La critica marxista della scienza capitalistica: una storia in tre movimenti? Introduzione – Prima parte

di Gary Werskey

per Bob Young

Introduzione

Il mio obiettivo, con questo scritto, è comprendere, come partecipante e come osservatore, la storia e le prospettive della critica marxista della scienza capitalistica.

Tale prospettiva – e le politiche da essa sostenute – hanno vissuto una breve fioritura, in particolare in Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti, negli anni Trenta e Quaranta, per poi essere riprese e trasformate solo negli anni Sessanta e Settanta. In entrambi i casi, i critici socialisti hanno attinto dalla propria esperienza personale, professionale e politica – influenzati dal marxismo della loro epoca – dando vita a nuovi e stimolanti resoconti circa la storia, la filosofia e le politiche della scienza. Tuttavia, nessuna corrente marxista ha condizionato, in modo significativo, la tendenza dominante nello sviluppo degli studi su scienza e tecnologia (STS) nella second meta del XX secolo. Ancora più importante per queste attività, i movimenti politici sui quali poggiavano sono interamente, e rispettivamente, crollati negli anni Cinquanta e ottanta.

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John D. Bernal (1901-1971)

Ciò nonostante, come un fantasma infernale nella macchina degli STS, l’influenza di tali critici marxisti ha aleggiato nell’ombra, nelle memorie e nelle liste di lettura. Al culmine della Guerra fredda, Marx rappresentava una sorta di spirito non annunciato, che ossessionava i resoconti dell’epoca sulla rivoluzione scientifica del XVII secolo. Né certi sopravvissuti marxisteggianti – in particolare J.D. Bernal e Joseph Needham – avevano chiuso bottega del tutto.

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Joseph Needham (1900-1995)

 Alcuni dei loro giovani accoliti sono stati, in seguito, in grado di ispirare una nuova generazione di studiosi, in un periodo di rinnovata agitazione politica, a intraprendere ricerche sullo sviluppo scientifico assai più critiche dal punto di vista sociale. Gli studenti di questo gruppo che hanno scelto di rimanere nell’ambito accademico hanno, a loro volta, agito come un legame costante a questa tradizione.

D’altro canto, la mia impressione è che, a partire dal 1980, l’influenza della critica marxista sulle discipline di tale campo di studi sia stata praticamente nulla. Il predominio dei resoconti sociologici della scienza post-kuhniani e postmodernisti ha fatto curiosamente eco alle storie “internaliste” degli anni Cinquanta, trasferendo semplicemente l’enfasi da ciò che gli scienziati hanno pensato a ciò che hanno fatto. Quindi mi colpisce l’ironia – conoscendo molti dei miti e apolitici desperados che hanno promosso il costruttivismo sociale negli STS – per la quale il loro dogma centrale è stato visto, in alcuni ambienti, come parte integrante degli sforzi di uno strambo assortimento di docenti femministe e “radicali” finalizzati a sovvertire la razionalità scientifica. Di gran lunga più preoccupante è il fatto che, mentre le cosiddette “science wars” hanno concentrato l’attenzione sulle dispute epistemologiche all’interno degli STS, i rapporti sociali della scienza venivano trasformati è sempre più subordinati a sostegno del potere e della redditività del capitale globale e, più specificamente, americano.

Eppure, all’inizio del XXI secolo, vi sono segni sia di un profondo disincanto rispetto a vari aspetti della “tecnoscienza” capitalistica, che di un certo disagio accademico circa la ristrettezza delle recenti indagini sugli studi storici e sociali della scienza. Possiamo dunque chiederci:

A quali condizioni tali tendenze potrebbero dar vita a nuova sinistra in ambito scientifico? Quale forma assumerebbe, e dove avrebbe le maggiori probabilità di prosperare?

Potrebbe una prospettiva marxista aiutarci a comprendere le origini e le sorti delle prime due fasi della sinistra in ambito scientifico? Nonché ispirare e arricchire anche la sua terza manifestazione?

Se la storia si ripete – la prima vota come tragedia, la seconda come farsa – la terza occasione potrebbe essere quella buona?

Questi sono gli interrogativi posti dal presente saggio.

Inevitabilmente, vincoli di tempo e conoscenza limiteranno la mia indagine.

Mi concentrerò prevalentemente sugli sviluppi britannici rispetto a quelli americani, e molto molto poco sulla Francia. Sino alla conclusione dovrò ignorare gran parte del resto del mondo.

Nel’ambito degli STS darò maggior rilievo alla storia della scienza, rispetto ad altre sottodiscipline, e alla prospettiva marxista.

Tra i marxismi concorrenti favorirò quello eclettico e libertario associato al  Radical Science Journal degli anni Settanta.

