale sono stato impegnato sia come studioso che come attivista. Il mio punto di vista è necessariamente parziale, manifestamente laddove sono stato più coinvolto, ad esempio nel caso del Radical Science Journal. La sezione finale è puramente speculativa e basata in gran parte sulle mie speranze riguardo – più che su qualsivoglia conoscenza definitiva (o ottimismo circa) – all’emergere di una nuova sinistra in ambito scientifico, marxista o d’altro genere.

La mia conclusiva apologia metodologica riguarda l’ampiezza (e lunghezza) del saggio. Il contributo dei due precedenti movimenti agli STS era inseparabile dalla pratica politica che era loro propria, a sua volta indissolubilmente legata alle prospettive della scienza, del capitalismo e del socialismo in un epoca di straordinarie turbolenze globali. Poiché, come Robert Boyle, questi uomini e queste donne erano “a tal punto crucciati della mancanza di buon lavoro che essi hanno preso la cura dell’intero genere umano quale loro compito”, la loro teoria, così come la loro pratica, vanno collocati nel contesto della crisi di vasta portata nelle relazioni sociali, la quale ha agito da precipitante, e delle reazioni politiche e accademiche che hanno condotto alla loro scomparsa. Una volta individuatene e comparatene traiettoria e realizzazioni, è possibile una riflessione sull’eventualità che la loro storia e le loro idee, a determinate condizioni, possano contribuire a promuovere nuove tendenze di sinistra in campo scientifico nel prossimo decennio. A tal fine, concluderò con un interrogativo su quale ruolo gli studi su scienza e tecnologia (STS) potrebbero svolgere nel dotare, sia gli scienziati che i non scienziati, di una comprensione storicamente e criticamente più adeguata dei rapporti sociali della scienza contemporanea.

A parte ciò, desidero ringraziare Bob Young – cui è dedicato questo scritto – per averlo reso disponibile sul suo sito web. Con Bob siamo stati compagni di viaggio negli anni Settanta in quello che si è dimostrato un emozionante, sebbene spesso accidentato, percorso attraverso la riscoperta e trasformazione delle teorie e prassi marxiste. Ma egli ha rappresentato per me anche un modello da seguire oltreché un critico perspicace. Ho avuto modo di apprezzare sia la sua erudizione che la sua passione politica, entrambe le quali hanno contribuito a formare e guidare il mio lavoro e il mio impegno politico durante questo periodo. Alcuni hanno trovato le scelte personali e politiche di Bob, non di rado drammatiche, alienanti; io le ritengo stimolanti. dunque, questo saggio è un promemoria, per Bob e per altri, della capacità di guida da lui mostrata, così come del valore di ciò che egli, insieme d altri, ha creato in quell’epoca tanto diversa.

Continue reading “La critica marxista della scienza capitalistica: una storia in tre movimenti? Introduzione – Prima parte”