Pur soffermandomi spesso sulle circostanze che hanno coinvolto scienziati accademici e sulle analisi sociali che ne sono state fatte, lo spirito della mia ricerca consiste nell’incoraggiare una maggiore comprensione – e una sfida più efficace – della totalità dei rapporti sociali nella scienza e delle forme di vita sociali da essi supportate.

Questo saggio è inevitabilmente autobiografico. Ho speso un decennio della mia breve carriera di studioso tentando di comprendere le personalità, le azioni e il pensiero sociale della sinistra scientifica britannica. Dopo un intervallo di trent’anni, nella prima parte del saggio, ho rivisitato il mio libro The Visible College, ricollocando tale materiale in una cornice marxista, mi auguro, più coerente. La seconda parte tratta del movimento radicale nella scienza degli anni Settanta, nel quale sono stato impegnato sia come studioso che come attivista. Il mio punto di vista è necessariamente parziale, manifestamente laddove sono stato più coinvolto, ad esempio nel caso del Radical Science Journal. La sezione finale è puramente speculativa e basata in gran parte sulle mie speranze riguardo – più che su qualsivoglia conoscenza definitiva (o ottimismo circa) – all’emergere di una nuova sinistra in ambito scientifico, marxista o d’altro genere.

La mia conclusiva apologia metodologica riguarda l’ampiezza (e lunghezza) del saggio. Il contributo dei due precedenti movimenti agli STS era inseparabile dalla pratica politica che era loro propria, a sua volta indissolubilmente legata alle prospettive della scienza, del capitalismo e del socialismo in un epoca di straordinarie turbolenze globali. Poiché, come Robert Boyle, questi uomini e queste donne erano “a tal punto crucciati della mancanza di buon lavoro che essi hanno preso la cura dell’intero genere umano quale loro compito”, la loro teoria, così come la loro pratica, vanno collocati nel contesto della crisi di vasta portata nelle relazioni sociali, la quale ha agito da precipitante, e delle reazioni politiche e accademiche che hanno condotto alla loro scomparsa. Una volta individuatene e comparatene traiettoria e realizzazioni, è possibile una riflessione sull’eventualità che la loro storia e le loro idee, a determinate condizioni, possano contribuire a promuovere nuove tendenze di sinistra in campo scientifico nel prossimo decennio. A tal fine, concluderò con un interrogativo su quale ruolo gli studi su scienza e tecnologia (STS) potrebbero svolgere nel dotare, sia gli scienziati che i non scienziati, di una comprensione storicamente e criticamente più adeguata dei rapporti sociali della scienza contemporanea.

A parte ciò, desidero ringraziare Bob Young – cui è dedicato questo scritto – per averlo reso disponibile sul suo sito web. Con Bob siamo stati compagni di viaggio negli anni Settanta in quello che si è dimostrato un emozionante, sebbene spesso accidentato, percorso attraverso la riscoperta e trasformazione delle teorie e prassi marxiste. Ma egli ha rappresentato per me anche un modello da seguire oltreché un critico perspicace. Ho avuto modo di apprezzare sia la sua erudizione che la sua passione politica, entrambe le quali hanno contribuito a formare e guidare il mio lavoro e il mio impegno politico durante questo periodo. Alcuni hanno trovato le scelte personali e politiche di Bob, non di rado drammatiche, alienanti; io le ritengo stimolanti. dunque, questo saggio è un promemoria, per Bob e per altri, della capacità di guida da lui mostrata, così come del valore di ciò che egli, insieme d altri, ha creato in quell’epoca tanto diversa.

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L’abolizione del lavoro nell’insegnamento di Marx

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Pieter Bruegel il Vecchio, Paese della cuccagna, 1567.

“la rivoluzione comunista… sopprime il lavoro”

“i proletari invece, per affermarsi personalmente, devono abolire… il lavoro”

“non si tratta di liberare il lavoro, ma di abolirlo”

Karl Marx

LE VICISSITUDINI DELL’IDEA DELL’ABOLIZIONE DEL LAVORO NELL’INSEGNAMENTO DI MARX – UN’IDEA CHE PUÒ ESSERE RIVITALIZZATA?                                                              

di Uri Zilbersheid

INTRODUZIONE

Una delle più importanti idee di Karl Marx è quella dell’abolizione del lavoro. Nonostante la centralità di tale concetto nei primi scritti marxiani e, in una certa misura, anche negli ultimi, esso non è stato oggetto di molte discussioni nella letteratura marxista. In effetti, numerosi studiosi occidentali del pensiero marxiano hanno riconosciuto il carattere umanistico dell’insegnamento di Marx, identificando il desiderio di superare l’alienazione, all’interno e all’esterno della produzione, come loro motivo fondamentale. Ciononostante, la radicale visione marxiana – l’abolizione dl lavoro – non ha ottenuto il dovuto riconoscimento. Il pensiero marxiano è votato alla liberazione dell’uomo da ogni forma di asservimento, e l’abolizione del lavoro costituisce un aspetto rilevante di questa liberazione.

Naturalmente, il concetto marxiano dell’abolizione del lavoro è stato preso in considerazione da pensatori di primo piano come Herbert Marcuse [1] e Erich Fromm, [2] i quali cercano di integrarlo nel loro insegnamento, sopratutto nella loro prospettiva socialista. È stato anche discusso, in Israele, da Ygal Wagner [3] e Michael Strauss, [4] non esitando nell’attribuirgli grande importanza. Robert Tucker e Robert steigerwald andrebbero citati tra gli studiosi che si sono occupati del concetto. Tucker sostiene correttamente che la rivoluzione comunista, come paventata da Marx, dovrebbe costituire “un modo di produzione radicalmente nuovo che abolisce e trascende… il ‘lavoro’ stesso nel senso in cui l’umanità lo ha sempre conosciuto”. [5] L’atteggiamento di Steigerwald nei confronti dell’idea marxiana di abolizione del lavoro, d’altra parte, è negativo. nel suo libro su Herbert Marcuse, egli rimprovera a quest’ultimo l’aver adottato la “più estrema e ‘escatologica’ delle conclusioni di Marx, da lui in seguito ulteriormente esasperata… ‘l’ida dell’abolizione del lavoro'”. [6] Alcuni aspetti di quest’idea sono stati discussi da Benedito Rodiguesde, Moraes Neto e Bruno Gulli nel corso della conferenza “Marxism 2000” (Amherst, massachusetts, 21-24 settembre 2000). [7] Per quanto mi riguarda, basandomi sulla mia interpretazione degli insegnamenti di Marx, appartengo al filone stabilito da Fromm e, in particolare, da Marcuse.

Né i marxisti né gli studiosi più in generale che hanno trattato il concetto di lavoro di Marx possono essere biasimati per non aver tenuto in debito conto l’abolizione del lavoro, dal momento che, come nota Steigerwald, lo stesso Marx sembrerebbe aver abbandonato una simile idea nei suoi ultimi scritti. Un abbandono dalle conseguenze fatali e di lungo termine per la piena realizzazione della libertà umana. Esso suggerisce, infatti, che non solo la produzione non può essere trasformata in un’attività libera, ma anche che le relazioni sociali di sfruttamento non possono essere abolite.

Al cuore della fase culminante della società comunista, come descritta da Marx nei primi scritti, vi è l’abolizione del lavoro. La più nota abolizione della proprietà privata, dello stato e quella meno conosciuta della divisione del lavoro, sono tutte condizionate all’abolizione del lavoro stesso. In seguito sarà ulteriormente chiarito che abolizione del lavoro non è abolizione della produzione, bensì trasformazione del prevalente modo di produzione in uno del tutto nuovo non più definibile come “lavoro”.

Per Marx la trasformazione dell’attività umana, specificamente l’attività produttiva, in una forma nuova e non alienata è essenziale per il cambiamento della società. Se non modifichiamo la nostra attività, ogni sforzo al fine di creare nuovi rapporti socialisti, e dunque senza sfruttamento, è destinato necessariamente a una regressione allo stato precedente. Naturalmente, una tale regressione non significa inevitabilmente, per fare un esempio, un immediato risorgere del capitalismo. Significa che lo sfruttamento può assumere molteplici forme, anche di tipo “socialista”. Il ripristino del capitalismo può, prima o poi, seguire lo sviluppo di forme di sfruttamento “socialiste”, se gli esperimenti socialisti avvengono in un contesto capitalista. Così ogni ritirata rispetto all’idea dell’abolizione del lavoro è un fattore critico, poiché segna l’inevitabile impossibilità di sopprimere i rapporti di sfruttamento. Sebbene Marx non ha mai effettivamente ammesso l’abbandono della convinzione circa la possibilità di abolire i rapporti di sfruttamento, una simile conclusione, come cercherò di dimostrare, è ineluttabile.

Cosa è, in effetti, l’abolizione del lavoro? Come possiamo comprendere la relazione tra essa e l’abolizione dei rapporti di sfruttamento? Quali sono le possibili ragioni alla base dell’accantonamento da parte di Marx di tale idea? È possibile rivitalizzarla, tenendo conto dei nuovi sviluppi nella tecnologia? Questi sono i quesiti che verranno discussi in questo articolo.

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